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HomeNumeri502. INTERVENTIUn catalogo del mondo

Abstract

The paper discusses Maurizio Ferraris’ Documentalità by raising two objections. The first objection concerns Ferraris’ view that, in the case of all natural entities, there cannot be differences in the way a normal adult, a little child and an animal perceive them. It is claimed that this is not true for objects such as the sun that we (differently from little children and animals) cannot help perceiving as a gigantic hot celestial body. The second objection concerns the thesis that all social objects presuppose a written act. In this case the claim is that it is unclear which philosophy of mind can support such a view.

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Testo integrale

 Una versione precedente di questo contributo è apparsa sul sito www.rescogitans.it [link non raggiungibile 21/03/2017]. Si ringrazia la direzione editoriale per averne gentilmente concesso la pubblicazione – con modifiche e integrazioni – in questa sede.

1Tra i non pochi importanti meriti di Documentalità c’è quello di enunciare in modo chiaro e netto le tesi che difende, senza nascondersi dietro espedienti retorici o sequele di clausole elaborate al solo scopo di aggirare le difficoltà concettuali. E questo, naturalmente, non è soltanto un pregio espositivo ma anche una virtù epistemica, perché permette di valutare in modo rigoroso i pregi, le potenzialità e le difficoltà dell’ambiziosa concezione sviluppata da Maurizio Ferraris nel volume.

2Salterò a piè pari, peraltro, l’elenco delle tesi di Ferraris su cui concordo – che sono la maggioranza – per procedere, more anglico, all’enunciazione di due obiezioni, rispettivamente relative alla tesi 3 e alla tesi 5 dell’endecalogo posto in appendice a Documentalità.

1. Tesi 3 (“L’ontologia è distinta dall’epistemologia”)

  • 1  Ferraris 2004.

3Il Leitmotiv di questo volume (nonché di Goodbye Kant!1 che infiniti lutti addusse ai kantiani) è l’idea che in generale non è vero che le intuizioni senza i concetti sono cieche, ovvero (per usare la formula di Ferraris) che l’ontologia dipende dall’epistemologia. O meglio: la tesi è che ciò sia vero solo per gli oggetti sociali, mentre gli oggetti naturali sono out there, oggettivamente strutturati in tutto e per tutto, al punto che un organismo non dotato del nostro apparato concettuale – che sia un bambino di un anno o (esempio caro a Ferraris) un castoro – percepirebbe quegli oggetti esattamente nello stesso modo in cui li percepiamo noi.

4Il punto debole di questa tesi è, a mio giudizio, il fatto che essa non vale erga omnes naturalia: ovvero che essa si applica solo ad alcuni oggetti naturali, laddove Ferraris gli attribuisce valenza universale nel mondo naturale. In effetti, vi sono casi in cui questa tesi è plausibile e forse molto plausibile. Se vedo una pietra che mi cade sulla testa, probabilmente ne ho una percezione non dissimile da quella che avrebbero un infante oppure un castoro. Ma cosa accade se io guardo il Sole che tramonta? Vedo veramente la stessa cosa che vedono un bambino di un anno o un castoro? Un modo di rispondere positivamente alla domanda sarebbe di dire che io, il bambino e il castoro siamo in presenza dello stesso “dato di senso” che medierebbe tra noi e l’entità Sole. Ma ovviamente Ferraris – che difende un sano realismo rispetto alla percezione – non può accettare questa soluzione: essa infatti presuppone la tradizionale concezione empiristica per cui noi non siamo mai in contatto con il mondo reale ma sempre e soltanto con un medio rappresentazionale quali sono i sense-data.

5Assumendo dunque una concezione realistica della percezione dobbiamo concludere che sia io, sia il bambino sia il castoro percepiamo direttamente l’entità Sole. Bene, quando io percepisco tale entità non posso evitare di pensare (a meno che non mi trovi in uno stato psichico anormale) che sto guardando un enorme corpo celeste infuocato, che si trova a milioni di chilometri di distanza dalla Terra. La mia percezione, semplicemente, non è dissociabile da questa credenza (a meno che appunto non sia sotto l’effetto di droghe o in stato ipnotico o cose simili). Noi semplicemente percepiamo il Sole in questo modo ovvero lo percepiamo come una stella e non come un cerchio luminoso dipinto su uno sfondo celeste. Né il bambino né il castoro tuttavia possono avere una percezione di questo genere. (Naturalmente questo punto si potrebbe spingere ancora oltre, dicendo che in fondo nemmeno chi vivesse in una cultura tolemaica avrebbe veramente la stessa percezione che abbiamo noi postcopernicani: ma non c’è bisogno in tale sede di addentrarci in questi temi kuhniani.) Il punto è dunque che se si vuole aderire a una teoria della percezione diretta, come fa Ferraris, sostenendo che tanto io quanto il bambino quanto il castoro percepiamo direttamente il Sole (e non il sense-datum del Sole che, quello sì, potrebbe essere identico per tutti e tre), non possiamo non concludere che io (a meno che non sia obnubilato) percepisco un’enorme stella mentre il bambino e il castoro percepiscono un piccolo oggetto rotondo caldo e luminoso che risalta su uno sfondo blu. E ciò mostra che vi sono entità naturali per cui non si può sostenere che la percezione è indipendente dai concetti.

2. Tesi 5 (“La regola costitutiva degli oggetti sociali è Oggetto = Atto iscritto”)

  • 2  Ferraris 2009: 360.

6Secondo questa tesi tutti gli atti sociali sono iscritti da qualche parte. Nel caso di oggetti come i contratti, i matrimoni, le lauree e i trattati di pace, in effetti, questa tesi è assolutamente condivisibile. Il punto controverso, però, è che anche in questo ambito sembrano esserci casi, talora molto importanti, che fanno eccezione. Prendiamo per esempio il caso delle promesse (almeno nel caso in cui esse non vengano messe su carta o su altro supporto materiale, come lo schermo di un computer, ma soltanto enunciate oralmente). Dove sta in questo caso l’iscrizione? Ferraris naturalmente ha presente questa obiezione e vi risponde sostenendo che «gli oggetti sociali sono il risultato di atti sociali (che coinvolgano almeno due persone) caratterizzati dal fatto di essere iscritti: su carta, su un file di computer, o anche semplicemente nella testa delle persone»2. La soluzione al problema appena citato è ovviamente nelle ultime parole: l’iscrizione di atti come le promesse è «semplicemente nella testa delle persone». In realtà questa soluzione non è tanto semplice e avrebbe bisogno di adeguato sostegno – anche per farla quadrare con le altre tesi sostenute da Ferraris nel volume. Il punto, infatti, è come interpretare l’idea che le promesse (e altri analoghi atti linguistici, quando enunciati solo oralmente) siano iscritte “nella testa” delle persone.

7È chiaro innanzi tutto che, nella prospettiva teorica di Ferraris, per “testa” non si può intendere meramente il cervello: il problema, insomma, non può essere risolto aderendo a filosofie della mente fisicalistiche come il riduzionismo dei tipi o l’eliminazionismo. In primo luogo, infatti, se si accettasse che una classe di soggetti sociali, peraltro ampia e importante, può essere ricondotta a eventi meramente fisico-chimici quali sono gli eventi e i processi cerebrali, allora verrebbe falsificata la tesi generale dell’irriducibilità degli oggetti sociali a quelli naturali teorizzata da Ferraris. In secondo luogo, dato che per gli oggetti e gli eventi naturali, Ferraris sostiene la tesi anti-kantiana secondo cui quando li percepiamo l’apparato concettuale non è in gioco (“le intuizioni senza i concetti sono cieche” non vale per il mondo naturale), allora ci sarebbe anche una classe di oggetti sociali (quelli riducibili agli eventi fisico-chimici del cervello) per cui ciò è vero. Ma gli oggetti sociali secondo Ferraris si caratterizzano, al contrario, proprio per il loro dipendere essenzialmente dal modo in cui li concettualizziamo (senza concetti non ci sarebbero il denaro, i matrimoni e tutti gli altri oggetti sociali). Infine, va ricordata la differenza tra un testo scritto (su carta o su computer) e un evento o processo cerebrale: il primo esiste perché intenzionalmente un agente lo usa per veicolare un certo significato; il secondo esiste perché è determinato causalmente da eventi fisico-chimici. Nel secondo caso, l’intenzionalità non gioca alcun ruolo rilevante: dunque non si può dire che, al pari del primo caso, si tratti di un’iscrizione.

8Da ciò segue che, nella prospettiva teorica di Documentalità, non si può sostenere che le promesse siano iscritte nel cervello. Pertanto la tesi che esse sono iscritte nella testa non può che essere interpretata nel senso che esse sono iscritte nella mente degli attori sociali. Ma che vuol dire ciò? In che senso questa metafora può essere resa perspicua? Un candidato plausibile per il ruolo di iscrizione mentale (ovvero: di ratificazione mentale) delle promesse è che esse siano tracce mnestiche del momento in cui le promesse vengono enunciate oralmente. Ma in che senso una traccia mnestica sarebbe un’iscrizione? E poi: perché alcuni specifici eventi mentali – quali sono le tracce mnestiche delle formulazioni delle promesse – dovrebbero avere, a differenza di tutti gli altri atti mentali, lo status di “iscrizioni”? (Oppure tutti gli stati mentali sono iscrizioni? Anche il percepire il solletico?) Credo che questo sia un problema a cui si debba dare risposta. La tesi che le promesse orali (e altri atti linguistici analoghi) rimandino a “iscrizioni” mentali rischia infatti di essere interpretata come un’ipotesi meramente ad hoc. Inoltre, affrontando questo problema, il sistema proposto in Documentalità – già solido sul versante ontologico e su quello epistemologico – ne uscirebbe rafforzato anche sul versante della filosofia della mente.

9Ciò detto, non va dimenticato che quanto Ferraris intende offrirci è, appunto, un sistema filosofico. E di tale ambizione – in questa nostra epoca filosoficamente rinunciataria – non si può non essergli grati.

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Bibliografia

Ferraris, M.

– 2004, Goodbye Kant! Cosa resta oggi della Critica della ragion pura, Milano, Bompiani

– 2009, Documentalità. Perché è necessario lasciar tracce, Roma – Bari, Laterza

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Note

1  Ferraris 2004.

2  Ferraris 2009: 360.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Mario De Caro, «Un catalogo del mondo»Rivista di estetica, 50 | 2012, 255-258.

Notizia bibliografica digitale

Mario De Caro, «Un catalogo del mondo»Rivista di estetica [Online], 50 | 2012, online dal 30 novembre 2015, consultato il 18 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/1490; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.1490

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Autore

Mario De Caro

Mario De Caro è professore associato di Filosofia morale all’Università di Roma Tre. È presidente della Società Italiana di Filosofia Analitica (SIFA). Tra le sue opere: Il libero arbitrio, 2004, Azione, 2008. Ha curato, per la Harvard University Press, Naturalism in Question e, per la Columbia University Press, Naturalism and Normativity.

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