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nuove teorie dell'immaginazione

Che cos’è uno stato mentale fittizio?

Daniela Tagliafico
p. 109-134

Abstract

I compare two different conceptions of the imagination that have important consequences for the way we understand the nature of our pretend mental states. The conception proposed by Nichols and Stich (2000) is a “thin” one, since imaginings are identified with suppositions, and thus with propositional imagination alone. On the contrary, the theories of imagination proposed by Goldman (2006) and Currie and Ravenscroft (2002) are “thick”, since they think of imagination as a kind of recreative mechanism, one by means of which we re-instantiate different types of mental state. Both accounts are problematic, although for different reasons. Nichols and Stich, who take pretend representations to be a specific type of mental state, fail to give an explanation for the “peculiar analogy” existing between suppositions and genuine beliefs. On the other hand, the recreativist account has serious problems at explaining how a person involved in a pretense play can entertain, at the same time, pretend and genuine beliefs with either contradictory or identical contents, without being puzzled or making confusion between them. So, I conclude, the notions of a pretend mental state that the major accounts of pretense have at disposal are still underdetermined.

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Note dell’autore

Questo saggio è una rielaborazione, in buona parte congruente, del cap. 2 del mio Pretense. A relativist account, Milano, Mimesis, 2011.

Testo integrale

Introduzione

  • 1  Questa scelta terminologica deriva dal titolo di un famoso libro di Gregory Currie e Ian Ravenscro (...)

1La nascita di quelle che potremmo definire “teorie ricreativiste” dell’immaginazione1, avvenuta nel corso degli ultimi dieci anni, ha segnato una nuova tappa nel dibattito circa la natura di questa facoltà mentale. Queste teorie affondano le loro origini nel dibattito – sorto a metà degli anni Ottanta – riguardo alla natura della nostra capacità di mentalizzazione (mindreading), ossia la capacità di comprendere e prevedere il comportamento proprio o altrui sulla base dell’ascrizione di stati mentali come credenze e desideri. L’idea alla base di quelle che ho definito “teorie ricreativiste” – e che sono state tradizionalmente definite come “teorie della simulazione” (simulation theories) – è che, per poter comprendere che cosa un altro soggetto pensi è necessario ricreare nella propria mente uno stato mentale analogo, che “simuli” quello realmente intrattenuto dal soggetto.

  • 2  Nichols e Stich 2000.

2Il ricorso a stati mentali simulati (in opposizione agli stati genuini, ossia alle credenze, ai desideri, alle percezioni realmente ascrivibili al soggetto), tuttavia, non sembra limitarsi alla sola capacità di mentalizzazione, ma sembra essere un’attività estremamente pervasiva, che noi mettiamo in campo quasi continuamente. Come hanno sottolineato Nichols e Stich2, la capacità di intrattenere pretend mental states – stati mentali fittizi – è necessaria per svolgere innumerevoli compiti: per fare ipotesi per assurdo, per ragionare controfattualmente, per rappresentarci la situazione che ci viene descritta in un’opera di finzione, per prevedere le mosse dell’avversario, per scegliere che cosa fare, anticipando dunque i possibili scenari futuri ecc. In questo senso la nozione di un pretend mental state sembra coincidere con quella di immaginazione tout court.

3Si tratta allora di cercare di specificare in che cosa, effettivamente, gli stati mentali fittizi si distinguano da quelli genuini e di capire se essi appartengano a un’unica categoria – in altre parole, se la tesi dell’“unità dell’immaginazione” sia valida – o se invece occorra riconoscere che queste diverse abilità mettono in campo una varietà di stati differenti, che non condividono alcuna comune natura.

  • 3Ivi.
  • 4  Nichols 2004.

4In ciò che segue prenderò in considerazione due posizioni opposte. Secondo la teoria di Nichols e Stich3 – che può essere definita come una teoria “sottile” dell’immaginazione – gli stati immaginativi vengono di fatto a coincidere con le supposizioni, ossia con la sola immaginazione proposizionale, e vengono intesi come stati dotati di un ruolo funzionale specifico – analogo, ma non identico, a quello delle credenze. Il problema che presenta questa teoria, tuttavia, è che non riesce a spiegare come mai le supposizioni siano così simili alle credenze, se la differenza che intercorre tra i due stati è una differenza nel ruolo funzionale, ossia lo stesso tipo di differenza che intercorre, per esempio, tra credenze e desideri. L’ipotesi del “codice unico”, introdotta da Nichols4 per tentare di rispondere a questo problema, è decisamente insoddisfacente, come vedremo, e introduce ulteriori problemi.

5Come ho accennato sopra, invece, secondo le teorie ricreativiste l’immaginazione è un fenomeno “spesso”, nel senso che coinvolge un’ampia varietà di stati mentali e consiste, fondamentalmente, nella capacità di riprodurre nella propria mente, in modo volontario, questi diversi tipi di stati – per esempio stati con un ruolo funzionale simile a quello della percezione visiva o a quello della credenza. Non riconoscendo una differenza tra stati mentali genuini e fittizi neppure a livello del ruolo funzionale, tuttavia, le teorie ricreativiste incontrano un problema in un certo senso opposto a quello della teoria di Nichols e Stich: non riescono cioè a spiegare in che modo un soggetto possa distinguere tra i suoi stati genuini e quelli simulati senza fare confusione. Ciò emerge con particolare chiarezza, come vedremo, non appena si analizzino le situazioni cognitive dei soggetti coinvolti nei giochi di finzione.

1. L’immaginazione come un tipo speciale di stato mentale

1.1. L’architettura della mente di Stich e Nichols

  • 5  Nichols e Stich 2000.
  • 6 Stich e Nichols 1992.

6L’architettura della mente disegnata da Nichols e Stich5 per spiegare la finzione costituisce una versione aggiornata di una proposta formulata dagli stessi autori nel 1992 e diventata molto popolare negli anni tra gli scienziati cognitivi. Secondo Stich e Nichols6 la mente può essere rappresentata come un insieme di scatole (boxes), tutte collegate tra loro. Alcune di esse stanno per diversi tipi di meccanismi cognitivi, come il sistema di presa delle decisioni, i sistemi di controllo dell’azione, e così via; altre stanno per diversi tipi di stati mentali, come le credenze, i desideri, le intenzioni ecc. (cfr. fig. 1: le scatole quadrate stanno per diversi tipi di stati mentali, mentre i meccanismi cognitivi sono rappresentati da caselle esagonali).

7In questa immagine della mente ogni scatola rappresenta dunque un certo tipo di entità mentale – si tratti di un meccanismo o di uno stato mentale – che è definito dall’insieme delle relazioni funzionali che intrattiene con gli altri stati e meccanismi mentali. Per esempio, il sistema decisionale prende in input gli stati provenienti dalla scatola delle credenze e da quella dei desideri e trasmette i suoi output ai sistemi di controllo dell’azione. Più o meno nello stesso modo, le credenze possono essere definite come stati prodotti o dai nostri processi percettivi o dai nostri meccanismi di inferenza, e costituiscono, insieme con i desideri, gli input tipici del sistema decisionale.

8Da questa teoria segue anche che i diversi tipi di stati mentali non possono essere distinti in virtù del loro contenuto, quanto piuttosto del ruolo funzionale che essi svolgono all’interno della mente. Per esempio, una credenza e un desiderio possono certamente avere lo stesso contenuto (posso credere che “Domani Susan darà una festa”, oppure posso desiderarlo) ma hanno ruoli funzionali diversi: la convinzione che “Domani Susan darà una festa” è un’informazione che ho a disposizione e a cui devo adeguare il mio comportamento (per esempio, acquistando un regalo per l’occasione); il desiderio che “Domani Susan darà una festa” influisce sul mio comportamento in modo diverso (per esempio mi può motivare a realizzare questo scenario possibile, convincendo Susan a organizzare la festa).

9È importante rilevare che questa architettura cognitiva è stata utilizzata anche dai teorici della simulazione. L’idea generale della simulazione è che, quando simuliamo, utilizziamo alcuni dei nostri meccanismi cognitivi in modalità offline, vale a dire: li facciamo lavorare indipendentemente dai loro soliti input, fornendo loro, per l’appunto, dei pretend mental states, degli stati fittizi, e otteniamo però risultati che sono significativamente simili a quelli che avremmo ottenuto se li avessimo fatti lavorare su rappresentazioni genuine (per esempio credenze e desideri realmente ascrivibili a noi).

10Per esempio, tipicamente noi forniamo in input al nostro sistema decisionale una coppia di stati fittizi (credenza/desiderio), generata da un meccanismo dedicato, il “generatore di credenze e desideri” (cfr. fig. 2). Il nostro sistema decisionale opera su questi stati come se fossero stati genuini, producendo un output che è simile, per molti aspetti, all’output che questo meccanismo avrebbe generato se avesse dovuto operare su credenze e desideri genuini. Quando il soggetto opera offline, tuttavia, questi output non vengono passati – come di solito accade – ai sistemi di controllo dell’azione, ma vengono trasferiti a un sistema dedicato alla previsione e spiegazione del comportamento altrui (il “sistema di predizione e spiegazione del comportamento”, cfr. fig. 2).

  • 7  Nichols e Stich 2000: 131.
  • 8Ivi.

11Venendo alla finzione, si potrebbe sostenere che la stessa architettura cognitiva utilizzata per la simulazione può essere sfruttata anche durante un gioco di finzione. Quando fingiamo, in realtà, quello che facciamo è conformare la nostra condotta ad alcune rappresentazioni immaginarie, che sono trattate dai nostri meccanismi cognitivi come se fossero le rappresentazioni di stati di cose attuali. Per esempio, una rappresentazione immaginaria che il bicchiere di fronte a me sia stato riempito con del succo e poi capovolto, mi porta a concludere che il succo sia stato rovesciato sul tavolo e, di conseguenza, fingerò di asciugare il tavolo. In questo senso, dicono Nichols e Stich7, la finzione può essere interpretata come un caso di simulazione online: una simulazione mentale il cui risultato non viene attribuito – come di solito accade – a un altro soggetto, ma è trasmesso ai sistemi di controllo dell’azione, dando luogo a un comportamento manifesto. Secondo Nichols e Stich8, tuttavia, l’architettura della mente adottata dalla teoria della simulazione non è sufficiente per spiegare la finzione. Più precisamente, ci sono almeno due problemi che si presentano all’interno di questo paradigma.

  • 9  Gordon e Barker 1994: 17.

12Il primo riguarda il fenomeno della quarantena cognitiva, ossia la capacità dei soggetti che fingono di tenere le loro rappresentazioni riguardo al mondo della finzione separate (in quarantena, appunto) rispetto a quelle della realtà. Per esempio, se un liquido immaginario viene versato sul tavolo, io immagino che il tavolo si sia bagnato, ma non lo credo davvero: non confondo dunque le rappresentazioni generate nel contesto della finzione con le mie percezioni. La teoria simulazionista della finzione, sostengono Nichols e Stich, non spiega come questo sia possibile, vale a dire: come sia possibile che noi manteniamo le nostre rappresentazioni fittizie distinte dalle nostre convinzioni autentiche. Secondo la teoria della simulazione, infatti – almeno nella versione proposta da Gordon e Barker9 – nel corso di un gioco di finzione, una rappresentazione fittizia (ciò che Nichols e Stich chiamano la «premessa iniziale») viene aggiunta alle proprie rappresentazioni del mondo reale (la «scatola delle credenze»), divenendo così un potenziale input per alcuni nostri meccanismi cognitivi. Per esempio, se una premessa fittizia con contenuto “Il bicchiere è stato riempito con del succo” viene aggiunta all’insieme delle credenze possedute dal soggetto, e poi il bicchiere, durante il gioco, viene capovolto, il soggetto giungerà alla conclusione che il succo è stato rovesciato e che ora il bicchiere è vuoto. Questo accade, secondo gli autori, perché la rappresentazione immaginaria (“Il bicchiere è stato riempito con del succo”) è data in input ai nostri meccanismi di inferenza, insieme ad alcune altre nostre credenze (per esempio, “Se si capovolge un bicchiere pieno, il suo liquido si rovescerà”). Le rappresentazioni fittizie risultanti da tale ragionamento (“Il bicchiere è stato rovesciato, dunque il bicchiere ora è vuoto”, “La tovaglia è bagnata” ecc.) vengono poi aggiunte alla scatola delle credenze, arricchendo così l’insieme delle conoscenze intrattenute attualmente dal soggetto. Il problema, tuttavia, è che Gordon e Barker non spiegano perché queste rappresentazioni fittizie non abbiano effetti sul nostro comportamento al di fuori della finzione. In altre parole, non spiegano perché non cerchiamo davvero un panno per pulire il tavolo (ma tutt’al più fingiamo semplicemente di farlo), se c’è una rappresentazione con il contenuto “Il tavolo è bagnato” nella nostra scatola delle credenze. E, inoltre, come possiamo evitare confusione se, da un lato, noi abbiamo una credenza genuina che il tavolo sia asciutto ma, d’altro lato, abbiamo una credenza fittizia che sia bagnato?

  • 10  Nichols e Stich 2000: 134.

13La seconda difficoltà, secondo Nichols e Stich10, consiste nel fatto che la teoria della simulazione non riesce a spiegare quali siano gli stati che motivano le azioni eseguite durante la finzione (per esempio il fatto che il bambino faccia finta di bere del succo da un bicchiere vuoto, o che faccia finta di parlare con la nonna tenendo in mano una banana). Secondo la teoria della simulazione chi finge è in grado di riprodurre, con l’aiuto dell’immaginazione, non solo uno stato che assomiglia a una credenza genuina, ma anche uno stato simile al desiderio. In altre parole, durante la finzione noi non soltanto aggiungeremmo una rappresentazione (per esempio, la credenza “C’è un bicchiere con del succo”) alla scatola delle credenze, ma anche la scatola dei desideri acquisterebbe una nuova rappresentazione (per esempio il desiderio fittizio di “Bere il succo”). Solo questi due stati insieme – la credenza e il desiderio fittizi – quando dati in input al sistema decisionale, sarebbero in grado di produrre una decisione che potrebbe motivare il comportamento del soggetto che finge.

  • 11Ibidem.

14Secondo Nichols e Stich questa soluzione pone almeno due problemi. In primo luogo, se supponiamo che i desideri fittizi – analogamente alle credenze fittizie – possiedano lo stesso potere causale posseduto dalle loro controparti reali, allora dovremmo aspettarci che chi finge si comporti esattamente nello stesso modo in cui si comporterebbe un soggetto dotato dei corrispondenti stati genuini. In altre parole, se chi finge è in grado di riprodurre dei desideri immaginari, insieme con le credenze immaginarie, come si può spiegare l’esistenza di alcune differenze sistematiche tra i suoi comportamenti all’interno del gioco di finzione e quelli reali? Per esempio, come si spiega il fatto che i bambini facciano soltanto finta di mangiare una torta di fango, mentre non abbiano alcuna esitazione di fronte a una vera torta di cioccolato? Se supponiamo che chi finge possiede sia una credenza fittizia sia un desiderio fittizio, dotati degli stessi ruoli funzionali che caratterizzano le loro controparti reali e dunque dello stesso potere motivazionale, dovremmo aspettarci che abbia anche lo stesso comportamento che avrebbe in un’identica situazione reale11.

15In secondo luogo, sostengono Nichols e Stich, alcuni comportamenti all’interno del gioco di finzione non possono essere spiegati facendo appello a credenze e desideri fittizi. Per esempio, i gatti morti non hanno desideri (e non hanno credenze): dunque, quando un soggetto finge di essere un gatto morto, evidentemente deve fare appello a qualcosa di diverso da un desiderio fittizio al fine di adottare il comportamento più appropriato. In questo caso, suppongono Nichols e Stich, io devo possedere

  • 12Ibidem.

una rappresentazione con il contenuto “questo [il mio corpo] è un gatto morto”, insieme ad alcune ulteriori rappresentazioni sull’aspetto che hanno tipicamente i gatti morti. E ciò che induce chi finge a fare quello che fa non è un qualche bizzarro desiderio attribuibile a un gatto morto, ma semplicemente un desiderio del tutto reale di “comportarsi” in un modo simile al modo in cui il gatto morto […] si dovrebbe comportare12.

  • 13  Stich e Nichols 1992.
  • 14  Nichols e Stich 2000.

16In sintesi, l’architettura della mente presupposta dalla teoria della simulazione, argomentano Stich e Nichols13, non è sufficiente per spiegare la finzione. Come vedremo nel prossimo paragrafo, alcuni aggiustamenti si rendono necessari. In particolare, Nichols e Stich14 sottolineano l’importanza di riconoscere la specificità degli stati mentali fittizi (pretend mental states) e il loro particolare ruolo funzionale nell’architettura cognitiva della mente, che si distingue tanto da quello delle credenze genuine quanto da quello dei desideri genuini.

1.2. I meccanismi cognitivi alla base finzione

  • 15Ivi.
  • 16  Nichols e Stich 2000: 122.

17Consapevoli dei problemi che abbiamo appena illustrato, Nichols e Stich15 hanno cercato di precisare la natura dei nostri stati mentali fittizi, e questo li ha portati a modificare l’architettura cognitiva che essi stessi avevano precedentemente proposto. In primo luogo, essi hanno riconosciuto gli stati mentali fittizi come un tipo speciale di stato mentale e, più precisamente, come quel tipo di stato il cui «[…] compito non è quello di rappresentare il mondo così com’è o come vorremmo che fosse, ma piuttosto di rappresentare come il mondo sarebbe, dato un insieme di ipotesi iniziali che non dobbiamo ritenere vere, né desiderare che lo siano»16. All’architettura disegnata nel 1992 Nichols e Stich hanno dunque aggiunto una «scatola della finzione» o «scatola dei mondi possibili» (Possible Worlds Box), al fine di sottolineare la specificità delle nostre rappresentazioni fittizie (che gli autori chiamano «supposizioni»), consistente nel fatto di possedere un ruolo funzionale peculiare, distinto tanto da quello delle credenze quanto da quello dei desideri, e più in generale di qualunque altro stato proposizionale (cfr. fig. 3).

18In altre parole, anche se gli stati mentali di tipo immaginativo condividono molti aspetti con le credenze genuine (per esempio, sono trattati nello stesso modo da parte di alcuni meccanismi cognitivi, come i meccanismi di inferenza o il sistema di presa delle decisioni), essi mostrano anche alcune peculiarità funzionali. Nichols e Stich sembrano dunque pensare che il modo giusto per caratterizzarli sia quello di considerarli come un tipo di stato mentale differente, contraddistinto da specifiche relazioni causali con gli altri stati e meccanismi cognitivi.

19L’aggiunta di una scatola dei mondi possibili, tuttavia, richiede l’introduzione di un’ulteriore componente dell’architettura della mente. Come è stato sottolineato da Nichols e Stich, infatti, una volta che la prima ipotesi (la premessa iniziale) sia stata aggiunta alla scatola dei mondi possibili, è necessario che essa si combini con alcune nostre credenze genuine, in modo da arricchire il contesto della finzione e consentire che questa possa procedere oltre. Per esempio, dalla premessa “Stiamo per fare merenda”, possiamo dedurre alcune altre informazioni (per esempio, “Mangeremo una fetta di torta”) ma, sottolineano Nichols e Stich,

  • 17Ivi: 122-123.

questo processo di inferenza non andrà molto lontano se l’unica cosa che c’è nella scatola dei mondi possibili è questa rappresentazione iniziale. […] Al fine di avere una descrizione ricca e utile di come starebbero le cose se la premessa iniziale fosse vera, il sistema ha bisogno di molte altre informazioni aggiuntive17.

20Queste informazioni provengono direttamente dalla nostra scatola delle credenze. Per esempio, se combiniamo la premessa iniziale “Stiamo per fare merenda” con una credenza del tipo “Per merenda di solito si beve il tè”, oppure “A merenda di solito si mangia qualche dolce”, posso dedurre che cosa dovrebbe avvenire nel contesto della finzione.

  • 18Ivi: 123.
  • 19Ivi: 124.
  • 20Ibidem.

21Il problema, tuttavia, è che le nostre rappresentazioni fittizie possono essere – e di solito sono – incompatibili con le nostre credenze: chi finge immagina che il bicchiere sia pieno, anche se in realtà è vuoto, oppure crede che l’oggetto che ha in mano sia una banana, ma immagina che sia un telefono, e così via. Così, Nichols e Stich concludono18, se i nostri meccanismi di inferenza potessero accedere all’intero insieme delle nostre credenze e alle nostre rappresentazioni fittizie contemporaneamente, spesso avrebbero a che fare con rappresentazioni contraddittorie e il loro funzionamento sarebbe probabilmente compromesso. Poiché la nostra capacità di trarre inferenze durante la finzione sembra invece essere preservata, è necessario supporre l’esistenza di un meccanismo dedicato, in grado di “filtrare” dalla scatola delle credenze soltanto quei contenuti che sono compatibili con il contenuto delle nostre supposizioni, evitando così che i nostri sistemi cognitivi si trovino a elaborare contenuti incompatibili19. Questo meccanismo, che Nichols e Stich chiamano «Sistema di aggiornamento» (UpDater, cfr. fig. 3), sarebbe quindi in grado di «evitare l’esplosione di contraddizioni che potrebbero altrimenti sorgere nel caso in cui le premesse della finzione e il contenuto della scatola delle credenze fossero combinati insieme nella scatola dei mondi possibili»20.

22Infine, un terzo elemento è richiesto, secondo Nichols e Stich, al fine di spiegare come lo scenario fittizio possa essere arricchito al di là della premessa iniziale e delle conoscenze di sfondo che possono essere recuperate dalla scatola delle credenze. La finzione, osservano gli autori,

  • 21Ivi: 127.

è piena di scelte che non sono dettate dalla premessa iniziale, o dagli script e dalle conoscenze di sfondo che chi finge introduce nel contesto finzionale. Il fatto che queste scelte vengano tipicamente realizzate senza sforzo richiede una spiegazione21.

  • 22Ibidem.

23È per questo che gli autori introducono il cosiddetto “elaboratore di script” (Script Elaborator), un meccanismo – o, più probabilmente, un insieme di meccanismi – «il cui compito è quello di arricchire la finzione di dettagli»22. Così, se fingo di essere al ristorante, certamente tenderò a seguire un “copione” (per prima cosa si ordina, poi viene servito il cibo, quindi si mangia e alla fine si paga), ma un sacco di dettagli non sono specificati. Per esempio, dovrò decidere che cosa ordinare, se il cibo è buono oppure no ecc.: tutti questi dettagli sono specificati proprio grazie all’elaboratore di script.

24In sintesi, secondo la teoria di Nichols e Stich, gli stati mentali fittizi devono essere concepiti come supposizioni, cioè come stati di immaginazione proposizionale, che possono condividere il loro contenuto con quello delle nostre credenze genuine, ma che sono caratterizzati da un ruolo funzionale peculiare all’interno della mente. Solo loro, per esempio, ricevono input dall’elaboratore di script, mentre, a differenza delle credenze, non li ricevono dai sistemi percettivi. Come vedremo nel prossimo paragrafo, tuttavia, la tesi di Nichols e Stich non è senza conseguenze. In particolare, se si intendono le rappresentazioni fittizie come un particolare tipo di stato mentale, è difficile poi spiegare la speciale analogia che sussiste tra credenze vere e supposizioni, poiché questa analogia sembra essere precisamente una somiglianza nei rispettivi ruoli funzionali dei due tipi di stati mentali.

1.3. La teoria del codice unico

  • 23  Goldman 2006a.
  • 24Ivi: 45.

25Il problema principale per la teoria dell’immaginazione di Nichols e Stich è stato individuato dal filosofo Alvin Goldman23 e deriva, sostiene Goldman, dalla loro proposta di considerare le supposizioni come un tipo specifico di stato mentale, caratterizzato da un ruolo funzionale peculiare, distinto da quello delle credenze o dei desideri. Questa scelta teorica, infatti, porta con sé la difficoltà di spiegare la «speciale analogia» che esiste tra le rappresentazioni contenute nella scatola dei mondi possibili e quelle contenute nella scatola delle credenze, poiché questa analogia sembra consistere precisamente in una somiglianza dei loro ruoli funzionali. In altre parole, se da un lato è vero che le supposizioni hanno un effetto diverso sul nostro comportamento rispetto a credenze genuine dotate dello stesso contenuto (per esempio, come già rilevato, quando un bambino finge che una torta fatta di fango sia una torta di cioccolato, non accade mai che la rappresentazione fittizia della torta di cioccolato lo induca a mangiare la torta di fango), d’altro lato è altrettanto vero che esse condividono con le loro controparti reali diverse proprietà funzionali (normalmente una supposizione ci porta – anzi, ci deve portare – a trarre le stesse conseguenze e prendere le stesse decisioni che prenderemmo se possedessimo una credenza genuina dotata dello stesso contenuto). Ora, Goldman giustamente osserva che, se le supposizioni fossero davvero diverse dalle credenze rispetto al loro ruolo funzionale, come sostenuto da Nichols e Stich, allora dovrebbero essere diverse in ugual misura tanto dalle credenze quanto dai desideri, poiché anche i desideri differiscono dalle supposizioni semplicemente per il loro ruolo funzionale24. Insomma, il fatto che le supposizioni siano stati simili – ma non identici – alle credenze, mentre differiscono in modo significativo dai desideri rimane, nella teoria di Nichols e Stich, del tutto inspiegato. In altri termini, concependo le supposizioni come un particolare tipo di stato mentale, Nichols e Stich sono in grado di rendere conto delle differenze – ma non delle somiglianze – che possiamo ravvisare tra supposizioni e credenze genuine.

  • 25  Nichols 2004: 131.

26La soluzione proposta da Nichols in risposta a questo problema è nota come «ipotesi del codice unico» (Single-code hypothesis). Secondo Nichols25 le rappresentazioni che si trovano nella scatola delle credenze e quelle presenti nella scatola dei mondi possibili non soltanto possono condividere lo stesso contenuto, ma anche un codice comune, ed è proprio questo codice che assicura che se un «meccanismo è attivato dalla credenza occorrente che p, sarà anche attivato dalla rappresentazione fittizia occorrente che p». Dal momento che questo codice è condiviso solo da credenze e supposizioni, si spiega perché le supposizioni siano più simili, nel loro ruolo funzionale, alle credenze rispetto ai desideri o ad altri tipi di stati mentali.

27Il problema, tuttavia, è che Nichols non è mai stato in grado di specificare in che cosa potrebbe consistere questo codice unico e perché proprio questo codice sarebbe necessario per assicurare che credenze genuine e supposizioni siano trattate nello stesso modo dagli stessi meccanismi cognitivi. In realtà l’idea di un codice unico era già presente nella formulazione originaria della teoria di Nichols e Stich circa la finzione:

  • 26  Nichols e Stich 2000: 125.

Abbiamo suggerito che il sistema di aggiornamento [UpDater] e altri meccanismi di inferenza trattino le rappresentazioni fittizie più o meno nello stesso modo in cui trattano le credenze genuine, ma abbiamo detto poco sulle proprietà rappresentazionali e la forma logica delle rappresentazioni fittizie. Una possibilità che troviamo interessante è che le rappresentazioni contenute nella scatola dei mondi possibili abbiano la stessa forma logica delle rappresentazioni contenute nella scatola delle credenze e che le loro proprietà rappresentazionali siano determinate nello stesso modo. Quando questo è vero, diciamo che le rappresentazioni sono nello stesso codice26.

  • 27Ivi: 126.

28Secondo Nichols e Stich, quindi, la ragione per cui le rappresentazioni fittizie e quelle genuine vengono trattate nello stesso modo da alcuni meccanismi cognitivi è da ricercarsi nel fatto che queste rappresentazioni condividono la stessa forma logica. Una rappresentazione con il contenuto “Amleto è il principe di Danimarca”, sostengono gli autori27, ha la stessa forma logica della credenza “Carlo è il Principe di Galles”, ed è per questo che alcuni meccanismi (per esempio, i nostri meccanismi di inferenza) possono elaborare la prima esattamente nello stesso modo in cui elaborano la seconda.

  • 28  Nichols 2009: comunicazione personale.

29Successivamente, tuttavia, Nichols ha abbandonato l’idea del codice come forma logica, dato che non voleva essere impegnato verso una specifica concezione della forma logica28 e ha iniziato a parlare, invece, del codice come di una più generica proprietà sintattica, senza specificare, però, in che cosa, di preciso, questa proprietà potrebbe consistere. Come riconosce lo stesso Nichols,

  • 29  Nichols 2004: 131.

non è affatto chiaro che cosa sia il codice per le rappresentazioni nella scatola delle credenze, per cui non è possibile essere precisi riguardo ai dettagli o alla natura del codice unico. Ma ciò non è importante ai fini della presente trattazione. Se le rappresentazioni fittizie e le credenze sono nello stesso codice, allora i meccanismi che prendono input dalla scatola delle finzioni e da quella delle credenze tratteranno queste rappresentazioni più o meno nello stesso modo29.

  • 30  Goldman 2006a: 46.
  • 31  Nichols 2004: 131.

30Il problema, tuttavia, osserva Goldman30, è che non è chiaro perché questo codice dovrebbe essere condiviso solo da questi due tipi di stati mentali – credenze e supposizioni. Per esempio, dal momento che anche le credenze e i desideri devono in qualche modo “comunicare”, “interagire” nel processo di ragionamento pratico, perché non dovrebbero condividere un codice comune? Più in generale, il problema dell’ipotesi del codice unico è che esso risulta in contrasto con la prima tesi sostenuta da Nichols e Stich, ossia la tesi secondo cui le rappresentazioni fittizie e quelle genuine si differenzierebbero per il loro ruolo funzionale. In altre parole, se la distinzione tra supposizioni e credenze è una distinzione nel ruolo funzionale dei due tipi di rappresentazione, allora come può essere vero che, per ogni meccanismo che prende in input le rappresentazioni provenienti sia dalla scatola delle credenze sia da quella dei mondi possibili, la rappresentazione p, proveniente da quest’ultima, sarà trattata esattamente nello stesso modo in cui è trattata la rappresentazione p proveniente dalla prima31? La teoria di Nichols e Stich dovrebbe prevedere esattamente l’opposto. Naturalmente, dice Goldman, è possibile che, per alcuni meccanismi, le rappresentazioni genuine e quelle fittizie siano elaborate esattamente nello stesso modo, ma quali sono questi meccanismi e perché proprio loro – e solo loro – sono sensibili a questo supposto codice unico?

  • 32  Goldman 2006a.

31Come vedremo nella seconda sezione, il problema, secondo Goldman32, può essere risolto solo rifiutando la concezione dell’immaginazione proposta da Nichols e Stich e abbracciando, invece, una nuova teoria, che identifica questa capacità con una sorta di meccanismo simulativo, per mezzo del quale saremmo in grado di riprodurre diversi tipi di stati mentali. Nella teoria di Goldman le supposizioni non costituiscono un tipo specifico di stato mentale, ma sono concepite, piuttosto, come le controparti simulative delle credenze. Prima di affrontare questa discussione, però, vorrei fare alcune osservazioni finali sull’architettura cognitiva di cui abbiamo parlato finora. Come cercherò di mostrare, infatti, ci sono alcune ambiguità in questa architettura che ancora attendono di essere risolte.

1.4. Che cosa sono le “scatole”?

32Al di là dei problemi sino a ora illustrati, vorrei porre l’attenzione su una questione più generale, che minaccia chiunque adotti l’architettura della mente proposta da Nichols e Stich, tanto nella sua versione originaria (che, come abbiamo visto, è stata impiegata dalle teorie simulazioniste) quanto in quella utilizzata dagli stessi Nichols e Stich per spiegare la nostra capacità di fingere. Il problema riguarda infatti la nozione stessa di box, ossia di quelle scatole che costituiscono gli elementi ultimi di cui la nostra mente sarebbe costituita, più precisamente, consiste nel fatto che queste scatole sono state concepite in modi diversi e tra di loro incompatibili.

  • 33  Nichols e Stich 2000: 136
  • 34Ivi: 122 (corsivo mio).

33Indubbiamente il problema nasce dal fatto che Nichols e Stich per primi sono stati molto ambigui nel definire la loro natura. Da un lato, infatti, gli autori hanno più volte osservato che queste scatole non sono altro che una metafora: «la metafora della “scatola” è solo un dispositivo notazionale per indicare quelle rappresentazioni che hanno proprietà funzionali o di calcolo sistematicamente diverse»33; d’altro lato, talvolta gli stessi autori tendono a descriverle come se fossero qualcosa di più di questo: «Il Pwb [Possible Worlds Box] è uno spazio di lavoro in cui il nostro sistema cognitivo costruisce e memorizza temporaneamente rappresentazioni di quello o quell’altro mondo possibile»34. Contrariamente alla precedente, quest’ultima citazione sembra dunque suggerire che, lungi dall’essere una semplice metafora, la scatola dei mondi possibili consisterebbe piuttosto in un buffer temporaneo, una memoria di lavoro dove le nostre supposizioni vengono conservate e poi elaborate da altri meccanismi cognitivi. Questa seconda interpretazione si ritrova in altri autori, come per esempio Peter Carruthers, che nel commentare l’architettura della mente di Nichols e Stich, da lui stesso adottata, osserva:

  • 35  Carruthers 2006: 90.

[Nichols e Stich] (2003) suggeriscono, infatti, che due nuove scatole debbano essere aggiunte all’architettura standard […] Una è un meccanismo per generare nuove supposizioni [Script Elaborator]. L’altra è una memoria di lavoro all’interno della quale vengono elaborate queste supposizioni [Possible Worlds Box]35.

34Anche Carruthers, quindi, intende la scatola dei mondi possibili come qualcosa di più di una metafora per indicare la classe di tutte le supposizioni: si tratterebbe, piuttosto, di un dispositivo temporaneo, una memoria di lavoro in cui vengono elaborate le nostre supposizioni.

  • 36  Schiffer 1981.

35L’interpretazione della scatola dei mondi possibili come un dispositivo temporaneo suggerisce che l’architettura della mente presentata da Nichols e Stich sia una sorta di immagine della “mente al lavoro”, ossia un’immagine dei soli stati mentali occorrenti (in questo senso, per esempio, la scatola delle credenze rappresenterebbe le sole credenze occorrenti, non quelle disposizionali, poiché si suppone che soltanto quelle occorrenti possano costituire l’input di un qualche meccanismo cognitivo). Questa interpretazione, tuttavia, si discosta significativamente dalla concezione originale di queste scatole, ascrivibile a Schiffer36, e questo ha dato luogo a ulteriori malintesi. Ecco, per esempio, quello che Sperber scrive riguardo alla nozione di scatola:

  • 37  Sperber 1997: 68-69.

Così, anche nell’architettura funzionale della mente umana ci deve essere un database tale per cui qualsiasi rappresentazione memorizzata in questo database è trattata come una rappresentazione di uno stato di cose attuale, cioè come una credenza.
Ciò che rende il database un database, ossia una scatola delle credenze, per usare la terminologia di Stephen Schiffer, è che le rappresentazioni in esso contenute, proprio per il fatto di essere collocate in quella scatola, sono liberamente utilizzate come premesse per le nostre inferenze pratiche ed epistemiche.
[…] (Queste scatole permanenti, ciascuna delle quali definisce un tipo di rappresentazione mentale, non devono essere confuse con i buffer temporanei dei meccanismi di inferenza, dove un certo numero di premesse, dotate di statuti cognitivi differenti, possono essere riunite per essere elaborate insieme)37.

36Nell’interpretazione di Sperber la scatola delle credenze non deve essere concepita come un semplice dispositivo notazionale, ma non è neanche un buffer temporaneo, contenente le nostre credenze occorrenti; si tratta piuttosto di un database, in cui sono dunque contenute credenze disposizionali.

37Da quanto esposto dovrebbe risultare chiaro come l’architettura della mente proposta da Nichols e Stich sia caratterizzata da alcune ambiguità, come confermato dalle contrastanti interpretazioni che ne sono state date. Nella prossima sezione (cfr. § 2.3) cercherò di mostrare come queste ambiguità possano creare alcuni importanti problemi, in particolar modo quando si considerino le teorie ricreativiste dell’immaginazione e il ruolo che esse attribuiscono alle nostre rappresentazioni immaginative nei giochi di finzione.

2. Le teorie ricreativiste

  • 38  Currie 1995; Currie e Ravenscroft 1997.
  • 39  Cfr. Currie e Ravenscroft 2002; Goldman 2006a.

38La prima proposta di intendere l’immaginazione come un meccanismo di simulazione, attraverso cui è possibile ricreare volontariamente determinati stati mentali, è stata formulata a metà degli anni Novanta da Gregory Currie e Ian Ravenscroft38. All’inizio, tuttavia, la loro ipotesi non riguardava l’immaginazione in generale, ma soltanto alcune sue forme, come per esempio l’immaginazione visiva e quella motoria, che costituirebbero, secondo gli autori, le controparti immaginative, rispettivamente, della percezione visiva e dei piani motori. In seguito l’ipotesi è stata estesa ad altri tipi di stati mentali, come le credenze e i desideri39. In questo senso Currie e Ravenscroft parlano di belief-like imaginings, immaginazioni-simili-a-credenze, e desire-like imaginings, immaginazioni simili-a-desideri, e Goldman di Enactment-imagination, immaginazione enattiva.

39In ciò che segue inizierò considerando la proposta iniziale di Currie e Ravenscroft a proposito di alcune forme di immaginazione percettiva (§ 2.1). Quindi spiegherò come questa proposta sia stata estesa ad altre forme di immaginazione, così da far collassare, di fatto, le due nozioni – quella di simulazione e quella di immaginazione – l’una sull’altra (§ 2.2). Infine discuterò i tipi di problemi che sono peculiari di questo approccio all’immaginazione (§ 2.3).

2.1. L’immaginazione come simulazione mentale

  • 40  Currie 1995; Currie e Ravenscroft 1997.
  • 41  Cfr. per esempio Goldman 1989.

40La proposta di intendere l’immaginazione sensoriale (imagery) come una sorta di meccanismo di simulazione o meccanismo ricreativo è stata avanzata da Currie e Ravenscroft in due articoli intorno alla metà degli anni Novanta40. Più precisamente, ciò che Currie e Ravenscroft hanno sostenuto è che, dal momento che l’immaginazione visiva e motoria sfruttano quei meccanismi che sono normalmente utilizzati, rispettivamente, per la percezione visiva e la pianificazione del movimento, al fine di eseguire altre attività (ossia, al fine di immaginare certe scene visive o immaginare di eseguire alcuni movimenti), le attivazioni volontarie e in assenza di stimoli standard di questi meccanismi possono essere considerate come casi di simulazione offline. In altre parole, analogamente a sistemi cognitivi come quello di presa delle decisioni, che può essere attivato non solo da credenze e desideri genuini, ma anche da credenze e desideri fittizi al fine di comprendere e prevedere il comportamento di un’altra persona41, così, anche nel caso dell’immaginazione sensoriale, meccanismi come il nostro sistema visivo o il nostro sistema motorio vengono attivati ​​da stimoli non-standard al fine di eseguire una funzione diversa da quella a cui sarebbero normalmente preposti.

2.1.1. Tre criteri definitori

  • 42  Currie e Ravenscroft 1997: 163-164.

41Al fine di stabilire se l’immaginazione visiva e motoria possano contare come casi di simulazione, Currie e Ravenscroft42 individuano tre criteri che essi considerano come definitori di un qualunque processo di simulazione.

42(1) Il primo è rappresentato dalla dipendenza controfattuale asimmetrica della simulazione dal processo simulato. Per esempio, se prendiamo il meccanismo di ragionamento pratico, l’attivazione offline di questo meccanismo (finalizzata alla previsione di azioni) conta come simulazione di un processo decisionale, ma non è vero il contrario, ossia: non è lecito descrivere un processo decisionale come la simulazione di un processo di previsione dell’azione.

43Come sottolineato dagli autori, questo criterio deriva direttamente da un’intuizione di senso comune: se l’uomo non avesse mai avuto un sistema decisionale, non sarebbe neppure stato in grado di capire e prevedere le azioni degli altri. O, per dirla in modo leggermente diverso, possiamo ben immaginare di essere in grado di prendere decisioni senza essere in grado di simulare il processo decisionale di un’altra persona, ma non possiamo immaginare di essere in grado di simulare le decisioni altrui senza essere in grado di prendere, noi stessi, decisioni. Questo tipo di intuizione è confermata anche dalla psicologia evolutiva: dal punto di vista evolutivo, infatti, è molto probabile che abbiamo prima sviluppato una capacità di presa delle decisioni (indispensabile soprattutto quando si tratti di decidere che cosa fare in modo molto rapido) e che questa capacità sia stata poi utilizzata anche per svolgere altri compiti, come la comprensione e la previsione delle azioni altrui.

  • 43Ivi: 164

44(2) Il secondo criterio consiste invece nell’identità di tipo del meccanismo che viene utilizzato sia nel processo target sia nella sua simulazione43. Nuovamente, se consideriamo il caso del processo decisionale e della previsione delle azioni altrui, il meccanismo interessato da queste due attività è lo stesso: si tratta cioè del sistema di ragionamento pratico (cfr. supra, fig. 3). In altre parole, possiamo considerare le due attivazioni (online e offline) come due occorrenze (token) dello stesso tipo (type), in quanto il meccanismo coinvolto in entrambi i casi elabora gli stessi tipi di input (una coppia credenza/desiderio) e restituisce lo stesso tipo di risultato in output (una decisione).

45(3) Infine, la simulazione implica una variazione nel ruolo causale del meccanismo che viene utilizzato dal processo simulativo. Si tratta qui semplicemente di una riformulazione del concetto classico, tipico delle interpretazioni simulazioniste della capacità di mentalizzazione, secondo cui la simulazione richiede l’impiego di un meccanismo che è già parte del corredo cognitivo del soggetto, ma che viene utilizzato in modalità offline (ossia “disconnesso” dai suoi normali input e alimentato con alcuni stati fittizi) per realizzare un compito diverso (nel caso del sistema decisionale, come detto sopra, la nuova attività consiste nella comprensione e previsione delle azioni altrui).

46Con questa nozione di simulazione, Currie e Ravenscroft hanno proceduto quindi a dimostrare che l’immaginazione sensoriale può essere interpretata come una forma di simulazione.

2.1.2. Evidenze sperimentali

47Per quanto riguarda il primo criterio indicato sopra – ossia la dipendenza controfattuale della simulazione dal processo target – sembra che tanto l’immaginazione visiva quanto quella motoria possano soddisfare facilmente questo requisito. Per esempio, nel caso dell’immaginazione visiva, sembra plausibile affermare che potrei vedere un prato fiorito pur non essendo in grado di immaginarne uno, mentre è molto più difficile sostenere di poter immaginare di vedere un prato fiorito se non se ne è mai visto uno. Analoghe considerazioni possono essere svolte circa l’immaginazione motoria: immaginare di eseguire un certo movimento senza essere in grado di compierlo sembra essere davvero molto difficile, mentre l’inverso è decisamente più plausibile.

  • 44Ibidem.

48Inoltre, come prescritto dal secondo e dal terzo criterio, se l’immaginazione visiva e motoria devono essere interpretate, rispettivamente, come la simulazione della visione e del movimento, allora devono essere il risultato dell’attivazione offline di alcune parti cruciali di uno stesso meccanismo – rispettivamente, del sistema visivo e di quello motorio. Se questo è vero, gli autori affermano, se la visione e l’immaginazione visiva da un lato, e il movimento e l’immaginazione motoria dall’altro, sfruttano davvero gli stessi meccanismi cognitivi, dovrebbero verificarsi una serie di previsioni44.

  • 45  Cfr. ivi: 165.
  • 46Ivi: 168.
  • 47  Cfr. ivi: 168-169.

49Prima di tutto, dovremmo aspettarci che l’immaginazione visiva e motoria abbiano molte proprietà in comune con, rispettivamente, la visione e il movimento. Nel caso dell’immaginazione visiva questa ipotesi è certamente verificata: non solo abbiamo un’esperienza fenomenologica che ricorda vividamente l’esperienza della percezione visiva, ma anche le prestazioni in compiti che richiedono ai soggetti sperimentali di vedere qualcosa o semplicemente di immaginare una scena visiva presentano diverse analogie. Per esempio, il tempo necessario per la scansione dello spazio tra due punti su una mappa reale è approssimativamente lo stesso tempo necessario per eseguire la stessa operazione su una mappa soltanto immaginata45. Allo stesso modo, anche nel caso dell’immaginazione motoria possiamo trovare un numero rilevante di analogie tra le proprietà temporali e cinematiche dei movimenti reali da un lato, e quelle dei movimenti solo immaginati dall’altro46. Per esempio, è ben noto che la durata di un movimento immaginato è molto vicina alla durata del corrispondente movimento effettivo e che tali durate dipendono entrambe dagli stessi fattori (per esempio la difficoltà del movimento eseguito)47.

  • 48  Cfr. ivi: 164-165, 171.
  • 49  Cfr. Bisiach e Luzzatti 1978.
  • 50  Cfr. Currie e Ravenscroft 1997: 170 ss.

50Una seconda previsione è che, se l’immaginazione visiva e motoria condividono parti cruciali di uno stesso meccanismo cognitivo con, rispettivamente, la visione e il movimento, allora si dovrebbe riscontrare una serie di interferenze della visione e del movimento con le loro controparti immaginative, in quanto lo stesso meccanismo non può essere utilizzato per eseguire due compiti differenti contemporaneamente. Inoltre, se lo stesso meccanismo cognitivo è impiegato sia dalla visione sia dall’immaginazione visiva, o dal movimento e dall’immaginazione motoria, allora quelle patologie che colpiscono il sistema visivo o quello motorio dovrebbero avere anche conseguenze, rispettivamente, sull’immaginazione visiva e motoria. Anche queste previsioni, sostengono Currie e Ravenscroft, sono confermate da una robusta quantità di dati48. Basti pensare al caso dei pazienti affetti da negligenza emispaziale, i quali non soltanto sono incapaci di vedere un lato del loro campo visivo, ma spesso sono anche incapaci di immaginarlo49. Una relazione analoga, tra le carenze in termini di prestazioni motorie e quelle in compiti di immaginazione motoria, può essere riscontrata in alcuni pazienti affetti da morbo di Parkinson, i quali risultano significativamente più lenti dei soggetti sani non solo quando viene chiesto loro di eseguire un certo compito motorio, ma anche quando devono semplicemente immaginare di svolgere tale compito50.

  • 51  Cfr. ivi: 166, 172-173.

51Infine, sostengono Currie e Ravenscroft, anche gli studi di neuroimaging dovrebbero confermare l’esistenza di una sostanziale sovrapposizione tra le aree del cervello coinvolte nella visione e quelle coinvolte in compiti di immaginazione visiva o, analogamente, tra le aree coinvolte nell’esecuzione di movimenti e quelle che vengono attivate ​​durante compiti di immaginazione motoria. Di nuovo, questa previsione è stata confermata da numerosi dati sperimentali51.

52Dal momento che tutte le loro previsioni si sono puntualmente verificate, Currie e Ravenscroft concludono che l’ipotesi iniziale sia vera: stati di immaginazione visiva e motoria condividono con le loro controparti genuine almeno alcune parti fondamentali dello stesso meccanismo cognitivo, che viene reclutato, in diverse occasioni, per eseguire attività diverse (variando in questo modo il suo ruolo causale). Immaginazione visiva e motoria possono essere quindi considerate, rispettivamente, come la simulazione della visione e del movimento.

53Come abbiamo anticipato, però, Currie e Ravenscroft non hanno limitato la propria teoria soltanto a casi di immaginazione sensoriale, ma l’hanno estesa anche a forme proposizionali di immaginazione. Esattamente come essi postulano l’esistenza di stati immaginativi simili alla visione o al movimento (vision-like e motion-like states), così parlano anche di stati immaginativi simili alle credenze e ai desideri (belief-like e desire-like imaginings), cioè immaginazioni che hanno lo stesso ruolo funzionale delle nostre credenze e dei nostri desideri genuini.

  • 52  Goldman 2006a, 2006b.

54Sulla stessa linea si colloca, come ho anticipato, anche Goldman52, il quale è, in un certo senso, ancora più estremo di Currie e Ravenscroft, dal momento che ritiene verosimile che esista una controparte immaginativa per qualunque modo – proposizionale o sensoriale – esistente. Consideriamo dunque brevemente la teoria di Goldman e la sua nozione di E-immaginazione.

2.2. E-immaginazione

  • 53  Goldman 2006a.
  • 54Ivi: 41.

55In un saggio dedicato alla spiegazione del nostro coinvolgimento con le opere di finzione, Alvin Goldman53 ha discusso il tipo di stati mentali che un soggetto intrattiene quando legge un libro, guarda un film, va a teatro ecc. Questo tipo di coinvolgimento, sostiene Goldman, implica necessariamente un atto di immaginazione, poiché il lettore o lo spettatore deve essere in grado di immaginare almeno che certi stati di cose – gli stati di cose rappresentati dalla finzione – sono accaduti o stanno accadendo. In altre parole, il fruitore di un’opera di finzione «è invitato a supporre che si stia verificando qualcosa, in mancanza di prove che ciò stia effettivamente avvenendo, e nonostante egli non creda (nel caso tipico) che ciò stia avvenendo»54.

56In altre parole, pur assistendo a un’opera di finzione, il soggetto è perfettamente consapevole del fatto che ciò che sta accadendo nella finzione non è reale: ciononostante, suppone che stia realmente accadendo. Questa supposizione, dice Goldman, richiede un atto minimo di immaginazione e, più precisamente, un atto di immaginazione puramente concettuale, privo cioè di qualunque aspetto di tipo sensoriale e il cui contenuto può essere formulato in termini proposizionali (“Immaginare che p”). Per esempio, durante la lettura di Anna Karenina, al lettore è richiesto di immaginare che “Anna è sposata”, che “Anna è infelice”, che “Si è innamorata dell’ufficiale Vronskij”, e così via. Questi atti di immaginazione sono indipendenti da tutte le possibili immagini sensoriali che il soggetto può formarsi riguardo ad Anna Karenina e alla sua situazione (per esempio, al modo in cui il soggetto rappresenta l’aspetto fisico di Anna Karenina). L’obiettivo di Goldman, tuttavia, è di mostrare che questo tipo di immaginazione – che lui chiama S-immaginazione (Supposition-imagination) – non è l’unica forma di immaginazione coinvolta nella fruizione di opere di finzione; al contrario, la S-immaginazione dovrebbe essere reinterpretata, dal punto di vista di Goldman, come un caso speciale di una capacità più generale, che egli chiama E-immaginazione (Enactment-imagination).

  • 55Ivi: 42.

57L’E-immaginazione, spiega Goldman, «è una questione di creare o cercare di creare nella propria mente un certo stato mentale, o per lo meno un facsimile di un tale stato»55. Tipici esempi di E-immaginazione sono, secondo Goldman, tutte le forme sensoriali di immaginazione (ciò che, come detto, va sotto il nome di imagery), per mezzo delle quali il soggetto riproduce (re-enacts) nella sua mente stati simil-percettivi. L’immaginazione visiva può essere così intesa come la capacità di riprodurre la visione, l’immaginazione tattile come la riproduzione di percezioni tattili, e anche l’immaginazione motoria può essere considerata come una forma di E-immaginazione, più precisamente, come la capacità di riprodurre piani motori. Analogamente a Currie e Ravenscroft, dunque, anche Goldman concepisce l’immaginazione – l’E-immaginazione – come nient’altro che una forma di simulazione mentale, e, come Currie e Ravenscroft, anche per Goldman questo tipo di immaginazione non è limitato a forme sensoriali, ma include anche le forme puramente concettuali – quelle che Goldman definisce appunto “S-immaginazione”:

  • 56Ivi: 44.

Che relazione ha [la S-immaginazione] con l’E-immaginazione? Un possibile approccio sostiene che ci sono due tipi distinti di immaginazione, senza alcuna connessione essenziale tra di loro. La S-immaginazione sarebbe un’immaginazione sui generis, un tipo diverso e irriducibile all’E-immaginazione. Un secondo approccio possibile sostiene che l’E-immaginazione sia il tipo fondamentale di immaginazione e che la S-immaginazione sia semplicemente una sua varietà. Quale varietà? È quella in cui lo stato mentale che viene riprodotto è la credenza56.

  • 57Ibidem.

58La proposta di Goldman è quindi quella di pensare le supposizioni stesse come il prodotto dell’E-immaginazione e, più precisamente, come il prodotto della nostra capacità di riprodurre stati simili alle credenze. Per esempio, quando leggiamo di Anna Karenina e supponiamo che l’eroina si sia suicidata, quello che facciamo, secondo Goldman, è riprodurre uno stato simile alla credenza il cui contenuto è “Anna si è suicidata”. «Supporre che p», dice Goldman, significa «E-immaginare di credere che p» e, ancora, «dovremmo ammettere anche stati come l’E-immaginare di sperare che p, E-immaginare l’intenzione di fare A ecc.»57.

59Sia la teoria di Currie e Ravenscroft sia quella di Goldman possono dunque essere interpretate come due nuove formulazioni dell’antica tesi dell’unità dell’immaginazione: in entrambe le teorie, infatti, ogni forma di immaginazione deve essere intesa come un’attività di simulazione, per mezzo della quale siamo in grado di riprodurre nella nostra mente diversi tipi di stati mentali. Come cercherò di mostrare nel prossimo paragrafo, tuttavia, anche questo approccio ricreativista all’immaginazione deve affrontare alcuni problemi importanti quando si tratti di spiegare i diversi tipi di stati mentali – fittizi e genuini – che un soggetto deve possedere in un contesto di finzione.

2.3. Problemi per il ricreativismo

60Nel paragrafo § 1.3 ho analizzato i problemi che caratterizzano la concezione dell’immaginazione di Nichols e Stich. Più precisamente, ho osservato che, dal momento che Nichols e Stich descrivono l’immaginazione come un tipo particolare di stato mentale, si ritrovano con il problema di spiegare la “speciale analogia” esistente tra immaginazione e credenza, ossia il fatto che diversi meccanismi trattano entrambi i tipi di stati esattamente nello stesso modo. La teoria ricreativista che ho descritto ora presenta, vorrei sostenere, il problema opposto. Poiché i ricreativisti considerano i nostri stati immaginativi come stati che assomigliano alle loro controparti genuine non solo nel contenuto, ma anche nel ruolo funzionale, resta da spiegare come si possa distinguerli dalle loro controparti reali. Come facciamo a dire che uno stato è un’immaginazione piuttosto che una credenza o un desiderio? E perché i bambini, anche molto piccoli, non confondono le loro credenze genuine con quelle fittizie?

  • 58  Cfr. Leslie 1987.

61Per chiarire il problema, cominciamo a considerare ciò che accade durante un tipico gioco di finzione, come quando un bambino fa finta che una banana sia un telefono58. Questo atto di finzione, si potrebbe sostenere, richiede che il bambino intrattenga due credenze distinte. Da un lato deve immaginare che l’oggetto che ha in mano sia un telefono (dunque si deve formare uno stato immaginativo simile alla credenza con contenuto “Questo è un telefono”). D’altro lato il bambino che finge che la banana sia un telefono è perfettamente consapevole del fatto che la banana è una banana: ciò è dimostrato dal fatto che, se interrogato sulla reale natura dell’oggetto e la sua funzione nella vita di tutti i giorni, il bambino risponde correttamente che si tratta di un frutto, che è commestibile, e così via. Quindi, si potrebbe concludere, in un tipico gioco come il fare finta che la banana sia un telefono, un bambino dovrebbe credere – genuinamente – che “Quello [la banana] è una banana” e credere – fittiziamente – che “Quello [la banana] non è una banana” (bensì un telefono).

  • 59  Cfr. Nichols e Stich 2000: 133.

62Il problema diventa più chiaro se si traduce la posizione di Goldman nei termini dell’architettura della mente di Stich e Nichols illustrata sopra. Se le credenze fittizie non costituiscono un particolare tipo di stato mentale, caratterizzato da un peculiare ruolo funzionale, ma sono intese, piuttosto, come riattivazioni di credenze, allora siamo costretti ad ammettere che, durante il gioco di finzione, in un’unica scatola (la scatola delle credenze), abbiamo sia una rappresentazione genuina che p (con contenuto “Quello è una banana”) sia una rappresentazione fittizia che q (con contenuto “Quello è un telefono”). Ma credere che q (“Quello è un telefono”) implica credere ¬ p (“Quello non è una banana”) – e dunque ciò significa ascrivere al soggetto due contenuti contraddittori, il che non è accettabile. Contenuti contraddittori, infatti, possono trovarsi in scatole diverse (per esempio, potrei desiderare che domani sia una giornata soleggiata, ma credere, dopo aver sentito le previsioni del tempo, che pioverà), ma non possono trovarsi nella medesima scatola nello stesso momento (per esempio, io non posso credere, al tempo stesso, che domani sarà una giornata di sole e che domani pioverà)59.

  • 60  Gordon e Barker 1994.

63Il tipo di problema che stiamo affrontando qui non è diverso da quello discusso in precedenza (cfr. § 1.1), vale a dire il problema che affliggeva, secondo Nichols e Stich, la teoria simulazionista di Gordon e Barker60. Anche per Goldman, infatti, le credenze fittizie non sono altro che riattivazioni di credenze, ossia stati immaginativi col ruolo di credenze, e quindi non possono essere distinte dalle credenze autentiche né sulla base del loro contenuto né del loro ruolo funzionale. Questo rende difficile spiegare come il soggetto coinvolto nella finzione possa avere nello stesso momento due credenze palesemente contraddittorie senza rischiare di essere confuso.

  • 61  Leslie 1994.

64Vale la pena notare, inoltre, che il problema non si pone solo quando il soggetto ha a che fare con credenze contraddittorie (come nell’esempio appena illustrato), ma anche quando si verifica una situazione in cui una sua credenza genuina possiede esattamente lo stesso contenuto di una fittizia. Per quanto inusuale, questa situazione non è però impossibile, come dimostra un famoso esperimento di Leslie61, in cui uno sperimentatore e un bambino sono impegnati in un gioco di finzione. In conseguenza dell’aver osservato lo sperimentatore fingere di riempire una tazza con del succo di frutta e poi rovesciare la tazza, il bambino arriva a intrattenere due stati diversi – una credenza genuina e una credenza fittizia – che hanno però lo stesso contenuto (“La tazza è vuota”). Da un lato, infatti, il bambino si forma, a partire dalla percezione, la credenza che “La tazza è vuota” (poiché di fatto la tazza non contiene nulla); d’altro lato, in conseguenza dell’aver osservato il comportamento dello sperimentatore nel contesto della finzione (il fatto che lo sperimentatore, nella finzione, abbia rovesciato il contenuto fittizio della tazza) si forma una credenza fittizia che rappresenta lo stesso contenuto (“La tazza è vuota”). Questo esempio presenta un problema serio per la teoria ricreazionista: se, infatti, il bambino crede e, al tempo stesso, immagina che p (“La tazza è vuota”), allora dovremmo dedurre che il bambino ha una certa credenza (p) e simula o ricrea quello stesso stato mentale (p) nella finzione. Ma quest’idea sembra essere fortemente implausibile da un punto di vista cognitivo, poiché nella stessa scatola (la scatola delle credenze) il bambino dovrebbe avere, contemporaneamente, due contenuti identici (due p) e dovrebbe essere inoltre in grado di tenerli distinti l’uno dall’altro.

  • 62  Mulligan 1999.

65Una possibile soluzione potrebbe essere quella di fare appello a una distinzione tra stati occorrenti e stati disposizionali, seguendo la teoria avanzata da Kevin Mulligan62, che, seppur analoga a quelle di Goldman e Currie e Ravenscroft, diverge però da questi ultimi per un aspetto importante, vale a dire nel modo in cui concepisce la natura delle credenze e il loro rapporto con le loro controparti immaginative.

  • 63Ivi: 54.
  • 64Ivi: 57.

66Nel suo articolo La varietà e l’unità dell’immaginazione Kevin Mulligan ha sostenuto la seguente tesi: la metà di tutti i tipi di stati mentali (si tratti di stati proposizionali o meno) sono immaginativi, nel senso che, per ogni stato immaginativo, siamo in grado di individuare uno stato non-immaginativo a esso corrispondente, e viceversa63. Mulligan sembra quindi condividere con Goldman e Currie e Ravenscroft l’idea che, dal momento che l’immaginazione non è altro che la simulazione o rievocazione di diversi tipi di stati mentali, ogni tipo di stato mentale possiede una controparte immaginativa. Tuttavia, c’è un aspetto importante che distingue la posizione Mulligan dalle altre teorie ricreativiste, e questo aspetto riguarda proprio la natura delle nostre credenze. Contrariamente a Goldman, infatti, Mulligan non pensa alle credenze come eventi mentali, ma piuttosto come disposizioni, vale a dire come “tracce” o “file mentali” nella nostra mente, che possono essere attualizzati da giudizi. Di conseguenza, egli sostiene che non possiamo immaginare le prime, ma soltanto i secondi: in altre parole, mentre siamo in grado di simulare un giudizio, grazie al fatto che si tratta di un evento mentale, le credenze, per la loro natura disposizionale, sono qualcosa che non può essere riprodotto64.

67Ora, adottando la distinzione di Mulligan, si potrebbe tentare di sostenere che la situazione cognitiva di un soggetto coinvolto in uno scenario di finzione non è problematica proprio perché le credenze da lui intrattenute sulla realtà sono disposizionali e dunque non entrano in conflitto con i giudizi (occorrenti) sulla situazione fittizia. Per esempio, si potrebbe descrivere l’esperimento di Leslie dicendo che il bambino coinvolto nella finzione possiede due diversi tipi di stati. Da una parte, crede che la tazza sia vuota (cioè possiede una credenza disposizionale con contenuto “La tazza è vuota”, che deriva dalla percezione della situazione reale). D’altra parte, in conseguenza di aver osservato la finzione dello sperimentatore, immagina anche che la tazza sia vuota, e dunque riproduce un giudizio con contenuto “La tazza è vuota”. In questo senso, dunque, distinguendo tra credenze disposizionali e occorrenti, non saremmo costretti ad ammettere che, in una stessa scatola (la scatola delle credenze), il bambino possiede due contenuti identici, due p.

68Questa soluzione, tuttavia, non funziona. In questo episodio di finzione, infatti, il bambino sta osservando attualmente la tazza, e quindi giudica che la tazza è vuota. Il contenuto “La tazza è vuota”, in altre parole, non è una credenza disposizionale, ma piuttosto è occorrente nella sua mente. Dunque i due contenuti – i due p (“La tazza è vuota”) – sono entrambi occorrenti al medesimo tempo nella mente del soggetto – una situazione che, come abbiamo già detto, sembra impossibile dal punto di vista cognitivo. E lo stesso discorso si applica allo scenario della banana usata come telefono: anche in questa situazione, infatti, il bambino percepisce la banana (e dunque giudica percettivamente che “Quello è una banana”), ma allo stesso tempo deve simulare un giudizio con il contenuto “Quello è un telefono”, finendo per intrattenere due contenuti incompatibili.

69Anche le teorie ricreativiste dell’immaginazione devono dunque affrontare alcuni problemi importanti quando si tratta di spiegare la nostra situazione cognitiva in contesti di finzione. Il problema, in particolare, è quello di spiegare come possiamo mantenere le nostre rappresentazioni fittizie distinte dagli stati genuini senza confonderci, se condividono con questi ultimi non solo il contenuto, ma anche il loro ruolo funzionale. Un appello alle nostre capacità metarappresentazionali (in particolare alla nostra capacità di rappresentarci gli stati mentali che intratteniamo come stati mentali di certo tipo: per esempio, la nostra capacità di riconoscere una nostra credenza come “credenza”), in questo caso, sembra essere indispensabile.

  • 65  Goldman 2006b: c. 7.

70Tuttavia anche questa soluzione, che dovrebbe ricorrere all’impiego di concetti mentalistici (concetti come “credenza”, “desiderio”, “intenzione” ecc.), non è scevra di problemi, anzi. Innanzitutto non è affatto chiaro come si possa passare dal livello subpersonale – il livello neurale, a cui si realizza la simulazione – al livello personale – il livello al quale si classifica un certo stato come una credenza o un desiderio (l’idea che noi riconosciamo un certo matching a livello neurale è stata avanzata da Goldman65). Il fatto che esista un’effettiva e robusta corrispondenza, a livello neurale, tra uno stato mentale genuino e quello simulato, infatti, è tutt’altro che dimostrata per stati cognitivi di ordine superiore come le credenze e i desideri. In secondo luogo, questo tipo di riconoscimento non è sufficiente al fine di mantenere le nostre rappresentazioni fittizie distinte da quelle autentiche: se una credenza fittizia condivide con la sua controparte reale lo stesso ruolo funzionale interno e viene realizzata dall’attivazione degli stessi pattern neurali, allora, può essere riconosciuta come una credenza, ma questo non vuol dire ancora che sia riconosciuta come una credenza fittizia. In altri termini, ciò che rimane inspiegato è che cosa consenta al soggetto di riconoscere un certo stato come una credenza fittizia anziché genuina, se la differenza non esiste né al livello neurale, né a livello del contenuto o del ruolo funzionale svolto.

3. Un bilancio

  • 66  Nichols e Stich 2000.

71In questo saggio ho analizzato e confrontato due diverse concezioni dell’immaginazione. Come abbiamo visto, la teoria proposta da Nichols e Stich66 è una concezione “sottile” dell’immaginazione, dato che essa viene identifica unicamente con la supposizione, e quindi con l’immaginazione proposizionale. Più precisamente, Nichols e Stich concepiscono gli stati mentali fittizi come un tipo speciale di stato mentale, caratterizzato da un peculiare ruolo funzionale, simile, ma non identico, a quello delle credenze, mentre negano l’esistenza di altri tipi di rappresentazioni fittizie, come i desideri fittizi, le percezioni fittizie ecc.

  • 67  Goldman 2006a, 2006b.
  • 68  Currie e Ravenscroft 2002.

72Al contrario, le teorie dell’immaginazione proposte da Goldman67 e Currie e Ravenscroft68 pensano a questa facoltà come a una sorta di meccanismo ricreativo, per mezzo del quale siamo in grado di riprodurre diversi tipi di stati mentali. Essi ammettono quindi la possibilità non solo di stati immaginativi simili alla credenza, ma anche di stati simili al desiderio, alla visione, ai piani motori, e così via. Questa concezione dell’immaginazione è “spessa” ed è necessariamente impegnata rispetto alla tesi dell’unità dell’immaginazione: l’immaginazione proposizionale e sensoriale, da questo punto di vista, non sono altro che due specie dello stesso genere, dal momento che condividono una comune natura ricreativa.

73Come ho cercato di dimostrare, tuttavia, entrambe le teorie sono problematiche, anche se per ragioni diverse. Nichols e Stich, che considerano le rappresentazioni fittizie come un particolare tipo di stato mentale, non riescono a spiegare la “peculiare analogia” esistente tra supposizioni e credenze. D’altra parte, la teoria ricreativista, secondo cui le rappresentazioni fittizie non sono altro che riproduzioni di stati mentali genuini, che ne condividono lo stesso ruolo funzionale, hanno gravi problemi a spiegare come una persona coinvolta in un gioco di finzione possa intrattenere, allo stesso tempo, credenze genuine e credenze fittizie con contenuti contraddittori, oppure con lo stesso identico contenuto, senza incontrare difficoltà o fare confusione. In questo senso, il problema per questa teoria sembra essere proprio il contrario rispetto a quello di Nichols e Stich, dal momento che deve spiegare come una credenza fittizia possa essere distinta e tenuta separata dalla sua controparte reale, se la differenza non può essere individuata né al livello del contenuto né al livello del ruolo funzionale.

74La morale provvisoria da trarre è che le nozioni di immaginazione – e dunque di stato mentale fittizio – oggi impiegate dalle due maggiori teorie cognitive della finzione risultano ancora insoddisfacenti.

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Note

1  Questa scelta terminologica deriva dal titolo di un famoso libro di Gregory Currie e Ian Ravenscroft, Recreative Minds (2002), benché sotto l’etichetta di “teorie ricreativiste” io includa anche la posizione di Goldman 2006a e 2006b e quella di Kevin Mulligan 1999.

2  Nichols e Stich 2000.

3Ivi.

4  Nichols 2004.

5  Nichols e Stich 2000.

6 Stich e Nichols 1992.

7  Nichols e Stich 2000: 131.

8Ivi.

9  Gordon e Barker 1994: 17.

10  Nichols e Stich 2000: 134.

11Ibidem.

12Ibidem.

13  Stich e Nichols 1992.

14  Nichols e Stich 2000.

15Ivi.

16  Nichols e Stich 2000: 122.

17Ivi: 122-123.

18Ivi: 123.

19Ivi: 124.

20Ibidem.

21Ivi: 127.

22Ibidem.

23  Goldman 2006a.

24Ivi: 45.

25  Nichols 2004: 131.

26  Nichols e Stich 2000: 125.

27Ivi: 126.

28  Nichols 2009: comunicazione personale.

29  Nichols 2004: 131.

30  Goldman 2006a: 46.

31  Nichols 2004: 131.

32  Goldman 2006a.

33  Nichols e Stich 2000: 136

34Ivi: 122 (corsivo mio).

35  Carruthers 2006: 90.

36  Schiffer 1981.

37  Sperber 1997: 68-69.

38  Currie 1995; Currie e Ravenscroft 1997.

39  Cfr. Currie e Ravenscroft 2002; Goldman 2006a.

40  Currie 1995; Currie e Ravenscroft 1997.

41  Cfr. per esempio Goldman 1989.

42  Currie e Ravenscroft 1997: 163-164.

43Ivi: 164

44Ibidem.

45  Cfr. ivi: 165.

46Ivi: 168.

47  Cfr. ivi: 168-169.

48  Cfr. ivi: 164-165, 171.

49  Cfr. Bisiach e Luzzatti 1978.

50  Cfr. Currie e Ravenscroft 1997: 170 ss.

51  Cfr. ivi: 166, 172-173.

52  Goldman 2006a, 2006b.

53  Goldman 2006a.

54Ivi: 41.

55Ivi: 42.

56Ivi: 44.

57Ibidem.

58  Cfr. Leslie 1987.

59  Cfr. Nichols e Stich 2000: 133.

60  Gordon e Barker 1994.

61  Leslie 1994.

62  Mulligan 1999.

63Ivi: 54.

64Ivi: 57.

65  Goldman 2006b: c. 7.

66  Nichols e Stich 2000.

67  Goldman 2006a, 2006b.

68  Currie e Ravenscroft 2002.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Daniela Tagliafico, «Che cos’è uno stato mentale fittizio?»Rivista di estetica, 53 | 2013, 109-134.

Notizia bibliografica digitale

Daniela Tagliafico, «Che cos’è uno stato mentale fittizio?»Rivista di estetica [Online], 53 | 2013, online dal 30 novembre 2015, consultato il 10 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/1571; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.1571

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Daniela Tagliafico

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