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2. INTERVENTI

Lo spirito come modificazione della lettera

Elisabetta Brizio
p. 235-243

Abstract

This paper stresses the circumstance that Ferraris’ Documentalità shows that what is often improperly called “communication society” actually consists in a “recording society”. Recording is either a condition of the persistence of thought, and of the existence and the recognition of the social world, which expresses and settles itself in a configuration of documents. This perspective gets the notion of “spirit” out from its abstraction: without a letter, the spirit wouldn’t have any ontological consistence. What we call “spiritual” is the result of registrations: as such, it has a foundational value and implies the responsibility for the acts that result from it.

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Testo integrale

  • 1  Ferraris 2009: 141.

1«Dal dì che nozze e tribunali ed are | diero alle umane belve esser pietose | di se stesse e d’altrui…» si legge nei foscoliani Sepolcri, non immemori di uno dei passaggi decisivi della Scienza nuova di Giambattista Vico. Per dire sinteticamente che il culto della tomba è il segno effettivo di una civiltà raggiunta. La civilizzazione – o socializzazione – passa dunque secondo Vico attraverso le istituzioni (qui: famiglia, giustizia e religione, istituti che sottendono delle iscrizioni). Secondo Maurizio Ferraris, nel suo fondamentale lavoro Documentalità. Perché è necessario lasciar tracce, Vico è il primo a evidenziare l’ambito della storicità come somma dell’umano interrelare, nonché a intuire la sfera degli oggetti sociali quale dimensione che rispetto al mondo della natura è opera dell’uomo e in quanto tale è conoscibile e codificabile. E fin da ora si intravede la correlazione per cui il vincolo che deriva dalla istituzione dell’oggetto sociale è una lettera che precorre e genera lo spirito. Lo spirito e la traccia sono dunque in stretta contiguità: lo spirito ha luogo a partire dall’iscrizione e dalla sua specificità filosofica. È la preistoria della filosofia del documento: successivamente all’intuizione vichiana, e indipendentemente da essa, Thomas Reid (1785) rivendicherà l’autonomia degli oggetti sociali distinguendoli dai moti psicologici o della volontà. In epoca più recente, John Austin (1962) propone l’atto linguistico come espressione degli atti sociali rilevando la sua qualità performativa: ogni enunciato, quando non è constativo (quando non si limita ad adeguarsi a una cosa, nel qual caso potrebbe essere vero oppure falso) è costituente, fondante, poietico, dà luogo a un oggetto, cioè a una res che prima non sussisteva. Adolf Reinach (1913) identifica gli oggetti sociali con gli oggetti giuridici, compimento di atti sociali che oltrepassano l’ubicazione temporale dell’evento, e infine Jacques Derrida assimila gli atti linguistici alle iscrizioni, enfatizzando la qualità iscritta degli atti con l’affermazione per la quale nulla esisterebbe al di fuori del testo: «l’iscrizione – dice Ferraris – viene ora riconosciuta come ciò che fissa i performativi, trasformando la praxis in poiesis»1. Ne consegue un oggetto, quello sociale, autonomo e inflessibile, che risponde alla legge “Oggetto = Atto iscritto”.

  • 2Ivi: 132.

2Una volta definiti gli ambiti propri di pertinenza dell’ontologia (cui compete quello che c’è, indipendentemente dalla maniera in cui lo conosciamo) e dell’epistemologia, cioè la conoscenza di quello che c’è, e in particolare di quello che in un contesto specifico assume le caratteristiche di una credenza giustificata, in virtù della legge “Oggetto = Atto iscritto”, la quale implica «l’intervento di soggetti, di atti e di intuizioni concettualmente attrezzate»2, solo relativamente agli oggetti sociali avrebbe attinenza parlare di trascendentalismo. Non ne avrebbe riferendoci agli oggetti naturali, giacché esistono autonomamente rispetto al soggetto dell’esperienza, e resistono a ogni tentativo di emendazione da parte del nostro pensiero. Attenersi all’assunto della “inemendabilità” di ciò che è “incontrato” e sostenere l’estraneità degli oggetti naturali agli schemi concettuali non significa disconoscere le finalità della scienza, mentre considerare le cose – sulla scorta del trascendentalismo che rischia di fondare l’esperienza sulla scienza – non per quelle che sono, ma per come dovrebbero essere per essere conosciute, comporterebbe secondo Ferraris una riduzione dell’oggettivo e dell’oggettivabile al soggetto della conoscenza. Il trascendentalismo non pertiene neppure agli oggetti ideali, eterni, immutabili, e in quanto tali del tutto indipendenti dalla mente e dalla storia dell’uomo. Essi rappresentano la costante invarianza del pensiero, sia pur esso soggiacente al fluire e al mutare. Gli oggetti sociali – che partecipano sia della materialità degli oggetti naturali sia della immaterialità di quelli ideali – possiedono un’esistenza nello spazio e nel tempo e dipendono dai soggetti senza per questo consistere in costruzioni soggettive: dipendono dal soggetto, ma non strutturalmente. Coinvolgono almeno due persone, hanno una durata nel tempo, un’estensione e, soprattutto, sono dotati di una iscrizione; la loro eteronomia dal soggetto ha carattere proprio e singolare: infatti si rimette a un’antecedenza e a un seguito, rispetto ai quali l’iscrizione dell’atto che performa gli oggetti sociali si situa come elemento di demarcazione. L’iscrizione, oltre a stabilire l’atto, media tra l’archetipo e l’ectipo, tra la forma ideale e la sua esemplificazione reale.

3L’ontologia sociale, essendo determinata da soggetti e da atti sociali codificati, è altresì epistemologia – una epistemologia sui generis, del “credere” e del “fare”, una versione che non ambisce a rettificare ciò che resiste a ogni emendazione – qualora necessiti di una verifica delle proprie condizioni di possibilità. Se non è passibile di emendazione quello che c’è, ossia gli oggetti naturali (che alla maniera di quelli ideali non soggiacciono alle deliberazioni dei soggetti), non si può dire altrettanto della nostra conoscenza di quello che c’è, la quale resta comunque perfettibile e correggibile, anche in relazione al progresso della scienza. In fondo, dice Ferraris, astenersi da radicalizzazioni metodologiche e postulare diversi gradi di conoscenza non equivale a negare l’unicità e l’univocità della conoscenza stessa, adiacente all’esperienza e al credere fondato. Una epistemologia diviene plausibile rispetto agli oggetti sociali nella misura in cui essi esistono perché noi crediamo nella loro esistenza. Quel trascendentalismo che non ineriva agli oggetti fisici (che tali sono e tali resteranno a prescindere da come li conosciamo) ha invece attinenza in relazione agli oggetti sociali, le cui iscrizioni costituiscono le loro condizioni di possibilità. “Testualismo debole” viene definita da Ferraris questa forma di trascendentalismo, dove l’iscrizione viene associata solo agli oggetti sociali e alla loro specializzazione (e ciò legittima la sottolineatura “debole”) sulla scorta del correttivo condotto sulla formula derridiana: “nulla di sociale” – allora, nella nota rifondazione formulare di Ferraris – “esiste al di fuori del testo”, dal momento che tanto gli oggetti fisici quanto quelli ideali dispongono di una incontestabile esistenza propria.

  • 3  Il riferimento è a Intervista a un suicida di Vittorio Sereni. Cfr. veda Ferraris 2009: 1.3, n. 12

4Se può esistere una società senza linguaggio, non altrettanto si verificherebbe senza scrittura. Facoltà fondante della scrittura non è tradurre il linguaggio orale o comunicare, quanto assolvere alla funzione di registrare: ogni comunicazione senza “lasciar tracce” sarebbe consacrata all’inconsistenza e rapidamente svaporerebbe nell’immemorabile. E senza esser fissato in una forma scritta non avrebbe senso neppure parlare di pensiero, non ipotizzabile in assenza di memoria. La documentalizzazione della vita, oltreché non evitabile, è necessaria affinché la vita stessa non si ritragga a res moribonda, è la condizione della persistenza della nostra memoria, e prima ancora della stessa nostra esistenza come soggetti. In una prospettiva non documentale, dunque non rammemorante, dice Ferraris, emblematicamente, con un verso di Vittorio Sereni (che rappresenta una sorta di fulmen in clausula, di chiusura sintetica e incisiva nella sua forza desolante e nullificante): del transito dell’uomo non permarrebbe che «nulla nessuno in nessun luogo mai»3. La registrazione, osserva Ferraris, è assimilabile alla différance: ora, se la différence al gerundio – la differenza come mozione al ritardare, al rinviare – costituisce la derridiana segnatura del carattere relazionale e non radicalmente dualistico dei valori, essa è soprattutto il luogo del differimento verso una configurazione permanente e postrema quale può essere un oggetto sociale. È in qualità di registrazione che la scrittura, con l’intervento dei mezzi di archiviazione, implica una differita e, nello specifico, una dilazione temporale che le attribuisce la possibilità di un perduramento, di un riferimento al tempo a venire, alla postumità. Anche il futuro, dunque, è documentato.

5La nozione di registrazione rimanda alla scrittura, esondante nella reduplicazione “virtuale” dell’era informatica e del sans papier, nella quale il dilagare della dimensione scritturale solo apparentemente adombrerebbe un accrescimento della libertà, mentre al contrario implica un forte elemento di controllo (argomentazioni che Ferraris ha ampiamente svolto in Sans papier, 2007a), in quanto tutto viene sistematicamente documentato. E in Sans papier si dimostrava come la volatilità dei documenti inscritti nella memoria di un computer abbia dato luogo al preponderare della scrittura anziché al suo vaticinato ritrarsi: una riprova che anche sotto questo profilo la società della comunicazione consiste de facto, effettivamente, in una società della registrazione.

  • 4Ivi: 248.

6Si domanda Ferraris, la rappresentazione della mente come tabula è una metafora oppure una definizione? È piuttosto una catacresi, una metafora abusata e non più percepita come tale, dove l’estensione metaforica rientra in una comunicazione standardizzata, difettando di termini pregnanti che definiscano l’esercizio della mente. La mente – la sfera specifica della memoria – è una tabula nella quale l’archiscrittura mostra maggiore risonanza e spessore. La scrittura appare allora l’essenza dell’archiscrittura, la sua codificazione suprema, «una catacresi – osserva Ferraris – che si estroflette quando parliamo della memoria del computer, attribuendo a un supporto per iscrizioni la caratteristica saliente della nostra psiche, ossia la capacità di ricordare»4.

  • 5Ivi: 249.

7L’assumibilità della registrazione quale elemento trainante e unificante dell’ontologia sociale è in vista del superamento di alcune posizioni dicotomiche, in particolare (e su questo aspetto Ferraris si era a lungo soffermato in Dove sei? Ontologia del telefonino, 2005) della teoria di John Searle (1995) di una intenzionalità collettiva come medium tra la sfera fisica e quella sociale. La registrazione è condizione della possibilità di identificare le tracce esterne, non esistendo tracce in sé, ma solo per chi le riceve e le riconosce. Essa costruisce quelle convenzioni sociali che sorgono dall’imitazione e si trasmettono per tramite dell’iscrizione. La realtà sociale si fonda nella memoria, nell’iscrizione e nelle possibilità tecniche della registrazione, dato che è attraverso la tecnica che le cose acquisiscono l’attitudine a essere ripetute e iterate. Cresciamo e viviamo imitando, la vita è un succedersi di iscrizioni che hanno origine nelle nostre menti, in intenzionalità individuali che si confrontano e si commisurano. La nozione di mimesi sottentra allora a quella di intenzionalità collettiva suggerita da Searle, che non legittimava il passaggio a quella collettiva come un “vedere come” tra singole intenzionalità. Una sorta di intervento esterno, astratto e ambiguamente risolutivo, il rinvenimento del concetto di intenzionalità collettiva, peraltro dualistico in quanto tramite irrisolto tra natura e società, cosa che non accade con la registrazione, che assume una valenza fondante per una interpretazione monistica del mondo sociale: bergsonianamante, dice Ferraris, «il passato è ripetuto dalla materia e ricordato dalla memoria»5.

  • 6Ivi: 246.

8La legge secondo cui l’oggetto sociale equivale all’atto iscritto può acquisire una forma “forte” (nel qual caso si hanno documenti istituzionali) e una forma “debole” o “estensiva”, che rinvia alla definizione derridiana di archiscrittura, antecedente alla scrittura, e insieme la sua prosecuzione: la scrittura è un avanzamento, una determinazione della archiscrittura, vale a dire lo spazio avvolgente e densamente alonale della realtà sociale, l’ambito delle innumerevoli forme in cui usiamo “tener traccia”. Tra le quali eminente è il pensiero, che viene dopo la scrittura. Scrivere e pensare sono due differenti maniere di registrare, pensare è registrare nella mente. Scrive Ferraris: «ciò che è tradizionalmente attribuito al linguaggio va invece conferito alla registrazione, che opera anche là dove non c’è il linguaggio»6. La piramide dell’iscrizione contempla il movimento ascensionale del pensiero al suo vertice. La base è costituita dalla natura, segue l’archiscrittura, e successivamente la scrittura che preesiste al pensiero, generandolo.

9La traccia è l’archeologia dell’ontologia del documento: essa è “segno”, è “schema”. Non esiste in sé, ma solo per menti che la distinguono e la identificano. È più piccola del suo supporto e, in quanto ha valenza di segno, è materiale, ma senza per questo assimilarsi a un oggetto fisico: la traccia infatti svela e invera delle qualità specifiche e sottende una mente che le attribuisce una funzione. Essa dà luogo allo spirito, vale come impronta e prelude alla firma, fondamento materiale (seppure con l’iscrizione si verifica la scissione della traccia dal suo supporto) degli oggetti sociali, della equazione “Oggetto = Atto iscritto”. Ma la registrazione assume carattere di oggetto sociale solo quando sarà effabile agli altri, trasmutando in registrazione in senso tecnico, cioè in qualcosa di costituente e provvisto di valore sociale, valore sul quale sorge la possibilità di una condivisione delle registrazioni.

10“Documentalità” o “dottrina dei documenti” è la configurazione ontologica del documento come forma superiore degli oggetti sociali. Il mondo sociale esiste per tramite della sua declinazione in documenti, in iscrizioni, genotestuali adombramenti e prefigurazioni dello spirito. Ma cos’è lo spirito? Non la psiche, oggetto della psicologia che è scienza della natura. E neppure pare plausibile parlare di spirito in termini di una emanazione discarnata o scorporizzata. È piuttosto nella lettera che si stabiliscono le condizioni dello spirito e della vita sociale.

  • 7Ivi: 285.

11Il documento è un’iscrizione con valore istituzionale, un quid definitivo, l’oggettivazione permanente di atti sociali che non di meno possono mutare nel tempo e nello spazio. E la non marginalità della componente invariabile del documento si inferisce dal fatto che in mancanza di iscrizioni una qualsivoglia società non sarebbe concepibile. Non tutte le iscrizioni sono documenti ma in circostanze particolari una traccia può acquisire validità documentale. L’ambito documentale è vario e solo non astraendola dal contesto sociale è possibile accordare all’iscrizione la valenza di documento in senso stretto; difettando di una esauriente e pregnante definizione Ferraris elenca una “sintomatologia del documento”, la cui essenza fondamentale va rinvenuta nell’idioma, una «singolarità iterabile»7, dato il suo oscillare tra le configurazioni dialettiche di ideograficità e nomoteticità, di individualità e di riproducibilità. La nostra vita è disseminata di iscrizioni in senso stretto: è la realtà sociale che inclina verso la realtà istituzionale, nella quale l’attuazione della legge “Oggetto = Atto iscritto” è strettamente letterale e si estrinseca in iscrizioni codificate.

  • 8Ivi: 296.

12Nella prospettiva documentale meglio si comprende la distinzione tra archiscrittura e scrittura: «la memoria, la consuetudine, il rito, il galateo, l’abitudine» la prima, «ciò che si trova su un pezzo di carta o sul file di un computer»8 la seconda. L’archiscrittura avvolge la scrittura, ovvero la scrittura è una mutazione dell’archiscrittura: riconosciamo lo stesso rapporto che esiste tra sociale e istituzionale, dove l’istituzionale è una determinazione del sociale.

  • 9Ivi: 301.
  • 10Ibidem.

13La sfera istituzionale ha le caratteristiche della scienza, necessita di espressione linguistica, è “storica”, “deliberata” ed “emendabile”, diversamente da quella sociale, dove accordi e decisioni non sempre culminano in reificazioni di atti linguistici. Gli oggetti istituzionali rispondono a norme più rigide rispetto agli oggetti sociali e possono dar luogo a canoni ulteriori, secondo la legge “Oggetto = Atto iscritto”, la quale in tal modo si eleva a gradi superiori. La teoria del documento come evoluzione e specializzazione della teoria degli oggetti sociali contempla il documento “forte”, quello che testimonia e certifica attraverso l’iscrizione di un atto; anzi, il documento forte è esso stesso iscrizione di un atto, svolge una funzione performativa con conseguente emissione di oggetti ed è intimamente legato alla scrittura. Quello “debole” (una traccia, un reperto) è la registrazione di un fatto che rimanda a una archiscrittura. Il documento in senso forte è «la registrazione potenzialmente pubblica di un atto che riguarda almeno due persone»9 dove vengono prescritte e statuite le condizioni per conseguire un determinato status. In tal senso, osserva Ferraris, «la funzione documentale, che mette in forma un atto, lo iscrive e lo predispone per l’attestazione, è il vero equivalente (e la sola concreta realizzazione) dello schematismo di Kant»10.

14La sua funzione performativa (e non descrittiva) e la sua qualità di atto iscritto ipersegnano il documento forte come paradigma di ogni performativo. Non siamo di fronte all’esibizione di un moto individuale o alla trasmissione di un sapere, ma all’iscrizione di un atto cui fanno seguito degli effetti, circostanza che pone il documento al vertice della piramide documentale, nella quale l’opera d’arte occupa la sommità in una dimensione futile, dal momento che le iscrizioni in essa contenute non rinviano a finalità pratiche. La natura sociale dell’opera è quella di intrattenere: essa è in grado di muovere sentimenti veri, tali da indurci a considerarla alla stregua di una persona con cui intrattenerci, come si leggeva in La fidanzata automatica (Ferraris 2007b). Se i documenti provocano in noi delle emozioni, ciò accade in un contesto individuale e vincolante, mentre con le opere avviene in maniera disinteressata ed esperibile a livello generale. L’opera è una cosa che diviene opera in seguito a un accrescimento dell’iscrizione, lo stesso che statuisce la prossimità tra opera e documento. Le opere rientrano in una sfera istituzionale senza esser dotate del potere dei documenti in quanto la loro auctoritas sta nel fatto di essere sovranamente inutili. Il prodotto estetico è un oggetto sociale perché suppone una società che ne fruisce, si basa su oggetti istituzionali, dal valore comunemente riconosciuto e pertanto è vincolato ad altre iscrizioni, che coinvolgono l’intervento di editori, critici e musei.

  • 11Ivi: 327.

15L’opera è autotelica, ha in se stessa il proprio obiettivo e il proprio compimento. Mentre nel documento è la firma ad attestare l’identità dell’autore, l’opera comunica solo se stessa e in virtù di se stessa, del suo valore e contenuto intrinseci. Di fatto, l’opera d’arte è quasi una creatura a sé stante, quasi un soggetto che emette propri messaggi prescindendo sia da chi l’ha creata, sia da chi la osservi e la interpreti. L’opera è simile a una iscrizione che contenga già in sé un’intenzione comunicativa, indipendentemente dalla presenza o meno di un osservatore; in tal senso – aveva già osservato Ferraris in La fidanzata automatica – essa è un oggetto che finge di essere soggetto, un attivo produttore di segni e comportamenti, che si pone quasi come una entità dotata di volontà e natura proprie e fattive. Se lo spirito è la destinazione della lettera, «l’arte è quel campo in cui non si può parlare di “opere” se non in presenza di espressioni e manifestazioni sensibili, ossia in cui lo spirito non si dà senza la lettera»11.

  • 12Ivi: 319.

16La lettera, dunque, è la necessaria premessa e il luogo germinale dello spirito. Quella di Ferraris non è una critica dello spirito o la manifestazione dell’intenzione di vaticinarne l’estinzione o di predicarne l’inesistenza, quanto una operazione di disambiguamento nella delineazione delle sue possibilità ontologiche in una “scienza della lettera” che giustifichi una fenomenologia della lettera. Quello che definiamo “spirito” è la “modificazione della lettera”, la risultanza, l’esito della registrazione e del documento. E la filosofia di Ferraris – che prevede il rovesciamento del modello Geist in modello .doc – si pone come obiettivo una revisione di «tutto ciò che tradizionalmente si è pensato sotto la categoria dello spirito concependolo come una modificazione della lettera»12. Alquanto parziale sarebbe definire il suo percorso filosofico un itinerario volto a cogliere la qualità dei tempi per il fatto di aver delineato una ontologia dell’età del web. Identificare lo spirito (talora oggetto di rimozione perché è in esso, vale a dire nella lettera, che sono fissati i vincoli sociali insieme alle responsabilità degli accadimenti), riconoscerne e stabilirne la maniera d’essere e di manifestarsi sembra essere il suo intendimento preminente. Questa addizione di esistenza conferita allo spirito, che statuisce un suo rinascimento in versione .doc, in una forma identificabile, nominabile, stilata, e questa stessa ascrizione valoriale condotta sul tradizionale modello Geist in seguito all’agnizione di una fenomenologia della lettera costituiscono – nella misura del loro concorrere all’appressamento delle parole alle cose e all’instaurazione di una soglia ricostruttiva della fondatezza dei presupposti del dire e del pensare – una vera conquista spirituale, oltreché la designazione di una teoria eminente: se lo spirito si declina attraverso la lettera, senza iscrizioni nulla di spirituale potrebbe trattenere esistenza né perdurare.

  • 13 Ivi: 346.

17C’è un luogo in cui avviene il congiungimento tra il soggetto e gli oggetti sociali, una traccia individualizzante, un idioma particolare, la firma, che sta a documentare l’autenticità dell’iscrizione idiomatica che ontologicamente certifica mozioni di soggetti attribuendo effettività agli oggetti sociali. La firma è una contaminazione di singolarità e iterabilità, una connivenza di idiografico e di nomotetico (unico caso in cui la legge non generalizza), un’implicanza di rapporti individuali, soggettivi e dimensione pubblica, un fatto inimitabile, autentico e autentificabile, che almeno per il momento non è possibile riprodurre con l’high-tech (sebbene le odierne ricerche mirino a superare questo ostacolo) in quanto la firma digitale non ha carattere idiomatico. Nella firma riusciamo a imprimere la nostra essenzialità, ma in virtù di uno scarto, di una imprecisione tale da infondere idiomaticità all’idioma. Essendo la firma il tratto eidetico del soggetto, essa si connette intimamente con lo stile. Ma cos’è lo stile, si chiede Ferraris? Una sorta di assimilazione del «contenuto interno all’iscrizione esterna»13, ed è ciò che induce Ferraris a chiamare «stilema» l’analogon del contenuto nel mondo sociale. Non dunque l’atto (l’intenzionalità individuale) né l’oggetto (la comune referenza), ma il contenuto, vale a dire la figurazione idiomatica (come nelle “forme espresse” dell’arte). Lo stile è condizione dell’effabilità di ogni individuo, effabilità che è tuttavia affidata all’imperfezione, visto che la norma, la perfezione sono realtà generalmente condivisibili e normativizzabili.

  • 14Ivi: 357.

18La firma istituisce il legame tra soggetti e oggetti sociali e la sua idiomaticità è inerente a uno stilema, a una deviazione dalla norma, nella fattispecie, calligrafica: in altre parole, ogni persona, ogni singola entità possiedono caratteri loro esclusivi e irripetibili che li marcano e li distinguono dal resto della sfera dell’esistente. È dunque un difetto, un margine di errore a qualificarci e a inverare la nostra unicità. Ciò che ci rappresenta e che ci individualizza, scrive Ferraris, è una firma, cioè «l’allegoria della nostra imperfezione»14.

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Bibliografia

Austin, J.L.

– 1962, How to Do Things with Words, Oxford, Clarendon; tr. it. a c. di C. Penco e M. Sbisà, Come fare cose con le parole, Genova, Marietti, 1987

Ferraris, M.

– 2001, Il mondo esterno, Milano, Bompiani

– 2005, Dove sei? Ontologia del telefonino, Milano, Bompiani

– 2007a, Sans papier. Ontologia dell’attualità, Roma, Castelvecchi

– 2007b, La fidanzata automatica, Milano, Bompiani

– 2009, Documentalità. Perché è necessario lasciar tracce, Roma – Bari, Laterza Reid, T.

– 1785, Essays on the Active Powers of the Human Mind, in Philosophical Works, Olms, Hildesheim, 1967

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– 1913, Die apriorischen Grundlagen des bürgerlichen Rechtes, in A. Reinach, Sämtliche Werke. Texkritische Ausgabe in 2 Bänden, a c. di K. Schuhmann e B. Smith, München – Hamden – Wien, Philosophia, 1989: 141-278; tr. it. di D. Falcioni, I fondamenti a priori del diritto civile, Milano, Giuffrè, 1990

Searle, J.R.

– 1995, The Construction of Social Reality, New York, Free Press; tr. it. di A. Bosco, La costruzione della realtà sociale, Torino, Einaudi, 2006

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Note

1  Ferraris 2009: 141.

2Ivi: 132.

3  Il riferimento è a Intervista a un suicida di Vittorio Sereni. Cfr. veda Ferraris 2009: 1.3, n. 12.

4Ivi: 248.

5Ivi: 249.

6Ivi: 246.

7Ivi: 285.

8Ivi: 296.

9Ivi: 301.

10Ibidem.

11Ivi: 327.

12Ivi: 319.

13 Ivi: 346.

14Ivi: 357.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Elisabetta Brizio, «Lo spirito come modificazione della lettera»Rivista di estetica, 50 | 2012, 235-243.

Notizia bibliografica digitale

Elisabetta Brizio, «Lo spirito come modificazione della lettera»Rivista di estetica [Online], 50 | 2012, online dal 30 novembre 2015, consultato il 25 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/1486; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.1486

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Autore

Elisabetta Brizio

Elisabetta Brizio è nata e vive a Macerata. Nel 1983 si è laureata in Lettere moderne presso l’Università degli Studi di Macerata. Ha pubblicato: Introduzione a M. Maistrini, Filosofia, verità, felicità, 2008, L’innumerevole esistenza. Saggi e note di letteratura contemporanea, 2010, Le vesti dell’anima. Ipotesi per un canone della décadence, 2010.

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