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recensioni

Stefano Velotti, La filosofia e le arti. Sentire, pensare, immaginare

Luca Viglialoro
p. 285-288
Notizia bibliografica:

Stefano Velotti, La filosofia e le arti. Sentire, pensare, immaginare, Laterza, Roma-Bari 2012, pp. 194

Testo integrale

1Tracciare un percorso netto e polivalente che contribuisca a chiarificare – o, almeno, a comprendere – adeguatamente un’esperienza estetica è un’impresa, come già ricordava Jauss in Ästhetische Erfahrung und literarische Hermeneutik, tutt’altro che isolabile dall’ausilio di tradizioni e contesti di varia provenienza. Rimodulando a più riprese gli approcci e partendo da posizioni a priori non squalificanti (ma, non per questo, “deboli”) ci si rende conto che la questione non pertiene solo – come ben sapeva Dewey – allo statuto esperienziale dell’arte, ma anche e soprattutto al modo più comune di fare esperienza.

2Ciò detto, all’estetico può essere ascritto un territorio ben più ampio di quello destinato a una “filosofia del” (dell’arte e della percezione, per esempio). Di più: l’estetica è la sfera in cui l’esperienza può essere compresa al di là e al di qua delle sue dipartimentalizzazioni, delle sue finalizzazioni e della sua razionalità interna – e, qui, non siamo solo su un tracciato deweyano, ma anche (solo per fare due nomi) su quello kantiano percorso da Garroni o da certi esiti delle ricerche in chiave analitica (penso a Cavell).

3Ebbene, la parabola di pensiero di Stefano Velotti sembra tentare di mettersi in dialogo proprio con queste tematiche già nell’importante libro del 2003, Storia filosofica dell’ignoranza (edito da Laterza, abbreviato tra parentesi con SI), dove si legge: «Ogni volta che percepisco, parlo, misuro, racconto, conosco, calcolo, fantastico e così via, faccio sempre riferimento, in modo più o meno mediato, a qualcosa che ignoro. In un certo senso, dunque, ogni esperienza conoscitiva, intellettuale, sensibile, pratica è (anche) un’esperienza estetica, benché ci siano esperienze più o meno direttamente dipendenti da una condizione estetica. In tal senso si potrebbe dire che la condizione estetica, e l’ignoranza per noi inevitabile, quando non accade che emergano in primo piano, hanno un carattere residuale e onnipervasivo» (SI: 101). Come mostreranno i successivi lavori di Velotti su Hannah Arendt e Günther Anders, anche l’esperienza politica (non solo dal suo lato valutativo) implica una componente estetica anticipatoria, certamente non riducibile al mero piano percettivo e alle annesse zone di latenza. La posta in gioco, nel caso delle esperienze estetiche, è quindi molto alta, perché l’estetico non si profilo come un mero segmento formalizzabile della conoscenza, ma come quella porzione liminare di sensatezza («l’ignoto del noto», ibidem) che precede e rende possibile il darsi di esperienze determinate.

4Questo spazio dell’ignoranza, che di volta in volta deve essere occupato da conoscenze in vista di usi costitutivi, è dotato di un’interna normatività, che non si fonda su un riferimento diretto a oggetti, bensì su una «condizione estetica» che il soggetto va, sempre e di nuovo, sentendo nell’aprirsi di nuovi risvolti esperitivi. Le possibilità di estensione del soggetto in nuovi Erfahrungsräume è dunque, per Velotti, una delle principali leggi di movimento (e di comunicabilità) dell’esperienza estetica e della sua capacità di smorzare la pressione del reale.

5Ora, se si prova a leggere La filosofia e le arti. Sentire, pensare, immaginare (abbreviato tra parentesi con FA), con un occhio alla pagina molto densa di Storia filosofica dell’ignoranza che abbiamo letto, si rischia di veder tradito il presupposto, da cui prende avvio la sua più recente indagine. Vediamo perché.

6Nel volume del 2003 l’impianto deduttivo veniva sviluppato, nonostante la varietà di autori chiamati in causa, attraverso un serrato confronto con Kant, in particolare con la Kritik der Urteilskraft e con lo studio riattualizzante, storico e terminologico che Emilio Garroni vi aveva compiuto. Nell’incipit, invece, de La filosofia e le arti, si legge: «esiste una terra di mezzo […] che si situa tra la riflessione filosofica e la ricerca empirica: tutte le discipline frequentano quest’area dai confini indefiniti, ma raramente la eleggono a loro terreno di ricerca. Questo libro esplora una porzione di tale terrain vague, una porzione delimitata non solo dal riferimento esemplare a quelle “cose” che chiamiamo opere d’arte, ma anche e soprattutto dal tipo di sguardo che a esse riserva la cosiddetta “filosofia dell’arte analitica”» (FA: V).

7Pur riconoscendo a questa «delimitazione» una «certa inevitabile vaghezza» (ibidem), Velotti posiziona la sua riflessione all’interno delle coordinate messe in campo dalla «filosofia dell’arte analitica». E tuttavia, a ben vedere, il parco di tematiche per lo più kantiane che, esplicitamente o in nuce, abbiamo estrapolato dalla Storia filosofica dell’ignoranza si ritrovano in La filosofia e le arti in corrispondenza di sforzi speculativi volti al risalimento alle condizione trascendentali delle esperienze di pensiero di marca analitica. Sottraendoci a una lettura verticale del testo velottiano, proviamo a ricostruirlo (sommariamente e per scorci) sulle tracce kantiane del testo del 2003.

8Partiamo dal secondo capitolo dedicato alla questione della rappresentazione. Qui, l’autore tratteggia nettamente un pentalogo al fine di distinguere il rappresentare dal percepire. Nel primo punto, Velotti suppone che «non tutte le rappresentazioni siano percettive», perché «se leggo e comprendo il testo della Mandragola non mi servirà a nulla esplorare con la vista i caratteri con cui è scritta per comprenderla meglio» (FA: 44); utile «sarà semmai rileggerla più volte per coglierne la densità semantica, le strutture, i rimandi, le allusioni, l’impasto linguistico» (ibidem), e così via. Col punto numero due, si aggiunge, che «le rappresentazioni percettive (quelle che dipendono da uno o più organi sensoriali) […] riguardano naturalmente e in prima istanza il nostro rapporto con il mondo reale» (FA: 45), andando, così, a separare le rappresentazioni estetiche e artistiche («rappresentazioni visive», ibidem) da quelle percettive. «c) Dire come percepiamo una rappresentazione visiva […] non significa necessariamente aver detto qualcosa su un’esperienza estetica o un’esperienza artistica (su un “fatto estetico” o un’“opera d’arte”)» (ibidem), e ciò sostanzialmente perché tra percettivo, estetico e artistico si può dare, sì, continuità, ma solo a patto di sospendere forme di gradualismo e rapporti di dipendenza univoci e assoluti. Da qui, l’estetico e l’artistico, pur perdendo all’apparenza in funzionalità (ecco il terzo punto), rimarranno dei valori «in senso classificatorio» (ibidem), a partire dai quali è possibile riconoscere, in maniera indeterminata (o, se si vuole, «residuale e onnipervasiva»), esperienze non esercitabili in vista di conoscenza. È così, dunque, che, come in Storia filosofica dell’ignoranza, «non ogni esperienza estetica è percettiva, né ogni esperienza percettiva è estetica, così che “percettivo” non equivale a “estetico”» (FA: 45-46).

9Tra i termini chiamati in causa, per Velotti, quelli di “arte” ed “estetica” hanno un particolare spessore in virtù della loro capacità, rispettivamente, di esemplarizzare (in opera) e risalire (con la riflessione), a una «condizione estetica» dell’esperire che la percettologia dissolve in deduzioni empiriche. La normatività delle arti, ovverosia il loro dover poter permettere una riflessione e una partecipazione, si inscrive non in standard già disponibili (cfr. § 4.5 di FA), ma in un terreno critico dove la discussione, la revisione, il posizionamento valutativo, hanno luogo, senza tuttavia essere fattori necessari e sufficienti per la definizione delle opere d’arte.

10Compito dell’estetica è, allora, rendere perspicua quella possibilità ancipita di senso e non-senso, di conoscenza e (insieme) di ignoranza, che l’arte porta a esibizione. «Sganciare l’arte da queste condizioni estetiche – una dimensione della nostra esperienza che risulta irriducibile alla logica o a meccanismi psicologico-causali – significa svuotare l’arte di ogni sua necessità. Nell’arte si esibiscono esemplarmente diversi modi in cui ci orientiamo nel mondo, in cui tentiamo di dare senso alla nostra esperienza in esso. L’attività mentale e sensibile che rende possibile questa esibizione è chiamata tradizionalmente “immaginazione”. Una riflessione estetica è anzitutto una riflessione sul lavoro dell’immaginazione» (FA: 61).

11Le esperienze più «direttamente dipendenti da una condizione estetica» (cfr. citazione da SI: 101) affidano le proprie dinamiche di produzione a un’immaginazione che, oltre a presentificare l’assente (cfr. il § 3.2 di FA) e a interagire con la realtà secondo piani di finzione, ci fa condividere un senso – ecco, ora, portarsi in primo piano la componente politica dell’esperienza estetica – che delinea un perimetro intersoggettivo: «Uno dei tratti della nostra immaginazione è che ci permette di assumere punti di vista diversi, di occupare prospettive non nostre, di “metterci nei panni di un altro”» (FA: 79). Interessante constatare come, nel passo appena citato, Velotti ritorni con convinzione su un motivo squisitamente kantiano della terza Critica (si tratta dell’«erweiterte Denkungsart», la «maniera di pensare ampliata», del § 40), reperendo nell’immaginazione un sensus communis aestheticus. Forse, è proprio su questo versante che convergono, nell’esperienza estetica, il lato sensibile (il “sentire”, come si legge nel titolo di FA) e quello intelligibile (il “pensare”, sempre dal titolo di FA): «I nostri discorsi, le nostre relazioni, i nostri simboli, le nostre pratiche hanno senso e valore solo se ci permettono di conoscere propriamente “pezzi di mondo” o di operare direttamente su di essi, o invece questa stessa conoscenza oggettiva e queste stesse pratiche hanno senso e valore solo se si inscrivono a loro volta in una esperienza […] che ha una validità intersoggettiva […]?» (FA: 151).

12A tale quesito risponde nuovamente l’opera d’arte, che in se stessa contiene quella singolarità-pluralità, quel gioco inarrestabile tra privato e pubblico, col quale l’esperire commisura se stesso e si dà senso: «Un’opera d’arte funzione come un’unità di misura, un paradigma o un esempio […], nell’opera l’immaginazione può dar corpo a qualcosa che non riusciamo a padroneggiare del tutto, ma verso cui siamo sempre di nuovo attratti perché sentiamo che lì, e non altrove, è esemplificato qualcosa di irrinunciabile […]. L’opera può essere (l’esito di) un percorso singolarissimo, in cui troviamo indissolubilmente impastati elementi idiosincratici e universali, personali e comuni, concettuali e sensibili. Ma è a questo impasto che, talvolta, torniamo per nutrirci e per riscoprire una norma orientante, uno standard su cui misurarci, che non possiamo trovare altrove» (FA: 69-70). Nell’arte, l’«ignoranza per noi inevitabile» (la «uns unvermeidliche Unwissenheit» della Critica della ragion pura) si concreta, così, in immagini, mettendo in mostra i passi che ci portano alla comprensione e i tentativi che essa presuppone. Quali “unità di misura”, le opere testimoniano la vita della mente, presentandocela nei suoi limiti e nelle sue possibilità, in quella condizione di senso mai completamente acclarabile che fa da sfondo alla costruzione della realtà emotiva, percettiva, conoscitiva, in cui viviamo.

13A margine della rilettura dell’ultimo saggio di Velotti e dopo averne evidenziato alcuni motivi kantiani, è doveroso, infine, chiedersi di nuovo se veramente, come ipotizzavamo all’inizio, La filosofia e le arti non finisca per tradire i presupposti che essa dichiara in prima battuta, ossia il voler collocare le proprie riflessioni nel bacino offerto dalla filosofia dell’arte analitica. In realtà, la scelta di Velotti appare quanto mai coerente e produttiva, se la consideriamo anche un’operazione di scavo, di risalimento trascendentale che la filosofia dell’arte analitica compie su se stessa. Al di là della sua riuscita, il confronto che abbiamo provato tra i volumi del 2003 e del 2012 non è solo lo specchio della continuità di pensiero del loro autore, ma anche simbolo di una tradizione, quella analitica, in grado – spesso, ma non sempre – di ripensare le proprie origini speculative, mettendole in pratica attraverso analisi stratificate. Una nuova conferma del fatto che non le parole e le etichette, ma l’uso paga il debito del pensiero.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Luca Viglialoro, «Stefano Velotti, La filosofia e le arti. Sentire, pensare, immaginare»Rivista di estetica, 52 | 2013, 285-288.

Notizia bibliografica digitale

Luca Viglialoro, «Stefano Velotti, La filosofia e le arti. Sentire, pensare, immaginare»Rivista di estetica [Online], 52 | 2013, online dal 01 mars 2013, consultato il 16 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/1591; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.1591

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