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HomeNumeri48variaL’adattabilità delle superstizioni

Abstract

In this paper I discuss a widespread cultural phenomenon, superstition, from an adaptive point of view. At first, I propose a general interpretative framework, based on the concept of abduction. Then, I analyze two reductionist theories. The first one, Sociobiology, considers superstition as a strategy to control the population growth, an extension of an adaptive biological behavior. The second one, Memetics, transfers the adaptive role of superstition to an evolutionary mechanism separated from the biological one. I criticize both proposals and I suggest an alternative non-reductionist interpretation: superstitions can be considered as strategies aimed at the cohesion of a population.

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Testo integrale

Introduzione

1L’obiettivo di questo articolo è quello di mostrare l’inadeguatezza delle spiegazioni sociobiologica e memetica in relazione a una classe di fenomeni culturali, le superstizioni, che implica la diffusione di comportamenti non adattativi o addirittura dannosi per la sopravvivenza individuale (maladattativi).

  • 1  Anche se non è esattamente il senso standard usato in filosofia della scienza, si tratta comunque (...)

2Parlando di superstizioni vogliamo, in questo contesto, riferirci a ogni comportamento diretto a ottenere un vantaggio personale, basato su un ragionamento erroneo, e caratterizzato dal non avere nessuna relazione materiale plausibile con il suo obiettivo. Si tratta di una generalizzazione forse inusuale, ma non ingiustificata. Normalmente ci riferiamo alle superstizioni come a credenze contrarie alla ragione, non fondate su un ragionamento logico. Ciò nonostante, le superstizioni possiedono la loro propria logica, anche se fallace. Pascal Boyer (1994) osserva che possiamo considerare come comportamento superstizioso qualsiasi comportamento basato su una particolare applicazione di “ragionamento adduttivo”. Chiariamo questo concetto. Il ragionamento adduttivo, nel senso qui considerato1, possiede una struttura di questo tipo:

 

3Prima premessa: A è utile per B

 

4Seconda premessa: Ci sono esempi “sufficienti” che C è una buona maniera per ottenere A

 

5Conclusione: C è utile per B

 

  • 2  Può sempre esistere qualche eccezione che sfugge all’osservazione empirica e invalida così la conc (...)

6Un ragionamento adduttivo conduce a una conclusione vera solo se la prima premessa è vera e la verità della seconda premessa è verificata empiricamente (quest’ultima condizione è necessaria però non sufficiente2). Data l’impossibilità di considerare tutti i casi empiricamente rilevanti, il ragionamento adduttivo si presenta spesso come un ampliamento erroneo di una deduzione e, a volte, porta a una conclusione falsa.

  • 3  Needham 1979.

7In alcuni casi, le adduzioni conducono a una regola di comportamento efficace, come per esempio il riconoscimento dell’utilità di una tecnica. Un caso interessante, in questo senso, potrebbe essere quello della scoperta della bussola3. Gli studi storiografici ci indicano che i primi a notare che piccoli pezzi di magnetite avevano la tendenza a orientarsi nel campo magnetico terrestre furono i geomanti cinesi. Questi li usavano con finalità divinatorie: solo posteriormente, alcuni marinai cinesi svilupparono tali conoscenze per la navigazione. In un primo momento, la tecnica d’orientazione consisteva nel fare galleggiare la magnetite sull’acqua e più tardi, attraverso gli sforzi di varie generazioni di marinai, si arrivò a una primitiva bussola a secco. Tuttavia, il lento progresso della tecnica, fino ad arrivare alla fabbricazione di bussole simili a quelle moderne, iniziò soltanto quando i cinesi entrarono in contatto con gli europei.

8Soffermiamoci sull’ultima parte della storia e immaginiamo quello che devono aver pensato i naviganti europei quando incontrarono i marinai cinesi che usavano la bussola. Potremmo semplificare il loro processo cognitivo in questa maniera:

 

9Prima premessa: orientarsi bene è utile per la navigazione

 

10Seconda premessa: i marinai cinesi usano uno strumento (che chiameremo bussola) per orientarsi bene

 

11Conclusione: la bussola è uno strumento utile per la navigazione

 

12Supponiamo che tutti i marinai cinesi portassero con sé anche un amuleto, durante la navigazione. Che i navigatori europei riescano a determinare che è la bussola, e non l’amuleto, ciò che rende i cinesi abili navigatori, dipende da un’osservazione empirica che si riduce necessariamente ad alcuni casi limitati. Tuttavia, si tratta di un’osservazione abbastanza accurata. Possiamo immaginare che gli europei abbiano distinto i casi fortuiti nei quali i cinesi portavano con sé solo la bussola o solo l’amuleto, e abbiano così compreso che solo la prima serve per navigare meglio.

13L’assenza di un controllo empirico adeguato in relazione alle premesse può portare a un ampliamento indebito, o addirittura fuorviante, delle conclusioni. In ambito religioso, per esempio, esistono varie pratiche che presuppongono un uso improprio del ragionamento adduttivo: l’ordalia è una di queste. L’efficacia di questa pratica (che consisteva nel dimostrare la propria innocenza attraverso la sopravvivenza a torture con fuoco o con acqua) si dimostrava in una maniera che può essere così formalizzata:

 

14Prima premessa: Uscire indenne da un’ordalia è utile per la sopravvivenza

 

15Seconda premessa: Essere innocente è una buona maniera per poter uscire indenne da un’ordalia

 

16Conclusione: Essere innocente è utile per la sopravvivenza

 

17Da un punto di vista puramente logico, possiamo dire che la fallacia di questo ragionamento dipende dal fatto che la seconda premessa è falsa. In realtà, d’accordo con il modello adduttivo proposto, sarebbe più corretto dire che la sua verità non è controllata empiricamente: il ragionamento ampliativo non funziona. Non è vero che essere innocente basti in generale per uscire indenni da un’ordalia. Non esiste nessuna evidenza empirica a favore della verità della seconda premessa. E anche se fosse vero che qualche volta un innocente è riuscito a uscire indenne da un’ordalia, questo non giustificherebbe l’idea che la maggior parte degli innocenti sopravvive a un’ordalia e che, quindi, l’innocenza abbia a che vedere con il superamento di un’ordalia.

18Anche le preghiere religiose rappresentano un chiaro esempio d’adduzione fallace. La struttura logica su cui si basa questo rituale si potrebbe descrivere in questo modo:

 

19Prima premessa: Possedere salute e prosperità è utile per la sopravvivenza

 

20Seconda premessa: Pregare Dio è una buona maniera per ottenere salute e prosperità

 

21Conclusione: Pregare Dio è utile per la sopravvivenza

 

22Anche se molti non credenti si ammalano o perdono i loro averi, non esistono evidenze empiriche che ciò sia provocato dal fatto che non pregano. Ancora una volta, come nel caso dell’ordalia, l’errore cognitivo che sta alla base del ragionamento è la mancanza di un’osservazione empirica adeguata che permetta l’ampliamento lecito della verità della seconda premessa.

  • 4  Stark 2003.

23Le conseguenze sociali di un’adduzione fallace possono essere molto negative per una comunità. Si consideri lo studio effettuato dal sociologo Rodney Stark4, a proposito delle cacce alle streghe durante l’epoca della Riforma. Un’idea comune in quasi tutto il mondo cristiano era che, se pregare Dio poteva produrre un qualche tipo di condizione positiva per il fedele, pregare il demonio poteva essere ugualmente efficace. Questo tipo di ragionamento servì, secondo Stark, come principale giustificazione per i processi per stregoneria in tutta Europa. Al di là delle cause sociopolitiche ed economiche, senza dubbio molto complesse, furono la credenza nel demonio e nel potere della preghiera ciò che stimolò l’adesione popolare e la diffusione di questa pratica. I processi erano quasi sempre sommari e Stark osserva che in media, in molte piccole località, si arrivò a giustiziare il 5-10 per cento della popolazione.

  • 5  Knauft 1985.

24Un caso etnografico molto significativo del potere negativo delle superstizioni sul comportamento umano è quello che descrive Bruce Knauft5 a proposito dei Gebusi, una popolazione di agricoltori della Nuova Guinea. Il sospetto di stregoneria è molto diffuso in questa società, al punto che le esecuzioni capitali per tale reato sono la prima causa di morte insieme alla malaria. Gli indizi per accusare qualcuno di stregoneria sono così arbitrari e comuni che praticamente qualsiasi persona può essere giustiziata. Questa tradizione è così radicata nella cultura Gebusi da impedire l’unità difensiva della tribù, che è infatti spesso vittima di saccheggi da parte di una popolazione vicina, i Bedamini.

  • 6  La nozione di “adattativo” è qui usata nell’accezione più comune in biologia evoluzionista. Un det (...)

25I casi presentati implicano una certa difficoltà intrinseca quando si vuole considerare se i comportamenti basati in un ampliamento adduttivo siano o no adattativi6. Il caso della bussola sembra rappresentare una circostanza particolarmente fortunata. Senza dubbio, dopo l’incontro con i marinai cinesi, i navigatori e gli scienziati europei dovettero studiare nel dettaglio e raffinare il funzionamento di quelle bussole primitive. Tuttavia, il primo ragionamento adduttivo li orientò positivamente verso l’accettazione di una tecnica che si dimostrò oltremodo vantaggiosa. In molti casi, che non prenderò direttamente in considerazione, i ragionamenti adduttivi non hanno conseguenze particolarmente positive o negative. Sfortunatamente, molte superstizioni hanno effetti fortemente negativi sulla popolazione che li adotta: l’ordalia e i processi per stregoneria evidenziano che certe adduzioni ingiustificate possono causare comportamenti maladattativi, come la riduzione arbitraria (cioè non finalizzata alla selezione degli individui biologicamente più atti) della popolazione.

  • 7  Magnani 2007.
  • 8  Questo termine è stato introdotto dallo psicologo James Gibson nel suo articolo The Theory of Affo (...)

26Prima di considerare la proposta sociobiologica, bisogna ancora presentare alcune idee generali sull’adduzione considerata come meccanismo gnoseologico. L’adduzione non è, con ogni probabilità, una prerogativa dell’essere umano. Lorenzo Magnani7 ha presentato un modello della cognizione animale, con rispetto all’interazione con l’ambiente circostante, basato interamente sull’adduzione. Per questo autore, i comportamenti animali possono essere considerati come una continua generazione d’ipotesi sulla soluzione di problemi ambientali. Questa cognizione prelinguistica si baserebbe principalmente sull’analisi delle varie affordances8 presentate dall’ambiente, seguita dalla scelta dell’azione che nel passato si è dimostrata essere la più vantaggiosa. Per definizione, l’adduzione si presenta come un meccanismo cognitivo rischioso, poiché troppa fiducia nelle esperienze passate, e un errore al momento di considerare una determinata affordance come analoga a una anteriore, può condurre a conseguenze indesiderate. Tuttavia, è facile vedere come un “animale adduttivo” sia più adattato di uno non adduttivo. Una gazzella che non è capace di associare probabilisticamente il rumore provocato da un predatore ha ben poche possibilità di sopravvivere. Un leone che non sa imparare adduttivamente il comportamento delle sue prede morirà facilmente di fame. Il vantaggio adattativo dell’adduzione è che, anche se frequentemente soggetta a errore, nella maggior parte dei casi orienta rapidamente ed efficacemente l’azione.

27Nel caso dell’essere umano, che oltre il semplice immagazzinamento di affordances è capace di adduzioni linguistiche, il ragionamento adduttivo possiede un’ulteriore funzione adattativa. Gli individui non solo producono inferenze probabilistiche sulla propria esperienza, ma possono produrle anche osservando il comportamento dei loro simili. Si tratta della base dell’imitazione come meccanismo d’apprendimento. L’adduzione costituisce una guida abbastanza fedele sul comportamento che bisogna adottare in una situazione sconosciuta. In un ambiente sociale nuovo (come quello che si presenta a un bambino, a un immigrante o a un giovane che s’immette nel mercato del lavoro) generalizzare l’efficacia di certi comportamenti, la cui osservazione è in realtà limitata a pochi casi, rappresenta la base di una corretta introduzione nell’ambiente stesso. Senza facoltà adduttive, l’adattamento in un determinato contesto culturale sarebbe molto difficile, se non impossibile.

L’approccio sociobiologico alle superstizioni

  • 9  Per semplificare, possiamo considerare la sociobiologia come un progetto teorico che mira alla rid (...)
  • 10  Per fitness biologica s’intende la condizione riproduttiva ottimale in relazione all’ambiente (si (...)

28Questa interpretazione dell’adduzione potrebbe essere ragionevolmente accettata dai tre modelli che prenderemo in considerazione. Nella prospettiva sociobiologica9, l’interpretazione di una razionalità istintiva come meccanismo principale dei comportamenti umani è perfettamente in linea con l’idea che questi ultimi derivino da comportamenti animali primitivi. Gli individui che formulano regole adduttive corrette sono più adattati degli altri e, viceversa, le adduzioni che implicano comportamenti che ottimizzano la fitness biologica10 sono necessariamente quelle più diffuse. Tuttavia, le superstizioni (considerate come adduzioni fallaci) rappresentano un modello culturale molto comune: come può la sociobiologia spiegare questo fenomeno? Una possibile interpretazione è quella di considerare le superstizioni come una strategia di difesa territoriale e di controllo della natalità (caratteristiche che assicurano l’incremento della fitness di una popolazione). Vediamo come si può giustificare quest’ipotesi.

  • 11  Wilson 1975, considerato come la “bibbia” della sociobiologia, non differenzia aggressività intern (...)
  • 12  In realtà, si possono riscontrare comportamenti analoghi in certe specie d’imenotteri (vespe, api (...)

29Per alcuni sociobiologi (per esempio, Morris 1967)11 è necessario distinguere i comportamenti aggressivi che si manifestano all’interno della propria specie da quelli che sono diretti verso i membri di altre specie. Mentre il secondo tipo di comportamento ha come obiettivo principale l’alimentazione e conduce alla morte della preda, il primo tipo ha la funzione di stabilire un ordine sociale e solo raramente si arriva alla soppressione dell’avversario. Tuttavia, nel caso dell’essere umano, molti conflitti sono letali. Anziché associare questo tipo di conflitto interno all’aggressività fra specie, lo si può considerare come un’estensione delle nostre tendenze altruiste. Evolutivamente, il nostro spirito di collaborazione si è sviluppato di molto rispetto a quello degli altri animali. L’istinto di difesa dei compagni, originariamente relazionato con l’organizzazione di strategie efficaci per la caccia, si è radicato profondamente nell’essere umano, convertendosi in una violenta difesa dell’ordine sociale. Mentre la lotta fra animali della stessa specie ha come obiettivo la sottomissione del nemico, volta a non sprecare energie inutili e a evitare quindi il prolungamento fino alla morte dell’avversario, la lotta fra esseri umani ha come obiettivo la difesa dei compagni, senza considerare le conseguenze sul nemico12. Questa “logica” di difesa ha come effetto principale, quando è ben progettata, un notevole incremento della popolazione umana: sapendo che l’avversario può toglierci la vita, valuteremo attentamente la possibilità di attaccarlo e saremo in generale più cautelosi. Ciò nonostante, in un pianeta con risorse finite come il nostro, questo equilibrio difensivo non può durare eternamente, e quando il rischio di sovrappopolazione è imminente, la guerra rappresenta un’opzione accettabile o addirittura desiderabile.

  • 13  Per Wilson (1978: 255), strategie di controllo quali la caccia alle streghe permetterebbero anche (...)

30La guerra, in questa prospettiva, non rappresenta un atto d’aggressione paragonabile a quello degli animali, ma un’estensione dell’istinto di difesa di una popolazione, che invece di aspettare la morte per mano di una carestia, preferisce provare ad ampliare il proprio territorio (e quindi la disponibilità di risorse). Una sovrappopolazione globale, estesa a ogni “gruppo difensivo”, comporterebbe un’esplosione di aggressività incontrollabile, cosicché l’evoluzione ci ha dotato di altre strategie di controllo demografico oltre la guerra. Una di queste strategie è quella di ricorrere a credenze superstiziose, nella maggior parte dei casi istituzionalizzate attraverso la religione. Consideriamo a questo proposito una tipica credenza teologica. Il ricorso a un’entità superiore (Dio, le anime dei defunti o degli animali o qualsiasi altro essere incorporeo) implica, secondo Morris, la trasmissione del ruolo di leader a un’entità super partes, alla quale tutti devono sottomettersi alla stessa maniera. La sua presenza fortifica la solidità del “gruppo difensivo” e delle sue gerarchie interne. Affinché l’unità di una popolazione sia solida, è necessaria una continua reiterazione dei comportamenti che implicano la sottomissione a questo leader comune e, allo stesso tempo, la meticolosa epurazione dei membri meno fedeli all’identità sociale. Quest’azione di “pulizia” interna, oltre a fortificare l’unità del gruppo, favorisce il controllo della popolazione di cui parlavamo in precedenza13.

  • 14  Potrebbe sembrare che stia limitando la spiegazione sociobiologica ad alcune superstizioni in conc (...)
  • 15  Edward Gibbon, nel suo The History of the Decline and Fall of the Roman Empire (1776), inaugura un (...)

31Possiamo dire, ampliando il pensiero di Morris, che le abitudini religiose che determinano l’appartenenza a un determinato gruppo prendono la forma della superstizione. Non si prenda quest’affermazione in un senso polemico: si tratta di una conseguenza necessaria dell’applicazione del pensiero adduttivo a una volontà divina sulla quale non sappiamo realmente nulla. È necessario puntualizzare che non vi è un’identità assoluta fra superstizione e religione: la religione è solo una possibile forma d’istituzionalizzazione di credenze superstiziose. Viceversa, non tutte le superstizioni arrivano a essere dogmi religiosi: non solo la loro diffusione, ma anche il riconoscimento da parte delle autorità, implica che si convertano in credenze accettate14. L’adduzione superstiziosa non ha la funzione di aiutare a orientarci nell’ambiente circostante, ma quella di marcare differenze fra gli individui di un determinato gruppo e gli altri. Le superstizioni generano strategie di comportamento molto semplici, finalizzate alla coesione degli elementi più adatti alla difesa del gruppo sociale. Gli elementi che non riconoscono nelle superstizioni istituzionalizzate un’adduzione corretta sono potenzialmente sovversivi per lo “stato di difesa” e, quindi, possono essere eliminati con profitto. Storicamente, molte culture che hanno permesso l’introduzione di abitudini religiose, o in generale superstiziose, estranee alle proprie hanno causato, in questo modo, il loro declino. Un esempio classico, anche se alquanto difficile da semplificare, è quello della diffusione del cristianesimo nella Roma imperiale. La tolleranza religiosa successiva all’editto di Costantino generò un rapido smembramento dell’apparato statale e favorì l’invasione delle popolazioni barbare limitrofe. La mancanza di credenze religiose unitarie impedì la coesione politica e militare necessaria per la difesa contro i nemici comuni15.

32La visione sociobiologica considera le superstizioni come adattative nella misura in cui, essendo necessaria una continua difesa del proprio gruppo, compiono la funzione di mantenere sotto controllo l’insorgenza di elementi potenzialmente nocivi. In questa prospettiva, l’inquisizione e la caccia alle streghe rappresenterebbero strategie di comportamento adattate, visto che, una volta eliminata una porzione della popolazione, garantiscono il controllo della natalità (attraverso altre norme superstiziose) e dell’unità dei membri restanti. Tuttavia, per la sociobiologia, la sopravvivenza dei Gebusi costituisce un qualcosa d’inspiegabile, dato che gli effetti delle credenze superstizione provocano una divisione della popolazione che impedisce l’elaborazione di strategie di difesa contro i vicini Bedamini.

33Come altre spiegazioni sociobiologiche, anche questa sembra contenere vari elementi ad hoc. Si considera, per esempio, che il controllo della popolazione sia un carattere adattativo delle popolazioni umane. L’idea è che se non possedessimo meccanismi evolutivamente determinati, attraverso i quali poter controllare preventivamente i nostri comportamenti sessuali o eliminare i membri inadeguati, ci estingueremmo:

  • 16  Morris 1976: 194 (traduzione mia).

Sappiamo che se la nostra popolazione continua a crescere al terrificante ritmo attuale, aumenterà tragicamente l’aggressività incontrollabile. Questo è stato chiaramente provato attraverso esperimenti in laboratorio. La gran sovrappopolazione produrrà violenza e tensioni sociali che distruggeranno la nostre organizzazioni comunitarie molto prima di arrivare a morire di fame. […] Questa situazione si può evitare unicamente attraverso una sensibile riduzione della natalità16.

34Le superstizioni religiose sarebbero selezionate in virtù del fatto che permettono, grazie alla depurazione di quelli che non le accettano, il controllo della popolazione ed evitano lo scontro totale fra gruppi, continua Morris. Quello che Morris dimentica è che non disponiamo di strumenti sufficienti per dimostrare che sia stata necessaria la selezione di comportamenti specifici per evitare la sovrappopolazione. Sappiamo che esistono meccanismi biologici che limitano la natalità umana. Il lungo periodo di gestazione e di dipendenza della prole dalla madre, per esempio, escludono che una coppia possa avere nell’arco della vita più di un certo numero di figli. Ciò nonostante, non esiste nessuna prova concludente per considerare le adduzioni superstiziose come parte di tale meccanismo biologico.

  • 17  Sfortunatamente non ho trovato riferimenti bibliografici a un’analisi storica dei casi in cui una (...)

35Si può osservare che, anche se esistono strategie sociali di controllo della popolazione, si sono prodotte innumerevoli guerre nell’arco della storia dell’umanità. Se realmente possedessimo tratti comportamentali selezionati per il controllo della popolazione, ereditati dalle tendenze difensive degli altri animali, la cosa più naturale sarebbe quella di pensare che non si tratta di caratteri molto ben adattati. I casi in cui due popolazioni vicine hanno risolto problemi interni attraverso strategie di controllo della popolazione anziché con un conflitto sono stati, nell’arco della storia, relativamente pochi17. Non possiamo concludere che le superstizioni funzionino, in generale, come inibitori della sovrappopolazione nel senso descritto. È vero che, in una gran quantità di casi, le fedi superstiziose aumentano la coesione di un gruppo ed emarginano gli individui meno funzionali. Però esistono altrettanti casi in cui le adduzioni superstiziose hanno favorito la sovrappopolazione. Si consideri per esempio la continua lotta della chiesa contro i contraccettivi o l’aborto. Senza entrare nel dibattito bioetico, possiamo considerare questa posizione come la conseguenza di un ragionamento adduttivo ingiustificato (e istituzionalizzato), visto che si basa su premesse del tipo “Dio vuole che portiamo a termine qualsiasi gravidanza”, evidentemente indimostrabili. La proibizione di qualsiasi tipo di contraccezione, esclusa l’astensione, è stata una delle cause, in molte zone dell’Africa, proprio della sovrappopolazione e del conflitto per mancanza di risorse.

L’approccio memetico alle superstizioni

  • 18 Parlando di memetica, mi riferisco alla formulazione originaria della teoria, di Dawkins (1976) e (...)
  • 19  Dennett 2006.
  • 20  C’è da dire che Dennett 2006 propone diverse interpretazioni a proposito dell’origine della religi (...)
  • 21  Il termine “meme” deriva dall’incontro della parola greca mímesis (imitazione) con la parola “gene (...)

36La spiegazione sociobiologica è, in mia opinione, incompleta e riduttiva. Oltre a non considerare tutte le possibili adduzioni superstiziose, attribuisce loro una funzione estrinseca e probabilmente sbagliata. Realmente, sembra molto complicato attribuire una funzione adattativa immediata a qualsiasi superstizione. La teoria memetica18, seppure debitrice al pensiero sociobiologico, adotta una strategia esplicativa alternativa. Dennett19, anche se parla più in generale di religione, offre una visione abbastanza originale di quelle che qui abbiamo chiamato adduzioni superstiziose. Fra lui e i sociobiologi c’è senza dubbio un certo punto di contatto. Il proliferare delle superstizioni ha una base biologica ben definita. Tuttavia, invece di considerarle come una conseguenza dello “stato di difesa”, Dennett si limita a relazionare la loro origine con la nostra condizione naturale di paura dell’ignoto20. Non si tratta (almeno originariamente) di strategie di coesione o di controllo della popolazione, ma della nostra risposta fisiologica all’imprevedibilità delle forze della natura. Probabilmente Dennett potrebbe accettare l’idea che le superstizioni sono adduzioni, ma non condividerebbe la visione sociobiologica per la quale la loro funzione è quella di aumentare la fitness degli individui che credono in esse. Le superstizioni rappresentano una soluzione (parzialmente) soddisfacente alla necessità di riempire un vuoto esplicativo in relazione a certi eventi misteriosi, con l’effetto di diminuire la paura che c’ispirano. Visto che la validità di queste spiegazioni superstiziose non può essere controllata empiricamente, la loro diffusione e persistenza dipende completamente dai parametri di selezione memetica. I concetti che sorgono dalle superstizioni possono essere considerati in tutto e per tutto come insiemi di memi21.

  • 22  Per convincersi di questo, è sufficiente pensare alla diffusione quasi universale delle tecniche d (...)

37La possibilità di trasmissione di questi memi dipende dalla necessità adattativa umana di riempire il vuoto esplicativo, ma la trasmissione di un meme particolare al posto di un altro non ha in sé nessun effetto adattativo diretto. Così come qualsiasi altro meme, i memi delle superstizioni, una volta trovato nelle nostre menti un ambiente biologico adeguato per germinare, iniziano a diffondersi. Nella maggior parte dei casi, essi “proliferano” a partire da comportamenti sociali biologicamente vantaggiosi, come per esempio il culto dei morti. Non possiamo sapere se l’abitudine di seppellire i morti e la credenza in una vita dopo la morte siano sorti storicamente allo stesso tempo, però la loro intima relazione è più che plausibile. La sepoltura dei morti rappresenta una soluzione ottimale a un problema igienico che può compromettere la salute di un gruppo sociale: la decomposizione dei cadaveri può facilmente generare malattie. La credenza di una vita dopo la morte rappresenta una risposta superstiziosa al mistero e al dolore dei sopravvissuti per la cessazione delle funzioni vitali. L’errore dei sociobiologi, in una prospettiva memetica, è quello d’identificare i due comportamenti (la sepoltura e il culto) in uno. In realtà, la superstizione non gioca lo stesso ruolo adattativo della pratica alla quale si relaziona. Sostenere che “credere in una vita dopo la morte compie la funzione biologicamente adattativa di eliminare residui organici potenzialmente tossici” significa sostenere una tesi azzardata e controintuitiva. I comportamenti biologicamente adattati e il meme dell’aldilà convivono nello stesso rituale, però possiedono due funzioni differenti e le loro storie evolutive seguono due cammini distinti22.

  • 23Supra: 257-258.

38La diffusione di un meme non è determinata dall’adattività biologica dei comportamenti associati, ed è per questo assurdo cercare di comprendere in che modo la fitness è incrementata da superstizioni così differenti come l’ordalia, la stregoneria, la credenza nell’aldilà o la paura dei gatti neri. La diffusione di questi memi dipende da meccanismi adattativi distinti da quelli relazionati con la sopravvivenza: i memi si diffondono quando trovano cervelli che costituiscono un ambiente favorevole. Però quali sono le caratteristiche che deve avere un meme “superstizioso” per poter essere considerato adattativo? Dennett suggerisce che l’adattività e la successiva diffusione di un meme dipende dal fatto che questo costituisce una risposta (etica o estetica) semplice e attraente a certi problemi emozionali. Tornando alla prospettiva adduttivista presentata da Magnani23, potremmo considerare l’emergere di questi problemi come l’ampliamento della ricerca di affordances a oggetti astratti o al contesto relazionale, dovuta all’evoluzione cerebrale nell’essere umano. Esempi di questi problemi senza possibilità di verifica empirica sono le tipiche domande esistenziali (Da dove veniamo? Dove andiamo? Perché siamo qui?), ma anche altre più pragmatiche, come: qual è la maniera eticamente corretta di comportarci con gli altri? O, esiste giustizia? La difficoltà intrinseca di trovare risposte empiricamente attendibili a questi problemi rappresenta un terreno fertile per la diffusione di memi, il cui contenuto informativo non è razionalmente controllato. Nella trasmissione dei memi “superstiziosi” giocano un ruolo fondamentale i nostri istinti più basici della paura, della fede negli individui più carismatici e le nostre intuizioni etiche più primitive.

39La proposta memetica ha il vantaggio, rispetto alla sociobiologia, di “scaricare” il peso dell’adattività biologica dai comportamenti superstiziosi. Invece di considerarli immediatamente vantaggiosi per l’incremento della fitness dei membri delle popolazioni nelle quali appaiono, si limita a stabilire un vincolo con certe aspirazioni psicologiche primitive e ineliminabili (queste sì evolutivamente vantaggiose). Il problema di questa tesi è che incontra molte difficoltà quando si tratta di spiegare in che modo questi comportamenti sono adattativi, dato che non lo sono in senso biologico. Tornando al caso del culto dei morti, possiamo immaginare che ci siano diversi memi disponibili per riempire il vuoto esplicativo dovuto all’osservazione della cessazione delle funzioni vitali: l’aldilà, la reincarnazione, però anche la trasmigrazione a un pianeta lontano, o la resurrezione come zombi. La diffusione di certi miti rispetto ad altri, che accomunano culture anche geograficamente lontane, non può essere casuale. L’idea che i nostri cervelli siano ambienti favorevoli per certe credenze e non per altre è senza dubbio affascinante e non totalmente strampalata, però, dal mio punto di vista, non è sufficiente per giustificare l’adattabilità di un meme rispetto a un altro. E anche se fosse sufficiente, non ci darebbe nessuno spunto per comprendere i processi evolutivi che governano le dinamiche memetiche: in che senso possiamo dire che il meme del “paradiso” è realmente un’evoluzione “più adattata” del meme dell’“aldilà” primitivo? Non possediamo nessuno strumento per analizzare i meccanismi dell’evoluzione memetica: un adattamento genetico corrisponde a un incremento della fitness, ma a che cosa corrisponde un adattamento memetico? Inoltre, nel caso delle superstizioni, sono le più antiche e ataviche quelle che sembrano sopravvivere, non le loro mutazioni recenti: possiamo quindi parlare d’evoluzione?

40L’idea di un’adattività memetica delle superstizioni appare confusa, dal momento che non abbiamo una nozione chiara dell’ambiente al quale queste dovrebbero adattarsi, né sappiamo se evolvono realmente, visto che molte si ripetono identiche a se stesse dall’antichità.

Un approccio alternativo

41Un’idea comune alle due prospettive presentate, e a quella che si sta per presentare, è che un comportamento sociale come la credenza in una superstizione deve essere “emerso” a partire da un qualche tipo d’adattamento biologico immediato, cioè direttamente funzionale all’ottimizzazione della fitness. Per i sociobiologi, le superstizioni sono in se stesse adattative: incrementano la fitness di una popolazione attraverso il controllo del numero degli individui che la compongono. Per i memetici, dipendono dall’evoluzione naturale dei nostri cervelli, però non rappresentano un vantaggio biologico. Dal mio punto di vista e in disaccordo con i memetici, la loro stabilizzazione rappresenta sì un adattamento; anche se, in disaccordo con i sociobiologi, non un adattamento immediato.

42Torniamo alla caratterizzazione della superstizione come adduzione ingiustificata. Generalmente l’adduzione è un metodo d’apprendimento dall’ambiente abbastanza fedele: ci permette di generalizzare le esperienze passate in termini di affordances adeguate rispetto alla commestibilità di certi alimenti, la pericolosità di certe specie o l’efficacia di certi comportamenti per la sopravvivenza. Tuttavia, l’adduzione è anche un metodo d’apprendimento sociale: un maestro che ci fornisce informazioni utili ed esatte sul nostro ambiente e sui comportamenti che dovremmo adottare conquisterà inevitabilmente la nostra fiducia. In un certo modo, operiamo nei confronti dei nostri modelli sociali una specie di “meta-adduzione”: visto che le adduzioni che impariamo da essi si dimostrano generalmente efficaci, concludiamo che non ci inganneranno con un’adduzione ingiustificata o falsa.

  • 24  Il vantaggio di accogliere questa spiegazione dell’origine biologica delle superstizioni, anziché (...)
  • 25  Non importa che si tratti della necessità di riunirsi sotto un unico leader super partes, come sug (...)
  • 26  Si è detto che non tutte le superstizioni vengono istituzionalizzate (supra: nota 10). La ragione (...)

43Immaginiamo che l’origine di certe credenze sia dovuta a fattori emozionali, come suggerisce la memetica. Le prime adduzioni superstiziose verranno comunicate, in una determinata popolazione, insieme a quelle empiricamente provate, visto che tutto sommato compiono un ruolo biologicamente utile: quello di ammortizzare la paura dell’ignoto24. Lungo le generazioni successive, la tendenza a unificare le adduzioni empiriche ben fondate e quelle superstiziose si consoliderà in virtù del fatto che gli individui non verificano troppo spesso le informazioni apprese, sempre che si dimostrino adeguate alle circostanze sociali e ambientali. Finché un insieme d’informazioni culturali non compromette la fitness globale di una popolazione, non è necessaria la sua revisione. A causa della loro arbitrarietà (almeno una delle loro premesse non dipende da un fatto empirico verificato), le superstizioni sono generalmente differenti da popolazione a popolazione, e rappresentano una specie di marchio di riconoscimento. Allo stesso tempo, certe credenze superstiziose, come quella nell’aldilà o l’idea di un patto con Dio, sono comuni a molte società, e questo conferma l’idea che nascano per risolvere un qualche tipo di problema biologico o ambientale25. L’uniformità di molte superstizioni sotto la categoria “religione” dipende da due fattori. Il primo è che si tratta di credenze sufficientemente comuni, in virtù delle loro connessioni con altri comportamenti adattativi (come l’aldilà con il rituale della sepoltura). A questo dobbiamo aggiungere un atto d’istituzionalizzazione da parte delle autorità, che si presentano come modelli di apprendimento. Una volta istituzionalizzate, le superstizioni non sono già più semplici adduzioni fallaci, ma regole di comportamento imposte per definire l’appartenenza a un determinato gruppo26.

  • 27  L’alto tassa di omicidi rituali fra i Gebusi rappresenta un caso limite. D’accordo con l’interpret (...)

44Questa visione condivide con la spiegazione sociobiologica di Morris l’idea che i comportamenti superstiziosi finiscano per fomentare in qualche maniera l’unità di una popolazione, ma rifiuta l’idea che compiano la funzione, biologicamente determinata, di controllare il numero degli individui che la compongono. I comportamenti superstiziosi sono semplicemente segnali d’identificazione dei modelli dentro una società. La loro funzione principale è il rapido riconoscimento dell’appartenenza di un individuo a un determinato gruppo sociale e quindi dell’attitudine che dovrebbe avere nei suoi confronti. Fingere di avere, o di non avere, abitudini superstiziose può garantire la sopravvivenza in molte occasioni. Un esempio. Per fare fronte al crescente antisemitismo nel Portogallo del xv secolo, gli ebrei dovettero studiare varie strategie per evitare di doversene andare dal paese. Fra queste, è famosa l’invenzione di un tipico salume, l’alheira, molto simile a un salame. I portoghesi ignoravano che l’alheira non contenesse carne di maiale, e quindi non sospettavano della fede religiosa di chi la lasciava appesa fuori dalla porta di casa (com’era abitudine a quell’epoca), pensando che fosse un salame normale e corrente. Invece di iniziare a mangiare carne di maiale, una strategia tutto sommato molto più efficace per neutralizzare i sospetti dei portoghesi, gli ebrei preferirono rischiare la vita pur di mantenere la coerenza con le loro abitudini religiose. In questa semplice vicenda, come in molte altre, assistiamo alla persistenza di certi comportamenti superstiziosi anche quando le condizioni materiali di sopravvivenza consiglierebbero il loro abbandono. Il caso dei Gebusi è ancora più drastico: l’abbandono dei processi per stregoneria garantirebbe maggiori possibilità di sopravvivenza durante le aggressioni dei Bedamini, tuttavia le vecchie abitudini si perpetuano immutate27.

  • 28  Harris 1977.

45Anche se non mangiare carne di maiale può avere una funzione biologica adattativa28, la questione è che l’imposizione religiosa basata nell’adduzione superstiziosa non compie principalmente questa funzione: essa compie una funzione adattativa indiretta, ovvero garantisce la sopravvivenza di un gruppo sociale anziché quella di un individuo. Non mangiare maiale in situazioni nelle quali questa carne rappresenta l’unica risorsa non può rappresentare un incremento della fitness biologica. Tuttavia, anche in una situazione limite, un ebreo o un musulmano difficilmente abbandoneranno le loro abitudini alimentari. L’abbandono di un comportamento religioso implica infatti, da parte dell’infrattore, l’abbandono del suo ruolo di modello per le giovani generazioni, con una conseguente frammentazione del suo gruppo sociale. Chi rifiuta le tradizioni, anche se basate su un’adduzione arbitraria, non è un esempio degno di fiducia nemmeno in relazione ad altre questioni, a causa del processo di “meta-adduzione” che sta alla base dell’apprendimento sociale. La conservazione di un’abitudine superstiziosa è finalizzata alla sopravvivenza e alla coesione di un gruppo sociale, indipendentemente dal possibile sacrificio di vite umane. La mutazione di un comportamento culturale, in questo contesto, è possibile solo se le superstizioni sono molto negative per la popolazione e le nuove apportano un beneficio evidente con un costo cognitivo d’apprendimento non troppo elevato. Viceversa, le credenze superstiziose tradizionali difficilmente possono essere sovvertite da credenze estranee, anche se biologicamente più vantaggiose. La loro funzione di coesione sociale si può rivelare più forte di quella delle alternative biologicamente più adattate.

46La diffusione di certe superstizioni può arrivare a rappresentare un maladattamento biologico immediato, però nella maggior parte dei casi apporta a livello sociale un beneficio che compensa, almeno inizialmente, l’handicap che rappresenterebbe la sua assenza. Questa tesi è quella che marca realmente la differenza fra l’interpretazione proposta e quella sociobiologica. Per i sociobiologi, la presenza di un carattere deve essere spiegata in termini del vantaggio immediato individuale che conferisce a chi lo possiede. In quest’ottica è inconcepibile la persistenza di meccanismi adduttivi empirici “fallaci” che portano i soggetti ad agire in un modo che riduce le loro possibilità di sopravvivenza, anche se a lungo termine sono vantaggiosi per il gruppo. È difficile stabilire come un comportamento di questo tipo possa essere determinato dai nostri geni. L’interpretazione qui presentata riconduce unicamente le facoltà adduttive, ma non le tendenze superstiziose, al nostro bagaglio genetico. L’imperativo biologico all’imitazione dei comportamenti altrui è una guida fondamentale per l’essere umano e rappresenta un adattamento primario (incrementa la nostra fitness). I comportamenti imitati, quando raggiungono un certo equilibrio attraverso l’accettazione generalizzata e/o l’istituzionalizzazione, risultano adattati in un altro senso: ci assicurano l’appoggio del nostro gruppo sociale, anche nel caso in cui siano biologicamente maladattativi. Inoltre, i comportamenti maladattativi esibiscono spesso un vantaggio sociale in virtù del quale si possono considerare adattamenti a lungo termine. Un adattamento a lungo termine è un adattamento che non incrementa le possibilità di sopravvivenza biologica degli individui, ma garantisce condizioni di sopravvivenza ottimali per una società.

  • 29  Richerson e Boyd 2005.
  • 30  Si pensi, per esempio, all’introduzione dell’autopsia in ambito medico. Possiamo immaginare che qu (...)

47Le vittime dei processi di stregoneria durante l’inquisizione rappresentano il prezzo di un’unità sociale compatta, retta da modelli molto chiari e, pertanto, funzionali nel senso qui descritto. I Gebusi, anche se vulnerabili ai Bedamini, mantengono il loro ordine sociale grazie a modelli ugualmente forti. I modelli più attrattivi sono generalmente quelli che si articolano attraverso credenze e comportamenti facili da imitare29. Questi si mantengono anche quando i vantaggi che apportano a una popolazione sono insignificanti, se l’alternativa implica uno sforzo cognitivo e comportamentale maggiore. Questo meccanismo conservatore della trasmissione delle superstizioni, e in generale della trasmissione culturale, soffre cambi sostanziali solo quando casualmente appaiono credenze che generano comportamenti ugualmente facili da imitare, ma biologicamente molto più vantaggiosi. La rivoluzione scientifica ha per esempio rappresentato, a partire dallo sforzo di alcuni individui non adattati agli ambienti culturali dei loro tempi, l’introduzione di strategie adduttive (non superstiziose) empiricamente controllate. All’inizio queste strategie rappresentavano un grande sforzo ma, nella misura in cui conducevano a tecnologie relativamente semplici e vantaggiose per la sopravvivenza, si aprirono il passo fra le superstizioni tradizionali30.

48Non è implausibile pensare che laddove non trionfa, o trionfò, la rivoluzione scientifica e l’Illuminismo, il minor sviluppo formativo della popolazione implica che i comportamenti associati a queste correnti culturali non sono facilmente imitabili. Di quante più capacità formative dispone una popolazione, più facile è l’imitazione della scienza/Illuminismo, e più rapidamente può essere soppiantata la superstizione (anche se, come la persistenza delle credenze religiose nelle società apparentemente illuministe dimostra, questa sostituzione è ben lungi dall’essere semplice e rapida).

49In assenza di scienza e Illuminismo, le culture superstiziose possono forse sembrare crudeli e irrazionali, però in fondo non fanno nient’altro che riprodurre i modelli di pensiero che le mantengono vive.

Conclusioni

  • 31  Alexander 1974.

50In questo articolo si è cercato di affrontare, attraverso lo studio di un fenomeno relativamente circoscritto, un problema piuttosto importante, ovvero la possibilità di estendere le categorie dell’analisi evolutiva darwinista allo studio delle culture. L’interpretazione proposta a proposito delle superstizioni non ambisce certo a costituire un modello in se stessa, ma mostra chiaramente i limiti delle alternative adattazioniste tradizionali. Cercare di ridurre non solo le nostre facoltà mentali (le quali probabilmente svolgono realmente un ruolo adattativo), ma anche i nostri comportamenti, a una funzione geneticamente o memeticamente definita porta a una forzatura dei concetti propri della biologia. Ciò non implica necessariamente l’abbandono delle categorie neodarwiniste in ambito culturale. Le culture mutano, si ereditano e si adattano, non solo metaforicamente. Il problema risiede nell’applicazione adeguata dell’ultima nozione: le culture umane non sono adattate nella stessa maniera nella quale sono adattate, per esempio, le società delle api o delle formiche31.

  • 32  Richerson e Boyd 2005.

51Negli ultimi anni, Richerson e Boyd32 sono stati, secondo la mia opinione, gli autori in grado di definire la proposta alternativa alla sociobiologia e alla memetica più rilevante. Il loro suggerimento è che, nonostante la natura la faccia quasi sempre da padrona, le culture mostrano caratteri adattativi propri: sono principalmente adattate a se stesse, ovvero ai comportamenti più diffusi al loro interno. Questo concetto, che potrebbe sembrare circolare, è in realtà estremamente interessante e merita uno studio più approfondito. Può darsi che i fenomeni culturali siano davvero saldamente ancorati alle nostre necessità biologiche, ma è interessante notare che i loro parametri adattativi potrebbero non ridursi a queste. Sacrificare la particolarità della cultura per salvaguardare un rigido modello neodarwinista (che può essere comunque mantenuto in una versione più debole) non è di nessuna utilità. Getta generale discredito sulla possibilità di formulare interpretazioni alternative, le quali sono ancora per lo più da esplorare. In definitiva, se l’evoluzione culturale umana è darwiniana, come personalmente credo, non lo è nel senso che è serva degli “interessi” biologici né è, ovviamente, un progresso spenceriano. Semplicemente, esibisce aggiustamenti funzionali analoghi a quelli dell’evoluzione biologica, attraverso i quali definisce uno spazio proprio per l’azione sociale.

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Note

1  Anche se non è esattamente il senso standard usato in filosofia della scienza, si tratta comunque di un ragionamento “ampliativo” (per una considerazione dei diversi tipi di “adduzione” si veda, per esempio, Aliseda 2006).

2  Può sempre esistere qualche eccezione che sfugge all’osservazione empirica e invalida così la conclusione, così come in ogni ragionamento ampliativo.

3  Needham 1979.

4  Stark 2003.

5  Knauft 1985.

6  La nozione di “adattativo” è qui usata nell’accezione più comune in biologia evoluzionista. Un determinato carattere, morfologico o comportamentale, viene considerato adattativo quando comporta un qualche vantaggio differenziale (rispetto ad altri caratteri presenti nella popolazione in questione), il quale implica un incremento della fitness (una maggiore discendenza) dell’individuo che lo possiede.

7  Magnani 2007.

8  Questo termine è stato introdotto dallo psicologo James Gibson nel suo articolo The Theory of Affordances, del 1977. Le affordances di un oggetto possono essere considerate come l’insieme delle azioni (o anche, semplicemente, percezioni) che questi “invita” a compiere. Si tratta di proprietà relazionali, determinate tanto dalle caratteristiche dell’oggetto quanto dalla conformazione delle facoltà cognitive.

9  Per semplificare, possiamo considerare la sociobiologia come un progetto teorico che mira alla riduzione funzionale di qualsiasi carattere comportamentale (anche e soprattutto sociale) umano a un carattere ancestrale animale. Nel caso in cui si potesse portare a termine tale riduzione, il sociobiologo potrebbe con ragione affermare che le società umane non hanno nessun’altra funzione propria che la conservazione biologica della dotazione genetica degli individui. Tale riduzione implicherebbe inoltre l’eliminazione delle cause psicologiche prossime dei fenomeni sociali, giacché la loro esistenza sarebbe irrilevante rispetto alle dinamiche biologiche che le sottendono (per un’esposizione accurata della teoria sociobiologica, si vedano, per esempio, Trivers e Willard 1973, Alexander 1974, Wilson 1978 o Barash 1979).

10  Per fitness biologica s’intende la condizione riproduttiva ottimale in relazione all’ambiente (si veda la nota 3).

11  Wilson 1975, considerato come la “bibbia” della sociobiologia, non differenzia aggressività interna ed esterna al gruppo, in aperta polemica con Lorenz e con l’idea che esistano meccanismi di conservazione della specie. Devo ammettere che la posizione di Morris è effettivamente anomala rispetto a quella della maggior parte dei sociobiologi, ma la sua analisi della religione è perfettamente in linea con il pensiero di questi.

12  In realtà, si possono riscontrare comportamenti analoghi in certe specie d’imenotteri (vespe, api e formiche) e addirittura fra gli scimpanzé (Wilson 1975: 246-247). Questo fatto proverebbe, secondo i sociobiologi, la continuità evolutiva dei comportamenti aggressivi, al di là delle naturali differenze dovute a morfologia e struttura sociale.

13  Per Wilson (1978: 255), strategie di controllo quali la caccia alle streghe permetterebbero anche la manifestazione di un egoismo, da parte degli accusatori, naturalmente giustificato, ma culturalmente represso.

14  Potrebbe sembrare che stia limitando la spiegazione sociobiologica ad alcune superstizioni in concreto, quelle istituzionalizzate, che spesso s’identificano con le credenze religiose. Se fosse così, non si spiegherebbe la persistenza di altre superstizioni, come quelle che hanno a che vedere con i gatti neri o gli specchi rotti. In realtà, questi ultimi sono fenomeni minoritari, e non invalidano la presente caratterizzazione (si veda anche la nota 21).

15  Edward Gibbon, nel suo The History of the Decline and Fall of the Roman Empire (1776), inaugura una tradizione interpretativa coerente con questa visione.

16  Morris 1976: 194 (traduzione mia).

17  Sfortunatamente non ho trovato riferimenti bibliografici a un’analisi storica dei casi in cui una guerra si sarebbe potuta evitare o era inevitabile. Sembrerebbe un progetto teorico un po’ fantasioso. Tuttavia, possiamo ragionevolmente notare che, se esistessero meccanismi comportamentali adattati per la soluzione dei conflitti in maniera pacifica, la nostra storia come specie sarebbe stata con ogni probabilità meno sanguinosa.

18 Parlando di memetica, mi riferisco alla formulazione originaria della teoria, di Dawkins (1976) e Dennett (1995), che definisce l’indipendenza dei processi selettivi dal sostrato biologico. Il meme è considerato come un replicante analogo al gene, che permette la trasmissione delle informazioni culturali. Per la memetica, le culture hanno avuto origine da un nuovo brodo primordiale, nel quale i memi hanno iniziato a diffondersi tra gli individui attraverso parametri adattativi autonomi, generando così idee, tecniche, teorie, costumi ecc. (si veda anche la nota 16).

19  Dennett 2006.

20  C’è da dire che Dennett 2006 propone diverse interpretazioni a proposito dell’origine della religione. Quella qui considerata è quella più in linea con la spiegazione memetica.

21  Il termine “meme” deriva dall’incontro della parola greca mímesis (imitazione) con la parola “gene”. Un meme può essere considerato come un’unità minima di imitazione che si riproduce attraverso la comunicazione. Così come i geni, i memi sono, per Dawkins, “egoisti” e “ciechi”. La conseguenza estrema di questa prospettiva è che l’evoluzione culturale non dipende dalle nostre scelte, ma dall’adattatività della nostra “dotazione memetica”. Per un’analisi accurata del concetto di meme si vedano, per esempio, Dawkins 1993 e Dennett 1995.

22  Per convincersi di questo, è sufficiente pensare alla diffusione quasi universale delle tecniche di sepoltura, conservazione o cremazione dei morti in contrapposizione con l’estrema variabilità delle credenze relazionate con la loro destinazione nell’aldilà, la loro resurrezione o reincarnazione. Mentre la sepoltura rappresenta una soluzione comportamentale adattativa a un problema d’igiene (comune a tutta la specie), le credenze sull’aldilà non sembrano derivare di conseguenza dalla nostra condizione naturale di esseri biologicamente adattati.

23Supra: 257-258.

24  Il vantaggio di accogliere questa spiegazione dell’origine biologica delle superstizioni, anziché quella sociobiologica, è che ci permette d’includere ogni tipo di superstizione, come quelle relazionate con i gatti neri o le date sfortunate, che non sembrano avere nessun effetto sul controllo della popolazione.

Non è molto chiaro se la paura per ciò che non si conosce può essere considerata come un carattere adattativo. Senza dubbio, la paura, quando è relazionata con un pericolo imminente, possiede la funzione adattativa di difenderci da possibili aggressioni letali. Tuttavia, il tipo di paura relazionato con l’origine delle superstizioni sembra costituire un aspetto secondario e maladattativo della paura naturale. In questo senso, le superstizioni rappresenterebbero una soluzione adattativa a questa anomalia dei nostri istinti biologici.

25  Non importa che si tratti della necessità di riunirsi sotto un unico leader super partes, come suggerisce Morris, o della superazione degli aspetti maladattattivi di certe funzioni adattative, come la paura dell’ignoto.

26  Si è detto che non tutte le superstizioni vengono istituzionalizzate (supra: nota 10). La ragione per cui certe credenze (come quelle che tirano in ballo gatti neri o specchi rotti) non arrivano a costituire regole di comportamento forti può dipendere dal fatto che, rispetto ad altre superstizioni, esibiscono una logica adduttiva particolarmente debole. Anche se razionalmente sappiamo che né essere innocenti né evitare di vedere un gatto nero incrociarci la strada ci farà uscire sani e salvi da un’ordalia, ci sembra più plausibile stabilire un nesso logico con il primo tipo di fenomeno che con il secondo.

27  L’alto tassa di omicidi rituali fra i Gebusi rappresenta un caso limite. D’accordo con l’interpretazione qui proposta, dovremmo dire che questa tradizione mantiene la coesione del gruppo sociale. Però sarebbe impossibile ignorare il fatto che, in realtà, rende la popolazione estremamente vulnerabile ai Bedamini. Forse si tratta di un esempio di maladattamento non solo biologico, ma anche culturale.

Una possibilità sarebbe quella di considerare nell’insieme le società dei Gebusi e dei Bedamini, che infatti condividono molti vincoli parentali: costituiscono un’unità culturale. I Gebusi, per mantenere i loro forti modelli adattativi, anche se biologicamente maladattativi, si “lasciano” saccheggiare dai Bedamini. Questi, biologicamente beneficiati da questa situazione, approfittano dei Gebusi ma non annientano la loro popolazione.

28  Harris 1977.

29  Richerson e Boyd 2005.

30  Si pensi, per esempio, all’introduzione dell’autopsia in ambito medico. Possiamo immaginare che questa pratica fosse diffusa già prima che, nel xvi secolo, Andrea Vesalio pubblicasse il suo celebre De humani corporis fabrica. Ciò nonostante, la medicina galenica si adattava particolarmente bene al dogmatismo religioso della chiesa cattolica. Le credenze riguardanti la resurrezione dei corpi durante il giudizio finale implicavano che l’autopsia fosse considerata un atto contro la natura e contro Dio. È dunque comprensibile che i medici che la praticavano non lo facessero pubblicamente, per timore di subire un processo o anche semplicemente di essere emarginati socialmente. Gli esponenti della nuova medicina erano elementi non adattati alla cultura del loro tempo poiché, esprimendo le loro credenze, avrebbero costituito un ostacolo alla diffusione del sapere tradizionale. Tuttavia, la funzionalità pratica dell’osservazione empirica dell’anatomia umana rappresentò un vantaggio troppo grande, in termini di sopravvivenza biologica, per essere rifiutato sulla base di adduzioni infondate.

31  Alexander 1974.

32  Richerson e Boyd 2005.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Lorenzo Baravalle, «L’adattabilità delle superstizioni»Rivista di estetica, 48 | 2011, 253-270.

Notizia bibliografica digitale

Lorenzo Baravalle, «L’adattabilità delle superstizioni»Rivista di estetica [Online], 48 | 2011, online dal 30 novembre 2015, consultato il 13 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/1525; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.1525

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Lorenzo Baravalle

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