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1. SAGGI

Un matrimonio semplice semplice. Esperimenti di ontologia sociale (una commedia vera)

Ivo Kara-Pešić
p. 115-121

Abstract

What happens when people born in a “non-existing” country are faced with Italian burocracy? What happens if they want to get married? This short paper discusses, in a humorous way, some serious problems of our everyday social life made of documents, stamps, statements, licences, certificates, the immense realm where esse est scribi is a basic principle. What comes to light is that documents and data they posess determine our lives in a crucial way, and when they are not updated the past seems to master the present.

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Testo integrale

1. Atto primo – Il luogo di nascita «si dice in diversi modi»

1La mia ex fidanzata Ines, ex perché attuale moglie, mi chiamò al cellulare (all’epoca era ancora la mia fidanzata): «Ci hanno fissato la data? Sai quando?» Dal tono della sua voce intuivo che ci fosse un indovinello da sciogliere.

2«Quando?»

3«Il 14 luglio!»

4Silenzio. «Bene», dico.

5«Ma non sai cosa è successo il 14 luglio?»

6Lo sapevo. Cioè, sapevo che ci sarebbe stata la domanda B, ma non cosa fosse successo il 14 luglio.

7«Cosa?»

8«Ma dai, lo sai! Pensaci!»

9Il compleanno di mia zia era il 15, il mio il 5, quello della mia amica Dejana il 6 luglio.

10«Non lo so, veramente.»

11«È caduta la Bastiglia!»

12Cavolo. Che simbolismo! La Bastiglia però cadde in quattro ore: io ho resistito molto di più, altro che Bastiglia.

13«Dobbiamo andare al municipio a registrarci.»

14Ah, ecco! Leviatano, chiamato burocrazia italiana, iniziava a farsi avanti. Correva l’anno 2008.

15Noi volevamo un matrimonio semplice-semplice, ridotto alla sua sostanza: niente accidenti, solo Municipio, niente chiesa, solo testimoni, niente cugini dei cugini dei cugini. «Ma che serbo sei?», ha protestato un mio amico di Torino quando gli abbiamo raccontato com’è andata. La gente si immagina sempre le feste che vede nei film di Kusturica: tutti belli sbronzi a ballare sui tavoli con la musica gitana e kalašnjikov come strumenti di accompagnamento. No, no, un matrimonio semplice. Se ci penso adesso mi viene da ridere. Quelli che si sono sposati sanno bene di che cosa parlo. Un matrimonio semplice. Suona come quadrato rotondo. Un oggetto impossibile, noterebbe Alexius Meinong.

16Al Municipio ci hanno indirizzato all’Ufficio matrimoni dove ci ha ricevuto una signora con un semisorriso stampato sulla bocca. Ogni tanto ci guardava con una certa importanza, come a dire: “Ah, è arrivato il momento! Spaventati? Ansiosi?”. Oddio, perché non si fa i faldoni suoi! Ci ha chiesto i documenti d’identità (uno del paese d’origine e uno italiano) e ha tirato fuori un enorme registro, taglio “ilSole24Ore XL”. Ha preso prima il mio passaporto serbo e la carta d’identità italiana: tutto liscio. Poi i documenti di mia moglie. E lì si è bloccata.

17«Mi scusi, sul suo passaporto come luogo di nascita c’è scritto Split, e sulla carta d’identità Spalato.»

18«Sì, perché in croato la città si chiama Split, Spalato è il nome italianizzato.»

19«Sì, ma deve essere tutto uguale.»

20Deve essere tutto uguale! La mente burocratica è una brutta bestia. Volevo intervenire dicendo che anche sul mio passaporto vi è scritto Beograd e sulla carta d’identità italiana Belgrado, ma fortunatamente mia moglie mi ha letto nel pensiero e mi ha tenuto per la mano come per dirmi: “Non ti conviene, caro”. Silentium aurum est.

21«Signora», ha iniziato Ines tutta paziente «quando viene da lei, per esempio, un tedesco, sul suo passaporto non c’è scritto Monaco di Baviera, ma München. No? È la stessa cosa.»

22«Non è mai venuto un tedesco qui.»

23Infatti, si vede. Da loro funziona tutto, anche troppo! Ci voleva un approccio diverso.

24«Signora, se guarda il mio passaporto, è scritto tutto in croato. È un passaporto croato, mica può essere scritto in italiano. Se guarda il nome del Paese, non c’è scritto Croazia, c’è scritto Hrvatska.»

25«Infatti, volevo chiederle cosa vuol dire.» Ines si stava affossando sempre di più… come Josef K.

26«Signora, facciamo un semplice controllo…» non c’è niente di semplice nei meandri della burocrazia «vada su internet e controlli se Split è Spalato. Googli Spalato e vedrà come si chiama in croato.»

27«Non ho internet qui.»

28Uh, non eravamo pronti a questa. Ma Ines è una donna di mille risorse (mica la sposo per niente!).

29«Signora, facciamo così: chiamo l’Ambasciata croata a Roma e chiedo se possono rilasciarmi un certificato dove c’è scritto che Split è Spalato. Eh, che ne dice? Può andare bene?»

30«Chiedo un attimo alla collega.» La responsabilità… meglio sempre spalmarla su più persone. Tornò dopo dieci minuti.

31«Facciamo come dice lei.» Non bisognava cantare vittoria troppo presto. Mio padre cita sempre Michelangelo che pare abbia detto che contro le teste di zucca non si possono ottenere grandi vittorie. Ines chiamò l’Ambasciata croata a Roma. Rispose una signora molto gentile. Le spiegò il nostro problema.

2. Atto secondo – Un quasi-incidente diplomatico, ovvero cosa vuol dire essere nati in un Paese ex-esistente

32Il giorno dopo mia moglie andò all’Ambasciata croata a Roma a ritirare il certificato sul quale le autorità croate confermavano che Split si dice Spalato in italiano. Se ci pensate bene, in quel momento Ines si trovava sul territorio croato e sul territorio croato chiedeva la conferma che Split, quando oltrepassi il cancello dell’Ambasciata, si chiama Spalato. Roba da matti. Nel pomeriggio tornammo dalla nostra professoressa di geopolitica. Il certificato venne accettato. La signora iniziò a inserire i nostri dati nel computer per rilasciarci una sorta di prenotazione per il matrimonio. Dopo aver inserito tutto, stampò il documento.

33«Controllate i vostri dati per favore.» I miei erano a posto. Ines diede un’occhiata ai suoi. Un velo tutt’altro che promettente oscurò il suo viso. Ed eccoci di nuovo.

34«Signora, Spalato è in Croazia, non in Jugoslavia.»

35«Come scusi?»

36«Qui c’è scritto Spalato - Jugoslavia.»

37«Signora Vasiljevkick», (lo so, mica facile pronunciare i nostri cognomi) «non è colpa mia. Se metto Spalato, mi esce Jugoslavia. Non c’è niente da fare.»

38Beata la burocrazia italiana: computerizzata ma non aggiornata. Però, per non essere troppo severi con la signora, è giusto ammettere che io provengo da un Paese molto particolare che attualmente si chiama Repubblica di Serbia, ma che dal 1991 a oggi ha cambiato ufficialmente nome per ben tre volte (Savezna Republika Jugoslavija, Federacija Srbija i Crna Gora, Republika Srbija). Infatti, la signora aveva scritto Belgrado (Jugoslavia) come era scritto sul mio passaporto che attualmente è in fase di sostituzione con il nuovo, dove c’è scritto Serbia. Un altro esempio che la storia è molto dinamica, anzi, dialettica. Hegel godrebbe tantissimo. Però la Croazia non aveva tutto questo dinamismo nominale. Sarà che i croati, rispetto ai serbi, avevano le idee abbastanza chiare.

39«Signora», mia moglie non molla facilmente, l’avete già capito «io sono nata nel 1976, quando la Croazia, come stato indipendente, non esisteva. Il mio passaporto è stato rilasciato nel 1992 quando la Croazia (detta Hrvatska) è diventata uno stato indipendente. Spalato, oggi, nel 2008, non può essere in Jugoslavia. La Jugoslavia non esiste più.» In che modo esistono gli oggetti non-esistenti?, si chiese Meinong molto prima delle guerre balcaniche.

40«Infatti, è quello che le sto dicendo io! Quando lei è nata, Spalato era in Jugoslavia. Per noi Spalato è in Jugoslavia», gridò la signora orgogliosa della sua scoperta.

41Spalato per noi e Spalato per se – la signora era senza dubbio kantiana. Tutta colpa della Bastiglia, pensai. Rivoluzione, borghesia, repubblica, Napoleone, matrimoni civili, diritti civili… Non era meglio la buona vecchia monarchia? Era più semplice raccontare la storia dal 14 luglio 1789 a oggi, che spiegare le vicende balcaniche dal 1991 al 1995. Che fare?, avrebbe detto il compagno Vladimir Iljič.

42In quel momento mi è venuto in mente che in un libro di Maurizio Ferraris (2005) c’è scritto che per eliminare un oggetto sociale iscritto (come per esempio il matrimonio) ci vuole un evento soprannaturale. E per crearlo no? Ho alzato la testa per vedere se ci fosse, per caso, qualche machina dalla quale poteva scendere un buon deus. Solo il ventilatore. “O dio della freschezza, soffia i tuoi venti e cambia l’aria nella testa della signora”. Il ventilatore rimase fermo.

43«Signora, nel 1976 esisteva anche la Croazia, era una delle repubbliche della ex Jugoslavia. E Spalato era sempre in Croazia! Non si è mossa da nessuna parte.»

44«Io devo scrivere quello che mi esce sul computer quando metto il suo luogo di nascita. E mi esce Jugoslavia.»

45Ines si girò verso di me e mi disse in croato: «Dopo devo andare all’Ambasciata croata per registrare il matrimonio con quello che mi dà lei. Se vedono che c’è scritto Jugoslavia, sai dove mi mandano?» Eh, sì che lo sapevo. E il nome del Paese non era per niente carino. Ma forse in quel Paese non hanno problemi di questo genere. Chiaramente non potevo consolarla con questo ragionamento.

46«Va bene signora, possiamo trovare un compromesso.» Storico, volevo aggiungere. «Lei può scrivere come luogo di nascita Spalato, senza indicare lo stato?»

47«Non posso, mi dispiace.» Figuriamoci. «Allora scriva quello che deve scrivere, ma io non potrò mai far riconoscere il mio matrimonio in Croazia.» La signora alzò le spalle come a dire: “E che ci vuoi fa’?”.

48Spalato per ora era rimasta in Jugoslavia.

3. Atto terzo – D-Day

49Per il momento ci eravamo arresi al fatto che il nostro matrimonio sarebbe stato valido in Italia e in Serbia ma non in Croazia – i serbi avrebbero goduto come matti a sapere che nonostante tutti gli sforzi diplomatici e bellici, la Croazia, o almeno la sua più grande città costiera, per la burocrazia italiana era miracolosamente rimasta in Jugoslavia. La cerimonia era fissata per le 16. Nonostante tutta la riservatezza, davanti alla sala matrimoni del Municipio ix che si trova in Villa Lais e che è praticamente una chiesa sconsacrata ci aspettava un operatore video specializzato in matrimoni. Altre registrazioni, direbbe Ferraris. E mica puoi scegliere. Gli abbiamo subito fatto capire che a noi un ricordo video non interessava. Ma lui non rinunciò. Ci disse che avrebbe filmato tutto e se avessimo poi voluto acquistare la registrazione avremmo potuto farlo in qualsiasi momento. Anche due mesi dopo. Ho subito immaginato la sua casa stracolma di dvd con i matrimoni di mezza Roma. Una matrimonioteca.

50Ci avvicinò un signore che si presentò come il responsabile del protocollo. Ci chiese se avessimo portato con noi la musica da ascoltare avvicinandosi all’altare sconsacrato. Cavolo. Should I stay or should I go dei Clash era perfetta. Le donne sono molto più romantiche, alcuni dicono: Ines pensò a Here comes your man dei Pixies. Finì tutto con la classica marcia nuziale eseguita dallo stesso responsabile del protocollo – un vero uomo tuttofare. Quando entrammo nella chiesa sconsacrata, il brusco passaggio dalla luce del sole all’oscurità dello spazio chiuso ci disturbò la vista. Alla fine del breve percorso stava un tavolo allestito per la cerimonia, dietro cui si intravedeva una sagoma…

51Sì. L’avrete capito. La padrona dei nostri destini stava lì con il suo semisorriso. Il dilemma clashiano era risolto: I should go, eccome! «Ce l’abbiamo fatta» disse, con l’intenzione di incoraggiarci. «Se lo dice lei», disse Ines sottovoce. La signora era molto orgogliosa del fatto che sapeva tutti gli articoli del codice civile a memoria e li pronunciava in fretta come a dire: It’s a piece of cake! Intanto, noi non capimmo un bel niente di quello che il matrimonio ci portava dal punto di vista dei diritti e degli obblighi. Quando si è inceppata con i nostri cognomi (il mio è proprio complicato – Kara-Pešić), la scena era veramente quella di Quattro matrimoni e un funerale dove il prete, causa un errore di pronuncia, diceva delle cose assurde. I nostri testimoni si divertivano alla grande. Mi venne di nuovo in mente il libro di Ferraris: ai matrimoni uno deve pronunciare il mitico nel modo normale, non può dirlo in falsetto o cantando, e non può dire “O yeah!”, o “Certo!”. Cosa succede se la rappresentante del Municipio, ovvero dello stato italiano, non riesce invece a pronunciare il mio cognome? Sono io che mi sposo o qualcun altro (un certo Cara-Peschici)? Aveva ragione la mia ex coinquilina colombiana che sosteneva che io provenissi dalla Puglia, in particolare, da Peschici. Per non farla troppo lunga: il 14 luglio 2008, alle ore 16.10, a Roma, in Villa Lais, una certa Ines Vasiljevkick sposò un certo Ivo Cara-Peschici. Evviva gli sposi!

52Ma se vi ricordate bene, Spalato rimaneva in Jugoslavia.

4. Epilogo – La storia continua a regredire, ovvero come Spalato è passata dalla Jugoslavia alla città stato

53Un cittadino straniero residente in Italia che si sposa in Italia è obbligato a informare le autorità del Paese d’origine dell’avvenuto matrimonio. Il matrimonio, a quel punto, viene riconosciuto anche nel Paese d’origine. Anche prima del matrimonio, le autorità italiane chiedono ai cittadini stranieri che vogliano sposarsi in Italia un certificato che attesta che non sono già sposati nel Paese d’origine. Dopo una settimana Ines si presentò all’Ambasciata della Repubblica di Croazia con il certificato di matrimonio. L’addetta allo sportello informazioni prese il documento, lo guardò e iniziò a ridere. «Signora Vasiljević (non è un errore, aveva mantenuto il suo cognome, perché abbiamo ben capito come sarebbe finito il tentativo di cambiare tutti i suoi documenti), Spalato non è in Jugoslavia.» Ma va’. L’addetta disse a Ines di consigliare alla signora del Municipio di aprire un Atlante nuovo, dei suoi figli o dei nipoti, e di guardare la mappa dell’Europa. Ma se ci pensate bene il problema è molto più sottile: il riferimento alla Jugoslavia riguarda il luogo della nascita e Ines è nata nel 1976, quando effettivamente il Paese in cui si trovava Spalato era la Jugoslavia; la Croazia all’epoca era una delle repubbliche federative che avevano il diritto, secondo la Costituzione jugoslava del 1974, «all’autodeterminazione fino alla separazione» (linguaggio abbastanza nuziale). Uno status, lo ammettereste anche voi, abbastanza ambiguo (il sogno di ogni uomo – sarà che la Costituzione era stata scritta da soli maschi?). Molti storici considerano quella Costituzione un’anticamera dello scioglimento della federazione jugoslava e infatti, nel 1991 le autorità croate si richiamarono proprio a questo articolo quando decisero di proclamare l’indipendenza. Sembrava che un po’ tutti avessero ragione – una classica situazione jugoslava!

54Ines capì che c’era solo una cosa da fare: tornare al municipio e convincere la signora a non scrivere niente accanto a Spalato. Lo stesso pomeriggio, entrata nell’Ufficio matrimoni, Ines partì subito all’attacco: «Signora, qui c’è solo una cosa da fare! Senza troppe discussioni, mi stampi per favore il certificato di matrimonio vuoto e scriva a mano, alla voce luogo di nascita, solo Spalato, senza il Paese.» Appena arrivato in Italia, nel lontano 1999, una carissima amica di mia madre che mi ospitò nella sua casa di Roma, mi insegnò una cosa importante: se vuoi risolvere un problema agli sportelli in Italia, inizia subito a gridare e usa frasi come “non si possono prendere in giro i cittadini che pagano le tasse”. Purtroppo era verissimo e funziona. La signora prima protestò dicendo che non si poteva fare, ma Ines insistette così tanto che alla fine ottenne undici certificati di matrimonio scritti a mano, come ai vecchi tempi. Così anche la città di Spalato si adeguò ai vecchi tempi e diventò una città stato medioevale. L’abbattimento delle mura della burocrazia italiana fece erigere le mura di Spalato. John Searle rimarrebbe stupefatto da questo esempio.

55La morale della storia (forse più di una):

  1. non esiste un matrimonio semplice – più cercate di semplificarlo, più diventa complicato. Lasciate zie e amici a organizzare tutto;

  2. prima di sposarvi guardate cosa è successo in quella data: meglio che andare da qualsiasi chiromante;

  3. la ex Jugoslavia è, dal punto di vista dell’ontologia sociale, un territorio estremamente fertile (per chi gode, ovviamente, di una incredibile pazienza burocratica);

  4. scrivere le cose a mano, nonostante tutti i computer potentissimi, rimane la cosa più semplice e più veloce da fare.

56La signora del Municipio, vittima inconsapevole di complicazioni degne del miglior ontologo sociale, sarebbe stata aiutata nello sbrogliare la matassa dalla lettura dei seguenti testi:

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Bibliografia

Aristotele

Metafisica. Testo greco a fronte, a. c. di G. Reale, Milano, Bompiani, 2004

Austin, J.L.

– 1962, How to Do Things With Words, Oxford, Oxford University Press; tr. it. Come fare cose con le parole, Genova, Marietti, 2007

Ferraris, M.

– 2005, Dove sei? Ontologia del telefonino, Milano, Bompiani

Meinong, A.

– 1904, Über Gegenstandstheorie, Leipzig; tr. it. di E. Coccia, Teoria dell’oggetto, Macerata, Quodlibet, 2003

Searle, J.R.

– 1995, The Construction of Social Reality, New York, Free Press; tr. it. di A. Bosco, La costruzione della realtà sociale, Milano, Edizioni di Comunità, 1996

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Ivo Kara-Pešić, «Un matrimonio semplice semplice. Esperimenti di ontologia sociale (una commedia vera)»Rivista di estetica, 50 | 2012, 115-121.

Notizia bibliografica digitale

Ivo Kara-Pešić, «Un matrimonio semplice semplice. Esperimenti di ontologia sociale (una commedia vera)»Rivista di estetica [Online], 50 | 2012, online dal 30 novembre 2015, consultato il 25 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/1474; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.1474

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Autore

Ivo Kara-Pešić

Ivo Kara-Pešić è dottorando in Filosofia teoretica presso l’Università degli Studi di torino. Si occupa di scienze cognitive, linguistica cognitiva e ontologia sociale. Ha pubblicato diversi articoli su riviste serbe e bosniache. Si è occupato di traduzione di opere italiane con l’obiettivo di far conoscere filosofi italiani contemporanei (Ferraris, Agamben) negli ambienti accademici della ex Jugoslavia.

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