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2. INTERVENTI

Traccia e registrazione. Sui fondamenti di Documentalità

Claudio La Rocca
p. 319-329

Abstract

The aim of the paper is to discuss the basic concepts developed in Ferraris’ book Documentalità, in particular the first two items of the conceptual triad trace-registration-inscription. The alleged priority of icnology on semiotics can hardly be justified; due to the overlooking of the notions of rule and code, the law of the production of traces remains obscure. On the other hand, the notion of registration as presence of traces in the mind conflicts whit some of our knowledge about the brain and cannot avoid a logical circularity, since the trace is defined as something which can exist only if a mind is recognizing it as such.

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Testo integrale

Una versione precedente di questo contributo è apparsa sul sito www.rescogitans.it [link non raggiungibile 21/03/2017]. Si ringrazia la direzione editoriale per averne gentilmente concesso la pubblicazione – con modifiche e integrazioni – in questa sede.

  • 1  Ferraris 2009.
  • 2  Fichte 1971: 85; tr. it. in Fichte 1989: 36.
  • 3Ibidem.

1Nel discutere di Documentalità credo sia opportuno cominciare, seppure brevemente, dai meriti del libro di Ferraris1, non tanto perché seguiranno presto – com’è naturale in una discussione – le osservazioni critiche, ma perché ritengo sia utile sottolineare subito con che genere di libro filosofico ci stiamo confrontando. È un libro ambizioso, e questo è il suo primo merito: non ambizioso in un senso psicologico, e tanto meno in una sua sfumatura negativa. È ambizioso, piuttosto, in un senso che direi tecnico e oggettivo, ossia in quanto si pone l’obiettivo di ridefinire un intero orizzonte concettuale, di smuovere categorie consuete, piuttosto che lavorare di dettaglio al loro interno. In questo senso non è il libro di un Grübler, come diceva Fichte, ossia di chi «si lambicca il cervello», come è stato tradotto questo termine: un Grübler è per Fichte chi «si lancia nell’esame di singoli problemi come se da quelli dipendesse tutto»2 – lavora cioè nei particolari senza il sentimento dell’intero. Qui Fichte presagiva forse certi modi (per fortuna non più esclusivi) della filosofia analitica, aggiungendo che chi si lambicca il cervello «produce pensieri cavillosi, freddi, piccoli»3: cosa che non avviene in Documentalità, dove il tentativo è quello di offrire un quadro complessivo che, se non manca di dettagli o analisi, mette le distinzioni concettuali, che pure sono numerose e spesso anche sottili, al servizio di progetto filosofico forte. Ferraris presenta, si sarebbe detto un tempo, una intera Weltanschauung. Ma non resta nei cieli delle distinzioni concettuali: un altro pregio del libro è la ricchezza di analisi concrete, e di esemplificazioni – con la presenza diffusa anche di una “ontologia dell’attualità” che riferisce quanto emerge dall’indagine concettuale a una particolare situazione storica contingente, la nostra, letta come in grado di manifestare un’“essenza”, invece, più generale.

  • 4  Ferraris 2009: 44.

2Sul piano del contenuto, a me sembra lodevole e condivisibile l’impostazione antifisicalista e antiriduzionista che si cerca di far valere senza rinunciare né al realismo di fondo – ribadito con fin troppa insistenza – né a una impostazione che si vuole in ultima analisi monista, antidualista. Di grande importanza è anche il riconoscimento, da cui Ferraris muove ma a cui ritorna, per così dire, offrendogli numerose giustificazioni, di un ampio spazio di legalità, della presenza di vincoli, od oggettività, tanto in ambito naturale quanto soprattutto in ambito sociale; un riconoscimento che tuttavia non si risolve nel mettere al rogo il relativismo, ma consente anche di delineare gli ambiti in cui esso ha senso, segnalandone al contempo i limiti. Condivisibili sono anche argomentazioni più specifiche, come – ne cito solo un paio – l’eliminazione dell’«equivoco per cui ciò che dipende dai soggetti sarebbe anche soggettivo»4, oppure la critica alla teoria degli oggetti sociali di Searle e alle ingenuità della sua nozione di intenzionalità collettiva.

  • 5  Cfr. già Ferraris 2001, 2004.
  • 6  La Rocca 2006; cfr. anche gli altri saggi raccolti in Ferrarin 2006.

3La ricchezza di analisi e di tesi teoriche del testo, espresse con grande incisività, offre al lettore una tentazione per così dire centripeta: capita che, al di là delle linee teoriche di fondo, quasi a ogni pagina ci siano osservazioni da fare, e talvolta critiche da avanzare, così che il lavoro filosofico proposto – ed è un altro merito che vorrei sottolineare – stimola continuamente la riflessione e il confronto teorico, come raramente accade. Ho cercato tuttavia di resistere, per questa occasione, a questa tentazione, e scelgo di concentrarmi invece su alcune tesi di fondo, che sono quelle che costituiscono l’impianto più generale del catalogo del mondo che Ferraris intende offrire. Resisto anche a un’altra tentazione, ossia a quella di discutere dell’ontologia del mondo naturale, e dunque della “fallacia trascendentale” che il libro torna ad attaccare5– sia perché di questo si è parlato e ho parlato in altre occasioni6, sia perché non mi pare vi siano né posizioni né argomentazioni sostanzialmente nuove, in una opzione teorica che si sta rivelando, nei suoi argomenti prima che nelle sue tesi, un po’ “inemendabile”. Dunque lascerò da parte qui questi aspetti, anche se, naturalmente, non mancano – non possono mancare – le interconnessioni tra quanto riguarda l’ontologia degli enti naturali (e di quelli ideali) e l’ontologia degli oggetti sociali che è il core business di questo libro.

1. Icnologia e semiologia

  • 7  Ferraris 2009: 200.
  • 8Ivi: 183.

4Il nucleo concettuale di Documentalità è costituito dalla triade traccia-registrazione-iscrizione, concetti che costituiscono poi gli strumenti per definire e rendere conto del costituirsi degli oggetti sociali. Si tratta, per così dire, di una costruzione progressiva: la traccia può diventare registrazione e questa può diventare iscrizione. Traccia è «ogni forma di modificazione di una superficie che rinvia (ricordandolo) a qualcosa di non presente»; registrazione è «quella traccia che si depone nella nostra mente, rappresentata, ingenuamente ma inevitabilmente, come una tabula rasa, un dispositivo di iscrizione»; iscrizione, infine, in senso tecnico, è «ogni forma di fissazione accessibile ad almeno due persone»7, dunque una «registrazione accessibile pubblicamente»8. L’iscrizione dà luogo infine agli oggetti sociali, secondo la formula “Oggetto = Atto iscritto”.

  • 9  Eco 1984: 43-45. Cfr. Eco 1975: 246-248. La nozione di “motivazione” è una semplificazione che Eco (...)
  • 10  Eco 1984: 45. Per Eco la struttura è inferenziale: «una traccia o impronta dice che, se una data c (...)
  • 11  Ferraris 2009: 250.
  • 12  Questo problema ha due aspetti: come possa avvenire il rinvio, in generale, e come possa quella de (...)

5Devo dire che è il plesso traccia-registrazione quello che suscita le maggiori perplessità, per quanto anche l’iscrizione presenti dei problemi che sorgono comunque, anche se si accettano cioè le precondizioni teoriche offerte dai due primi concetti. Ma restiamo anzitutto sulla traccia. “Traccia” è tradizionalmente in semiotica un tipo di segno, retto da un modo di produzione, come si esprime Eco, per ratio difficilis. Ciò significa che il rapporto tra tipo espressivo (l’aspetto materiale, quello che per Ferraris è la «modificazione di una superficie») e contenuto non è arbitrario, ma c’è una relazione motivata tra il significante e il contenuto (una carta geografica, per esempio, rispetta le relazioni spaziali che di fatto esistono nel territorio)9. La traccia in particolare rinvia da una certa configurazione su una superficie imprimibile a una determinata classe di oggetti impressori (un’orma a un cerbiatto, dei graffi su un tronco a un orso)10. Ferraris propone però un capovolgimento – con un gusto per le rivoluzioni copernicane che è ricorrente nel libro – mettendo la traccia stessa all’origine del segno: l’icnologia (la dottrina della traccia) «è sopraordinata alla semiologia»11. Questa tesi, molto forte, non è approfondita quanto meriterebbe, ma piuttosto illustrata da una sorta di “apologetica”, nella quale si fa vedere variamente come la traccia sia all’origine o sia condizione praticamente di tutto. Questa impresa è resa più facile da un’altra operazione fondamentale, l’estensione del concetto di traccia stesso anche alla comprensione della mente, con la nozione di “registrazione”. Su questo torneremo. Ma intanto resta che non appare molto chiaro, né viene esplicitamente approfondito, in che senso un tipo di segno sia all’origine di tutti gli altri, ossia come la traccia possa essere Urzeichen. Risalendo ancora più in su, non è chiaro neanche cosa faccia di una modificazione di superficie una traccia, ossia, in altri termini, come succeda che una certa modificazione di una superficie rinvii a qualcosa di non presente12.

  • 13  Ferraris 2009: 251.
  • 14  Morris 1955: 31.
  • 15  Ferraris 2009: 253.
  • 16Ivi: 252.

6L’intento di Ferraris è di mostrare una sorta di autoproduzione del meccanismo di rinvio, una sorta di – per dirla con Sraffa – “produzione di tracce per mezzo di tracce”. Quale sia la logica di questo meccanismo di produzione non è però esplicitato, né le cose mi sembra migliorino in modo apprezzabile se si considera il primo degli “assiomi” che vengono stabiliti in relazione al concetto di traccia: «non ci sono tracce in sé, ma solo per menti (anche animali) capaci di riconoscerle»13. Qui sembra ripreso il principio semiotico, enunciato da Morris, ma più vastamente riconosciuto, secondo cui «qualcosa è segno solo perché viene interpretato come segno di qualcosa da qualche interprete»14. A esso si aggiunge nelle teorie semiotiche – a partire dagli stoici – anche l’individuazione della logica di tale interpretazione, si tratti di un modello pittografico variamente concepito, oppure, secondo una linea di pensiero che dagli stoici arriva poi a Peirce e a Eco, piuttosto di una logica inferenziale, che consente tra l’altro di rendere conto dei segni naturali come di quelli convenzionali. Ferraris scrive che «è proprio l’icnologia che rende conto della funzione segnica»15, ma non mostra come questo avvenga. E con questa tesi mal si concilia asserire che un «attributo ontologicamente rilevante» della traccia «è la funzione di rimando ad altro, ovvero il suo valore segnico»16, con una palese circolarità: la funzione di rimando, se deve scaturire dalla traccia, non può essere un componente ontologico della traccia stessa.

7La logica della traccia resta non detta in Documentalità, e questa mancanza va di pari passo con una assenza che mi sembra abbastanza paradossale in una ontologia degli oggetti sociali, ossia quella dei concetti – evidentemente connessi – di regola e di codice. Ma torno a chiedere: cosa fa di una traccia “una traccia”, e cioè cosa costituisce quel rapporto di rinvio che la distingue da un mero ente fisico? Che questo rinvio abbia bisogno di una mente non ci dice ancora come esso sorga. E le cose non si semplificano, ma temo si complichino, attraverso la tesi, importante per l’economia del discorso svolto e per il “monismo” che ne dovrebbe scaturire, secondo cui la mente è essa stessa costituita da tracce.

  • 17  Quella sociale è esplicitamente teorizzata, cfr. Ferraris 2009: 230.
  • 18  Kant 1783: 312 (§ 30). Cfr. La Rocca 2003: 151 ss.
  • 19  Ferraris 2009: 224.

8Un elemento per rendere conto di questo problema sembra essere fornito là dove Ferraris si riferisce alla lettura – intesa evidentemente in un senso tanto ampio quanto quello di “traccia” e “scrittura” – come a una attività anzitutto non culturale, ma naturale, che risponde a esigenze profonde e si basa su profonde capacità della nostra mente. Questa archilettura, se posso chiamarla così, è evidentemente anzitutto una attività di decodificazione di aspetti o tratti del mondo naturale, che richiede però che essi vengano resi per così dire “pertinenti”, che vengano ritagliati tra altri in modo da assumere un particolare senso percettivo, in relazione, si può presumere, a un rilievo che essi possano assumere per l’organismo. Se c’è una “archilettura” naturale c’è una archiscrittura già naturale17 e, questo, oltre a mettere in questione la netta separazione tra ontologia dell’oggetto naturale e quella dell’oggetto sociale (non può non risuonare qui il kantiano «compitare i fenomeni per poterli leggere come esperienza»)18, richiede un archialfabeto, ovvero, detto in modo forse più chiaro, un codice di pertinentizzazione, un insieme di regole che stabiliscono cosa è “lettera” e cosa non lo è. Le tracce vanno “tipizzate” per essere ri-conosciute come tali. Che esse non veicolino un significato in senso proprio, che siano caratteri e non necessariamente parole né frasi – come esemplifica Ferraris con una stringa “caotica” di caratteri19– non toglie che come tali vadano riconosciuti, e che quindi si presentino come token di type, occorrenze di tipi.

  • 20  In genere non mi è molto chiara la portata di alcuni “assiomi”, come quello secondo cui «la tracci (...)
  • 21  Cfr. Dennett 1991: 180, 207.
  • 22  Cfr. il cap. V dal libro L’Homme (tr. it. in Descartes 1986: 117 ss.).

9Sembra dunque che la particolare natura fisica della traccia non sia poi così importante20, ma lo sia piuttosto la legge del suo prodursi. Se si tratta di mostrare un processo di auto-organizzazione delle tracce, quello che appunto indicavo come “produzione di tracce per mezzo di tracce” – insomma: di mostrare come dalla lettera sorga lo spirito – è indispensabile indicare la legge che presiede a questo processo. Lo stesso Hume, il cui progetto era di mostrare come le idee “pensano da sé”, ossia una sorta di auto-organizzazione delle rappresentazioni21, ha cercato di indicare però le leggi secondo cui questo doveva avvenire. O, per fare un altro esempio, Cartesio, alla cui teoria delle idee come tracce nella mente Ferraris si richiama, indica in che modo le tracce – queste tracce “profonde” impresse sulla superficie del cervello – rappresentino il mondo esterno, e cioè attraverso un sistema meccanico di particelle (“spiriti animali”) in grado di riprodurre configurazioni relazionali del mondo esterno22.

  • 23  Ferraris 2009: 257.
  • 24Ibidem.
  • 25Ivi: 253. «Essere traccia è una caratteristica relazionale di un’entità naturale» (ibidem).
  • 26Ivi: 259.
  • 27  «Non si deve concludere che le tracce siano meri oggetti fisici» (ivi: 252).

10Ferraris riconosce il fatto che una traccia assume un significato in senso anche proprio, e però mette in conto questo alla nozione di registrazione («la registrazione è sempre connessa in modo molto stretto a una rappresentazione in un soggetto», «è sempre connessa a un significato»)23. Ma in questo modo la stessa nozione di traccia perde di perspicuità: si parla di «traccia inerte»24, una specie di monade in sonno, che però perde così la sua natura relazionale, la proprietà precedentemente enunciata secondo cui una traccia esiste come traccia «solo perché c’è qualcuno che la considera come tale»25. «Tracce originariamente inespressive (per esempio, i residui organici prima dello sviluppo della polizia scientifica) diventano registrazioni nel momento in cui il loro senso risulta tecnicamente accessibile»26. Si configura così una sorta di proto-traccia, che attende di essere riconosciuta come tale, che non si distingue più, però, da un mero ente fisico, quale la traccia per definizione non è27.

  • 28Ivi: 246.

11In uno dei rarissimi punti di Documentalità dove emerge la nozione di codificazione, Ferraris ne parla come di una «fissazione dei significati che dipende in tutto e per tutto dalla registrazione, ossia da una delle funzioni dell’archiscrittura»28. Al di là del fatto che nulla si dice su modalità e logica di questa fissazione di significati – non è chiaro cioè come emerga una Bedeutung intesa come ciò che permane identico nel variare delle occorrenze dei suoi supporti fisici –, resta riconosciuto che la codificazione è necessaria, in forme specifiche, già per l’emergere della traccia. All’origine, dunque, non c’è la traccia, ma la codificazione.

  • 29Ivi: 51.
  • 30  Cfr. per esempio Husserl 1929: 24-25; tr. it. 26-27: «In quanto formazione spirituale obiettiva il (...)

12Il mancato riconoscimento della priorità della regola, o se si vuole del sistema funzionale (della “grammatica”), porta a formulazioni contraddittorie o assurde come questa: «Un’iscrizione […] è una traccia o modificazione fisica che si appone su un supporto, e che può in taluni casi (il denaro, i romanzi, le sinfonie, per esempio) rimanere la stessa con il variare del supporto, in altri (i quadri per esempio) no»29. Non si capisce come una modificazione fisica che si appone su un supporto possa rimanere in quanto tale la stessa con il variare del supporto. La sinfonia su una partitura, su un nastro magnetico, una trasmissione radio o su cd è la stessa in quanto unità ideale – o, se si vuole, in quanto sistema relazionale di suoni codificato –, non certo per il permanere identica di una traccia fisica30.

  • 31  Ferraris 2009: 235.
  • 32Ivi: 30.

13Stesso discorso può valere per la tecnica, intesa come «sistema regolato di iterazioni» come ciò che darebbe luogo ai «significati, i contenuti, i valori»31: l’iterazione stessa (prima ancora del suo «sistema regolato») presuppone appunto una regola e non la produce, né può produrla. Così la tesi secondo cui un’identità è ripetibile perché è iscritta32 si lascia sfuggire la condizione perché ci sia ripetizione dello stesso, ossia la produzione del type che consente di riconoscere come identico il proprio token.

2. Registrazione: la traccia e la mente

14I problemi non si semplificano, ma si complicano, direi, per la forza della cosa stessa, quando la icnologia viene estesa a comprendere, o meglio a essere sovraordinata non solo alla semiologia, ma anche alla psicologia. In altri termini, quando le nozioni di traccia e registrazione vengono utilizzate per spiegare la materia di cui siamo fatti, la natura delle mente.

  • 33Ivi: 248.
  • 34Ivi: 398.

15Che la mente sia come – o sia propriamente, per catacresi; o addirittura come «un trascendentale da cui non si può uscire» – una tabula e i pensieri tracce e registrazioni è una tesi33 che nell’economia di Documentalità non soltanto serve a favorire il passaggio natura-cultura e a sostenere un impianto che si vuole monistico, ma anche a rendere possibile la tesi “Oggetto sociale = Atto iscritto” in modo che essa possa comprendere anche atti e conseguenti oggetti sociali che non fanno ricorso a una scrittura in senso proprio. Esempio paradigmatico è la promessa, che può certo in alcuni casi essere scritta, ma sussiste comunque quando venga pronunciata tra due soggetti, e vi sia dunque – sostiene Ferraris – una registrazione “pubblica”, ossia in linea di principio accessibile ad almeno due soggetti. La registrazione ci sarebbe anche in questo caso in forza del fatto che la promessa è registrata nella mente. Forse anche qui il riferimento a norme o codici che regolano atti linguistici e le loro conseguenze performative avrebbe contribuito a evitare una iperestensione del concetto che a sua volta non giova al concetto stesso. La nozione di traccia perde il suo riferimento a una superficie fisica (si ha a che fare ora piuttosto con «modificazioni di volumi, di stati chimici e fisici»)34, ma soprattutto il concetto si accolla compiti che credo non riesca ad assumersi fino in fondo. Mi limito su questo a tre osservazioni, o tre dubbi.

 

  • 35  «Che cosa c’è di “mnemonico” nella memoria di un computer? Se uno obietta che è memoria perché con (...)
  • 36  Edelman 2004: 35-36. È grazie alla degenerazione che «una data risposta categoriale nella memoria (...)
  • 37  Una configurazione costante di neuroni potrebbe rappresentare qualcosa di paragonabile alla tracci (...)
  • 38  Chalmers 1996: 281.

161) È dubbio che sia sensato parlare in un senso che non sia dinamico e funzionale di “tracce” nel cervello. Quello che sappiamo sul funzionamento del cervello consente di dire che è davvero problematico parlare in quest’ambito di qualcosa che abbia un minimo di permanenza come le tracce, seppure intese ora come modificazioni di stati chimici e fisici. Molti, per esempio Gerald Edelman e Giogio Tononi, sottolineano come vedere la memoria in quanto registrazione sia estremamente improprio35. Ma, soprattutto, lo stesso Edelman, che pure fa riferimento all’idea di “mappe” o “mappature” cerebrali – dunque qualcosa che sembra muoversi nella direzione dell’idea di traccia in senso lato –, sottolinea come un tratto fondamentale del funzionamento del cervello e di tali mappature sia la “degenerazione”: quella «capacità posseduta da elementi diversi di un sistema di svolgere la stessa funzione e produrre lo stesso risultato»36. È una capacità propria già del codice genetico, e che consente di dar luogo alla medesima funzione cerebrale senza ricorrere a configurazioni costanti di neuroni (che costituirebbero tracce, in qualche senso)37, ma soltanto in base a una costante legge funzionale di organizzazione. Si noti che questa caratteristica della “degenerazione” ha evidenti analogie con il principio della difference that makes a difference (Bateson), che si fa valere in ambito della teoria dell’informazione, e che può essere esteso dai termostati fino alla coscienza umana, secondo alcuni progetti, come quello di David Chalmers che appunto lo ricorda38: un sistema di informazioni seleziona quegli input che risultino tali da produrre trasformazioni nel sistema, e dunque è in grado di “pertinentizzare” in questo modo solo quelli che, in forza della loro natura fisica, ma non soltanto in base a essa, finiscono per essere input significativi. Qualcosa del genere può essere operato da un sistema molto semplice – almeno in confronto con una mente umana e animale – e può spiegare bene (naturalmente al prezzo di mostrare accuratamente i passaggi nella loro complessità) l’emergere del significato, in un senso che poi gradualmente può diventare più prossimo a quello umano. Soltanto che qui, se possiamo dire così, è lo spirito che produce la lettera, seppure in un senso ben poco spiritualistico, dove “spirito” è il nome per l’architettura funzionale di un sistema costituita da leggi relazionali che possono anche soltanto essere specificazioni di nessi causali – insomma qualcosa di non precisamente soltanto materiale, ma certo ben poco impalpabile e molto naturale. Se posso permettermi qui una formulazione riassuntiva, che fa leva su due sensi diversi di “contenere”: lo spirito è il modo in cui funziona la lettera, che la lettera non contiene (nel senso che dai suoi elementi in quanto tali non scaturisce) ma che è contenuto nella lettera (nel senso che non è altro che il modo in cui gli elementi sono funzionalmente interconnessi).

  • 39  «Sappiamo abbastanza di come possa essere fatto quel gesso, ma c’è ancora molto da scoprire. Sappi (...)

17Un riserva analoga può essere svolta in riferimento a quanto sottolinea Gary Marcus: se la memoria è come una lavagna, o più lavagne, il gesso deve essere di un tipo solo – fuor di metafora: è necessario un tipo di informazione che sia equivalente e interscambiabile, dunque qualcosa di già codificato39.

 

  • 40  Dennett 1978: 90-107.
  • 41Ivi: 104.

182) Il secondo dubbio riguarda il fatto che le credenze (e, aggiungerei, le volizioni, non poco importanti in ambito sociale) possano essere equiparate a registrazioni. In un saggio del 1975, intitolato Scrittura del cervello e lettura della mente40, Dennett mostrava come immaginare, una volta decifrata la scrittura cerebrale, di poter legger la mente di un soggetto, nonché la stessa idea di una biblioteca centrale di dati (di enunciati, ma credo si possa applicare alle tracce come loro precondizioni) redatti in scrittura cerebrale porti a paradossi, e concludeva che «se anche dovessimo scoprire un sistema di scrittura del cervello capace di rappresentare i nostri giudizi, la lettura della mente che ne potrebbe risultare non svelerebbe le nostre credenze»41. Questa tesi, che non può essere qui discussa in modo approfondito, confermerebbe che la complessità funzionale della mente è tale che l’ipotesi della tabula, con tutta la sua nobile tradizione, sembra troppo povera anche per un primo approccio. Il timore è che ne venga fuori, in ogni caso, una versione riduttiva della mente e del pensiero, un timore che gli sviluppi, seppure brevi, che vengono dati a questa idea in Documentalità non aiutano a fugare.

 

  • 42Ivi: 34. Dennett scrive in verità che la bis-bis-… bisnonna era un robot, ma interpretando come ro (...)
  • 43  Ferraris 2009: 253.

193) Il terzo dubbio, devo dire, è il più radicale: è cioè quello di un circolo vizioso che mi sembra neanche le precisazioni di Ferraris risolvano e che, invece, in una prospettiva funzionale come quella che evocavo non si presenta – perché non vi è contraddizione, anche se vi è naturalmente una sfida notevolissima nel realizzare il programma, nel riferirsi a uno sviluppo che vada, secondo una logica evoluzionistica, da forme di proto-intenzionalità (macromolecole o virus) a menti animali più o meno evolute, fino alla mente umana, ricordandoci, per dirla ancora con Dennett, che la nostra bis-bis-… bisnonna era un virus42. Il circolo sta nel fatto che la traccia è definita come qualcosa che «esiste come traccia solo perché c’è qualcuno che la riconosce come tale»43, ma quel qualcuno è a sua volta essenzialmente costituito da tracce. Ferraris assegna la stessa qualità anche a menti animali, conseguenza credo inevitabile, ma questo sposta soltanto il problema: quando c’è la traccia originaria per la mente originaria?

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Note

1  Ferraris 2009.

2  Fichte 1971: 85; tr. it. in Fichte 1989: 36.

3Ibidem.

4  Ferraris 2009: 44.

5  Cfr. già Ferraris 2001, 2004.

6  La Rocca 2006; cfr. anche gli altri saggi raccolti in Ferrarin 2006.

7  Ferraris 2009: 200.

8Ivi: 183.

9  Eco 1984: 43-45. Cfr. Eco 1975: 246-248. La nozione di “motivazione” è una semplificazione che Eco stesso utilizza, criticandola poi parzialmente (Eco 1975: 251 ss.). Entrare in questa problematica, pur di grande rilievo, non è qui importante, ma basti questo cenno a ricordare la complessità del rapporto di rinvio in questione nella traccia.

10  Eco 1984: 45. Per Eco la struttura è inferenziale: «una traccia o impronta dice che, se una data configurazione su una superficie imprimibile, allora una data classe di agenti impressori» (ibidem).

11  Ferraris 2009: 250.

12  Questo problema ha due aspetti: come possa avvenire il rinvio, in generale, e come possa quella determinata modificazione rinviare a quel determinato “oggetto” assente.

13  Ferraris 2009: 251.

14  Morris 1955: 31.

15  Ferraris 2009: 253.

16Ivi: 252.

17  Quella sociale è esplicitamente teorizzata, cfr. Ferraris 2009: 230.

18  Kant 1783: 312 (§ 30). Cfr. La Rocca 2003: 151 ss.

19  Ferraris 2009: 224.

20  In genere non mi è molto chiara la portata di alcuni “assiomi”, come quello secondo cui «la traccia risulta sempre più piccola del suo supporto» (ivi: 251); che diventa del tutto oscura se si pensa a eventi cerebrali.

21  Cfr. Dennett 1991: 180, 207.

22  Cfr. il cap. V dal libro L’Homme (tr. it. in Descartes 1986: 117 ss.).

23  Ferraris 2009: 257.

24Ibidem.

25Ivi: 253. «Essere traccia è una caratteristica relazionale di un’entità naturale» (ibidem).

26Ivi: 259.

27  «Non si deve concludere che le tracce siano meri oggetti fisici» (ivi: 252).

28Ivi: 246.

29Ivi: 51.

30  Cfr. per esempio Husserl 1929: 24-25; tr. it. 26-27: «In quanto formazione spirituale obiettiva il linguaggio ha le stesse proprietà delle altre formazioni spirituali: allo stesso modo noi distinguiamo dalle mille riproduzioni di una incisione l’incisione stessa, e quest’incisione, l’immagine incisa stessa, è quella che viene guardata attraverso ciascuna riproduzione, e che è data in ciascuna allo stesso modo come un ideale identico. […] il logico considera il linguaggio in primo luogo solo nella sua idealità, come parola grammaticale identica, come proposizione (e nesso di proposizioni) grammaticale identica di fronte alle realizzazioni reali o possibili; proprio come il tema di chi dà giudizi estetici non è una certa opera d’arte (sonata, quadro) in quanto complesso sonoro trascorrente di carattere fisico, o quando come cosa fisica [Bildding], ma il quadro [Bild: immagine] stesso, la sonata stessa – l’oggetto propriamente estetico, come lo è quello propriamente grammaticale nel caso parallelo». Da notare che non è in questione la riproducibilità tecnica (assente nell’esempio del quadro); centrale non è l’occorrenza fisica di qualcosa di identico, ma, in termini husserliani, il darsi di un Sinn (che, si potrebbe aggiungere, anche nel riconoscimento di un percetto visivo è tale in forza di una “codificazione”).

31  Ferraris 2009: 235.

32Ivi: 30.

33Ivi: 248.

34Ivi: 398.

35  «Che cosa c’è di “mnemonico” nella memoria di un computer? Se uno obietta che è memoria perché conserva tracce, cioè iscrizioni, allora ha già ammesso che è sensato assumere che la memoria umana è una forma di iscrizione» (ivi: 248). Di contro Edelman e Tononi: «La memoria assomiglia più alla fusione e al ricongelamento di un ghiacciaio che a un’iscrizione su di una roccia» (Edelman e Tononi 2000: 111). Cfr. anche Edelman 1991: 80-81: «la memoria nelle mappature globali non è un’archiviazione di attributi fissi o codificati che devono essere richiamati e combinati in modo replicativo come in un computer. La memoria è invece il risultato di un processo di continua ricategorizzazione, che, per sua natura, dev’essere procedurale».

36  Edelman 2004: 35-36. È grazie alla degenerazione che «una data risposta categoriale nella memoria può essere conseguita dinamicamente in vari modi» (Edelman 1991: 81). «Benché un output fondato su una categorizzazione possa essere lo stesso, le vie attraverso le quali viene raggiunto possono variare. È in questo senso che la memoria è considerata un processo di ricategorizzazione» (ibidem).

37  Una configurazione costante di neuroni potrebbe rappresentare qualcosa di paragonabile alla traccia (una versione aggiornata delle «figure» tracciate sulla superficie del cervello di cui parla Descartes; cfr. Descartes 1986: 124-125), se da essa dipendesse la capacità rappresentativa. Ma Walter Freeman osserva per esempio che le stesse configurazioni AM (modulazione di ampiezza di onde cerebrali) risultano diverse, per la percezione dello stesso odore nello stesso individuo, tra la prima esposizione all’odore e una successiva: «non godono della proprietà invariante nei confronti di stimoli che rimangono costanti»; «le configurazioni AM sono dipendenti dal contesto, dalla storia e dal rilievo – in una parola, dal significato – e questo è il settimo componente elementare della neurodinamica» (Freeman 2000: 96). Se posso un po’ brutalmente semplificare: anche qui sembra più originario il significato (dato da un insieme assai complesso di funzioni) rispetto a ogni traccia materiale che vorrebbe presentarsi come originaria.

38  Chalmers 1996: 281.

39  «Sappiamo abbastanza di come possa essere fatto quel gesso, ma c’è ancora molto da scoprire. Sappiamo poco sui meccanismi attraverso i quali viene recuperata la memoria, e ancora meno sui “codici” che usa il cervello per immagazzinare la propria memoria: è come se capissimo il processo per il quale il gesso viene applicato alla lavagna, ma nulla su come si scrive e si legge» (Marcus 2004: 120).

40  Dennett 1978: 90-107.

41Ivi: 104.

42Ivi: 34. Dennett scrive in verità che la bis-bis-… bisnonna era un robot, ma interpretando come robot i virus, in quanto macromolecole impersonali autoreplicanti.

43  Ferraris 2009: 253.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Claudio La Rocca, «Traccia e registrazione. Sui fondamenti di Documentalità»Rivista di estetica, 50 | 2012, 319-329.

Notizia bibliografica digitale

Claudio La Rocca, «Traccia e registrazione. Sui fondamenti di Documentalità»Rivista di estetica [Online], 50 | 2012, online dal 30 novembre 2015, consultato il 25 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/1502; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.1502

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Autore

Claudio La Rocca

Claudio La Rocca è professore ordinario di Filosofia teoretica presso l’Università di Genova. I suoi interessi di ricerca principali riguardano la filosofia trascendentale, la fenomenologia, la filosofia della mente. È direttore della rivista “Studi Kantiani”.

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