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2. INTERVENTI

Intenzionalità e registrazione. Sulle tracce del soggetto

Edoardo Fugali
p. 267-274

Abstract

The main purpose of this contribution is to proof the tenability of the notion of trace as useful both to explain individual intentionality and to found a monistic ontological outlook on reality which guarantees the transition from the level of nature to the level of society. I argue that the notion of trace alone doesn’t suffice to give an account of the act side (i.e. quality) of intentionality and that an ontological treatment of the notion of person is requested (within the framework of Husserl’s theory of whole and parts and/or emergentism), since individual subjects play ultimately a crucial role in order to give life to social world.

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Testo integrale

1Uno dei meriti maggiori di Documentalità è senz’altro la proposta di una teoria dell’esperienza che si ispira al realismo del primo Husserl e dei suoi discepoli di Monaco e Gottinga. Sotto questo profilo, il libro si rivela un magistrale saggio di ontologia fenomenologica che, oltre a ciò, serba buona memoria della lezione di Paolo Bozzi e della psicologia della Gestalt. Il riconoscimento della centralità della percezione e dell’autonomia delle sue modalità di organizzazione dall’intelletto e dal linguaggio è funzionale al risalto conferito all’originarietà dell’esperienza e alla sua irriducibilità in quanto “realtà incontrata”, sia ai logocentrismi di ogni genìa – costruttivisti o decostruzionisti che siano –, sia al naturalismo delle scienze cognitive che, a dispetto delle sue pretese di obiettività, è apparentato, almeno nelle sue varianti più estreme, a queste derive più di quanto i suoi esponenti non siano disposti ad ammettere.

2È per questo che non si può che plaudire al tentativo di Ferraris di socializzare l’intenzionalità e di analizzare le dinamiche che a partire da essa rendono possibile la costruzione di un mondo sociale attraverso pratiche di iscrizione che si sedimentano in abitudini condivise, rituali e documenti. Tuttavia, proprio perché sono in prima istanza i soggetti concreti e l’esperienza del mondo di cui sono titolari a dar vita al mondo sociale, sarebbe stato lecito attendersi che fosse impressa loro una caratterizzazione ontologica più forte. Nel catalogo del mondo prospettato nella prima parte del libro, i soggetti occupano invece una posizione quasi residuale – Ferraris stesso afferma che alla fine su essi non v’è molto da dire, se non che si distinguono dagli oggetti unicamente per essere dotati di rappresentazioni. Il soggetto è un ente naturale che grazie alla propria facoltà rappresentativa è in grado di intraprendere un processo di individuazione che lo conduce a costituirsi come essere sociale, processo, questo, reso possibile e innescato dalle risorse offerte dalla scrittura. Se è dunque un ente naturale e sociale al contempo, il soggetto non ricade sotto un genere ontologico primitivo, a differenza degli oggetti naturali e sociali, per i quali sono contemplate invece due categorie ben distinte. Le rappresentazioni – il cui possesso segna la linea di discrimine tra soggetti e oggetti – non sono infatti oggetti a sé stanti, ma mere proprietà del soggetto, che non rinvia dunque a una regione ontologica autonoma, bensì al massimo a una sorta di genere misto, posto all’intersezione tra l’insieme degli oggetti naturali e quello degli oggetti sociali. La transizione dal primo al secondo livello verrebbe assicurata, anche nell’ambito individuale e intrapsichico, dalla registrazione della traccia, in cui in ultima analisi le rappresentazioni e gli stati mentali in generale consisterebbero, e dal suo esteriorizzarsi in iscrizioni.

3Ora, si può concordare sul fatto che tra i poteri del soggetto non rientra quello di prescrivere alla realtà il suo assetto ontologico al modo di un’istanza legislatrice, e in questo senso è del tutto condivisibile la mossa deflazionistica suggerita da Ferraris, unitamente al drastico ridimensionamento a cui sottopone le pretese del costruttivismo filosofico. Non ci si può tuttavia sottrarre all’impressione di una marginalità ontologica del ruolo del soggetto, quasi che l’origine della realtà psichica, sociale e istituzionale fosse da individuare in via esclusiva nei poteri di cui verrebbero a caricarsi la traccia e la scrittura. È pur vero che nel mondo sociale regna sovrana l’eterogenesi dei fini e dei mezzi, e che le sue formazioni finiscono con l’emanciparsi dai soggetti che le hanno create fino ad acquisire un’esistenza autonoma e a determinare degli esiti che molto spesso si rivelano difformi dalle loro intenzioni, secondo una dinamica che ricorda molto da vicino la feticizzazione di Marx. Resta il fatto tuttavia che, come Ferraris stesso ammette, ogni traccia è tale soltanto per un soggetto capace di apprenderla, il che ne marca in un senso affatto peculiare lo statuto ontologico.

  • 1  Cfr. Ferraris 2009: 8.

4Prima di affrontare questo punto vorrei però soffermarmi ancora sulla questione della soggettività. Non potremmo forse ricondurre la persona e la dimensione soggettiva in cui le esperienze personali si collocano a un genere ontologico autonomo? Per qualificare i soggetti è sufficiente il riferimento esclusivo al ruolo che la lettera assume nel passaggio dall’uomo come essere naturale all’uomo come essere sociale – passaggio che caratterizza sotto il profilo filogenetico l’evoluzione della specie umana e che ogni singolo individuo ripercorre in proprio sul piano ontogenetico? Certamente il soggetto non è un che di dato una volta per tutte, ma un’unità dinamica che si sviluppa lungo un decorso temporale, se è vero che l’individualità non è un possesso originario e garantito fin dall’inizio. Ora, siamo sicuri che la traccia, anche nella caratterizzazione impressale da Ferraris, possa fungere da principio motore e che sia sufficiente limitarsi a distinguere all’interno del soggetto una componente naturale e una sociale? Più che di soggetto, preferirei parlare di persona, nonostante le riserve espresse da Ferraris sull’uso di questo termine1, data la difficoltà di definirlo e le valenze giuridico-morali di cui esso si carica, e provo a farlo mantenendomi sul piano di una caratterizzazione ontologica.

  • 2  Husserl 1900-1901.
  • 3  Beckermann, Flohr, Kim 1992. Smith (1995) tenta di reinterpretare in chiave di monismo dei sostrat (...)

5Ogni individuo personale esibisce una struttura complessa che consta di una molteplicità di strati edificati l’uno sull’altro, ognuno dei quali presuppone geneticamente quello inferiore per riprenderlo in sé quale elemento costitutivo di una totalità più ampia. Ritengo perciò più appropriato un modello descrittivo che tenga conto di questo assetto e spieghi le interrelazioni tra le sue componenti in analogia con l’ontologia husserliana del tutto e delle parti2 o a quella proposta più di recente sulla scia della ripresa dell’emergentismo di Broad e Lloyd Morgan3. Potremmo allora riconoscere nella persona anzitutto un livello fisico-naturale, su cui si costituiscono quello biologico del corpo organico e quindi i livelli psicologici del corpo vissuto e della coscienza empirica (ed eventualmente quello fenomenologico della coscienza pura, ferme restando tutte le riserve del caso verso le inclinazioni idealisteggianti del secondo Husserl). Gli individui fungerebbero in questo quadro da elementi costitutivi di un sistema globale di ordine superiore che deriverebbe dalle loro interazioni reciproche, ossia la realtà sociale.

  • 4  Ferraris 2009: 251.
  • 5  L’ambiguità insita nell’uso del temine “materia” nel definire il modo d’essere della traccia è a g (...)

6Ora, siamo veramente sicuri che la traccia basti a tenere insieme questa pluralità di stratificazioni e a garantire la transizione dall’una all’altra? Tentare di dare una risposta a tale domanda rende anzitutto necessario soffermarsi sulle sue particolarità ontologiche. Ferraris definisce la traccia come la modificazione di una superficie fisica, cioè come qualcosa che richiede l’esistenza di un supporto materiale, il che lo induce ad argomentare a favore della materialità della traccia stessa, partendo dal dato strutturale per cui essa occupa una porzione di spazio minore del supporto che la accoglie4. Anche su questo si potrebbe discutere, poiché la traccia di per sé considerata è ben lungi dal possedere la robusta compattezza di un pezzo di materia, ma esibisce piuttosto lo statuto ontologico particolare di entità come i fori, le pieghe, le incisioni e le concavità, ed è dunque pericolosamente incline a lasciarsi includere sotto categorie meontologiche5.

  • 6  Su questo punto mi riferisco ancora a Casetta (2010: 10).

7Questioni limite a parte, se una traccia può valere come traccia soltanto per un soggetto dotato di intenzionalità e perciò in grado di comprenderla in quanto tale, e presuppone dunque – prima che un’imposizione di funzione – un’attribuzione o almeno un riconoscimento di significato da parte del soggetto stesso, come stanno le cose per quelle particolarissime tracce che sono gli engrammi inscritti nel cervello e nella mente, ossia le registrazioni? Tra queste e le iscrizioni documentali Ferraris individua una differenza analoga a quella che sussiste tra archiscrittura e scrittura. Per i documenti vale qualcosa di simile al principio di multirealizzabilità del cognitivismo classico, che non è tuttavia generalizzabile alla mente-cervello. Le evidenze delle neuroscienze di ultima generazione fanno infatti propendere per una dipendenza dei processi subsimbolici che hanno luogo nel cervello dalla sua specifica architettura e dal medium materiale in cui questa è realizzata. Come gli engrammi cerebrali non sono indifferenti al loro sostrato fisiologico, allo stesso modo stati e processi mentali – che Ferraris sembra includere sotto la categoria onnicomprensiva di pensiero – sono geneticamente e strutturalmente dipendenti dagli organismi biologici e dai soggetti personali che ne sono i portatori. Ora, il carattere di dipendenza delle tracce cerebrali (e mentali) da un supporto materiale sembra alludere a una differenza fondamentale rispetto alle iscrizioni documentali quanto allo statuto ontologico. Essenziale perché vi sia qualcosa come un documento è l’iscrizione e non il supporto, che può essere di qualsiasi natura purché rispetti determinati vincoli ecologici, per cui la sua specificità materiale perde qui ogni rilevanza. Le iscrizioni sono da considerare nel loro puro valore segnico6, astraendo dalle entità in cui sono inscritte, in modo analogo ai limiti (punto, linea, superficie) assunti in quanto tali a prescindere dai plena concreti che essi determinano. I nostri oggetti d’esperienza – o, per meglio specificare, i loro corrispondenti noematici – sono circoscritti da limiti e strutturati secondo determinazioni formali e di contenuto, e presentano un’organizzazione interna notevolmente complessa, in conformità alle modalità specifiche contemplate dalle ontologie materiali di ispirazione fenomenologica cui prima accennavo.

8Possiamo poi dirci certi che quanto avviene nella nostra testa si riferisca a una dimensione ineffabile e umbratile, per di più conchiusa in se stessa? Che non sia così è d’altronde implicito nell’immagine della mente come tabula scrittoria, intrinsecamente dotata di un ordine di strutturazione fondato sul sistema delle relazioni che le tracce in essa registrate intrattengono tra loro. In altre parole, i nostri pensieri sono già fin dall’inizio incorporati nel medium sensibile della traccia, giacché un pensiero non formulato in segni è una contraddizione in termini, e anche le intuizioni più grezze e i pensieri appena abbozzati per i quali non abbiamo ancora trovato un nome o una definizione presentano già una forma che li individua, sia pure ancora indistinta. Oltre a ciò – e questo mi sembra un punto di importanza decisiva – è proprio la struttura relazionale del rimando, in cui l’essenza della traccia consiste, a rendere possibile l’intenzionalità di ogni stato mentale, ossia il suo esser-diretto verso altro da sé.

  • 7  Ferraris 2009: 248.

9Potremmo perfino radicalizzare la tesi di Ferraris e istituire un’equivalenza priva di residui tra pensiero e scrittura. Il pensiero non starebbe alla scrittura come il noumeno al fenomeno, secondo una relazione analoga a quella tra il tempo e l’iscrizione lineare in cui esso viene necessariamente a condensarsi7. Piuttosto, il pensiero si fenomenizza già fin dal suo primo sorgere come scrittura, e del resto anche le basi neurofisiologiche del pensiero – in cui è da individuare il correlato noumenico degli stati mentali esperibili a livello fenomenico-soggettivo – si lasciano catturare dalle figurazioni scrittorie rese accessibili dalle tecniche di brain imaging. La scrittura non è dunque una metafora (o una catacresi) del pensiero a cui siamo costretti a ricorrere perché non abbiamo altre risorse a disposizione per descrivere come funziona la nostra mente: pensiero e scrittura sono proprio la stessa e identica cosa.

10Lo vediamo anzitutto sul piano simbolico e subpersonale ipotizzato dai teorici del computazionalismo, dove troviamo diagrammi di flusso e manipolazioni di simboli scrittori sensibili alle loro caratteristiche formali – equivalenti nella loro ottica a caratteristiche materiali di ordine superiore. È possibile poi descrivere in termini grafici la stessa dimensione fenomenologica in cui si collocano gli stati mentali esperiti in prima persona, a cominciare dalle modalità di articolazione dei contenuti percettivi in morfologie complesse esplicabili sia dal punto di vista della loro costituzione statica, sia da quello della loro genesi. E proprio sull’intricata tematica delle sintesi passive molto ci sarebbe da dire, ma non è questa la sede più adatta per farlo.

11L’immagine scrittoria si adatta quindi benissimo ai contenuti percettivi e ai materiali iletici che concorrono a costituirli, così come alle immagini che dei percetti riteniamo e ricombiniamo nella fantasia. Quando poi consideriamo stati più evanescenti come le emozioni e i sentimenti estetici e morali, emergono certo delle difficoltà, ma a venirci in soccorso ci sono i pattern neuronali che soggiacciono a questi stati e li rendono possibili. Con ciò, tuttavia, nulla ci è detto sulla loro natura e sul significato che essi assumono nel nostro mondo d’esperienza. Per il pensiero, poi, la scrittura sembra davvero l’unica risorsa a nostra disposizione, tanto più se si tiene conto che proprio in essa il pensiero trova non solo un medium espressivo in cui incorporarsi, ma l’elemento costitutivo e fondante. In conclusione, grazie alla sua presenza ubiquitaria – la troviamo al livello subsimbolico degli engrammi neuronali, quello simbolico dei processi computazionali e quello fenomenologico dei contorni e delle strutture dei percetti – la traccia sembra prestarsi a garantire la transizione da un piano all’altro e a fungere da principio fondativo di una visione monistica della realtà.

12L’archiscrittura sembra insomma più idonea a spiegare gli aspetti morfologici della percezione e la struttura logico-formale del pensiero, attinenti – per dirla con Husserl – al versante oggettuale del noema, che non l’intenzionalità nel suo complesso e la dimensione del significato che essa apre. Se guardiamo alla componente soggettiva dell’atto, rileviamo un “residuo” che non si comprende bene come possa generarsi attraverso la traccia e le sue dinamiche di iterazione. Gli atti intenzionali si distinguono per le loro specifiche qualità – percezioni, rimemorazioni, fantasie, pensieri, volizioni ecc. – e ci si offrono dunque in una ricca fenomenologia che molto probabilmente non riusciamo a catturare nelle sue determinazioni se ci riferiamo in via esclusiva alle iterazioni della traccia. Se poi volessimo gettare uno sguardo sulla dimensione orizzontale del flusso in cui i vissuti intenzionali si collocano – il che ci porta al cuore della questione della temporalità – è lecito chiedersi ancora una volta se la traccia sia sufficiente a istituire l’ordine di connessione che ne regola i decorsi.

  • 8Ivi: 252.
  • 9Ivi: 255.

13Torniamo a considerare la relazione tra traccia e intenzionalità in generale. Difficilmente riusciamo a sottrarci all’impressione che qui sia in agguato il rischio della circolarità: è la traccia a spiegare l’intenzionalità o non piuttosto il contrario? Ferraris individua gli elementi costitutivi della traccia in un oggetto fisico e in un meccanismo mentale intenzionale, e afferma che una traccia è tale perché ha ricevuto da una mente che la contempla quell’imposizione di funzione che la rende ciò che è8. La non autosufficienza della traccia implica il rinvio da un’ontologia della traccia a un’ontologia della registrazione, dal momento che è la registrazione a essere connessa a un significato, ed è questo a marcare la sua differenza da una mera traccia. Se la traccia dipende dalla mente, come può precederla e costituirne l’origine, tanto più se ci si tiene sul piano del soggetto individuale, da cui dipendono specificamente e non genericamente, come Ferraris stesso sottolinea9, le esperienze personali che prova?

  • 10Ivi: 236.

14Ciò che chiamiamo mente o spirito non sembra dunque essere in toto una produzione della traccia, e possiede un suo autonomo modo di esistenza, anche se solo la registrazione è in grado di assicurare permanenza ai pensieri. Non tutte le entità fisiche poi possono assolvere alla funzione di traccia: cosa fa di un qualunque grafo o incisione una traccia? Sono solo i vincoli ecologici degli oggetti del mondo a condizionare l’attribuzione di questo valore? La caratteristica strutturale della relazionalità della traccia non dipende forse anch’essa da un’attribuzione di senso? Com’è che riconosciamo una traccia in quanto traccia? Per una sorta di legge di attrazione tra simili, dato che la nostra mente è fatta anch’essa di tracce? E dove sarebbe da individuare il luogo e il momento in cui si è depositata nella mente quella “traccia originaria” che la abilita a riconoscere tutte le altre consimili? Basta l’iterazione da sola a produrre il senso? Proprio la ripetizione si caratterizza per un’ambiguità che Ferraris a giusto titolo non manca di sottolineare10: è sì condizione della genesi del senso, ma può determinarne anche la perdita, nel momento in cui la reiterazione ossessiva degli stessi atti e delle stesse parole li svuota di ogni significato. Insomma, sarebbe soltanto questione di gradi: l’iterazione viene a rallentare notevolmente negli stati depressivi per affissarsi sul medesimo, mentre accelera e si complica oltre misura in quelli di iperattività maniacale, mentre la “salute” mentale consisterebbe in una cadenza media tra questi due estremi.

15E qui ci imbattiamo in quelli che da Ippocrate in avanti la tradizione ha chiamato umori (di cui i neurotrasmettitori sono l’equivalente aggiornato) – termine che rientra appieno in quella costellazione di metafore vitalistiche (flusso, respiro, soffio vitale, fluido ecc.) di cui la nozione di traccia dovrebbe sancire la liquidazione definitiva. Sorge tuttavia il dubbio che queste espressioni rinviino a una caratteristica dello psichico forse più originaria, ossia al dinamismo temporale della “flussione” evidenziato da Husserl. In fin dei conti, anche i neurotrasmettitori sono dei fluidi e il metabolismo cerebrale richiede l’attivazione di miriadi di processi dinamici, per cui pare difficile prescindere del tutto dal ricorso a simili categorie quando parliamo di mente. A costituire la vita mentale concorrono poi in maniera essenziale emozioni e volizioni, e non soltanto i dispositivi cognitivi della percezione, della memoria, dell’immaginazione e del pensare per concetti. Il senso si nutre dopotutto anche della dimensione affettiva, che pare difficile caratterizzare solo in termini di tracce e registrazioni. È dunque il tratto della processualità quanto sembra accomunare i vissuti d’esperienza e gli eventi fisiologici a essi soggiacenti, in piena compatibilità, del resto, con l’opzione monistica avallata da Ferraris e a prescindere da connotazioni di ordine spiritualeggiante.

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Bibliografia

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Note

1  Cfr. Ferraris 2009: 8.

2  Husserl 1900-1901.

3  Beckermann, Flohr, Kim 1992. Smith (1995) tenta di reinterpretare in chiave di monismo dei sostrati e pluralismo delle essenze l’ontologia materiale di Husserl, che De Monticelli e Conni (2008) propongono di coniugare con le istanze fatte valere dall’emergentismo.

4  Ferraris 2009: 251.

5  L’ambiguità insita nell’uso del temine “materia” nel definire il modo d’essere della traccia è a giusto titolo segnalata da Casetta (2010: 9-10). Sui problemi che questi “enti” privi di massa implicano per l’ontologia cfr. Casati e Varzi 1996.

6  Su questo punto mi riferisco ancora a Casetta (2010: 10).

7  Ferraris 2009: 248.

8Ivi: 252.

9Ivi: 255.

10Ivi: 236.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Edoardo Fugali, «Intenzionalità e registrazione. Sulle tracce del soggetto»Rivista di estetica, 50 | 2012, 267-274.

Notizia bibliografica digitale

Edoardo Fugali, «Intenzionalità e registrazione. Sulle tracce del soggetto»Rivista di estetica [Online], 50 | 2012, online dal 30 novembre 2015, consultato il 18 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/1494; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.1494

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Autore

Edoardo Fugali

Edoardo Fugali è ricercatore all’Università di Messina. I suoi interessi attuali vertono sui temi del soggetto e della persona tra fenomenologia e filosofia della mente. Tra le sue pubblicazioni: Il tempo del Sé e il tempo dell’essere. Coscienza e senso interno in Franz Brentano, 2006.

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