Navigazione – Mappa del sito

HomeNumeri52variaPercezione, spazio e azioni: le n...

varia

Percezione, spazio e azioni: le neuroscienze e le suggestioni dei filosofi

Germana Pareti
p. 263-284

Testo integrale

1. Dal mito delle facoltà alle reti neurali

1«Neurophysiologica sunt, non leguntur!»

2Rifacendo il verso a una celebre battuta fregeana, questa esortazione sembra condensare il fastidio di molti filosofi di fronte all’ingerenza dei neuroscienziati, i quali s’illuderebbero di risolvere i massimi problemi di filosofia della mente, soprattutto quelli legati al sorgere della coscienza e agli aspetti qualitativi delle sensazioni. Viceversa, forse per sentirsi legittimati a trattare quei problemi, gli storici delle neuroscienze non desistono dal ricorrere alle idee dei filosofi, facendo così emergere sia le fonti di certe loro teorie, sia vere e proprie corrispondenze, per non dire anticipazioni, tra le concezioni classiche della mente e le scoperte neuroscientifiche. Ma non soltanto gli autori sette-ottocenteschi sono oggetto di recupero. Rivisitazioni, consonanze e analogie tra presente e passato rinviano anche in altre direzioni, talvolta sorprendenti.

  • 1  Hubel e Wiesel 1962.

3Quello della percezione visiva rappresenta un campo di ricerca privilegiato della neurobiologia. Il “senso principe” della vista è stato indagato nel gatto, mammifero dotato di un’organizzazione visiva affine a quella umana1. Inoltre, per spiegare il fenomeno del riconoscimento degli oggetti, da tempo, le proprietà delle reti neuronali in connessione sinaptica sono simulate con programmi di computer. Partendo dal sistema visivo, questi modelli si sono poi applicati ai correlati neurali di altri processi, in particolare di quelli cognitivi superiori, della memoria e dell’apprendimento. Per mezzo di reti neurali artificiali è stato possibile riprodurre comportamenti e proprietà sia di singoli neuroni sia di popolazioni cellulari aventi le stesse caratteristiche di eccitabilità e modalità di risposta agli stimoli. Al pari di quelle biologiche, le reti neurali artificiali ricevono informazioni da un sistema di input paragonabile alle stimolazioni sensoriali. L’output corriponde alla “decisione” che gli elementi della rete elaborano circa la natura degli input trasmessi attraverso gli snodi di interconnessione. In questo quadro non sono mancati i tentativi di ricostruire la storia recente del connessionismo, risalendo alle idee ispiratrici dei modelli delle reti neurali artificiali.

  • 2  Wilkes e Wade 1997: 295; Wilkes 1997: 111 ss.; Wade e Swanston 2001: 234 ss.
  • 3  Bain 18732.
  • 4  Popper e Eccles 1977: 104.
  • 5  Mill 1859: 116-117; cfr. Young 1970: 103.

4È emerso che, ancor prima del computer, modelli di sistemi biologici si trovano nella filosofia psicologica del secondo Ottocento inglese. Per studiare il rapporto psicofisico, oltre che sui meccanismi associazionistici, gli psicologi e i filosofi tardo positivisti potevano contare sull’impiego delle prime tecniche neuroanatomiche, in particolare di colorazione dei tessuti, da poco introdotte in fisiologia. Tra gli associazionisti ha suscitato interesse l’opera di Alexander Bain, che è stata interpretata come una vera e propria anticipazione dell’idea di rete neurale. A questo proposito non sono mancate le polemiche, perché in genere i neuroscienziati attribuivano il merito di anticipatore a Donald Hebb o a psicologi situabili a metà del secolo scorso2. Tutt’al più Bain era menzionato circa la “body-mind question”, come esponente del parallelismo psicofisico3. Raramente era ricordata la sua concezione dell’attività mentale, giudicata interessante ma non esaustiva, nei termini di una “collection” di idee4. Nemmeno a John Stuart Mill era sfuggito che Bain fosse un profondo conoscitore della fisiologia del sistema nervoso5, e attualmente se ne apprezza lo sforzo di interpretare le funzioni intellettuali in chiave neurofisiologica, intese non come mere associazioni, ma come raggruppamenti (grouping) complessi. Se il cervello è concepito come una «vasta rete di comunicazione» tra sensi e movimenti, formata da «innumerevoli fibre conduttrici» che si incrociano in punti altrettanto numerosi, rafforzando certi nodi di collegamento tra linee di corrente nervosa più facilmente connesse, si stabilirà una “preferenza” per una determinata linea di comunicazione. A tale proposito si è osservato che questa tesi precorre la nota “regola di Hebb”:

  • 6  Hebb 1949: 62.

Quando l’assone della cellula A prende parte attiva in maniera ripetuta o persistente all’attivazione del neurone B, aumenta l’efficienza con cui A eccita B6.

  • 7  Bain 18732: 91.

5Bain l’applicava ai processi di apprendimento e memoria. La ritenzione mnestica era definita nei termini di un meccanismo di rievocazione, al quale concorrono processi di «raggruppamento specifico, o coordinazione, di sensazioni e movimenti» resi possibili grazie all’accrescimento dei nodi cellulari (cell junctions)7. Tramontata l’idea di memoria come deposito passivo di informazioni immagazzinate e recuperabili al bisogno, si instaurava un concetto dinamico e costruttivo di “memorizzazione”, fondato su una stima quantitativa delle associazioni rese possibili dalla struttura neurale del cervello.

  • 8Ivi: 109.
  • 9  Beale 1863-64: 386-392.
  • 10  Beale 1864: 19 ss.
  • 11  Edelman 2006: 117 ss.

6Vent’anni fa i neurofisiologi della visione si occupavano anche del problema del collegamento, cioè di come sia possibile l’unità nella percezione di una scena visiva nonostante il carattere discreto dei singoli percetti. Alla teoria del “singolo neurone” si affiancava la concezione del ruolo di popolazioni cellulari che si coordinano in un’attività coerente e sincrona secondo le preferenze agli stimoli che i neuroni condividono. Modificata la scena visiva o spostata l’attenzione su un altro aspetto, pare che le cellule di questi gruppi si desincronizzino rapidamente, per sincronizzarsi di nuovo, eventualmente con membri di altre popolazioni con cui ora condividono le preferenze selettive, di modo che le differenti specificità neuronali (per la forma, il movimento, la direzione del moto, il colore ecc.) mettano capo alla formazione di un unico percetto. A questo riguardo, gruppi di ricerca di area culturale tedesca hanno formulato una teoria ispirata ai caratteri di flessibilità e plasticità del sistema nervoso. Siffatte caratteristiche delle cellule nervose erano state osservate anche da Bain, il quale – sia pure senza fare appello al fattore temporale (decisivo nel caso della sincronizzazione neuronale) – richiamandosi alla “varietà e flessibilità” dell’esperienza, rilevava che, secondo le circostanze, «una fibra a debba in un momento attivarsi a stimolare x, in un altro momento a stimolare y»8 e che la flessibilità consiste nei modi in cui una fibra può connettersi con parti differenti della rete. Bain si serviva di uno schema, nel quale si notavano le ramificazioni cellulari di collegamento tra i vari gruppi muscolari che davano origine ai diversi movimenti. Suo ispiratore era Lionel Beale, un fisiologo del King’s College, che con un diagramma presentato nel 1863 alla Royal Society rappresentava le connessioni tra cellule e fibre motorie osservate al microscopio, senza stabilire alcuna corrispondenza tra i processi mentali e i loro correlati fisici9. In questa sede, Beale osservava che «fibre da parecchie cellule differenti si uniscono a formare singole fibre nervose», che poi si suddividono raggiungendo le destinazioni periferiche del sistema nervoso. Il suo problema era di verificare se le reti o i plessi formati dalle fibre nervose nei muscoli terminassero con “libere estremità”, e soprattutto se la circuiteria neuronale penetrasse nel sarcolemma, cioè la membrana cellulare del muscolo striato10. Nella memoria presentata alla Royal Society concludeva che la disposizione anatomica di un meccanismo nervoso non era simile a una corda con due estremità, bensì a una corda senza fine, simile a «un circuito continuo». Commentando questo passo, Bain si serviva del concetto di loop per rappresentare l’idea di un circuito ininterrotto. Questa nozione avrebbe ispirato il meccanismo dell’“anello rientrante” atto a connettere aree tra loro distanti del sistema talamocorticale, per esempio memoria e categorizzazione percettiva, ma “chiuso” affinché si formi un’impressione conscia11.

7A Bain però non interessavano i problemi di fine anatomia, giacché il suo intento era di sostenere il parallelismo psicofisico. A tal fine rivendicava il ruolo delle connessioni laterali, asserendo che senza le “comunicazioni laterali” tra le ramificazioni cellulari situate su diverse linee di percorso (in una parola: senza una rete di cross connections, cioè di intersezioni) non avrebbe luogo l’incarnazione stessa delle nostre disposizioni mentali.

  • 12  Bain 18732: 105.

8Oltre alle questioni del collegamento, dell’interazione tra le connessioni laterali e dei raggruppamenti complessi, Bain era sensibile al carattere sofisticato di taluni percetti, soprattutto delle facce: «Oggetti quali la faccia o la figura umana sembrerebbero un’enorme complicazione. Ogni lineamento ha la propria forma, dimensione, colore; la comprensione di siffatto aggregato parrebbe richiedere un immenso aggregato di impressioni sensoriali, e consumare un’estesissima area di connessioni nervose»12. Grazie all’uso che la memoria fa dei tratti salienti (non più di una decina) di una scena visiva, sufficienti per il riconoscimento, questa complicazione sembrava però superabile. E anche a questo proposito, Bain aveva precorso i tempi: oggi, infatti, non si esclude che esistano cellule complesse, predisposte al riconoscimento dei volti e delle mani.

  • 13  Adrian 1928: 5.

9Ma soprattutto, sia pure confusamente, Bain aveva intravisto quello che, nel primo Novecento, Edgard Adrian definiva “il” problema fondamentale della fisiologia moderna, cioè come colmare lo iato tra il momento della sensazione e quello della percezione conscia, cui faceva eco la questione del rapporto tra l’intensità dello stimolo e quella della sensazione. Questo fu il rovello di almeno due generazioni di fisiologi inglesi, da Keith Lucas a Charles Sherrington, e sarebbe stato in parte risolto alla fine degli anni Venti dallo stesso Adrian con la scoperta del ruolo della frequenza di scarica. Infatti Adrian stabilì che a determinare l’intensità della sensazione non è la durata o l’ampiezza dei potenziali d’azione condotti lungo le fibre neuronali, bensì la loro frequenza13.

10Infine, benché fosse da tempo noto che la trasmissione nervosa è un fenomeno di natura elettrica, non potendo disporre di concetti quali potenziale d’azione o frequenza di scarica, noti soprattutto ai fisiologi, Bain alludeva al «grado della stimolazione delle stesse fibre», atto a sollecitare una minore o maggiore energia in un determinato tipo di risposta e a provocare reazioni differenziate secondo la forza e l’intensità dell’eccitazione. Anche a questo riguardo la sua concezione è lungimirante rispetto alle teorie sulle reti neurali. È noto infatti che all’interno di ogni rete neurale contino i “pesi” che permettono di trasmettere i segnali ricevuti. Questo fenomeno rappresenta fedelmente anche il comportamento dei neuroni naturali: la cellula nervosa eccitata scarica soltanto quando, sommando tutti i segnali ricevuti a seguito delle varie sinapsi, il risultato ottenuto supera un certo “valore-soglia” (oggi, tuttavia, l’idea che i potenziali post-sinaptici si sommino linearmente è ritenuta eccessivamente semplificata, perché la membrana mostra proprietà non lineari, dipendenti dal voltaggio). Oltre a esprimere l’idea di funzione eccitatoria di una singola cellula all’interno di un raggruppamento, l’ipotesi di Bain implicava anche che ogni cellula «sommasse il grado di stimolazione che riceve da altre parti della rete» e che uno stesso collegamento neurale potesse essere coinvolto con esiti computazionali diversificati secondo le svariate connessioni interne, ma soprattutto secondo il grado di intensità (più o meno energetic) della stimolazione degli stessi nervi.

2. Cellule e quantificazioni

11Nel trattare i problemi della percezione e del riconoscimento delle facce e degli oggetti complessi, Bain era consapevole dell’incommensurabilità tra il numero delle operazioni mentali (le “acquisizioni”) e quello delle cellule e fibre nervose. Dagli istinti alle volizioni, dall’attività muscolare e motoria alla sensibilità, dalle acquisizioni e associazioni linguistiche (basti pensare all’apprendimento delle lingue straniere) e matematiche ai treni di emozioni e sensazioni più variegate: la crescita della «grande moltitudine di cose» connesse nella nostra mente non solo deve corrispondere a uno scoppio di energia nervosa, ma quel tumulto sollecita il lavoro di una massa di sostanza cerebrale, di un insieme corposo di globuli in movimento, che agiscono come “nodi” di raggruppamenti sempre più complessi, ma soprattutto come fonti di energia. Bain riteneva che la dimensione del cervello e dei suoi elementi variasse secondo le necessità, oltre che dell’intelletto, anche del dispendio muscolare, delle manifestazioni emozionali e della volontà. Quante facce possiamo ricordare e associare con i rispettivi nomi? Quanti ricordi di luoghi, di strade? Un’intera vita non basterebbe per immagazzinare nella memoria le vie di Londra e i loro nomi. E quelli delle infinite specie animali e vegetali collezionate da un naturalista? Qui non si tratta solo di imparare a memoria due o tre migliaia di nomi, ma di impiegare l’energia plastica del cervello per una crescita cerebrale che consiste in decine di migliaia di connessioni e, in qualche caso, persino in centinaia di migliaia.

  • 14  Barlow 1972: 371.
  • 15  Martin 1992: 555-557; cfr. Cotterill 1998: 208.
  • 16  Ungerleider e Mishkin 1982: 549-586.
  • 17  Livingstone e Hubel 1988: 740-749, in De Palma e Pareti 2004: 300, fig. 3.

12Gran parte della fisiologia del secondo Novecento è stata sollecitata da quella che il fisiologo della visione Horace Barlow ha definito la sfida di stabilire una relazione tra «le nostre percezioni soggettive e l’attività delle cellule nervose nel nostro cervello», tenendo conto che «le nostre percezioni sono causate dall’attività di un numero piuttosto piccolo di neuroni selezionati da un’estesissima popolazione di cellule silenti»14. Il sistema sensoriale è organizzato in modo da ottenere, con il numero minimo di neuroni attivi, la rappresentazione più completa del mondo circostante, e Barlow ne ipotizzava non oltre un migliaio per l’intera scena visiva. Si sarebbe così evitata la “catastrofe della sovrapposizione”, cioè la confusione nelle risposte dei vari neuroni o gruppi neuronali attivati. Ma, all’incirca trent’anni fa, i neurofisiologi erano convinti dell’attività di canali di comunicazione paralleli, in un primo tempo individuati nel sistema visivo. L’enorme espansione di questi percorsi non sembrava però implicarne la ridondanza, grazie alle differenti specificità di risposta dei neuroni. Oltre a garantire un’efficiente economia nella rappresentazione visiva, questa peculiarità permetteva di non cadere nelle grinfie di un altro mostro paventato dai neuroscienziati, l’“esplosione combinatoria”. All’epoca cominciava a esser chiaro, come ebbe a osservare un neuroinformatico, che i singoli neuroni possono gestire tutte le notizie «adatte alla stampa», mentre le informazioni sono racchiuse «nell’attività di combinazioni dei neuroni»15. Questo modello esplicativo contribuiva a mettere in crisi almeno in parte il modello di un’organizzazione gerarchica rigida della corteccia visiva, e si accordava piuttosto con l’idea di due distinti percorsi corticali preposti alla visione spaziale e degli oggetti, che ebbe grande fortuna negli anni Ottanta16. Vennero ipotizzati due sistemi distinti, uno dorsale e l’altro ventrale, formati rispettivamente da strati parvo- e magnocellulari, caratterizzati cioè da neuroni con piccoli e grandi campi recettivi17. Confluenti nell’area visiva primaria, queste due vie anatomicamente e fisiologicamente distinte sarebbero finalizzate all’elaborazione di aspetti differenziati della scena visiva, da una parte legati al “dove” e quindi alla percezione spaziale del movimento; da un’altra parte, relativi alla forma e al colore, quindi al “che cosa” degli oggetti. Il fatto che in seguito si siano trovati risultati sperimentali non completamente concordanti con questa teoria, attestanti la presenza di neuroni attivati da entrambi i percorsi magno- e parvocellulare o in grado di rispondere a stimolazioni visive anche in caso di blocco dell’area visiva primaria, contribuì a indebolire l’idea di una separazione netta tra le strutture corticali del what e where a favore di altri modelli già adottati con successo, come per esempio quello dell’elaborazione distribuita in parallelo (pdp) di reti neurali, convergenti e divergenti, ma in parte anche sovrapponibili.

13La grandezza quantitativa e il carattere complesso dei collegamenti del cervello, cioè il problema della “numerosità” degli embodiments delle acquisizioni ottenute con l’esperienza e l’apprendimento, nonché delle operazioni di intelletto, ragione, immaginazione, memoria ecc., erano temi che appassionavano anche Bain. Da una rapida stima, tenendo conto della superficie e del volume della sostanza grigia, Bain quantificava in dodici centinaia di milioni le cellule sui due emisferi, e siccome «ogni cellula è unita ad almeno due fibre», ma sovente con molte di più, moltiplicando quel numero per quattro, concludeva che si sarebbero ottenuti 4800 milioni di fibre, ripartiti rispettivamente in un migliaio di milioni e cinque migliaia di milioni di neuroni e fibre che, a fronte di un totale di 50 000 acquisizioni, distribuite su tutto l’insieme della corteccia, mettevano capo a raggruppamenti composti da 20 000 cellule e 100 000 fibre, che si riducevano a 5000 e 25 000, nel caso in cui le acquisizioni fossero 200 000. Basandosi su questi calcoli, Bain ipotizzava una specie di percorso nervoso indipendente per ciascuna acquisizione. E tale ricchezza anatomo-fisiologica giustificava l’eventuale ridondanza emergente dalla gestione delle “incarnazioni”, giacché era evidente che, anche in presenza di lesioni gravi, non risultavano tuttavia danneggiate le acquisizioni assimilate nelle aree pertinenti.

  • 18  De Yoe e Essen 1985: 58-61.
  • 19  Kosslyn e Andersen 1992.

14Relativamente ai due aspetti della separazione dei percorsi neurali e della ridondanza nelle proprietà dei sistemi parvo- e magnocellulare, i neurofisiologi si sono domandati se fossero un “accidente” dell’evoluzione o se rispondessero al principio di un progetto utile per la specie. E mentre, pur ammettendo la relazione evolutiva fra i due sistemi, i fisiologi David Hubel e Margaret Livingstone ne rivendicavano l’indipendenza, molti anatomisti hanno sostenuto la tesi che l’elaborazione di svariati percetti visivi non sia riconducibile all’attività di un singolo tragitto18, risultando piuttosto dalla cooperazione tra più percorsi e aree corticali19.

3. Via dagli schemi

  • 20  De Palma e Pareti 2007.

15A partire dal tardo Settecento e per gran parte del secolo successivo, i filosofi e i naturalisti hanno fatto uso di metafore per descrivere e interpretare le funzioni del cervello. Questa procedura si è rivelata proficua in attesa di disporre di risultati scientificamente consolidati per spiegare i processi nervosi. Quella del telegrafo è stata la metafora prediletta da anatomisti e filosofi, in quanto, per la sua organizzazione, il sistema nervoso si presta a esser concepito come un apparato di fili conduttori, dal centro alla periferia e viceversa, lungo i quali viaggiano gli stimoli20. Quando poi fu accertato che la corrente nervosa è di natura elettrica, l’idea del telegrafo si rivelò ancora più appropriata, e fu utilizzata ancora nel Novecento, allorché degli stimoli si cominciò a parlare nei termini di segnali e di informazioni.

  • 21  Poincaré 1908: 106.
  • 22  Poincaré 1908: 106, 114.

16In un capitolo di Science et Méthode dedicato alla relatività dello spazio, Henri Poincaré alludeva a «innumerevoli fili telegrafici», centripeti e centrifughi, percorsi da corrente e regolati da relé di modo che i fili centrifughi potessero “rimediare” agli accidents provenienti dall’esterno e veicolati dalle vie centripete21. Anch’egli aveva in mente un’organizzazione tale che consentisse a un solo filo centripeto di attivare più fibre centrifughe, sia simultaneamente sia in caso di difetto nella risposta di qualche connessione. A regolare questo sistema, per mezzo del quale un malanno, un incidente, un avvertimento, un pericolo potevano essere “parati”, scansati o neutralizzati da più rimedi, Poincaré ipotizzava un «sistema complesso di associazioni», o meglio una tabella di distribuzione, che è la «nostra geometria»22, tanto più istintiva e dominatrice quanto più le sue conquiste appartengono alla razza, e non al singolo individuo.

  • 23  Poincaré 1902 e 1908: 119.
  • 24  Poincaré 1908: 111.

17Nella descrizione di questo meccanismo utile alla sopravvivenza della specie, Poincaré mescolava elementi derivati dalla teoria evoluzionistica con idee sulla geometria. Da un lato, aveva in mente «cellule non più solamente giustapposte», bensì organizzate per darsi mutuo soccorso; da un altro lato, era convinto che «si ragiona costantemente come se le figure geometriche si comportassero alla maniera dei corpi solidi. Ciò che la geometria prende a prestito dall’esperienza, sono dunque le proprietà di questi corpi»23. Di qui discendeva la tesi che gli assiomi della geometria non sono né giudizi sintetici a priori né fatti sperimentali, bensì semplici convenzioni tali da farci inclinare verso la geometria più comoda e più semplice, quella euclidea, che più di ogni altra va d’accordo con i solidi che vediamo e tocchiamo. Di conseguenza, lo spazio creato dalle nostre associazioni è quello “piccolo”, ristretto, che non si estende oltre la portata del nostro braccio, riferito alle nostre coordinate corporee. Questa concezione influiva sull’idea di uno spazio esteso, definibile a partire dalla posizione iniziale del corpo, respingendo l’idea di uno spazio assoluto, che si dissolveva a fronte dell’esistenza di uno spazio relativo a una certa posizione iniziale del corpo, costruito secondo i cambiamenti delle coordinate che operiamo anche inconsciamente in ogni istante, muovendo le braccia e modificando la nostra posizione. «Abbiamo facoltà di rapportare il nostro spazio esteso tanto alla posizione A del nostro corpo, considerata come iniziale, quanto alla posizione B, assunta qualche istante dopo […]: facciamo dunque in ogni istante cambiamenti di coordinate inconsapevoli»24. Ora i movimenti che si eseguono a partire da una certa posizione sono accompagnati sempre dalle stesse sensazioni muscolari, che rendono ragione della proprietà dell’omogeneità dello spazio.

  • 25  Poincaré 1917: 37, 38.

18E questo era un tema ricorrente per Poincaré, se ancora nel 1913, nelle Dernières Pensées, argomentava che, in presenza di sensazioni svariate, sappiamo di poter eseguire movimenti che ci permettono di raggiungere gli oggetti che riteniamo siano la causa di quelle sensazioni e, attraverso essi, possiamo agire sulle sensazioni, accrescerle di intensità o farle sparire. E non sempre occorre compiere effettivamente quei movimenti per sapere ciò che succede; basta rappresentarseli. «Il senso dello spazio si riduce dunque a un’associazione costante tra certe sensazioni e certi movimenti, o la rappresentazione di questi movimenti»25, e le membra con cui li eseguiamo sono lo strumento di misura dello spazio, anzi il corpo è il nostro primo strumento di misura, che non si applica soltanto agli oggetti del mondo esterno: giacché il corpo è composto di parti solide mobili, tra di loro in rapporto, certe sensazioni ci avvertono degli spostamenti che avvengono relativamente ai suoi vari “pezzi”.

19Pur senza – a suo dire – conoscere a fondo la fisiologia, Poincaré aveva ben chiaro il meccanismo percettivo che lega spazio, oggetti e sensazioni. Dati due oggetti A e B, uno percepito con la vista, l’altro con l’udito o il tatto, come si può giudicare che essi occupano la stessa posizione? I percorsi neurali delle impressioni provocate da oggetti differenti, visivo e acustico o tattile, sono differenti, così come lo sono le rappresentazioni dei due oggetti. Eppure io so che per raggiungere l’oggetto A basta allungare il braccio destro; so perfettamente che «anche nel caso in cui mi trattenga dal farlo» posso rappresentarmi le sensazioni muscolari e altre analoghe che accompagnerebbero l’estensione dell’arto, e questa rappresentazione è associata con quella dell’oggetto in questione. E lo stesso “corteo” di sensazioni si snoda per B. Questo è tutto ciò che si intende, quando si sostiene che i due oggetti occupano la stessa posizione. E lo stesso accade quando mi rappresento che potrei raggiungere l’oggetto A con un altro movimento, questa volta del braccio sinistro. Idem per B. Nel caso in cui A e B rappresentino una minaccia per il mio corpo, saprei come schivarne i colpi: anzi, con una stessa parata è possibile proteggersi da più colpi, mentre se A e B occupano lo stesso spazio, ne può bastare una sola.

20Queste osservazioni fisiologiche di uno scienziato-filosofo che, pur restando ancorato a un robusto fondamento di meccanicismo («un corpo solido è un sistema meccanico come un altro»), non intendeva rinunciare alla comodità delle convenzioni, non potevano non suscitare l’attenzione di neuroscienziati convinti dell’insostenibilità del carattere rigido e univoco, rigorosamente distinto tra “percettivo” e “motorio”, delle funzioni di alcune vie neurali, in particolare di quelle ventrali e dorsali. Negli ultimi decenni, nuove ricerche hanno messo in luce che popolazioni cellulari della corteccia premotoria ventrale (area F5) agiscono selettivamente secondo gli scopi, le modalità e le fasi di un’azione. Citando un esempio classico, se una tazzina da caffè deve esser lavata, la si afferra e si tiene con la mano in un certo modo, ben diverso dall’atto che invece si compie qualora quella tazzina sia portata alle labbra per bere un caffè. Un’altra scoperta significativa ha riguardato il coordinamento tra i campi recettivi visivi e somatosensoriali di gruppi di neuroni che codificano gli stimoli spaziali in coordinate “ancorate” al corpo più che alla retina, cioè non dipendenti dalla posizione dello stimolo sulla retina. In questi casi, i campi recettivi visivi sono vincolati a quelli somatosensoriali, secondo coordinate che hanno punti di riferimento sulle varie parti del corpo, la testa, il braccio, la mano, il tronco.

  • 26  Rizzolatti e Sinigaglia 2006: 59.

21Giacomo Rizzolatti, che ha indagato come si “decifra” lo spazio intorno a noi, ha “posizionato” manichini in ambienti decorati con il ritratto di Poincaré, dichiarando che al matematico-filosofo francese non sarebbe affatto dispiaciuto esser “citato” come fonte di una teoria sul rapporto tra il corpo e gli oggetti26. Difatti, anche per i sostenitori dei neuroni specchio, lo spazio è codificato in coordinate somatiche e la localizzazione degli oggetti-stimolo risulta indipendente dalla posizione degli occhi. Gran parte degli esempi a favore di questa tesi sono riconducibili alle idee di Poincaré: anche se non la fisso con uno sguardo diretto, so che se allungo la mano, posso afferrare la tazzina che è sulla scrivania a fianco del mio pc, né ho bisogno del contatto fisico per sapere che la tazzina è proprio lì. Questa localizzazione anticipa il contatto cutaneo. L’idea che il sistema oculo-motorio esiga un insieme di coordinate atto a calcolare la posizione degli oggetti nello spazio intorno all’osservatore (e non solo la loro posizione sulla retina), ma soprattutto la scoperta di campi recettivi visivi in aree corticali connesse con i lobi occipitali e frontali, tradizionalmente deputati all’elaborazione dell’informazione spaziale, hanno messo in crisi la concezione di una mappa spaziale unica per i vari movimenti di testa, arti, tronco e specialmente per distinguere tra “vicino” e “lontano”. Poincaré osservava che siamo animali superiori, non fissati al suolo come il polpo idroide. Quindi, se pure punti irraggiungibili alla mia mano saranno associati a sensazioni vacue, prive di carattere spaziale, nondimeno io sono in grado di muovermi e di avvicinarmi agli oggetti, secondo un modello dinamico di spazio.

  • 27  Mach 1906: 345.

22Molti neurofisiologi contemporanei sono consapevoli di sviluppare un tema affrontato dai fisici ottocenteschi. Nelle ricerche dedicate alla percezione dello spazio peripersonale si cita Ernst Mach. In Conoscenza ed errore Mach aveva separato «il sistema delle nostre sensazioni spaziali, lo spazio fisiologico» da quello geometrico, euclideo, argomentando che questa distinzione vale non solo per lo spazio visivo, ma anche per quello tattile dei ciechi. Lo spazio fisiologico si configura in un sistema di “sensazioni d’organo graduate”, dipendenti dalla specificità dell’organo, e variabili secondo il senso eccitato. Oltre alle sensazioni spaziali, vi sono quelle “sensoriali”, dipendenti dalla qualità dello stimolo che, secondo la dottrina mülleriana delle “funzioni specifiche degli organi di senso”, a seguito di uno stimolo naturale o artificiale, evocherebbero una sensazione specifica. Benché questi due tipi di sensazioni possano presentarsi insieme, rispetto alle mutevoli sensoriali, quelle spaziali costituirebbero un “registro fisso”27. Mach pensava che lo spazio fisiologico avesse lo scopo di orientare correttamente i movimenti al fine di salvaguardare la specie umana e consentire l’apprendimento delle proprietà metriche delle forme. Senza delineare una vera e propria teoria dello spazio percettivo, si limitava a offrire una semplice trascrizione in termini fisiologici di osservazioni psicologiche. Queste idee rinviavano, da un lato, a una concezione innatistica dello spazio fisiologico, da un altro lato, alle ricerche sul tatto e sulla sensibilità condotte dal padre della psicofisica E. Heinrich Weber, ma anche alla dottrina dei “segni spaziali” di Hermann Lotze, all’ottica fisiologica di Ewald Hering (1879) e alle “rappresentazioni dello spazio” di Carl Stumpf (1873).

  • 28  Lotze 1852: 332 ss.
  • 29  Lotze 1856: 317 ss.

23Le fonti ottocentesche del rapporto tra il percipiente e lo spazio sono così numerose da metter capo a contaminazioni tra autori differenti e anche concettualmente lontani. Per esempio, Lotze vedeva nei Localzeichen un’associazione tra le tendenze riflessive oculo-motorie (Bewegungstriebe), processi fisici che orientano gli stimoli verso la fovea, e le sensazioni concomitanti, in particolare quella di movimento che interviene in questo orientamento28. Era convinto che le relazioni spaziali insite nella “materia” delle impressioni non potessero “trasformarsi” in coscienza, a causa per l’appunto della loro natura “spaziale”. Le «relazioni spaziali dell’oggetto da percepirsi non possono penetrare nella coscienza così come sono, vale a dire come cose spaziali»; ma debbono prima acquisire una proprietà qualitativa secondo la «natura peculiare del luogo», in cui vengono a contatto con il corpo29. Alla coscienza tali differenze «servono» come segni locali. Questi permettono di distribuire le impressioni, convertendole in immagini spaziali, destinate a occupare un posto nello spazio. Se mancassero i segni locali, l’impressione sarebbe percepibile soltanto come contenuto, senza essere localizzata. La coscienza opera quindi accostando le impressioni, i cui segni locali sono termini contigui di una scala graduata, e separa attraverso la distanza quelle contrassegnate da una maggiore diversità.

  • 30  Herbart 1825.

24Lotze si sarebbe ispirato a Johann Herbart, secondo il quale, quando si fissa un oggetto nello spazio, si forma una serie di rappresentazioni non spaziali con le corrispettive sensazioni muscolari30. E ancora: Hering faceva appello al senso retinico della localizzazione, e negli anni Sessanta e Settanta dell’Ottocento un nutrito gruppo di allievi di Hermann von Helmholtz e di Wilhelm Wundt, tra cui il già citato Stumpf, ma anche il praghese Johann N. Czermak, il filosofo psicologo Theodor Lipps, nonché l’associazionista inglese James Sully (che però si era formato in Germania sotto la guida di Lotze, Helmholtz ed Emil du Bois-Reymond) dibattevano sulla preminenza di componenti fisiologiche o psicologiche nella percezione tattile e visiva.

  • 31  Mach 1886: 55 ss.

25Sia pure nella diversità delle singole posizioni, questi studiosi condividevano l’insoddisfazione esternata da Mach nei confronti dell’idea kantiana dello spazio come forma a priori31, ritenendo che, per quanto rappresentabili come distinte, le sensazioni di colore e di spazio non fossero separabili. Anzi, come affermava Stumpf, «non si può affatto rappresentare lo spazio senza rappresentare la qualità» e, se si elimina mentalmente il colore, viene meno anche lo spazio. Ma sul versante più specificamente fisiologico, questi ricercatori erano convinti che, per vedere un oggetto, non bastasse la fusione delle immagini sulle due retine, destra e sinistra, bensì occorressero sensazioni di movimento, di estensione, di posizione ecc., disponibili grazie a un apposito organo del senso spaziale.

  • 32  James 1890: 826 ss.
  • 33  James 1892: 209.

26Sullo sfondo di queste osservazioni sul “senso muscolare”, oltre che visivo, si scorge il capitolo sulla percezione dello spazio dei Principles di William James, il quale a sua volta citava ampiamente Hering, come aveva notato lo stesso Mach. Al fine della localizzazione degli oggetti nello spazio peripersonale, James faceva intervenire non soltanto occhi, pelle e muscoli, ma persino le sensazioni nelle giunture, nelle articolazioni. Tutte queste parti del corpo aiutano a esplorare i movimenti, a disporre gli oggetti in ordine seriale, lontano-vicino, e a oltrepassare i limiti del corpo, proiettando al di fuori le sensazioni “insite nelle cartilagini” per ottenere una rappresentazione simbolica del punto cui si sta mirando, in una geometria di linee colleganti gli oggetti, tra di loro e con la superficie corporea32. James concludeva che con questi principi generali dell’azione ogni oggetto percepito, e cioè visto, udito, sentito, gustato, toccato ecc. viene a essere localizzato in una posizione più o meno definita rispetto ad altri oggetti periferici, realmente presenti o anche solo immaginati33. E la trama condivisa da questa varietà di concezioni su corpo e spazio rinviava quasi sempre a un manipolo di “principi dell’azione”.

4. Vedere e agire

  • 34  Merleau-Ponty 1945: 199.

27Era prevedibile che le concezioni tardo ttocentesche di uno spazio pragmatico, oltre che dinamico, trovassero riscontro nelle neuroscienze contemporanee. Secondo due noti esempi di James, tratti dal repertorio dedicato all’interazione tra diverse modalità sensoriali, la vista suggerisce la presenza di oggetti da toccare (o profumati da annusare), e il tatto rinvia a cose da vedere, con le dita pronte a esplorare più a fondo, o ad afferrare gli oggetti che sfiorano l’avambraccio. Su questi aspetti hanno insistito quei neuroscienziati che, pur postulando sistemi e percorsi corticali distinti e operanti in parallelo, ritengono però che i processi funzionali di queste strutture siano improntati a “prender parte all’azione”, considerata non come semplice movimento, bensì come atto in vista di uno scopo. Gli stessi oggetti diventano “ipotesi d’azione” e i luoghi spaziali perdono il carattere dell’oggettività rispetto al corpo, per diventare un teatro in cui gli oggetti possano, prendendo a prestito un’idea di Maurice Merleau-Ponty, «iscrivere intorno a noi la portata variabile delle nostre intenzioni e dei nostri gesti»34.

  • 35  Rizzolatti e Sinigaglia 2010: 264.
  • 36  Sinigaglia 2003.
  • 37  Husserl 1907: 140.
  • 38  Husserl 1996: 59.
  • 39Ivi: 109.

28La filosofia di riferimento della teoria dei mirror neurons ha fornito molte sollecitazioni circa la “fisionomia motoria” degli oggetti, connessa allo “spazio delle possibili prese”, secondo l’esempio della tazzina da caffè che si afferra con modalità differenti, variando il contesto e gli scopi d’azione. E non è un caso che un sostegno filosofico alla teoria del sistema visuomotorio provenga da Corrado Sinigaglia, che ha inquadrato in un contesto teorico-epistemico i risultati sperimentali ottenuti su quei neuroni che si attivano anche quando ci limitiamo a osservare qualcuno che sta compiendo un’azione, secondo un meccanismo che «unifica la percezione di un’azione e l’esecuzione di un’azione»35. Le riflessioni di Sinigaglia hanno preso avvio dalla trattazione husserliana dello spazio e del movimento e dall’idea di una sinergia tra campo visivo e campo tattile, per affrontare i nodi del rapporto tra spazio-atti-oggetti36. Husserl è stato il “filosofo dello spazio” per eccellenza e una parte cospicua delle sue indagini mirava a fondare una fenomenologia dello spazio che comprendesse un’analisi logica, psicologica, fisiologica, oltre che metafisica, della sua rappresentazione37. Purtuttavia, nelle riflessioni precedenti a Ding und Raum, Husserl non aveva rinunciato a considerare di fondamentale importanza le questioni psicologiche e logiche, sottolineando la «stretta relazione» tra l’elaborazione logica dello spazio e la descrizione psicologica dei vissuti concreti, giacché «tutto ciò che appartiene all’ambito della psicologia soggettiva» (e quindi le ricerche della psicologia associativa e descrittiva) deve avere «un significato fondamentale per la gnoseologia»38. Queste idee appaiono in scritti presumibilmente redatti tra il 1892 e il 1893; in una pagina risalente forse al 1893 Husserl rincarava la dose, asserendo non solo che ciò che la metafisica e la logica necessitano ai loro fini «lo traggono dalla psicologia», ma che le loro questioni rientrano in quelle psicologiche «di cui non ci si può liberare bruscamente»39. Pur realizzandosi grazie a concetti logici (pertanto con rappresentazioni non intuitive), i processi conoscitivi superiori rinviavano sempre al fondamento dell’intuizione. Husserl formulava così l’idea di una co-dipendenza tra la costituzione dello spazio esterno con i relativi oggetti e la costituzione dell’Ego e del corpo vivo, quasi che il corpo possa apparire a se stesso solo correlandosi con le cose percepite per mezzo di se stesso. Anzi, pur trattandosi di una cosa fisica che, come tutte le altre cose, occupa uno spazio, si sposta ecc., nondimeno esso ha sensazioni «localizzate». Non tanto quelle visive, quanto piuttosto quelle tattili e di movimento di modo che, per quanto la ruvidezza o la levigatezza appartengano all’oggetto palpato, non appena lo tasta, la mano sembra possedere essa stessa quelle sensazioni.

  • 40  Stumpf 1873: 176.

29Ma, all’origine della fenomenologia dello spazio di Husserl, emerge la posizione critica che aveva assunto Stumpf. Husserl era stato colpito dalle osservazioni del “vecchio” allievo di Brentano sulla cosiddetta terza dimensione, la profondità, intesa come immediatamente data nella percezione visiva, senza l’ausilio di sensazioni tattili e di movimento. In effetti, nel 1873, all’epoca del saggio sull’origine psicologica della percezione spaziale, Stumpf aveva polemizzato un po’ con tutti, empiristi, associazionisti e innatisti, perché convinto che non fosse possibile una rappresentazione dello spazio senza le qualità: le qualità sono “date immediatamente” come rappresentazioni di “colori estesi” o di “estensioni colorate”, e allo stesso modo “superfici e profondità” sono “poste dentro” la rappresentazione, ragion per cui chi sviluppa una rappresentazione di superficie, deve elaborare anche quella della profondità40. Pertanto la terza dimensione dev’essere commensurabile e omogenea con le altre due, larghezza e lunghezza, e questo valeva anche per Husserl il quale, però, oltre ai quesiti sulle qualità dimensionali e posizionali di un corpo, si domandava come un corpo apparisse costituito attraverso il senso tattile e quello visivo. Lo spazio tattile e lo spazio visivo mettono capo alla costituzione dei corpi spaziali tridimensionali, in quiete e in movimento: nel primo caso si deve trovare il corpo sempre nella stessa posizione, nel secondo caso possono muoversi o il corpo del percipiente o la cosa, e ci si aspetta sempre nuove manifestazioni. Però per Husserl non si trattava di due spazi. Lo spazio è unico, pur costituendosi in duplice modo, per mezzo di un “apparentamento appercettivo” delle due datità, di modo che a ogni sezione dello spazio visivo ne corrisponde una di quello tattile, e la formazione dell’oggetto percepito visivamente deve coincidere con quella dell’oggetto palpato. Oltre che attraverso i campi sensibili (visivi e tattili), il corpo si costituisce anche per mezzo dei campi cinestetici, da non confondersi però con le sensazioni.

  • 41  Husserl 1996: 126 passim.

30Ora, sebbene il termine “cinestesi” rimandi alla sensazione di movimento (Bewegungsempfindung) e al muscular sense caro alla filosofia psicologica inglese di fine Ottocento, o più in generale alla sensazione che si prova allorché il corpo o una sua parte (specialmente le membra) si muovono, Husserl lo intendeva come concetto relazionale atto a indicare il rapporto tra i movimenti soggettivi e le manifestazioni fenomeniche dell’oggetto. E i casi più interessanti riguardano il fenomeno dell’io vengo mosso, cioè quando non soltanto la mano o gli occhi si muovono e perlustrano, ma allorché si sposta l’intero corpo. In tal caso, osservava Husserl, i cambiamenti cinestetici condizionano tutte le posizioni e i relativi cambiamenti dei corpi nell’ambiente circostante41. Vero è che, nella disamina del campo tattile e del campo visivo, Husserl privilegiava l’approfondimento del secondo, che veniva analizzato nel rapporto con gli svariati decorsi cinestetici, e attraverso la suddivisione nei tre livelli dello spazio visivo, rappresentati dal sistema oculomotorio, dal sistema dei movimenti del capo intorno all’asse fondamentale e dal sistema cefalomotorio completo. Eppure si ha l’impressione che alla struttura dell’io corporeo concorrano più le sensazioni tattili di quelle visive, come mostra l’esempio del corpo che, pur percepito dal soggetto che lo possiede, non è però trattato alla stregua delle altre cose fisiche. O, come nel caso della mano destra che tasta la sinistra, si origina una serie di sensazioni localizzate in entrambe. In questo scenario si inserivano altresì le questioni legate alla determinazione del riconoscimento e dell’identità degli oggetti, cui concorrono la profondità e i rapporti di vicinanza e lontananza, ma anche i fenomeni del coprimento e del suo perdurare, dell’allontanamento, dei cambiamenti di estensione, della chiusura della forma di una cosa che avviene per esempio con la rotazione su di sé. Riconducibile al campo tattile è la differenziazione tra quiete e movimento, anch’essa connessa con il tema dell’identificazione, giacché anche se con la mano si possono tastare oggetti sempre nuovi, è altrettanto possibile tornare all’oggetto di partenza che, se è in quiete, dovrà essere nell’esatto posto in cui lo si era lasciato.

  • 42  Berti e Frassinetti 2000.
  • 43  Lohmar 2006.
  • 44  Ratcliffe 2009.
  • 45  Iacoboni 2008.
  • 46  Cappuccio 2006.
  • 47  Gallese, Migone, Eagle 2006.
  • 48  Gallese 2007: 208.

31Sembrerebbe questa fenomenologia dello spazio, completata dall’analisi del sistema nervo-muscolare, una fonte inesauribile, oltre che per una teoria della conoscenza, anche per gli sviluppi delle ricerche sui neuroni specchio. Basti pensare alla ricaduta che l’analisi filosofica del “vicino/lontano” ha avuto nella trattazione dell’eminegletto spaziale, a causa del quale è alterata – secondo i casi – la percezione del proprio corpo, quella peripersonale o persino quella extracorporea, mettendo capo a una descrizione, in termini anatomo-funzionali, di ciò che intendeva Merleau-Ponty, quando alludeva al rapporto tra gli oggetti e le azioni nello spazio circostante il corpo42. Ma se si scruta tra le pieghe di questa recente letteratura, si scopre che, dopo una prima fase fondazionale, i neuroscienziati sono ora attratti da altre tematiche, le quali rinviano soprattutto all’obiettivo di una «costituzione intersoggettiva del mondo»43, nella prospettiva di una «mutua reinterpretazione»44. Inizialmente abbozzate da Husserl, queste tesi erano state sviluppate da Merleau-Ponty e da Edith Stein, e più tardi da Francisco Varela. Ponendo l’accento su concetti quali “empatia”, “intenzionalità”, “incarnazione” “datità e/o alterità dell’altro”, costoro hanno messo capo a un indirizzo che si propone l’obiettivo di una “neurofisiologia fenomenologica”, fenomenologizzando le neuroscienze45. Rifacendosi al concetto di Leib, lo stesso Vittorio Gallese affronta la triade costituita da «corpo vivo, simulazione incarnata e intersoggettività» secondo una prospettiva, nella quale la naturalizzazione della coscienza fenomenica sarebbe «non in contrasto» con la scienza46. Ma “incarnati” non sono soltanto i meccanismi che ci fanno comprendere «direttamente e dall’interno» i processi tattili altrui. Anche la cognizione sociale si configura come facoltà incorporata e “situata”. L’idea che vengano attivati gli stessi circuiti neurali sia durante l’esperienza soggettiva, sia osservando semplicemente qualcuno che compie azioni o prova emozioni, permette di sfruttare un unico meccanismo funzionale, quello della “simulazione incarnata” quale substrato neurale comune ai molteplici aspetti dell’intersoggettività, inclusa la comprensione linguistica e delle azioni, l’attribuzione delle intenzioni e delle emozioni altrui, con implicazioni suggestive per il processo terapeutico e la prospettiva psicoanalitica47. È dunque soprattutto sul fronte della comunicazione, dell’interazione sociale, della coscienza degli altri, del rapporto tra il proprio e l’altrui corpo, della cosiddetta “co-costruzione di relazioni intersoggettive attraverso la corporeità vivente” secondo la versione di Merleau-Ponty, che il sistema dei neuroni specchio costituisce a sua volta un’inesauribile miniera di sollecitazioni filosofiche. Nemmeno l’autismo, che nei primi studi pareva sfuggire alle reti di una teoria del rispecchiamento, farebbe eccezione, e ora viene classificato come «disturbo della consonanza intenzionale»48.

5. Complessità e piccoli mondi. Un nuovo emergentismo?

  • 49  Tononi 2003: 74.
  • 50Ivi: 90.

32A partire dal saggio fondamentale di Thomas Nagel del 1971, l’idea della coscienza è stata invariabilmente associata a quella della sua unitarietà, e che il substrato cerebrale non possa esser diviso, pena la menomazione della coscienza stessa, resta tuttora uno dei capisaldi della neuroscienza49. Nondimeno, negli ultimi anni, l’idea dell’unità della coscienza si è sfaccettata in quella di un’entità integrata, alla definizione della quale concorrono le interazioni sussistenti tra i suoi elementi. Uno dei filoni più promettenti si propone di individuare i complessi cui possono metter capo tutti i possibili sottoinsiemi di elementi che costituiscono un’entità, misurando poi l’informazione effettiva che viene integrata al suo interno. In questo senso, l’analisi dei complessi si configura come un modo “naturale” di scomporre un insieme, e il correlato neurale della coscienza si presenta nei termini di «un’entità integrata capace di differenziare tra un numero straordinariamente grande di stati diversi»50, di cui è possibile misurare la complessità, cioè stabilire in quanti modi diversi gli elementi di una metà del sistema possano rispondere agli ingressi provenienti dall’altra metà. Di qui l’idea che la coscienza sia complessità e che questa, a sua volta, denoti integrazione di informazione.

  • 51  Sporns, Tononi, Kötter 2005.
  • 52  Sporns 1994.

33Lungo questa prospettiva si è sviluppata la connettomica. Come la genomica si propone di elaborare mappe genetiche e fisiche del Dna, grosso modo lo stesso obiettivo è preso di mira dalla connettomica relativamente al cervello. In questo caso, si tratta però di ricostruire con mappe di connettività le interazioni dinamiche, anatomiche e funzionali, che costituiscono la complessa rete corticale. L’impostazione dichiaratamente riduzionistica di questo programma di ricerca mira a neutralizzare l’obiezione che non sarebbe possibile «trasformare in matematica» la fenomenologia, mettendola alla prova dei fatti e fondando una teoria autenticamente scientifica della coscienza51. In questo senso si concretizza l’ipotesi di quantificare la coscienza posseduta da un sistema fisico, per esempio dal cervello piuttosto che dal cervelletto, giacché quest’ultimo, pur disponendo di un maggior numero di neuroni e connessioni, presenta tuttavia una circuiteria locale alquanto stereotipata e di fatto assai meno intricata di quella corticale. In sostanza, le connessioni del cervelletto sono tali da non influenzare né modificare quelle adiacenti, risultando di fatto segregate. Al contrario, nel sistema talamocorticale i moduli sono collegati con elevata complessità. Olaf Sporns e Giulio Tononi sono convinti che i componenti dei sistemi complessi che si correlano in interazioni dinamiche generino funzioni, processi, effetti non riducibili alle singole proprietà dei componenti, bensì emergenti da quelle interazioni e agenti come proprietà del sistema nella sua globalità. In quanto allievi di Gerald Edelman, Tononi e Sporns riconoscono l’importanza dell’impostazione evoluzionistica sulla morfologia e sull’anatomia del sistema nervoso, e continuano a vedere nella scoperta del “passato evolutivo” delle strutture biologiche uno strumento fondamentale al fine della comprensione delle funzioni presenti52. Di conseguenza, non risparmiano critiche al funzionalismo e in genere a quelle filosofie della mente che hanno assunto il computer come modello esplicativo per le funzioni cerebrali. Questo non significa che le procedure computazionali e modellistiche vadano abbandonate, e la stessa concezione dei sistemi complessi implica che il cervello seguiti a essere studiato anche attraverso la simulazione di neuroni e reti neurali.

  • 53  Sporns, Chialvo, Kaiser, Hilgetag 2004: 423-424.
  • 54  Tononi 2008: 229.

34Prevedibilmente, nel prossimo futuro, questa teoria dovrà vedersela con i massimi problemi cari ai filosofi, in primis con l’obiettivo irrinunciabile della categorizzazione. La concezione del sistema complesso difatti può considerarsi il prodotto finale di quell’indirizzo che aveva tra i suoi presupposti l’idea di una “connessione tra mappe diverse” insita nella teoria edelmaniana della selezione dei gruppi neuronali. Edelman ipotizzava che le mappe cerebrali che rappresentano il mondo e le azioni si formassero a seguito di “segnalazioni rientranti”, parallele e ricorsive, interagenti fra diversi gruppi neuronali. Concependo il cervello come sistema complesso si fa appello invece alle proprietà di small-world, rappresentabili con grafi matematici da tempo applicati in economia e sociologia, e ora anche alle connessioni cerebrali. Questa rete di connessione è rappresentata da un insieme di “nodi” tra di loro connessi, corrispondenti alle cellule nervose. I collegamenti non avvengono però soltanto tra neuroni spazialmente vicini, ma soprattutto tra cellule a lunga distanza, connesse secondo determinate proprietà e preferenze. Ora, se la categorizzazione implica i processi di riconoscimento, differenziazione e apprendimento, che cosa corrisponde a ogni nuovo concetto in termini di nodi e di connessioni? E si può affermare che, oltre alla trasmissione dell’informazione, questa architettura di reti distribuite e funzionalmente integrate riesca a esprimere tutti i processi cognitivi e sia un correlato neurale della stessa coscienza53? Orbene, mentre per spiegare la “quantità” di informazione gestita dal cervello non paiono sorgere ostacoli insormontabili, considerando il robusto corredo matematico di questa teoria, c’è da aspettarsi che il tentativo di interpretare la coscienza come “informazione integrata” incappi nelle difficoltà, note ai filosofi, degli aspetti fenomenici e qualitativi dell’esperienza. Pure, è su questi caratteri fenomenologici che si vanno concentrando gli sforzi di Tononi, il quale non dispera di definire la coscienza attraverso l’individuazione di uno spazio dei qualia Q, al cui interno, grazie ai meccanismi causali che determinano le connessioni tra gli elementi, è possibile delineare un insieme di relazioni informazionali che, attraverso un complesso repertorio di frecce e di spigoli, “configura” quello spazio, nel senso letterale del termine, cioè gli impartisce una particolare forma. E questa forma sarebbe in grado di definire e specificare in modo univoco ed esaustivo ogni particolare esperienza. Che allora sia possibile, «tradurre le apparentemente ineffabili proprietà qualitative della fenomenologia nel linguaggio della matematica»54? E quale ruolo-chiave spetta all’architettura corticale, dove gli elementi non contano di per sé, ma nelle combinazioni e nelle interazioni che si possono formare, suppergiù come l’associazionista Bain aveva ipotizzato 150 anni fa?

  • 55  Baars 1988; cfr. Shanahan, 2010.

35Quali che siano gli sviluppi di questa impostazione, si spera che la teoria dell’organizzazione corticale costruita sulla topologia small-world non si lasci contagiare da quel genere di preoccupazioni che affliggono i neuroscienziati quando cominciano a fare i conti con la coscienza. È un fatto, però, che anche nella teoria del cervello come sistema complesso si alluda al «carattere soggettivo e privato della vita interiore», a «una coscienza attribuibile non soltanto agli esseri umani», alla «reciprocità dell’influenza tra azioni e mondo», all’idea di un collegamento tra l’attività sensomotoria e uno spazio di lavoro neuronale globale, derivazione della fortunata, ma forse sopravvalutata, ipotesi cognitivistica di Bernard Baars55. Questo lessico sta diventando familiare anche nelle pagine di quegli scienziati che, accantonata la matematica e attratti dalla filosofia, reinterpretano le connessioni all’interno del piccolo mondo neuronale alla luce del pensiero di Wittgenstein, filosofo – a loro dire – ingiustamente trascurato negli ultimi decenni. E così lo spazio dei piccoli mondi corre il rischio di appiattirsi sul terreno filosofico, già affollato da una miriade di mondi possibili e terre gemelle, costruzioni fittizie di esperimenti mentali, riguardanti più le parole che non le cose e i corpi.

Torna su

Bibliografia

Adrian, E.D.

– 1928, The Basis of Sensation: the Action of the Sense Organs, London, Christophers Baars, B.

– 1988, A Cognitive Theory of Consciousness, New York, Oxford University Press Bain, A.

– 18732, Mind and Body. The Theories of their Relation, London, King Barlow, H.

– 1972, Single units and sensation: a neuron doctrine for perceptual psychology?, “Perception”, 1: 371-394

Beale, L.S.

– 1863-64, Indications of the paths taken by the nerve-currents as they traverse the caudate nerve-cells of the spinal cord and encephalon, “Proceedings of the Royal Society of London”, 13: 386-392

– 1864, New Observations upon the Structure and Formation of Certain Nervous Centres, Tending to Prove that the Cells and Fibres of Every Nervous Apparatus Form an Uninterrupted Circuit, London, Churchill

Berti, A. e Frassinetti, F.

– 2000, When far becomes near: Re-mapping of space by tool use, “Journal of Cognitive Neuroscience”, 12: 415-420

Cappuccio, M. (a c. di)

– 2006, Neurofenomenologia. La scienza della mente e la sfida dell’esperienza cosciente, Milano, Mondadori

Clausberg, K.

– 2007, Feeling Embodied in Vision, in J.M. Krois, M. Rosengren, A. Steidele, D. Westerkam (a c. di), Embodiment in Cognition and Culture, Amsterdam, Benjamins: 77-103

Costa, V.

– 1999, L’estetica trascendentale fenomenologica: sensibilità e razionalità nella filosofia di Edmund Husserl, Milano, Vita e Pensiero

Cotterill, R.

– 1998, Enchanted Loom. Conscious Networks in Brains and Computers, Cambridge, Cambridge University Press

De Palma, A. e Pareti, G.

– 2004, Mente e corpo. Dai dilemmi della filosofia alle ipotesi della neuroscienza, Torino, Bollati Boringhieri

– 2007, The ways of metaphor in neuroscience, or being on the right or wrong track, “Nuncius”, 22: 97-124

De Yoe, E.A. e Van Essen, D.C.

– 1985, Segregation of efferent connections and receptive field properties in visual area V2 of the macaque, “Nature”, 117, 6032: 58-61

Edelman, G.

– 2006, Consciousness: The remembered present, “Annals of the New York Academy of Sciences” online

Gallese, V.

– 2007, Dai neuroni specchio alla consonanza intenzionale. Meccanismi neurofisiologici dell’intersoggettività, “Rivista di Psicoanalisi”, 53: 197-208

Gallese, V., Migone, P., Eale, M.N.

– 2006, La simulazione incarnata: i neuroni specchio, le basi neurofisiologiche dell’intersoggettività ed alcune implicazioni per la psicoanalisi, “Psicoterapia e scienze umane”, 40: 543-580

Hebb, D.O.

– 1949, The Organization of Behavior: A Neuropsychological Theory, New York, Wiley Herbart, J.F.

– 1825, Psychologie als Wissenschaft, Königsberg, Unzer, vol. II Hering, K.E.K.

– 1879, Der Raumsinn und die Bewegung des Auges in L. Hermann (a c. di), Handbuch der Physiologie, Leipzig, Vogel, vol. III: 343-601

Hubel, D.H. e Wiesel, T.N.

– 1962, Receptive fields, binocular interaction and functional architecture in cat’s visual cortex, “Journal of Physiology”, 160: 106-154

Husserl, E.

– 1907, Ding und Raum, Vorlesungen, a c. di U. Claesges, Den Haag, Nijhoff, 1973

– 1996, Libro dello spazio, a c. di V. Costa, Milano, Guerini Iacoboni, M.

– 2008, Come capiamo ciò che fanno gli altri, Torino, Bollati Boringhieri James, W.

– 1890, Principles of Psychology, New York, Holt

– 1892, Psychology: The Briefer Course, New York, Harper and Row, 1961 Kosslyn, S.M. e Andersen, R.A. (a c. di)

– 1992, New Frontiers in Cognitive Neuroscience, Cambridge (Mass.), Mit Press Livingstone, M.S. e Hubel, D.H.

– 1988, Segregation of form, color, movement, and depth: Anatomy, physiology, and perception, “Science”, 240, 4853: 740-749; tr. it. Separazione di forma, colore, movimento e profondità: anatomia, fisiologia e percezione, in De Palma e Pareti 2004: 293-329

Lohmar, D.

– 2006, Mirror neurons and the phenomenology of intersubjectivity, “Phenomenology and the Cognitive Sciences”, 5: 5-16

Lotze, H.

– 1852, Medicinische Psychologie oder Physiologie der Seele, Leipzig, Weidmann

– 1856, Mikrokosmos. Ideen zur Naturgeschichte und Geschichte der Menschheit, Leipzig, Hirzel, I vol.

Mach, E.

– 1886, Beiträge zur Analyse der Empfindungen, Jena, Fischer

1906, Erkenntnis und Irrtum: Skizzen zur Psychologie der Forschung, Leipzig, Barth Martin, K.

– 1992, Parallel Pathways Converge, “Current Biology” 2: 555-557 Merleau-Ponty, M.

– 1945, Phénoménologie de la perception, Paris, Gallimard Mill, J.S.

– 1859, Bain’s Psychology, in Dissertations and Discussions, London, Longmans, 1867: 97-152

Poincaré, H.

– 1902, La Science et l’Hypothèse, Paris, Flammarion

– 1908, Science et Méthode, Paris, Flammarion

– 1917, Dernières Pensées, Paris, Flammarion

Popper, K.R e Eccles, J.C.

– 1977, The Self and Its Brain. An Argument for Interactionism, Heidelberg, Springer, tr. it. L’io e il suo cervello. Materia, coscienza e cultura, Roma, Armando, 2001, vol. I

Quinlan, P.

– 1991, Connectionism and Psychology: A Psychological Perspective on the New Connectionist Research, London, Harvester Wheatsheaf

Ratcliffe, M.

– 2009, Phenomenology, Neuroscience and Intersubjectivity, in H.L. Dreyfus e M.A. Wrathall (a c. di), A Companion to Phenomenology and Existentialism, Oxford, Wiley-Blackwell: 329-345

Rizzolatti, G. e Sinigaglia, C.

– 2006, So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio, Milano, Raffaello Cortina

– 2010, The functional role of the parieto-frontal mirror circuit: Interpretations and misinterpretations, “Nature Reviews Neuroscience”, 11: 264-274

Rollinger, R.D.

– 1999, Husserl’s Position in the School of Brentano, Dordrecht, Kluwer Shanahan, M.

– 2010, Embodiment and the Inner Life, Cognition and Consciousness in the Space of Possible Worlds, New York, Oxford University Press

Sinigaglia, C.

– 2003, Geometrie del visibile. Note per una “Systematische Raumkonstitution”, “Leitmotiv”, 3: 217-236

Sporns, O.

– 1994, Selectionist and instructionist ideas in neuroscience, “International Review of Neurobiology”, 37: 3-26

Sporns, O., Chialvo, D.R., Kaiser, M., Hilgetag, C.C.

– 2004, Organization, development and function of complex brain networks, “Trends in Cognitive Science”, 8: 418-425

Sporns, O., Tononi, G., Kötter, R.

– 2005, The human connectome: A structural description of the human brain, “Plos. Computational Biology”, 1: 245-251

Stumpf, C.

– 1873, Über den psychologischen Ursprung der Raumvorstellung, Leipzig, Hirzel Tononi, G.

– 2003, Galileo e il fotodiodo, Roma-Bari, Laterza

– 2008, Consciousness as integrated information: A provisional manifesto, “Biological Bulletin”, 215: 216-242

Turner, R.S.

– 1993, Vision studies in Germany: Helmholtz versus Hering, “Osiris”, 8: 80-103 Ungerleider, L. e Mishkin, M.

– 1982, Two Cortical Visual Systems, in D.J. Ingle, M.A. Goodale, R.J.W. Mansfield (a c. di), Analysis of Visual Behavior, Cambridge (Mass.), Mit Press: 549-586

Wade, N.J. e Swanston, M.T.

– 2001, Visual Perception: An Introduction, Hove, Psychology Press Wilkes, A.L.

– 1997, Knowledge in Minds: Individual and Collective Processes in Cognition, Hove, Psychology Press

Wilkes, A.L. e Wade, N.J.

– 1997, Bain on neural networks, “Brain and Cognition”, 33: 295-305 Woodward, W.R.

– 1978, From association to Gestalt: The fate of Hermann Lotze’s theory of perception, 1846-1920, “Isis”, 59: 572-582

Young, R.M.

– 1970, Mind, Brain and Adaptation in the Nineteenth Century: Cerebral Localization and Its Biological Context from Gall to Ferrier, Oxford, Oxford University Press

Torna su

Note

1  Hubel e Wiesel 1962.

2  Wilkes e Wade 1997: 295; Wilkes 1997: 111 ss.; Wade e Swanston 2001: 234 ss.

3  Bain 18732.

4  Popper e Eccles 1977: 104.

5  Mill 1859: 116-117; cfr. Young 1970: 103.

6  Hebb 1949: 62.

7  Bain 18732: 91.

8Ivi: 109.

9  Beale 1863-64: 386-392.

10  Beale 1864: 19 ss.

11  Edelman 2006: 117 ss.

12  Bain 18732: 105.

13  Adrian 1928: 5.

14  Barlow 1972: 371.

15  Martin 1992: 555-557; cfr. Cotterill 1998: 208.

16  Ungerleider e Mishkin 1982: 549-586.

17  Livingstone e Hubel 1988: 740-749, in De Palma e Pareti 2004: 300, fig. 3.

18  De Yoe e Essen 1985: 58-61.

19  Kosslyn e Andersen 1992.

20  De Palma e Pareti 2007.

21  Poincaré 1908: 106.

22  Poincaré 1908: 106, 114.

23  Poincaré 1902 e 1908: 119.

24  Poincaré 1908: 111.

25  Poincaré 1917: 37, 38.

26  Rizzolatti e Sinigaglia 2006: 59.

27  Mach 1906: 345.

28  Lotze 1852: 332 ss.

29  Lotze 1856: 317 ss.

30  Herbart 1825.

31  Mach 1886: 55 ss.

32  James 1890: 826 ss.

33  James 1892: 209.

34  Merleau-Ponty 1945: 199.

35  Rizzolatti e Sinigaglia 2010: 264.

36  Sinigaglia 2003.

37  Husserl 1907: 140.

38  Husserl 1996: 59.

39Ivi: 109.

40  Stumpf 1873: 176.

41  Husserl 1996: 126 passim.

42  Berti e Frassinetti 2000.

43  Lohmar 2006.

44  Ratcliffe 2009.

45  Iacoboni 2008.

46  Cappuccio 2006.

47  Gallese, Migone, Eagle 2006.

48  Gallese 2007: 208.

49  Tononi 2003: 74.

50Ivi: 90.

51  Sporns, Tononi, Kötter 2005.

52  Sporns 1994.

53  Sporns, Chialvo, Kaiser, Hilgetag 2004: 423-424.

54  Tononi 2008: 229.

55  Baars 1988; cfr. Shanahan, 2010.

Torna su

Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Germana Pareti, «Percezione, spazio e azioni: le neuroscienze e le suggestioni dei filosofi»Rivista di estetica, 52 | 2013, 263-284.

Notizia bibliografica digitale

Germana Pareti, «Percezione, spazio e azioni: le neuroscienze e le suggestioni dei filosofi»Rivista di estetica [Online], 52 | 2013, online dal 01 mars 2013, consultato il 19 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/1596; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.1596

Torna su

Autore

Germana Pareti

Articoli dello stesso autore

Torna su

Diritti d’autore

CC-BY-NC-ND-4.0

Solamente il testo è utilizzabile con licenza CC BY-NC-ND 4.0. Salvo diversa indicazione, per tutti agli altri elementi (illustrazioni, allegati importati) la copia non è autorizzata ("Tutti i diritti riservati").

Torna su
Cerca su OpenEdition Search

Sarai reindirizzato su OpenEdition Search