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recensioni

Sara Fortuna, Il giallo di Wittgenstein. Etica e linguaggio tra filosofia e detective story

Brunella Antomarini
p. 281-283
Notizia bibliografica:

Sara Fortuna, Il giallo di Wittgenstein. Etica e linguaggio tra filosofia e detective story, Milano, Mimesis, 2010

Testo integrale

1Questo libro risulta da un’operazione filosofica molto originale: l’autrice si chiede per quali possibili motivi a Wittgenstein piacesse un giallo di Norbert Davis, Rendez-Vous with Fear, uscito negli Stati Uniti nel 1943 con il titolo The Mouse in the Mountain. Dalle lettere scambiate con l’amico Norman Malcolm sappiamo della sua passione per le hard boiled stories e per questo giallo in particolare. Con grande libertà teorica, che include introspezione e analisi epistemologica, antropologica, morale, estetica, Sara Fortuna parte da questa domanda di tono wittgensteiniano: che cosa può aver pensato Wittgenstein per apprezzare questo giallo? E il libro, raccontando una storia di amicizia e di passione giallistica, può permettersi di spaziare in un ambito vastissimo di riferimenti filosofici e letterari. Il suo carattere indiretto – l’autrice che parla di quello che Wittgenstein potrebbe aver apprezzato e notato del romanzo di Davis, che a sua volta racconta una storia avvincente e intrisa di black humour, di assassinii, incidenti, investigazioni, su sfondi storico-politici – dà al libro un andamento ritmico molto interessante: si parte dall’analisi testuale del giallo, si inferiscono pensieri sulla possibile applicazione wittgensteiniana al testo, ci si espande su tradizioni diverse associabili al tema, si ritorna a Wittgestein e poi al giallo. Così la scrittura si presenta teorica e narrativa nello stesso tempo e si procede come se ci fosse una trama da dipanare e un dénouement finale da rivelare. I temi che emergono naturalmente dall’analisi sono diversi ma tutti coerenti tra di loro; c’è la domanda sul metodo investigativo: c’è un colpevole che tenta di nascondere le tracce di un fatto e un investigatore/filosofo che le deve riportare alla luce tramite micro-presenze, minime tracce. Le due attività speculari però si rovesciano: i colpevoli trattano con l’investigatore quasi come reciproci complici, abbiamo omicidi che sembrano accidentali e incidenti che appaiono come omicidi (p. 184).

2Questo deve aver interessato Wittgenstein nel giallo di Davis: l’esistenza di un secondo sguardo (il precedente libro di Sara Fortuna si chiama A un secondo sguardo, edito da Manifesto libri nel 2002), di un carattere aspettuale, di un vedere-come che ribalta conclusioni argomentative, decisioni e ruoli: l’investigatore Doan si secca se l’assassino confessa troppo presto, perché lui lo pagano a settimana e dunque gli conviene allungare il tempo della ricerca e allora – e qui si introduce lo humour di Davis/Wittgenstein – mette a tacere il colpevole e se ne va in giro come se cercasse degli indizi. Cancellare le tracce della causa/colpevolezza accomuna il colpevole e l’investigatore (pp. 29 e 67). Non c’è verità da rivelare ma reti di relazioni da ammettere. Sara Fortuna ritiene che l’insistenza, da parte di Norbert Davis, senza motivo apparente, su caratteri aspettuali della narrazione (nel senso filosofico-linguistico di attribuire significati in base alla percezione fisiognomica e corporea) sia quello che fa della storia narrata un’anomalia rispetto ai canoni giallistici, tutti concentrati su trama, motivazioni e rivelazione finale, e quindi proprio per questa anomalia debba aver interessato Wittgenstein. La domanda filosofica è presentata come su una scena teatrale, in cui il metodo abduttivo investigativo viene usato “per finta” e quindi superato: non c’è analisi dell’abduzione nel libro, ma la sua liquidazione (pp. 57, 205): se infatti possiamo fingere ipotesi a seconda dell’aspetto (della convenienza, dell’interesse, della eterogenesi dei fini) per spiegare un fatto incomprensibile, per trasformarlo in “a matter of fact”, allora dobbiamo ammettere la essenziale opacità del mondo (a differenza del metodo di Sherlock Holmes, che ne presuppone la trasparenza e la sequenzialità cause/effetti, p. 67 e sgg.). Il mondo è continuo e la sua aspettualità, quando si tratta di “scoprire”, scopre sempre un cono di luce che lascia qualcos’altro celato sullo sfondo, come accade in teatro. Se all’immagine holmesiana della catena sequenziale e lineare di cause/effetti si sostituisce l’immagine reticolare della fune, che sembra provocare il cinismo del detective Doan, l’analisi vira naturalmente verso il tema dell’ironia. Sara Fortuna immagina Wittgenstein che ride mentre legge Rendev-Vous with Fear, che è anche un meta-giallo, dal momento che non si concentra sulla trama, ma sui presupposti linguistici che lo permettono. C’è sempre nei protagonisti del giallo di Davis una doppia intenzione, c’è sempre un’ambiguità; i personaggi appartengono a due mondi diversi (statunitense e messicano) che si parlano con difficoltà e fraintesi, che non si apprezzano a vicenda. C’è un distacco verso il senso della narrazione che, pensa Sara Fortuna, deve aver confermato a Wittgenstein quanto importante dovesse essere analizzare le modalità di manifestazione della sua irriducibilità alla denotazione, compito impossibile per qualunque scienza empirica. La struttura del giallo che non manifesta sensi nascosti, ma diverse facce simultanee di possibili sensi, ha un effetto di illusione e un effetto di realtà: ci sono forme che simulano strutture assenti, e perciò ci fanno ridere. Interessante l’associazione con il passo di Wittgenstein sull’immagine della tribù senz’anima: persone trattate come automi affinché possano essere comandate e sfruttate senza scrupoli da umani che però devono comunque, «attraverso certi aspetti comuni […] comprendere che si tratta di persone in tutto e per tutto simili a loro, sebbene sostengano una ideologia che sostiene che questo non è vero» (p. 194).

 

3È l’ironia ad agire sulla trama come sfondo che dirige i fatti e li sfuma mantenendone l’opacità (p. 243). Un atto è descritto e poi sorvolato, reso rilevante e poi irrilevante. Non abbiamo bisogno in fondo di fare trasparenza, ma solo di costruire un intreccio di ipotesi che si rafforzano l’una con l’altra, in rapporto pluri-causalistico, probabilistico, sfumato, pluri-stabile. Non c’è modo di andare oltre. In questa decostruzione dell’abduzione, in questo teatro della sua dissoluzione, i “fatti” sono reticolari, possono contraddirsi e avvicendarsi, destando stupore e risate. Resta l’analisi delle forme che prendono i fatti. E qui il libro apre alla considerazione di Wittgenstein sulla fisiognomica, sulla morfologia goethiana. Le cose si determinano nello sviluppo reciproco, nello scambio immagine/sfondo. Questa posizione, superata scientificamente, interessa Wittgenstein proprio perché non è scientifica, proprio perché tenta strade argomentativo-filosofiche che la scienza non può percorrere. E qui si introduce il tema di che cosa sia la filosofia, alla luce delle discussioni di Wittgenstein con Popper a Cambridge (p. 39). Se, secondo Wittgenstein, il filosofo è quello che resta colpito dal fatto grammaticale (p. 27); tra la Scilla dell’accademia (il linguaggio specialistico-mimetico che riproduce contenuti allo scopo del riconoscimento reciproco dei parlanti) e la Cariddi della domanda ripetuta all’infinito senza risposta (il rischio di uscire dalle richieste della ricerca scientifica per risalire a una presunta autenticità), il filosofo si trova a procurarsi un suo spazio di analisi che è sempre senza garanzia (p. 102). Dove finisce la verificabilità scientifica comincia l’argomentazione e l’argomentazione è un’arte che richiede di spostarsi sul terreno instabile delle forme (aspetti, fisionomie, connessioni impreviste, concetti fittizi, sintomi, tracce, dissimulazioni…). Non c’è un “interno” da portare alla superficie, ma una ludicità argomentativa in cui lo strutturarsi delle apparenze sostituisce la ricerca delle cause. Questo tipo di filosofia, che marca al femminile/infantile (affettivo, espressivo, metaforico) la ricerca filosofica, porta a un altro tema, quello della misoginia delle tradizioni filosofiche, che devono rimuovere quel lato femminile se devono stabilire la purezza logica del pensiero.

4Al prezzo però di perdere la sua libertà e mobilità inventiva.

5A questo recupero del “femminile” nella riflessione filosofica e nello stile di scrittura, corrisponde una concezione dell’aspettualità più senso-motoria che visiva (p. 216). Un carattere esclusivamente visivo del “vedere-come” non renderebbe conto di quella mobilità, che è più connessa all’azione, al conseguire uno scopo, alla ritmicità che dirige ogni manifestazione concettuale del filosofare (p. 228).

6E questa riflessione viene associata con le immagini di terremoto e rivoluzione presenti nel giallo di Davis (p. 236).

 

7Dunque, nella reticolarità che tiene insieme e distribuisce le possibilità di ogni “scoperta” sembra che la violenza del significato venga stemperata: non c’è mai legame diretto e univoco tra vittima e assassino, effetto e causa, ma una relazione sempre triadica tra vittima, assassino e pubblico (interpretanti) (p. 212), dove il pubblico – gli spettatori-lettori – decostruiscono l’azione come gioco (linguistico e ludico), dove la cancellazione del falso (la verità) assomiglia alla cancellazione delle tracce del vero.

8Questo libro, che si legge come un giallo, usa il giallo per salvare la filosofia (p. 75) e per renderci un Wittgenstein che potrà servire alle filosofie del xxi secolo, una volta libere da relativismi e dipendenze dalle scienze sperimentali.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Brunella Antomarini, «Sara Fortuna, Il giallo di Wittgenstein. Etica e linguaggio tra filosofia e detective story»Rivista di estetica, 48 | 2011, 281-283.

Notizia bibliografica digitale

Brunella Antomarini, «Sara Fortuna, Il giallo di Wittgenstein. Etica e linguaggio tra filosofia e detective story»Rivista di estetica [Online], 48 | 2011, online dal 30 novembre 2015, consultato il 13 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/1519; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.1519

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