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Varia

Cibo e libertà di scelta. Verso nuove narrazioni alimentari compatibili con la mitigazione climatica

Erica Onnis
p. 123-144

Abstract

As highlighted by the last IPCC report on climate change (IPCC 2022), in addition to mitigation strategies relying on technological innovation and national and international policies, a relevant way to deal with the climate crisis is through personal behaviours such as shifting to sustainable diets. Despite being described as strategies relying on individual choices, however, the need for a global dietary change is hindered by some common narratives about food that have a relevant social dimension. Among them, the most entrenched and troublesome are those related to the idea of «freedom of choice» or «consumer autonomy» (Korthals 2004; Kaplan 2019), which have at their core the idea that humans should always be free to choose their foods. The realisation of a shift from the actual diets, which in developed countries has an extremely high environmental impact, to more sustainable ones, helpful in reaching mitigation targets, seems therefore to require an examination and change in the collective stories we tell about food and, especially, an adjustment of those “freedom narratives” about our relationships with it.
In this paper I first suggest that freedom narratives are misleading because the right to food choice is conflated with the right to adequate (quantity and quality of) food. Then, I show that freedom narratives are too narrow because they imply a too narrow view of human rights and lack contextual depth. Novel narratives about food should therefore be broader and should offer deeper knowledge about the relationships between humans, food and the environment. In the frame of these novel, wider stories about food, individual shifts toward sustainable lifestyles will be easier, and these achievements might be able to benefit both climate change mitigation and adaptation.

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Testo integrale

Introduzione

1Per la prima volta, nel 2022, il Rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC 2022) sul cambiamento climatico ha preso in considerazione gli aspetti sociali della mitigazione, oltre a quelli tecnici e politici, e ha riconosciuto l’importanza delle scelte di consumo e degli stili di vita dei singoli nel fronteggiare il riscaldamento globale (IPCC 2022: WGIII, Box TS.11). In questo articolo viene presa in esame la dimensione alimentare e il ruolo che certe narrazioni sul cibo basate sul concetto di libertà di scelta giocano nei processi di mitigazione.

2Per limitare le emissioni di metano, che rappresenta il gas serra più inquinante dopo l’anidride carbonica, è infatti auspicabile un cambiamento generale dei modelli alimentari che consenta di passare dalle attuali diete occidentali, molto impattanti e in rapida diffusione anche al di fuori dell’Occidente, a diete sane e sostenibili che, oltre a limitare le emissioni e l’inquinamento, apportano considerevoli co-benefici sul piano della salute pubblica e dell’economia.

3Sebbene i comportamenti alimentari siano spesso intesi come comportamenti individuali, un’analisi più accurata rivela che essi sono spesso automatici e pesantemente influenzati dal contesto sociale. I comportamenti individuali, in altre parole, sono integrati in precomprensioni sociali più ampie che possono essere definite “narrazioni” (Kaplan 2019), ossia costellazioni di significati che vanno a costituire il senso comune e rappresentano delle coordinate attraverso le quali il soggetto vede il mondo e definisce i suoi movimenti all’interno di esso.

4In riferimento all’alimentazione, una narrazione rilevante è quella che Kaplan ha correlato alla libertà di scelta. Questa narrazione – o, meglio, questa famiglia di narrazioni – è basata sull’idea che quando si tratta di cibo, la libertà di scelta individuale sia un diritto inviolabile e che l’individuo debba sempre essere libero di scegliere cosa mangiare (ivi: 42). In questo quadro, rinunciare a cibi amati ma impattanti sembra ingiusto poiché contrario a quello che viene talora qualificato come un diritto individuale inalienabile.

5Questa narrazione sul cibo rappresenta un ostacolo importante alla mitigazione climatica dato che l’industria alimentare può essere decarbonizzata in misura modesta (i ruminanti non sono decarbonizzabili) e l’unico modo per limitare in modo rilevante le emissioni di metano legate all’industria agricola e zootecnica sembra essere l’astensione o la diminuzione del consumo di determinati alimenti. Mi pare quindi necessario soffermarsi sulla natura delle narrazioni della libertà, per analizzarne la coerenza interna e la legittimità.

6Nei seguenti paragrafi, dopo una breve introduzione che vuole ricostruire lo stato attuale della crisi e della mitigazione climatica, vengono prese in analisi le narrazioni della libertà sul cibo. Dopo averne esaminata la legittimità e aver confrontato il diritto alla libertà di scelta alimentare con altri diritti umani riconosciuti, viene suggerito come questa narrazione, che risulta poco lungimirante, possa essere integrata e ampliata così da fornire una giusta cornice a quello sforzo personale che è il passaggio dalle diete attuali a quelle sane e sostenibili raccomandate dall’IPCC e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

1. Il riscaldamento globale fra uso di combustibili fossili e deforestazione

7È noto che i gas serra svolgono un ruolo centrale nel sistema climatico del pianeta Terra. Essi assorbono le radiazioni che terre e oceani emettono dopo aver ricevuto energia dal Sole, impediscono che una parte di queste radiazioni sfugga nello spazio e mantengono la temperatura del pianeta a una media di 15°C (Mathez e Smerdon 2019). Senza gas serra – anidride carbonica (CO2), metano (CH4), protossido di azoto (N2O), ozono (O3) – la temperatura del pianeta sarebbe più bassa (circa -18°C) e la vita non si sarebbe evoluta come la conosciamo.

  • 1 Per alcuni autori prima, per esempio a partire dalla diffusione dell’agricoltura e dell’addomestica (...)

8A partire dalla rivoluzione industriale1, tuttavia, la concentrazione di gas serra nell’atmosfera non ha più seguito i suoi ritmi naturali, ma ha iniziato a crescere esponenzialmente a causa dalle attività antropiche. La conseguenza a tutti nota di questo cambiamento è rappresentata dal riscaldamento globale e gli ultimi rapporti dell’IPCC ne hanno riconosciuto le maggiori cause nell’uso di combustibili fossili e nella deforestazione (IPCC 2018 e IPCC 2022).

9Da un lato, l’estrazione e l’uso di combustibili fossili producono l’emissione nell’atmosfera di una massiccia quantità di carbonio che rimarrebbe altrimenti sottoterra, nella litosfera. Se quattro quinti delle emissioni globali di CO2 derivano da questo uso massiccio di combustibili fossili, tuttavia, il secondo principale motore del riscaldamento globale, quello responsabile del restante quinto, è rappresentato dalla deforestazione, dal degrado forestale e dal cambiamento di destinazione d’uso dei terreni (IPCC 2022; cfr. Fig. 1). Queste attività hanno un duplice impatto. Da un lato, le piante catturano CO2, rimuovendone una quantità consistente dall’atmosfera, ma ogni anno milioni di ettari di foreste vengono perduti e la scomparsa di queste aree verdi corrisponde al venir meno della loro capacità di catturare il carbonio. Dall’altro lato, va considerato che le piante, dopo averlo assorbito, immagazzinano il carbonio diventandone un serbatoio e quando le foreste vengono bruciate o disboscate, quel carbonio viene rilasciato e torna nell’atmosfera. Oggi, per esempio, a causa delle attività di disboscamento, la foresta amazzonica produce più CO2 di quanta ne catturi (Gatti et al. 2021).

  • 2 Altre cause sono gli incendi, il disboscamento, l’attività mineraria, l’estrazione di petrolio o ga (...)

10Sebbene attenuatasi negli ultimi decenni, la deforestazione sta ancora avvenendo a ritmi allarmanti (FAO 2020) e le sue cause primarie sono l’espansione dell’agricoltura e dell’allevamento2. Le foreste vengono quindi disboscate per ottenere nuovi terreni adatti all’agricoltura e al pascolo del bestiame (Curtis et al., 2018) e questo significa che molto più che lo spazio in cui viviamo, è lo spazio di cui abbiamo bisogno per coltivare e far crescere il nostro cibo ad avere un enorme impatto sulla temperatura della Terra.

Figura 1

Figura 1

Percentuale delle emissioni antropiche di gas serra dal 1990 al 2019. La CO2 legata ai combustibili fossili è la più abbondante, mentre il secondo gas serra più abbondante è il metano, legato all’allevamento (IPCC 2022).

2. La mitigazione delle emissioni di metano

11Se l’estrazione e l’impiego di combustibili fossili, così come la deforestazione e il cambiamento di destinazione d’uso dei terreni, sono principalmente legati all’emissione di anidride carbonica, l’altro importante propulsore del cambiamento climatico è il metano (CH4), che rappresenta il 18% delle emissioni antropiche globali (IPCC 2022).

  • 3 L’inquinamento da metano, inoltre, ha un impatto fortemente negativo sia sulla salute sia sull’agri (...)

12Analogamente a quella di CO2, anche la concentrazione di CH4 è aumentata in modo sostanziale negli ultimi secoli, ma questi due gas serra hanno caratteristiche molto diverse. Da un lato, il metano, sebbene meno abbondante, ha un potere riscaldante che è circa 25 volte maggiore di quello dell’anidride carbonica (IPCC 2007); dall’altro, esso – a differenza della CO2, che persiste nell’atmosfera per migliaia di anni – è un inquinante climatico di breve durata che si degrada in circa 10 anni (IPCC 2018). Una prima ragione per prestare particolare attenzione alla riduzione di emissioni di metano è quindi questa: data la velocità con cui il metano scompare dall’atmosfera, ridurne le emissioni risulta il modo più efficace per raggiungere l’obiettivo dell’Accordo di Parigi, ossia limitare il riscaldamento globale a 2-1,5°C (Nisbet et al. 2019; UNEP/CCAC 2021). I benefici di tale riduzione sarebbero infatti evidenti fra una decina di anni, diversamente da quello che accadrebbe con una riduzione corrispondente di emissioni di CO2 (IPCC 2018; Saunois et al. 2020)3.

  • 4 Le altre principali fonti antropogeniche di emissioni di CH4 sono l’estrazione e il trasporto di co (...)

13L’abbattimento delle emissioni di metano può essere ottenuto agendo su molte delle sue cause, ma quella principale è l’industria alimentare e, nello specifico, l’allevamento, responsabile del 32% delle emissioni di metano antropiche complessive (UNEP/CCAC 2021: 28)4, una stima che sale al 37% se vengono considerate anche le emissioni che derivano dalla deforestazione finalizzata alla creazione di pascoli (Xu et al. 2021).

14Il metano di origine antropica è largamente prodotto dai processi digestivi dei ruminanti domestici e dalle loro deiezioni (Tubiello 2019). Ogni mucca, per esempio, rilascia più di 200 litri di metano al giorno (Lyu et al. 2018). Dato l’elevato numero di ruminanti domestici (1,5 miliardi di bovini, 1 miliardo di pecore, circa 1 miliardo di capre), la quantità di CH4 che viene emessa nell’atmosfera in questo modo è vertiginosa: le emissioni globali di metano rilasciate dal bestiame ammontano a 7,1 gigatonnellate di anidride carbonica equivalente (GtCO2eq) all’anno.

15È essenziale notare, a questo punto, che il bestiame contribuisce al cambiamento climatico in duplice modo: direttamente, attraverso le emissioni di metano, e indirettamente, attraverso la deforestazione e il degrado di tutti quei terreni che vengono convertiti in pascoli (Asner et al. 2004, Gerber et al. 2013). Anche per questa ragione, quindi, non trascurare e anzi agire su questo aspetto del sistema produttivo è di primaria importanza e un’ulteriore ragione per farlo è rappresentata dal fatto che il settore alimentare, a differenza di altri settori, può essere decarbonizzato in forma ridotta. È possibile per esempio accorciare e rendere la filiera agroalimentare più sostenibile migliorandone infrastrutture, logistica e trasporto (PNRR 2021), ma i ruminanti e i loro processi digestivi non saranno mai decarbonizzabili perciò la transizione ecologica, per il settore zootecnico, ha limiti maggiori di quelli che interessano settori come quelli dei trasporti o dell’energia.

16È in questo quadro, dunque, che la mitigazione prodotta dall’impegno individuale va presa in considerazione. Recentemente, è stato evidenziato come azioni individuali quali vivere senza auto, avere un figlio in meno o nessun figlio, evitare voli transatlantici e/o passare a una dieta a base vegetale (Wynes e Nicholas 2017) possono essere estremamente efficaci nel ridurre le emissioni collettive di gas serra (van Vuuren et al. 2018). Inoltre, a differenza delle innovazioni tecnologiche richieste dalla transizione energetica o delle implementazioni di politiche nazionali o sovranazionali, i cambiamenti comportamentali possono essere rapidi e poco costosi, se non economicamente vantaggiosi. Le difficoltà che si accompagnano a queste iniziative personali, tuttavia, non sono trascurabili e sono legate ai sacrifici che le generazioni attuali dovrebbero affrontare per proteggere comunità lontane da loro nello spazio e nel tempo. Per garantire un pianeta abitabile alle generazioni future, le generazioni attuali dovrebbero cioè mettere in atto cambiamenti spesso radicali nei loro stili di vita, ma i benefici della maggior parte di questi cambiamenti non saranno goduti da loro, ma piuttosto da coloro che verranno dopo di loro.

17È bene notare, a questo punto, che le strategie sopra citate – tecnologiche, politiche e individuali – non si escludono a vicenda, poiché la mitigazione non deve essere intesa come la ricerca della strategia perfetta (al singolare), ma come lo sforzo individuale e collettivo di abbracciare tutte le strategie possibili al fine di contenere al meglio la crisi climatica. Ciò significa che, sebbene questo articolo sia concentrato sulle strategie di mitigazione legate all’impegno individuale, non intende suggerire che esse siano più efficaci delle altre. Piuttosto, è bene sottolineare come i singoli individui possano agire in modo efficace e incisivo, in attesa che i governi e la scienza forniscano soluzioni di mitigazione climatica su larga scala (Liverani 2010; Pongiglione 2014).

18Ciò detto, possiamo ora concentrarci sulla mitigazione individuale, per esaminare una di quelle azioni virtuose che la crisi climatica sembra richiedere: il passaggio dalle diete attuali, che nella maggior parte dei Paesi hanno un altissimo impatto ambientale, a diete più sostenibili, utili per limitare il riscaldamento globale e, di conseguenza, le conseguenze del cambiamento climatico.

3. La necessità di passare a diete sane e sostenibili

  • 5 Si veda anche quanto indicato da Liverani (2010: 2): «circa il 40% delle emissioni deriva dalle dec (...)

19Come anticipato nel paragrafo introduttivo, oltre agli aspetti tecnici e politici della mitigazione climatica, il Rapporto 2022 dell’IPCC ne ha preso in considerazione gli aspetti sociali. Il rapporto riconosce cinque tipi di attori sociali in grado di influenzare il riscaldamento globale: individui, gruppi e collettivi, aziende e società, istituzioni, e attori infrastrutturali (IPCC 2022, Box TS.11). L’IPCC suggerisce che tenendo in dovuta considerazione questi nuovi soggetti la mitigazione climatica potrà diventare più efficace e le opportunità sociali legate a essa più facilmente riconoscibili. Concentrandosi sugli individui e sui gruppi, il rapporto IPCC sottolinea dunque l’importanza delle scelte di consumo personali, degli stili di vita e delle abitudini, soprattutto in relazione alla mobilità e all’alimentazione5. Per quanto riguarda quest’ultima, è altamente raccomandato il passaggio a diete sane e sostenibili, perché gli attuali modelli alimentari diffusi in Occidente (e sempre più emulati nel resto del mondo) sono associati a elevate emissioni di gas serra, ad alti tassi di perdita della biodiversità, all’inquinamento e all’uso eccessivo di acqua e terreni, così come a un elevato rischio di zoonosi, di cui la pandemia di COVID-19 è l’esempio più recente. Le diete attuali, inoltre, riflettono un sistema alimentare che non è in grado di garantire un’adeguata alimentazione alla popolazione mondiale, basti pensare che «più di 820 milioni di persone sono sottonutrite, 151 milioni di bambini sono denutriti, 51 milioni di bambini sono malnutriti e più di 2 miliardi di persone presentano una carenza di micronutrienti» (Willett et al. 2019: 449). D’altro canto, dal 1975 l’obesità è quasi triplicata e nel 2018 le diete non salutari hanno determinato più di 12 milioni di morti (GNR21).

20Il passaggio a diete sane e sostenibili si accompagna quindi a numerosi co-benefici poiché esse sono vantaggiose per la salute, oltre che per l’ambiente. Esse consistono nel ridurre o, meglio, evitare la carne (soprattutto quella dei ruminanti), i prodotti di origine animale, i cereali e gli alimenti raffinati, gli zuccheri aggiunti e i grassi saturi, sostituendoli con porzioni abbondanti di verdura, frutta, cereali integrali, legumi, frutta secca e grassi insaturi (Willett et al. 2019).

  • 6 Una dieta reducetariana è una dieta che prevede un basso apporto di carne e prodotti di origine ani (...)
  • 7 Mangiare locale è una raccomandazione comune per ridurre l’impronta carbonica, ma il trasporto, cos (...)
  • 8 Un recente studio sull’impronta carbonica media delle diete europee evidenzia che carne, uova e pro (...)

21Per quanto riguarda i gas serra, il passaggio a una dieta reducetariana6, vegetariana o vegana rappresenta una mossa efficace contro il riscaldamento globale. Come evidenzia la Fig. 2, la carne, e in particolare quella dei ruminanti, ha una forte impronta ambientale in termini di emissioni di gas serra e di uso del suolo (Poore e Nemecek 2018), perciò una riduzione del consumo di carne e prodotti di origine animale ridurrebbe in modo significativo l’impatto del sistema alimentare sul clima e sull’ambiente, indipendentemente da come e dove7 essi vengano prodotti8. Con una minore domanda di prodotti di origine animale, insomma, diminuirebbero le emissioni e l’inquinamento e, allo stesso tempo, sarebbero necessarie meno terra, acqua ed energia per le coltivazioni e i pascoli, mentre la riforestazione sarebbe più facile e la biodiversità sottoposta a una pressione inferiore (Stehfest et al. 2009; Popp et al. 2010; Tilman e Clark 2014).

22La domanda che vorrei porre, a questo punto, è quanto sia impegnativo modificare comportamenti e regimi alimentari e perché. Nei prossimi paragrafi esplorerò le ragioni che ostacolano questi cambiamenti, per poi concentrarmi sulla rilevanza di certe narrazioni collettive che riguardano il cibo e che si basano sul concetto di libertà di scelta.

Figura 2

Figura 2

Emissioni di gas serra misurate in CO2eq (sopra) e uso del suolo, misurato in m2 (sotto), per chilogrammo di prodotto (Poore e Nemecek 2018). www.ourworldindata.org/environmental-impacts-of-food

4. Le sfide del cambiamento alimentare e la potenza delle narrazioni

23Cambiare alimentazione è solitamente concepito come un cambiamento individuale. È il singolo individuo che sceglie cosa mettere nel carrello quando fa la spesa, come comporre i propri pasti e quali piatti ordinare al ristorante. Queste decisioni sembrano scelte personali, basate su preferenze di gusto, abitudini e giudizi privati, eppure, un esame più attento rivela che la maggior parte delle decisioni relative al cibo sono quasi automatiche e fortemente determinate da fattori sociali contestuali. Questi comportamenti, cioè, «si verificano senza consapevolezza, sono iniziati senza intenzione, tendono a continuare senza controllo e operano in modo efficiente o con poco sforzo» (Cohen e Farley 2008; vedi anche Bargh 1994). In effetti, come evidenziato da molti studi, la quantità e il tipo di cibo che un individuo sceglie è determinata da diversi fattori. In primo luogo, ci sono elementi ambientali: la quantità di cibo consumato, per esempio, aumenta quando le porzioni sono più abbondanti (Diliberti et al. 2004), quando è più facile procurarsi il cibo, quando il pasto dura più a lungo e il numero di commensali è più alto della norma (Wansink 2004). Mangiare in compagnia, inoltre, influenza le scelte alimentari poiché spesso i commensali scelgono ciò che è già stato scelto dagli altri (Cohen e Farley 2008). Un altro fattore non trascurabile è l’appartenenza a determinati gruppi religiosi, culturali, sociali o etnici. Questi gruppi sono spesso caratterizzati da abitudini alimentari tipiche, per cui mangiare – o evitare – certi cibi è una scelta che riflette l’identità del gruppo (Anderson 2014). Infine, altri elementi che influenzano le scelte alimentari sono quelli studiati dai ricercatori di marketing: il branding, le pubblicità, gli sconti, la disposizione dei prodotti sugli scaffali dei supermercati, le sponsorizzazioni da parte delle celebrità, la pubblicità occulta nei film e nelle serie tv o, più in generale, le mode e i trend alimentari.

24Tutti questi fattori sociali vincolano le scelte alimentari individuali e le rendono meno consapevoli e controllate. Essi sono tuttavia organizzati e strutturati in robuste costellazioni di significati che possono essere definite “narrazioni e che dovrebbero essere tenute in debita considerazione quando si esaminano i comportamenti e le abitudini alimentari degli individui.

25Con le parole di David Kaplan:

Una narrazione (o storia) è simile a un’interpretazione, ma più ampia, più completa e orientata a rappresentare fatti che hanno una dimensione storica. Le narrazioni possono offrirci più informazioni rispetto alle descrizioni o alle spiegazioni, semplicemente perché possono essere più ampie, possono incorporare più prospettive e includere più dettagli. Possono aiutarci a dare un senso a ciò che altrimenti sarebbe una vasta gamma di elementi non correlati e possono persino orientare le nostre azioni (2019: 39).

26Come suggerisce il critico letterario Pater Swirski (2007), la letteratura è una forma di cultura e le narrazioni dovrebbero essere poste allo stesso livello degli esperimenti mentali dei filosofi e degli scienziati poiché anche questi ultimi costruiscono delle storie ponendo dei controfattuali e tracciandone le conseguenze. Di solito, gli esperimenti mentali si svolgono nei cosiddetti “mondi possibili” perché essi sono irrealizzabili o difficilmente realizzabili nel mondo reale (Brown e Yiftach 2022). Si pensi al famoso esperimento mentale sugli zombie filosofici formulato da David Chalmers (1996) o quello ambientato su Terra Gemella e descritto da Hilary Putnam (1974). Questi esperimenti mentali sono pensati per testare la tenuta di ipotesi specifiche e circoscritte, perciò il mondo possibile è descritto come un mondo identico a quello reale in tutti i suoi aspetti tranne che per le circostanze particolari coinvolte nello scenario ipotetico (nei casi citati, l’assenza di coscienza fenomenica negli zombie filosofici e la formula chimica dell’acqua). Un esperimento mentale, quindi, elabora un mondo quasi identico a quello reale ed essendo così povero di “finzione” non può essere assimilato a una narrazione. Esso può però diventarlo, qualora si arricchisca di dettagli.

27Come evidenziato da Kaplan, una narrazione è un’interpretazione del mondo o di parti di esso ed emerge come una costellazione strutturata di significati dotata di una profondità storica, di una struttura complessa e di un’evoluzione. Essa coinvolge il passato, il presente e il futuro, così come agenti e moventi. Ogni narrazione offre inoltre un tipo di conoscenza che è interpretativa, non esclusivamente basata su fatti e dati, ma anche su credenze, pregiudizi, paure e desideri. Le narrazioni sono poi prospettiche perché «sono sempre raccontate a partire dalla prospettiva di qualcuno» (Kaplan 2019: 41) e sono quindi parziali perché legate a punti di vista specifici. Questo implica che esse non forniscano una conoscenza neutrale e oggettiva, come quella della scienza, ma partecipativa e situata, con il soggetto conoscente che è parte integrante della narrazione, piuttosto che osservatore disconnesso. Tutto ciò suggerisce che il contenuto epistemico fornito da una narrazione è molto vicino all’individuo che la narra ed è per lui saliente da un punto di vista cognitivo ed emozionale (Linde 2001).

28Gli esseri umani sono animali culturali, oltre che sociali, e questo significa che abitano spazi mentali e sociali intessuti di narrazioni. Da un lato, essi ne sono “informati” nel triplice senso di riceverne informazione, origine (Mair 1988) e identità (MacIntyre 1981, Taylor 1992); dall’altro, il loro ripetere e raccontare queste storie a proposito di sé stessi e del proprio mondo trasforma queste narrazioni in visioni collettive che assumono un sapore preteoretico (Swirsky 2007: 5). Nonostante sembrino liberi, quindi, gli individui sono influenzati, se non addirittura vincolati, dalle narrazioni in cui vivono e questo implica che mettere in atto un cambiamento individuale potrebbe essere più facile se il soggetto fosse accompagnato e sostenuto da un corrispondente cambiamento al livello della narrazione in cui vive (Somers e Gibson 1994).

29Scendiamo ora nel dettaglio dei comportamenti alimentari e chiediamoci quali siano le narrazioni che li interessano.

5. Cibo e libertà di scelta

30Nel quadro della mitigazione climatica, esiste una famiglia rilevante di narrazioni che riguardano il cibo e l’alimentazione. Kaplan, nel già citato Food Philosophy. An Introduction, parla di “narrazioni della libertà” (freedom narratives) considerandole le storie dominanti sul cibo (2019: 44). Il loro nucleo è rappresentato da un’idea semplice, ovvero che gli esseri umani dovrebbero essere sempre liberi di scegliere il proprio cibo (ivi: 42).

31Pur essendo particolarmente potenti negli Stati Uniti, dove la nozione di libertà è alla base dell’ideologia sociale e politica, le narrazioni alimentari fondate sulla libertà di scelta sono diffuse, dato che gli esseri umani ritengono – legittimamente – di avere il diritto di vivere liberamente la propria vita e la scelta di cosa mangiare sembra rientrare in esso. Le narrazioni della libertà legittimano questa convinzione e la convinzione, a sua volta, rafforza la narrazione. La breve analisi di Kaplan finisce qui, ma una visione simile si può riscontrare in Before Dinner. Philosophy and Ethics of Food (2004) di Michiel Korthals, dove viene descritto un approccio liberale all’alimentazione in cui l’autonomia del consumatore è fondamentale. In questo quadro, è l’individuo che deve decidere autonomamente se mangiare o meno carne, se acquistare o meno alimenti geneticamente modificati, se scegliere tra fast-food o cibo biologico (2004: 29). Gli individui, insomma, hanno una «autorità primaria» (ivi: 31) nella scelta degli alimenti e questo perché la libertà di scelta a proposito del cibo è vista come un diritto umano, fondamentale quanto quelli alla vita, alla libertà di parola o alla salute.

32È chiaro che il potere di queste narrazioni può ostacolare seriamente il processo di passaggio a diete sostenibili che viene richiesto dalla mitigazione climatica. In questa cornice, infatti, chiedere a un soggetto di cambiare la propria dieta e rinunciare a cibi non sostenibili ma amati, è visto come ingiusto, anche se questi sacrifici mirano a un bene superiore come la mitigazione dell’emergenza climatica e la protezione delle generazioni future e di coloro che vivono in Paesi meno privilegiati. È quindi importante analizzare queste narrazioni e per farlo si potrebbe partire da un caso esemplare, ossia il dibattito sul latte crudo che imperversa da qualche anno negli Stati Uniti.

  • 9 I documenti relativi a questa e ad altre cause intentate dal Fondo sono disponibili al seguente lin (...)

33Per fornire un contesto alla discussione, va notato che in tutti i cinquanta Stati d’America il consumo di latte crudo e di altri prodotti non pastorizzati è legale, ma, nella maggior parte di essi, la vendita è vietata o limitata. A livello federale, invece, la distribuzione interstatale di latte crudo è sempre illegale e tutti i prodotti caseari devono rispettare gli standard della US Pasteurized Milk Ordinance. Consumatori e agricoltori, tuttavia, protestano da tempo contro queste restrizioni e un caso in cui il dibattito può essere esaminato è la causa intentata dal Farm-to-Consumer Defence Fund contro il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti (HHS) e la Food and Drug Administration (FDA) nel febbraio del 20109.

34Il Fondo accusa il governo di aver illegittimamente sequestrato e distrutto 110 galloni di latte crudo trasportati dalla Carolina del Sud alla Georgia nel 2009. Nella denuncia, afferma di «difendere e proteggere il diritto degli agricoltori di fornire direttamente, e dei consumatori di ottenere direttamente, alimenti agricoli non trasformati e trasformati» (Rencher 2011: 419). Il Fondo riconosce, inoltre, il diritto di consumare gli alimenti di propria scelta e lo qualifica come «inalienabile» (ibidem). In risposta all’accusa, l’HHS e la FDA affermano quanto segue:

L’affermazione dei querelanti a proposito di un “diritto fondamentale alla propria salute fisica e corporea, che include quali alimenti essi scelgano o meno di consumare per se stessi e per le loro famiglie” è [...] vana perché i querelanti non hanno un diritto fondamentale di ottenere qualsiasi cibo desiderino (ibidem).

35La questione che si pone, a questo punto, è se il diritto di scegliere in modo arbitrario il proprio cibo sia davvero fondamentale, come sostiene il Fondo, oppure no, come afferma il governo statunitense.

6. Le narrazioni della libertà sul cibo sono legittime?

36In questo paragrafo vorrei esaminare le ragioni per cui sembra problematico affermare che il diritto alla libera scelta alimentare sia fondamentale. Per fare ciò, occorre innanzitutto notare che la libertà di scelta alimentare può essere correlata a un diritto umano riconosciuto molto simile, ossia il diritto al cibo adeguato, ma questi due diritti non sono identici e il secondo non implica il primo.

  • 10 Art. 25.1: «Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il b (...)
  • 11 Art. 11.1: «Gli Stati Parti del presente Patto riconoscono il diritto di ogni individuo ad un livel (...)

37Il diritto al cibo adeguato è incluso nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 194810, nel Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali del 196611 e in molti altri strumenti internazionali e nazionali vincolanti e non (Mechlem 2004). Una descrizione dettagliata del suo contenuto normativo si può trovare in un Commento generale al Patto del 1966, The Right to Adequate Food. Qui si precisa che il diritto implica: «La disponibilità di cibo in quantità e qualità sufficienti a soddisfare i bisogni alimentari degli individui, privo di sostanze nocive e accettabile all’interno di una determinata cultura; l’accessibilità di tale cibo in modi che siano sostenibili e che non interferiscano con il godimento di altri diritti umani» (CESCR 1999: art. 8). Il commento fa dunque riferimento a un’alimentazione (i) adeguata per quanto riguarda i suoi valori nutrizionali e la sua accettabilità culturale, (ii) priva di contaminazioni, (iii) economicamente e fisicamente accessibile e (iv) disponibile «sia per la generazione presente che per quella futura», perciò «sostenibile» (CESCR 1999: art. 7). Il termine “sostenibile”, quindi, «incorpora la nozione di disponibilità e accessibilità a lungo termine» (ibidem), ed è questa caratteristica che permette alla produzione e alla distribuzione di cibo adeguato di non «interferire con il godimento di altri diritti umani» (ivi: art. 8).

38A prima vista, dal diritto a un’alimentazione adeguata non sembra derivare il diritto a scegliere particolari alimenti. Tuttavia, tra le caratteristiche di un’alimentazione adeguata, sono elencate l’adeguatezza nutrizionale e l’accettabilità culturale e queste rivendicazioni potrebbero rafforzare l’idea che la scelta di particolari alimenti debba essere salvaguardata.

39In molti casi, le scelte alimentari sono rilevanti per motivi di salute o per questioni di identità religiosa e/o culturale. Secondo un rapporto pubblicato dall’OMS il 9 luglio 2021, per esempio, nel 2016, il 39% della popolazione mondiale adulta era in sovrappeso e il 13% era obesa e queste condizioni sono associate a malattie cardiache, ictus, diabete e vari tipi di cancro. Il sovrappeso e l’obesità, tuttavia, sono condizioni prevenibili e per ridurli l’OMS raccomanda di «limitare l’assunzione di energia da grassi e zuccheri; aumentare il consumo di frutta e verdura, nonché di legumi, cereali integrali e frutta secca [...]» (OMS 2018). Si può quindi affermare che un individuo in sovrappeso o obeso abbia il diritto fondamentale di accedere a un’alimentazione sana.

40Per quanto riguarda la religione, l’argomento è simile, dato che molte tradizioni prevedono o incoraggiano il vegetarianismo. Esempi emblematici sono le religioni indiane, ma anche l’ebraismo (Labendz e Yanklowitz 2019) e alcune religioni cristiane, nonché molti ordini monastici cattolici (Francescani, Certosini, Cistercensi e altri). Si può quindi affermare che un individuo che aderisce a una determinata religione abbia il diritto fondamentale di accedere agli alimenti da essa raccomandati.

41Infine, per quanto riguarda l’identità culturale, che include l’identità religiosa ma non vi si limita, la scelta alimentare può essere un’espressione di valori personali e può farsi discorso politico contro il maltrattamento degli animali, il degrado ambientale, l’agricoltura intensiva, lo spreco di risorse, le politiche delle multinazionali. Anche in questo caso, quindi, si può affermare che un individuo che abbraccia determinati principi politici o morali abbia il diritto fondamentale di ottenere o evitare determinati alimenti coerenti con quei principi.

42Le scelte alimentari che vanno garantite per motivi di salute, di religione e di espressione personale dovrebbero essere protette, quindi il diritto alla scelta alimentare, se non esattamente fondamentale, sembra sicuramente importante. Tuttavia, la breve analisi appena conclusa suggerisce che in tutti quei contesti in cui il diritto alla scelta alimentare è garantito perché fortemente correlato ad altri diritti fondamentali, non è possibile individuare alcun conflitto con le raccomandazioni dell’IPCC. In tutti questi casi, pur non imponendo il consumo di specifici alimenti, le autorità sanitarie, i credi religiosi e i principi morali raccomandano il consumo di o l’astensione da alcune macro-categorie di alimenti, e tali raccomandazioni sono coerenti con quanto consigliato dall’IPCC.

  • 12 Quanto affermato ricalca la distinzione fra emissioni di lusso e di sussistenza formulata da Henry (...)

43La prima conclusione a cui potremmo giungere, quindi, è che il diritto a scegliere arbitrariamente qualsiasi cibo non è fondamentale o inalienabile, e le narrazioni della libertà dovrebbero essere rimodellate in base a questo. Ma c’è di più. Il diritto alla scelta alimentare non è solo differente dagli altri diritti umani riconosciuti: esso non può essere visto come un’istanza di questi ultimi poiché il suo soddisfacimento per qualsiasi gruppo di individui interferisce con i diritti umani di altri gruppi e con quelli delle generazioni future12.

44Come già evidenziato, l’attuale dieta occidentale, sempre più diffusa anche nelle società non occidentali, sfrutta troppe risorse – acqua, terra, energia – e produce una quantità elevatissima di gas serra, soprattutto metano. Questi fatti sono tra le cause principali di un riscaldamento globale rapidissimo che sta avendo enormi conseguenze sull’ambiente e sulle società umane (Handmer et al. 2012). Insieme al sistema energetico, che gravita attorno all’estrazione e all’uso di combustibili fossili, il sistema alimentare è direttamente responsabile dei disastri causati dalla crisi climatica, disastri che stanno già colpendo comunità geograficamente, economicamente e socialmente svantaggiate (Islam e Winkel 2017). Siamo dunque autorizzati ad affermare che alcuni regimi alimentari non siano sostenibili, laddove la sostenibilità è una delle caratteristiche che contraddistinguono un’alimentazione adeguata (CESCR, 1999). Le narrazioni basate sulla libertà di scelta, che legittimano la dieta attuale e la refrattarietà a cambiarla, sembrano suggerire che qualsiasi cibo desiderato sia un cibo adeguato, ma questa è un’idea pericolosa che ostacola il passaggio a diete sostenibili e rafforza comportamenti dannosi che hanno contribuito a produrre il riscaldamento globale in passato e non potranno mitigarlo nel presente e nel futuro.

7. Verso nuove narrazioni alimentari compatibili con la mitigazione climatica

45Come sottolineato nel quinto paragrafo, secondo Kaplan le narrazioni sono ampie interpretazioni del mondo. A volte, tuttavia, esse non sono ampie a sufficienza e questo, a mio avviso, è il caso delle narrazioni alimentari basate sulla libertà di scelta.

  • 13 H. sapiens ha influenzato gli ecosistemi anche prima dell’era tecnologica (si vedano, per esempio, (...)

46La ristrettezza di queste narrazioni è eccezionalmente simile a quella che caratterizza l’etica tradizionale descritta da Hans Jonas ne Il principio responsabilità (1979). Qui Jonas evidenzia le carenze di un’etica che non prende in considerazione le conseguenze a lungo termine delle azioni umane e l’estensione spaziale del loro impatto13. L’etica tradizionale, in altre parole, è un’etica della prossimità, le cui obbligazioni morali si limitano a considerare gli effetti immediati dell’azione umana, ignorando non solo il futuro remoto, ma anche tutto ciò che non è ricompreso all’interno dei ristretti confini della loro comunità umana di riferimento. In contrasto con questa visione, Jonas afferma che gli ecosistemi, le altre specie animali, le generazioni non ancora nate, ma anche coloro che vivono nei Paesi in via di sviluppo devono diventare soggetti e oggetti di una nuova etica e queste istanze possono suggerire quale tipo di dilatazione possa essere utile alle narrazioni alimentari.

47Le narrazioni basate sulla libertà di scelta sono troppo ristrette perché incorporano una visione ristretta dei diritti individuali. L’autonomia dell’individuo è cioè vista come illimitata e arbitraria e il suo diritto a costruire quella che giudica una buona vita sembra giustificare qualsiasi scelta. In questa cornice, la libertà è incondizionata, e questo è forse reso possibile dal fatto che la sfera dell’alimentazione potrebbe sembrare singolarmente distaccata dalla realtà sociale.

  • 14 Per non parlare degli effetti su chi stiamo mangiando, nel caso della bistecca. Vorrei far notare c (...)

48È piuttosto ovvio che gli individui che vivono in gruppi e comunità siano influenzati e talora vincolati da strutture sociali come le norme e le istituzioni; è perciò altrettanto ovvio che non ogni comportamento teso a realizzare un desiderio personale sia legittimo o autorizzato in un contesto sociale. Non pagare le tasse, per esempio, può sembrare conveniente per l’evasore, ma i cittadini, di norma, pagano comunque le tasse perché evaderle comporta multe e sanzioni immediate e perché pagarle permette alle società di costruire, mantenere e offrire infrastrutture e servizi migliori. Non pagare le tasse ha evidenti ripercussioni sul benessere, sulle dinamiche sociali e sugli altri membri della società, ai quali viene spesso richiesto di pagare di più per far fronte a spese che sarebbero coperte se tutti avessero fatto o facessero la loro parte. In questo quadro, non essere completamente liberi (su come spendere il proprio denaro) è quindi ampiamente accettato, perché pagare o non pagare le tasse è un comportamento le cui conseguenze incidono chiaramente sul funzionamento delle società. Le scelte alimentari, al contrario, non sembrano altrettanto rilevanti da un punto di vista sociale o politico. Scegliere una bistecca, una pizza o un’insalata per pranzo non sembra avere lo stesso chiaro impatto sulla società, mentre ha un impatto evidente e immediato sull’individuo che sceglie. Per questo motivo, sembra legittimo pensare che dovremmo essere liberi di selezionare il cibo che vogliamo, dato che questa scelta non influenza niente e nessuno se non noi stessi. Ed ecco la ristrettezza della narrazione. Scegliere una bistecca, una pizza o un’insalata per pranzo non sembra danneggiare immediatamente i nostri concittadini, che sono inclusi nel ristretto orizzonte della narrazione in oggetto, ma in un’ottica più ampia che tenga conto, per esempio, della complessità e dell’instabilità del sistema climatico (Broome 2019), non si può escludere che questa scelta abbia un impatto sull’ambiente, su un numero enorme di specie biologiche e su comunità di esseri umani che vivono in aree in cui gli effetti del cambiamento climatico sono più gravi14.

49Le narrazioni della libertà, quindi, dovrebbero essere ampliate includendo nel loro orizzonte di senso l’ambiente, il futuro e gli individui che sono o saranno colpiti dalle scelte alimentari del presente – individui che godono degli stessi diritti di coloro che le effettuano. Una migliore narrazione alimentare dovrebbe quindi assumere una dimensione diacronica, in grado di seguire gli effetti a lungo termine delle azioni presenti, e in essa gli individui dovranno appartenere a una comunità che avrà confini più ampi rispetto al passato e comprenderà altre specie oltre a Homo sapiens. La libertà rimarrà il valore fondamentale, ma sarà una libertà per tutti gli esseri umani (e non solo) e dovrà essere quindi equamente distribuita, con la conseguenza che la libertà di alcuni sarà limitata perchè quella di altri sia garantita (Spicker 1985).

50È importante notare che le raccomandazioni dell’IPCC sul passaggio a diete sostenibili vanno esattamente in questa direzione. Per garantire un’alimentazione adeguata a tutti gli esseri umani, sia a quelli che vivono oggi sul pianeta, sia a quelli che vi abiteranno in futuro, alcune libertà dovranno essere limitate e la libertà di scelta alimentare sembra essere tra queste. Migliori narrazioni alimentari dovranno quindi concentrarsi sul diritto a un’alimentazione adeguata, piuttosto che sul diritto alla libera scelta alimentare. Ogni essere umano dovrà cioè essere libero di scegliere o evitare alcune categorie di alimenti, piuttosto che alcuni alimenti specifici, ma queste scelte dovranno essere coerenti con il diritto umano a un’alimentazione adeguata per tutti.

51Torniamo ancora sulla natura di questi potenti strumenti epistemologici che sono le narrazioni. Essendo interpretazioni della realtà così multidimensionali, possono in effetti contribuire a raggiungere i risultati sopra elencati. Le narrazioni possono creare, come dissolvere, desideri; definire, come problematizzare, bisogni; colmare lacune epistemologiche, ma anche nasconderle, quasi non esistessero. Le narrazioni possono persino dare priorità a certi valori a scapito di altri: invece di enfatizzare il valore libertario della scelta alimentare, per esempio, potrebbero enfatizzare il valore del cibo in sé, cioè il valore delle risorse che hanno portato un prodotto nel nostro piatto e quello delle risorse che non sono state né saranno necessarie una volta che il prodotto sarà consumato. Una dieta sostenibile implica per esempio un uso inferiore di terra, energia e acqua, ma ha anche un forte impatto positivo sulla salute e, di conseguenza, sui costi della sanità pubblica. Coerentemente, nella cornice di queste nuove narrazioni, la salute dovrebbe diventare importante quanto il piacere, la cooperazione più desiderabile dell’individualismo e il benessere collettivo significativo quanto quello individuale.

52Per quanto riguarda la conoscenza, invece di limitarsi a quella che si potrebbe definire una conoscenza “di superficie” a proposito del cibo, ossia una conoscenza che riguarda il suo gusto, il suo costo e le tradizioni e i significati a cui esso è legato, una narrazione più esaustiva potrebbe tenerne in considerazione la dimensione produttiva, ossia quella che include le origini degli alimenti, i processi richiesti per la loro produzione e il loro impatto sull’ecosistema e sulla comunità globale.

53Poiché le narrazioni offrono una conoscenza che è prospettica, più che oggettiva e neutrale, è naturale che le narrazioni occidentali sul cibo si siano concentrate sulle prime questioni e abbiano trascurato le seconde, dato che i consumatori, in epoca industriale, acquistano abitualmente gli alimenti da distributori quali negozi o supermercati e raramente si occupano direttamente della produzione del cibo e delle sue conseguenze ambientali dirette (Whit e Whipps 2000). Il passato nascosto del cibo e le risorse necessarie perché esso venga prodotto, tuttavia, non possono essere trascurati e devono avere un ruolo di primo piano nelle storie che raccontiamo a proposito di esso. Il modo in cui ci relazioniamo con il cibo è sicuramente importante, ma lo è anche il modo in cui il cibo si relaziona con l’ambiente, e questa conoscenza deve trovare posto all’interno di un’appropriata narrazione.

54Un ultimo punto su cui riflettere è che le narrazioni, come già evidenziato, offrono una conoscenza che è partecipativa e quindi più saliente rispetto a quella oggettiva e talvolta distante fornita da scienziati e decisori politici. Creare una nuova cornice culturale che sia adatta a supportare il cambiamento individuale non è quindi compito esclusivo di queste ultime figure. La scienza analizza fatti e offre dati, ma questi dati vengono spesso ignorati se in contrasto con la narrazione precedentemente accettata dal soggetto. Le narrazioni sono strutture mentali che incorporano nuove informazioni a mano a mano che esse divengono disponibili, ma questo incorporarsi ha successo soltanto se c’è una qualche coerenza fra la struttura preesistente e la nuova informazione pervenuta: se questo non capita, l’informazione è messa in discussione, respinta o tralasciata (Nickerson 1998). Il processo che porta al modificarsi di una narrazione, di conseguenza, non si limita all’accumulo di nuova conoscenza, ma alla ristrutturazione di quella costellazione di significati che compone la narrazione. Per queste ragioni, gli agenti che possono intervenire su questa costellazione sono molteplici e includono i comunicatori, gli educatori, il sistema e l’industria culturale, la stampa, i media, le piattaforme con i loro algoritmi, le aziende con le loro strategie di comunicazione e tutti coloro che contribuiscono a definire il dibattito e il discorso pubblico.

  • 15 Vorrei ringraziare Francesco Camboni, Fausto Corvino, Valeria Martino e due revisori anonimi per i (...)

55Per concludere, come intervenire sulle narrazioni sul cibo è un tema complesso che va oltre l’obiettivo di questo articolo. Che queste narrazioni vadano studiate e riformulate è invece qualcosa che spero sia evidente. Elaborare nuove narrazioni alimentari può rappresentare una potente strategia per la mitigazione climatica, una strategia che può essere efficace su molteplici piani: offrendo una cornice all’impegno personale, facilitando l’adozione di comportamenti individuali pro-ambientali (Kollmuss e Agyeman 2002) e incoraggiando – attraverso le istanze di cittadini diventati più consapevoli e impegnati – l’implementazione di politiche di sviluppo sostenibili per le nostre comunità15.

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Note

1 Per alcuni autori prima, per esempio a partire dalla diffusione dell’agricoltura e dell’addomesticamento tra 7000 e 4000 anni fa (cfr. Roosevelt et al. 1996; Peters 2000; Mathez e Smerdon 2018).

2 Altre cause sono gli incendi, il disboscamento, l’attività mineraria, l’estrazione di petrolio o gas, l’urbanizzazione (Curtis et al. 2018).

3 L’inquinamento da metano, inoltre, ha un impatto fortemente negativo sia sulla salute sia sull’agricoltura (Shindell et al. 2012 e 2017; UNEP/CCAC 2021, cap. 3), ed è stato stabilito che «l’ampio costo sociale del metano, cioè il danno sociale monetizzato, compresi gli impatti legati al clima e alla qualità dell’aria, derivante da una tonnellata di emissioni è 50-100 volte maggiore […] del corrispondente costo sociale dell’anidride carbonica» (UNEP, CCAC 2021: 18).

4 Le altre principali fonti antropogeniche di emissioni di CH4 sono l’estrazione e il trasporto di combustibili fossili (35%), le discariche e la gestione dei rifiuti (20%), la coltivazione del riso (8%) (UNEP/CCAC 2021: 28).

5 Si veda anche quanto indicato da Liverani (2010: 2): «circa il 40% delle emissioni deriva dalle decisioni dei singoli individui – viaggi, riscaldamento e acquisto di generi alimentari».

6 Una dieta reducetariana è una dieta che prevede un basso apporto di carne e prodotti di origine animale.

7 Mangiare locale è una raccomandazione comune per ridurre l’impronta carbonica, ma il trasporto, così come l’imballaggio, hanno un impatto estremamente basso sull’impronta ambientale degli alimenti (Poore e Nemecek 2018).

8 Un recente studio sull’impronta carbonica media delle diete europee evidenzia che carne, uova e prodotti alimentari sono responsabili dell’83% delle emissioni di gas serra derivanti dagli alimenti (Sandström et al. 2018). Un altro studio sulle abitudini alimentari dei cittadini britannici ha evidenziato che «le emissioni di gas serra in chilogrammi di anidride carbonica equivalenti al giorno [...] sono state di 7,19 [...] per i grandi mangiatori di carne (>=100 g/d), 5.63 [...] per i medi mangiatori di carne (50-99 g/d), 4,67 [...] per i bassi mangiatori di carne (<50 g/d), 3,91 [...] per i mangiatori di pesce, 3,81 [...] per i vegetariani e 2,89 [...] per i vegani» (Scarborough et al. 2014: 179).

9 I documenti relativi a questa e ad altre cause intentate dal Fondo sono disponibili al seguente link: http://www.farmtoconsumer.org/litigation-FDA.htm#documents.

10 Art. 25.1: «Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari […]».

11 Art. 11.1: «Gli Stati Parti del presente Patto riconoscono il diritto di ogni individuo ad un livello di vita adeguato per sé e per la sua famiglia, che includa alimentazione, vestiario, ed alloggio adeguati, nonché al miglioramento continuo delle proprie condizioni di vita […]».

12 Quanto affermato ricalca la distinzione fra emissioni di lusso e di sussistenza formulata da Henry Shue (1993) e le problematiche legate a come le emissioni di lusso di alcuni impattino e mettano a rischio la vita e la sussistenza di altri. Si vedano anche Holland 2015 e Shue 2019.

13 H. sapiens ha influenzato gli ecosistemi anche prima dell’era tecnologica (si vedano, per esempio, Sandom et al. 2014; Mottl 2021), ma questo non sembra indebolire la teoria di Jonas sulla necessità di una nuova etica; probabilmente ne sottolinea l’urgenza.

14 Per non parlare degli effetti su chi stiamo mangiando, nel caso della bistecca. Vorrei far notare che sebbene gli argomenti qui presentati per evidenziare la necessità di passare a diete più sostenibili (e perciò a base più o meno vegetale) siano principalmente antropocentrici, essi potrebbero essere integrati e rafforzati da argomenti non antropocentrici e focalizzati sullo sfruttamento degli animali. Ho deciso di non includere questi secondi argomenti, che sono però coerenti con i primi, non per disinteresse nei confronti dei diritti degli animali, ma per evitare di rendere la discussione troppo dispersiva.

15 Vorrei ringraziare Francesco Camboni, Fausto Corvino, Valeria Martino e due revisori anonimi per i loro preziosi suggerimenti. Questa ricerca è stata generosamente finanziata dal Bundesministerium für Bildung und Forschung durante il mio periodo di ricerca presso il Käte Hamburger Kolleg Aachen: Cultures of Research (Università di Aquisgrana).

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Indice delle illustrazioni

Titolo Figura 1
Legenda Percentuale delle emissioni antropiche di gas serra dal 1990 al 2019. La CO2 legata ai combustibili fossili è la più abbondante, mentre il secondo gas serra più abbondante è il metano, legato all’allevamento (IPCC 2022).
URL http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/docannexe/image/15447/img-1.jpg
File image/jpeg, 105k
Titolo Figura 2
Legenda Emissioni di gas serra misurate in CO2eq (sopra) e uso del suolo, misurato in m2 (sotto), per chilogrammo di prodotto (Poore e Nemecek 2018). www.ourworldindata.org/environmental-impacts-of-food
URL http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/docannexe/image/15447/img-2.jpg
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Erica Onnis, «Cibo e libertà di scelta. Verso nuove narrazioni alimentari compatibili con la mitigazione climatica»Rivista di estetica, 82 | 2023, 123-144.

Notizia bibliografica digitale

Erica Onnis, «Cibo e libertà di scelta. Verso nuove narrazioni alimentari compatibili con la mitigazione climatica»Rivista di estetica [Online], 82 | 2023, online dal 01 avril 2023, consultato il 23 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/15447; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.15447

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