Navigazione – Mappa del sito

HomeNumeri48recensioniNicola Perullo, La scena del sens...

recensioni

Nicola Perullo, La scena del senso. A partire da Wittgenstein e Derrida

Delfo Cecchi
p. 284-286
Notizia bibliografica:

Nicola Perullo, La scena del senso. A partire da Wittgenstein e Derrida, Pisa, ETS, 2011

Testo integrale

1Il libro di Nicola Perullo – una raccolta di sei saggi già pubblicati su varie riviste e presentati ora in forma rielaborata – suscita interesse sia per l’ampiezza della tematica, sia per l’originalità di una prospettiva che si presenta al tempo stesso come antifondazionalista e realista. La possibilità di filosofare tenendo insieme i presupposti, che potrebbero apparire prima facie divergenti, antifondazionalista e realista è mostrata dall’Autore sulla scorta di una lettura incrociata di Wittgenstein e Derrida, i filosofi maggiormente tematizzati nel volume. Perullo non intende apparentare né assimilare i due autori bensì articolarli tra loro, rifiutando a tal fine sia di leggere nel filosofo austriaco un semplice “conservatore”, rivolto a un ideale esclusivo di chiarificazione linguistica e concettuale che risulterebbe quanto mai distante dallo spirito della decostruzione derridiana, sia viceversa di enfatizzare, nel filosofo francese, la presenza di un “testualismo” assoluto che, implicando esiti teoreticamente antirealisti o ontologicamente nichilisti, apparirebbe del tutto non articolabile con la proposta wittgensteiniana. Pur complicata da una “divergenza stimolante e irrecuperabile” (p. 33) relativa al loro diverso confronto con la tradizione filosofica (pervasiva e insuperabile per l’uno, secondaria o fuorviante per l’altro), la prossimità tra Derrida e il secondo Wittgenstein si estende sui numerosi argomenti del volume, a partire dai quattro ambiti tematici elencati nell’Introduzione quali possibili chiavi di lettura delle singole ricerche.

2Il primo ambito tematico è la nozione di significato come fisionomia, che si trova esplicitamente affermata in Wittgenstein e con la quale la concezione scenica del significato proposta da Derrida (principalmente mediante i concetti di traccia e scrittura) appare confrontabile. La scena del senso che dà titolo, oltre che al volume di Perullo, al primo saggio di cui esso si compone, indica pertanto sia il convergere dei due autori su una concezione non platonista (ma anche non fenomenologica e, per converso, non riduzionista) circa i modi in cui si produce il senso sia, ancor più, la conseguente dimensione prasseologica (p. 63) che entrambi attribuiscono, in modi certo diversi, al gesto filosofico: se il significato non è un voler-dire né un’immagine mentale, se esso non fa che disseminarsi in una fioritura di atti “scenici” o “fisiognomici” della quale non sapremmo trovare un’unitaria radice spirituale o concettuale soggiacente, allora non lo si può mostrare o generare se non praticandolo o esemplificandolo. Il terzo saggio del volume, dedicato alla valenza dei giochi linguistici wittgensteiniani, mostra in particolare come l’intera filosofia del secondo Wittgenstein possa essere concepita come una collezione volutamente non sistematica di esempi, icone o scene di senso (pp. 91-93). Sia per l’autore delle Ricerche filosofiche sia per Derrida, le teorie generali del significato sono in effetti un’impresa fallimentare, nella misura in cui le loro premesse assiomatizzanti trascendono e snaturano la contingenza, l’imprevedibilità e la contestualità di ogni atto significante, cioè quella trama di irriducibili peculiarità morfologiche, estetiche, conative, etiche che Perullo chiama, etimologicamente, “ecologia”. Anche le posizioni sostenute da Derrida contro Searle, analizzate nel secondo saggio della raccolta, implicano la ricusazione della possibilità di obliterare o ottimizzare una tale collocazione ecologica, con tutto il suo carico di parassitismo semantico e di ambiguità significante.

3Il secondo ambito tematico isolato dall’Autore è la non coincidenza tra filosofia, pensiero ed esperienza e, in particolare, l’esigenza di non sussumere al primo termine gli altri due, come accade invece nelle metafisiche sistematiche o nelle concezioni tendenti a ricondurre ogni ambito problematico alle categorie ereditate dalla tradizione filosofica. Una concezione non totalizzante della filosofia, ben visibile in Wittgenstein, può essere attribuita anche a Derrida in ragione del suo essere, come il pensatore austriaco, un filosofo «senza lista» (pp. 20-21), disinteressato cioè a pensare secondo filosofemi prefissati e, più in particolare, per il suo operare volontariamente sui margini della filosofia, in una prospettiva volta a sottolineare anzitutto la parzialità e la non saturabilità del discorso filosofico. La proposta di una filosofia limitata e parziale non coincide però con una semplice negazione della specificità filosofica, né giustifica – come Perullo mostra nel quarto saggio del volume, dedicato a una lettura critica dell’opera di Vico – una troppo lineare derivazione dei concetti filosofici da un’origine poetica o retorica: una più cauta ispirazione derridiana, a partire dalla quale l’Autore rilegge il filosofo della Scienza nuova, inviterebbe piuttosto a pensare l’inseparabilità ab ovo e la reciproca contaminazione tra il retorico e il filosofico o tra ignoranza e sapienza (pp. 135, 151-152). Da un altro punto di vista, una tale contaminazione è posta anche al centro del sesto e ultimo saggio del libro, dedicato alla verifica in Derrida di un tema del gusto alimentare inteso come ciò che «comprime in sé la concettualità del senso e il residuo del filosofico» (p. 21).

4Gli ultimi due ambiti tematici evidenziati da Perullo consistono rispettivamente in un ripensamento della nozione di regola e in una rivalutazione dell’ordinario, temi entrambi immediatamente riferibili a Wittgenstein ma che l’Autore mostra essere articolabili anche con la proposta di Derrida. Il primo di questi due argomenti ribadisce, da un punto di vista anzitutto metodologico, l’esigenza o, almeno, la piena legittimità di un discorso filosofico alternativo rispetto ai contrassegni canonici dell’apriorità normativa, in una prospettiva però in cui il momento antifondazionalistico è solidale con la proposta realistica ed “ecologica” dichiarata in apertura. Fare le regole, come si legge nelle Ricerche filosofiche, “mentre procediamo” significa infatti per Perullo riconoscersi parte di uno «spazio aesthetico aperto alla responsabilità e alla decisione del presente» (p. 23), cioè riempire di contenuto sensibile e di prasseologia irriducibile le forme pure o le teorie astratte della filosofia. Anche la rivalutazione dell’ordinario afferisce – data la sua implicazione nelle dimensioni dell’esperienza e di una sensibilità interpretata in senso non atomistico – alla sfera dell’estetica e particolarmente alla possibilità di riattivare, a partire da Wittgenstein e Derrida, una «estesiologia diffusa» (p. 27), cioè un progetto di valorizzazione di tutto ciò che la conoscenza logico-teoretica lascia nell’ombra o riduce: una esemplarità non normativa, una nozione di esperienza diversa da quella degli empiristi, un’attenzione alla concretezza delle pratiche ecc.

5Da una diversa angolatura, la rivalutazione dell’ordinario è discussa anche nel quinto saggio, dedicato a un’attenta lettura di Sellars. Per un verso, la denuncia del “mito del dato”, per la quale il filosofo americano è celebre, lo rende raffrontabile con Wittgenstein. A differenza di quanto accade nel filosofo austriaco, però, la critica dell’empirismo non comporta in Sellars il recupero di un realismo non empirista, né lo conduce a una rivalutazione del discorso ordinario o a una concezione della filosofia articolabile con quest’ultimo. Più in particolare, il suo interesse per le relazioni causali ed esplicative anziché per i modi singolari del comprendere e per le descrizioni di tipo motivazionale comporta una divergenza notevole dalla prospettiva wittgensteiniana (pp. 158, 162). Come Searle, benché da un punto di vista molto diverso, anche Sellars svolge quindi nel libro un ruolo di antagonista rispetto alla proposta filosofica che vi viene delineata. Anch’egli si riconosce, infatti, in una concezione normativa e trascendentale della filosofia, che si traduce in esplicazione causale e ricerca dei fondamenti anziché in una wittgensteiniana «riflessione percettiva sul mondo e i suoi abitanti» (p. 26), in una considerazione della realtà improntata cioè a un’attenzione “ecologica”, piuttosto che sistematica o scientifica, quale è quella che Wittgenstein ci suggerisce e Perullo intende riattivare.

Torna su

Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Delfo Cecchi, «Nicola Perullo, La scena del senso. A partire da Wittgenstein e Derrida»Rivista di estetica, 48 | 2011, 284-286.

Notizia bibliografica digitale

Delfo Cecchi, «Nicola Perullo, La scena del senso. A partire da Wittgenstein e Derrida»Rivista di estetica [Online], 48 | 2011, online dal 30 novembre 2015, consultato il 12 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/1522; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.1522

Torna su

Diritti d’autore

CC-BY-NC-ND-4.0

Solamente il testo è utilizzabile con licenza CC BY-NC-ND 4.0. Salvo diversa indicazione, per tutti agli altri elementi (illustrazioni, allegati importati) la copia non è autorizzata ("Tutti i diritti riservati").

Torna su
Cerca su OpenEdition Search

Sarai reindirizzato su OpenEdition Search