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L’arte di scrivere la storia. Il narrativismo proposizionale di Arthur C. Danto

Marco Capozzi
p. 27-42

Abstract

In the field of research of theory of history, Danto is mostly known as the author of Analytical Philosophy of History (1965), that is as the author of one of the key texts of the so-called Narrative Turn. But this work loses many of its own shades of meaning, if isolated from the rest of Danto’s production. The philosophy of history articulated in the work of 1965 is only the first piece of an atypical philosophical system, within which each of the parts communicates with the others. Based on this awareness, the present work aims to reconstruct, in essential lines, Danto’s theory of history, paying particular attention to the links it maintains with the rest of the system. In addition, while complying with this goal, it will also be useful to highlight the main influences of the continental tradition that resonate in his metahistorical synthesis. In this way, hopefully, we will show the importance of two of the least exercised interpretative gestures on this portion of the American philosopher work, that we think are fundamental, if you want to understand its authentic meaning.

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Testo integrale

1. Anni sessanta. L’atipicità degli inizi

1Quando Arthur C. Danto pubblica Analytical Philosophy of History (1965), il suo principale contributo a quello specifico, e piuttosto interdisciplinare, ambito di ricerca costituito dalla teoria della storia, il panorama intellettuale internazionale non era pronto a recepirne il messaggio. Questo lavoro è il risultato di una sistemazione operata su alcuni scritti precedentemente comparsi su riviste scientifiche (tra 1961 e 1964), ai quali soltanto nel 1965 è fornita una cornice unitaria e coerente; nel suo insieme, il testo viene poi ripubblicato nel 1984, con l’aggiunta di tre saggi, nonché sotto un nuovo titolo: Narration and Knowledge. Nella postfazione all’ultima edizione di questa versione aggiornata, F.R. Ankersmit traccia una Wirkungsgeschichte delle tesi dantiane sul tema “metastorico”, la quale mira a esplicitare l’incidenza dell’approccio proposto, sia nel contesto anglo-americano che in quello europeo (in particolare tedesco). In generale, la diagnosi avanzata dal ricercatore olandese conferma quanto si diceva poc’anzi, sicché registra una indiscutibile resistenza iniziale opposta al diffondersi dell’originale, e per certi versi rivoluzionaria, sintesi.

  • 1 Herwitz, Kelly 2007: 175.
  • 2 Danto 2007: 366.

2Il fatto è che in quel torno d’anni i filosofi analitici, in generale, prediligevano ambiti di ricerca quali la filosofia della mente, del linguaggio e della scienza, laddove, come Danto stesso ebbe a dire, bisogna pensare che essi considerassero la filosofia della storia alla stregua di come i musicologi devono considerare la musica militare: un passatempo in virtù del quale non era certo possibile emergere1. Nel contesto europeo, invece, il metodo analitico tramite il quale l’argomentazione era sviluppata doveva, invero, aver frenato la fruizione: qui soltanto H.M. Baumgartner sembrò apprezzarne il significato2.

  • 3 Ibidem.

3Di più, in aggiunta a tali rilievi, Ankersmit segnala che, sebbene quello della teoria della storia non fosse certamente un settore di studi inflazionato, nell’ambiente intellettuale anglo-americano, quei pochi che se ne occupavano, tra gli anni cinquanta e sessanta, erano ancora sotto gli effetti del “duplice incantesimo” lanciato dal paradigma neopositivista del cosiddetto covering law model e dall’intenzionalismo di Collingwood, per poter essere sensibili ai contenuti del testo dantiano3.

4Dei due approcci era soprattutto il primo ad aver avuto ampia influenza sul dibattito transgenerazionale circa lo statuto, i limiti e le condizioni di possibilità del sapere storico. Il lavoro da cui tale forma di pensiero prendeva le mosse era l’ormai classico The Function of General Laws in History (1942) di C.G. Hempel, il quale, nello spirito dell’elaborazione di un programma unificato delle scienze, in tale sede, tentava di ridurre lo spazio tra i due domini della conoscenza umana: quello che rimanda alle scienze naturali e quello delle scienze umane. In altre parole, Hempel aveva cercato di estendere il modello esplicativo della “legge di copertura”, basato sulla simmetria tra spiegazione e previsione, all’ambito della storia, articolando una posizione teorica che, de facto, mirava a naturalizzare il concetto di storia.

  • 4 Cfr. Bloch 1993.
  • 5 Ricœur 1983 (tr. it. 148).

5Nel primo volume di Temps et récit (1983), Paul Ricœur, tornando con la mente allo stato delle ricerche negli anni quaranta e cinquanta, registra che complessivamente due eterogenei universi di discorso avevano monopolizzato e dominato il dibattito: nel contesto anglo-americano, l’epistemologia neopositivista, appunto, mentre in ambito continentale erano le ricerche emerse dal contributo di M. Bloch a rappresentare il punto di riferimento cardine4. E sebbene epistemologi della storia e storici delle Annales avessero poco o punto da spartire, avevano almeno una cosa in comune: «il rifiuto [di fondo] del carattere narrativo della storia»5.

6Tale rifiuto si radicava nella volontà teorica di prendere le distanze dall’esito complessivo delle ricerche metastoriche delle prime decadi del Novecento: nel loro mirino comparivano tanto il neoidealismo di Croce e di Collingwood, quanto la filosofia critica della storia tedesca. L’accusa era quella di aver oltremodo enfatizzato la componente soggettiva della conoscenza storica, e questo ora equiparando “storia e arte”, ora tratteggiando il divario tra “comprensione e spiegazione”. Ovvero, neoidealisti e filosofi tedeschi di tradizione neokantiana e storicista, se avevano condotto opportune confutazioni delle versioni ottocentesche della Geschichtphilosophie, non erano stati capaci, secondo i ricercatori di metà secolo, di elaborare poi quadri teorici in grado di scongiurare derive soggettivistiche e relativistiche. Sicché, epistemologi e storiografi francesi tornavano a porre in primo piano il tema di una corrispondenza oggettiva tra narrazione ed evento storico, votato nondimeno a subire, ben presto, una dura battuta d’arresto.

7In tal senso, a partire dagli anni sessanta del Novecento, nel contesto anglo-americano, si verifica un’inversione di rotta che, sul fronte strettamente filosofico, si manifesta nell’emergenza delle teorie narrativiste: in esse spiccava un “recupero della narrazione” come elemento centrale del discorso metastorico, nel segno del quale si tornava a indagare il soggettivismo e il relativismo della conoscenza storica, sulla base di presupposti teorici aggiornati, quindi alla luce delle conoscenze maturate lungo buona parte del secolo breve. Si tornava a intendere la narrazione come il contesto naturale entro il quale soltanto poteva emergere il significato storico, e questo facendo attenzione a quegli elementi, in essa contenuti, che più ne implicavano l’opacità. Torneremo su questo punto nel prosieguo.

8Ciò che è fondamentale notare, a questo livello, è che il testo dantiano del 1965, si colloca specificamente su questa soglia, avanzando una teoria della rappresentazione storica che può già dirsi a tutti gli effetti narrativista, ma che al tempo stesso è ancora costretta ad articolare una lunga argomentazione per prendere le distanze dal canonizzato paradigma hempeliano. Il narrativismo “proposizionale” di Danto è una forma di narrativismo ancora acerba, nondimeno particolarmente significativa, a voler comprendere il senso della parabola articolata dal Narrative Turn, entro la quale il nome di Danto si collega a quello di autori come L.O. Mink, H. White e il già citato F.R. Ankersmit.

9Ciò detto, si capirà che il significato di APH (Analytical Philosophy of History) non potrà essere completamente colto a prescindere da una, sia pur rapida, analisi della stagione del pensiero metastorico di cui si configura come una delle prime scaturigini. Nondimeno, sussiste una ragione importante, e di fondo, per cui il suo intero significato non potrebbe essere colto in maniera esaustiva nemmeno leggendolo soltanto in relazione con tale letteratura.

10Nell’ordine di idee di individuare tale ragione, poniamoci allora una domanda che molti dei contemporanei di Danto probabilmente si posero, in quegli ormai lontani anni sessanta: perché un filosofo americano formatosi nell’ambiente analitico, e in procinto di avviare la propria carriera accademica, avrebbe dovuto dedicarsi a un tema così poco convenzionale come la filosofia della storia? Alla Columbia University, dove Danto studia e consegue il suo dottorato di ricerca, egli aveva familiarizzato perlopiù con la filosofia della scienza, studiando su tutti con E. Nagel. Di contro, le sue prime pubblicazioni che raggiunsero, in seguito, una certa notorietà, contro ogni aspettativa, vertevano sul mondo dell’arte (The Artworld, 1964), sulla storia (APH, 1965) e sulla filosofia di F. Nietzsche (Nietzsche as Philosopher, 1965).

11Puntando lo sguardo su questi primi testi, anche soltanto ai loro titoli, quindi al loro argomento generale, si può scorgere una certa “atipicità degli inizi”, rispetto alle scelte mainstream che avrebbero fatto la maggior parte dei coevi. A posteriori, tale atipicità si rivela carica di senso, e non di certo l’esito di un errore di valutazione. In tali scelte vibra una concezione della filosofia, e della professione del filosofo come uomo di conoscenza, del tutto personale e originale che invero Danto non tradì mai e che proprio in quegli anni cominciava a venire in essere per la prima volta.

  • 6 Andina 2010a: 13.

12Danto non era un filosofo che si accingeva a dismettere gli abiti del filosofo analitico, dimostrando un crescente interesse per tematiche di ricerca poco convenzionali e più affini alla tradizione continentale. Danto non è R. Rorty. Piuttosto, proprio in quegli anni, egli stava imparando a far convivere e a esprimere contemporaneamente, nelle sue ricerche, entrambe le personalità che vivevano nel suo modo di osservare il mondo: da un lato, un filosofo rigoroso che ammirava la precisione geometrica del metodo analitico, dall’altro un intellettuale libero, eclettico, appassionato, che seppe declinare il metodo assimilato alla Columbia in una maniera personale, «innestando su di esso un’anima e una vocazione squisitamente pop»6.

  • 7 Citato in Andina 2010b: 132.

13In tal senso, Danto stesso, ragionando sui primi anni della sua carriera, si risolse a dire che: «Analytical philosophy provided an atmosphere that enable me to survive. It was like a space-suit. Protected by a space-suit, one could walk on the Moon»7. Il secondo volto dantiano, quello “pop”, quello più curioso e interessato ai fenomeni storici e culturali che segnavano il suo tempo, è lo stesso volto che condusse l’autore americano a maturare una filosofia che non concedeva spazio a tecnicismi e virtuosismi, ma che voleva essere innanzitutto al servizio della vita; è lo stesso volto che lo portò a percorrere strade che non erano tipicamente battute dai colleghi; lo stesso volto che gli fece leggere e apprezzare in maniera entusiasta segmenti forti della letteratura filosofica più strettamente continentale, rimanendone indubitabilmente influenzato.

  • 8 Cfr. Danto 2008: 15-16.

14Proprio studiando il pensiero di Nietzsche pervenne, in tal senso, a una delle sue più importanti intuizioni, emersa proprio in quei densi primi anni sessanta: si tratta dell’idea secondo la quale il sistema, nella sua totalità, non sarebbe altro che l’unità minima del discorso filosofico; da qui, la presa di coscienza che, in fondo, egli stesse già procedendo in funzione di un grande sistema, di cui l’appena pubblicato APH non era che il primo tassello8.

15In un tempo in cui le imprese di largo respiro erano guardate con un qualche sospetto e in cui la reputazione filosofica si stabiliva sulla base di brevi articoli pubblicati su riviste specializzate, Danto concepì il progetto ambizioso di elaborare un sistema filosofico, capace, nel suo insieme, di trovare la giusta collocazione alla “totalità delle cose”. Si trattava di una ampia filosofia della rappresentazione, la quale, dopo il lavoro sulla storia, si componeva di un testo sulla filosofia della conoscenza (Analytical Philosophy of Knowledge, 1968), uno sulla filosofia dell’azione (Analytical Philosophy of Action, 1973) e da ultimo uno, il più noto, sulla filosofia dell’arte (The Transfiguration of the Commonplace: A Philosophy of Art, 1981).

16Ed ecco allora la ragione per cui il significato della teoria della storia dantiana non si potrebbe cogliere soltanto intendendolo come una tappa fondamentale del Narrative Turn. Ciò che è sfuggito sovente agli studiosi di teoria della storia e della storiografia, trovandosi ad analizzare altresì la posizione dantiana sul tema metastorico, nell’insieme fitto ed eterogeneo di lavori che aspirano a essere inclusi entro la forma mentis narrativista, è che le sue tesi non possono essere autenticamente comprese se non le si legge in dialogo con il resto del sistema di cui originariamente fanno parte. Entro i sistemi filosofici ciascun segmento trae significato dal tutto che contribuisce a formare. Sicché Danto, a volerlo leggere, andrebbe sempre letto tutto insieme.

17Alla luce di quanto detto finora, il resto del contributo si prefigge un obiettivo in particolare: ossia, quello di presentare per linee generali la teoria della rappresentazione storica dantiana, cercando di soffermarsi meno sulla sua relazione con le altre teorie narrativiste, sebbene un riferimento minimo sarà imprescindibile, quanto sul suo legame con le altre porzioni del quadro sistematico di cui fa originariamente parte, e questo evidenziando altresì quanto di ciò che viene guadagnato sotto il profilo teorico è dovuto al suo inusuale interesse per la tradizione filosofica continentale. Questi due gesti interpretativi sono i meno battuti dai ricercatori che studiano il Danto di APH, dacché il proposito di riuscire a mettere a fuoco e restituire sfumature di senso di questa “teoria metastorica” rimaste oltremodo in ombra.

2. Teoria della rappresentazione (storica)

18Il progetto sistematico summenzionato, in origine, non doveva terminare con la filosofia dell’arte, bensì con un testo sulla filosofia della mente che non venne mai realizzato. In tal senso, si può guardare a questo insieme di lavori dantiani come a una “pentalogia troncata”, che nondimeno è completata da una sorta di summa della prospettiva generale guadagnata, dispiegata all’interno di Connections to the World. The Basic Concepts of Philosophy (1989). Il quadro teorico elaborato è quello di un “materialismo rappresentazionale”, entro il quale si delinea una concezione tripartita delle relazioni soggetto/mondo: ossia, soggetto, rappresentazione, mondo. Al centro di questa idea sta l’uomo pensato come un ens representans, è a dire un soggetto primariamente definito dalla sua capacità di formare rappresentazioni di ciò che lo circonda.

  • 9 Danto 1989: 248.

L’intuizione importante del materialismo rappresentazionale è consistita nel teorizzare che noi siamo costruiti sui principi dei testi, di parole fatte di carne, e che deve esserci un complesso bilanciamento tra ciò che significa una frase nel testo della vita di una persona e quello che significa di per sé. E si potrebbe dire che la prima è una funzione di come sono stati scritti i testi delle nostre vite9.

  • 10 Andina 2010a: 54.
  • 11 Ivi: 54.

19Sicché, «il nostro rapporto con il mondo dipende dalla capacità che abbiamo di operare rappresentativamente sugli stimoli che provengono dal mondo esterno, cioè il soggetto ritorna al mondo (nel senso di farne la sua conoscenza, ma anche di agire su di esso) soltanto operando sulle proprie rappresentazioni»10. L’uomo come ente rappresentante è dentro e fuori dal mondo, a un tempo solo: nel mondo sotto il profilo della causazione e fuori dal mondo nella sua capacità di elaborare credenze, speranze, timori e desideri, circa l’ambiente in cui nasce e vive. Intendendo gli stati enunciativi (o proposizionali) alla stregua di stati rappresentazionali, ossia come rappresentazioni «iscritte nella carne, marcate nel sistema nervoso»11, Danto ottiene le basi della specifica forma di materialismo da lui sostenuta, così come gli elementi fondamentali per tramite dei quali ragionare sui modi in cui gli umani conoscono, rielaborano e agiscono sullo sfondo in cui si vedono calati.

20Ma, tra le varie rappresentazioni che il soggetto rappresentante è in grado di produrre, ne esiste una specie in particolare per cui Danto dimostra uno spiccato interesse: ci riferiamo ai veicoli della comprensione (o veicoli semantici), che sono appunto oggetti particolari che incorporano significati ed esibiscono quindi la proprietà di essere a-proposito-di (aboutness) qualcosa.

21Nel sistema in quattro atti, realizzato tra il 1965 e il 1981, sono proprio i due lavori posti agli estremi temporali a occuparsi precisamente di due tipi di tali rappresentazioni: quelle che intendono raccontare la storia e quelle che veicolano contenuti artistici. E se, com’è stato notato, filosofia della conoscenza e dell’azione intrattengono un rapporto speciale entro il lavoro complessivo, nella misura in cui, a ben vedere, ricalcano uno stesso schema logico, è altresì possibile notare una notevole affinità fra filosofia della storia e dell’arte, in Danto.

22Come a breve noteremo, la ragione della simmetria che si può osservare, nelle argomentazioni articolate in APH e nella Trasfigurazione, non è per nulla casuale e affonda le sue radici proprio nell’intuizione che le riconcettualizzazioni che, nel Novecento, segnarono la teoria dell’arte e la teoria della storia, in fondo, erano collegate da un filo rosso, il quale, da ultimo, conduceva a riconoscere tali ripensamenti come manifestazioni di uno stesso tipo di presa di coscienza – che i due domini raggiunsero indipendentemente, secondo i propri tempi e i propri modi.

3. Mimesis vs. Aboutness

23Come registra M. Rollins, oltre al concetto chiave di rappresentazione, esiste un altro elemento fisso e pervasivo che definisce in maniera puntuale lo stile della scrittura dantiana: ossia, il cosiddetto metodo degli indiscernibili. Sia per quanto attiene alla ricerca esplicitata in ambito artistico, che in quello storico, l’argomentazione è messa in moto da un caso di indiscernibilia, che in ambo i casi conduce il lettore a cogliere l’essenza della problematicità che la teoria, che l’autore si appresta a delineare, tenterà di risolvere.

24Nella Trasfigurazione, a onor del vero, ne vengono architettati diversi, e questo al fine di riuscire a meglio dipanare la matassa teorica; tuttavia, il più rappresentativo rimane quello che ha per protagonista un’opera d’arte decisamente sui generis, e che per Danto fu una sorta di destino: alludiamo indubbiamente a Brillo Box (1964), di Andy Warhol. In effetti, è proprio osservando quest’opera che egli riuscì, più che mai, a comprendere quanto fosse profonda la spaccatura che separava la produzione artistica novecentesca da quella precedente. Non era una novità: il mondo dell’arte già da tempo aveva cominciato a popolarsi di artefatti che erano davvero poco fruibili per la maggior parte delle persone. Almeno dai tempi dell’Espressionismo astratto e delle “intrattabili Avanguardie”, qualcosa era visibilmente cambiato.

25Brillo Box, secondo Danto, portava in superficie il punto di questo cambiamento, rendendolo particolarmente esplicito. L’incredulo astante, di fronte a queste scatole perfettamente indiscernibili, sotto il profilo della percezione, da quelle utilizzate per confezionare le pagliette abrasive di marca Brillo, non poteva non porsi una domanda: perché queste sono qui esposte alla Stable Gallery di New York, venendo intese come opere d’arte, mentre le loro controparti più comuni rimanevano nelle abitazioni di ogni americano, appoggiate in qualche angolo, senza speranza alcuna di poter ricevere la patente dell’artisticità? O in breve: perché Brillo box è un’opera d’arte? Il che da ultimo riportava alla mente una domanda generale e antica almeno quanto la filosofia: che cos’è, allora, un’opera d’arte?

26In effetti, gli appassionati d’arte erano abituati da secoli a non aver problemi a riconoscere le opere d’arte. La narrazione canonica della storia dell’arte, raccontata in maniera esemplare dal Vasari, era una narrazione che definiva la rappresentazione artistica come “mimesi bella di cose belle”. L’idea che l’opera d’arte fosse da inquadrare ricorrendo al concetto di mimesis era un’idea platonica, che il filosofo antico articolò, a suo tempo, nel libro X della Repubblica; mentre lo sposalizio fra “imitazione” e “bellezza” lo si deve perlopiù alla sintesi proposta da A. Baumgarten (Estetica, 1750-1758). Detto questo, ciò che è importante notare è che senso comune e tradizione accademica ottocentesca e primo-novecentesca, convergevano nel ritenere l’oggetto artistico come qualcosa di essenzialmente riconoscibile, date le appena menzionate caratteristiche fondamentali che doveva esibire. Ma se la produzione artistica novecentesca mostra qualcosa è proprio l’arbitrarietà di tali vincoli: gli artisti, producendo sistematicamente opere d’arte che non aspiravano né alla perfetta ri-presentazione del designato, né alla bellezza, esprimevano quanto poco questi elementi fossero condizioni necessarie e sufficienti per l’artisticità.

27Prima di giungere al cuore della teoria dantiana dell’arte, passiamo alla storia, sì da far avanzare le due argomentazioni parallelamente. Dunque, ritorniamo al momento della presentazione del caso di indiscernibilità che mette logicamente in moto il discorso. A questo livello, Danto immagina di mescolare libri di storia e romanzi storici (o romanzi di qualunque genere), e di chiedere successivamente a chiunque di distinguerli secondo criteri, si supponga, interni ai libri o alle proposizioni che li costituiscono. Dalle copertine sarebbero eliminati titoli e autori, perciò non vi sarebbero aiuti o indizi ulteriori per il soggetto dell’esperimento.

28Ciò che vuole mostrare Danto, tramite il tratteggio di questo scenario possibile, è che le narrazioni che hanno per oggetto la realtà (passata) e quelle che invece sono del tutto fittizie non sono differenti fra loro sotto il profilo formale, ma il distinguo, in generale, ha a che fare con le categorie di significato e riferimento: nondimeno, negli anni in cui Danto architetta tale esperimento mentale, quelle stesse categorie erano state ampiamente studiate e messe alla prova, in relazione a un più ampio e ipertrofico indagare le strutture, le condizioni di possibilità e i limiti della capacità referenziale del linguaggio, che da ultimo aveva revocato in dubbio la concezione della verità come adaequatio rei et intellectus. Mettere il lettore nella situazione di cogliere gli elementi di continuità che esistono, strutturalmente, fra il tipo di proposizioni di cui si compone un romanzo e un testo storico, significa indurlo sulla strada che porta al cuore delle teorie narrativiste: significa instradarlo nella direzione del raggiungimento di un modo di concepire l’attività storiografica, che ne definirà le rappresentazioni come il risultato di un complicato processo di significazione, sempre culturalmente condizionato. Ma andiamo per gradi.

29Intanto, val la pena riportare una delle premesse fondamentali che Danto antepone al suo testo del 1965, e questo per venire in chiaro più agevolmente del senso che egli conferisce al suo indagare la scrittura storiografica.

  • 12 Danto 1965a (tr. it. 3).

Talora si è detto che lo scopo della filosofia non è quello di pensare o di parlare intorno al mondo, ma piuttosto quello di analizzare i modi in cui si è pensato e parlato intorno a esso. Anche se ci occupiamo soltanto di pensieri e di discorsi, è difficile poter evitare di dire qualcosa intorno al mondo. L’analisi filosofica dei nostri modi di pensare e parlare diviene, alla fine, una descrizione generale del modo in cui siamo costretti a concepire il mondo, dato che pensiamo e parliamo proprio come agiamo. In breve, l’analisi condotta sistematicamente porta a una metafisica descrittiva12.

  • 13 Vi è qui un riferimento a P.F. Strawson e alle seminali pagine del suo Individuals (1959).

30Danto, dunque, veste i panni del metafisico descrittivo, ed è nel segno di questo passo che dobbiamo intendere la sua analisi delle strutture del linguaggio storico, che nello specifico assume una valenza “quasi-kantiana”, entro la quale i modi in cui gli umani si riferiscono alle cose del mondo diventano un elemento determinante della concezione del mondo che conseguentemente ne elaborano13.

  • 14 Danto 1965a (tr. it. 40-42).

31La “caratterizzazione minima” dell’attività degli storici «consiste per lo meno nel cercare di fare asserzioni vere, o di fornire descrizioni vere, di eventi […], persone o realtà di qualunque tipo»14. Ma che cosa significa fare asserzioni vere, o fornire descrizioni vere di alcunché sia ormai trascorso, dunque non direttamente verificabile? Non è facile a dirsi. Nondimeno, analizzando alcune pagine note della tradizione, egli comprende dove le risposte del passato, a questo interrogativo, vacillavano.

32In questa fase, Danto si pone in dialogo con due storici in particolare: C. Beard e L. von Ranke. Ed è, in particolare, il primo dei due, con le sue ricerche sul metodo storico, a fornire al filosofo americano un accesso privilegiato alla concezione di fondo che orientava le opinioni della tradizione accademica ottocentesca.

33Beard riteneva che per quanto si potessero affinare gli strumenti della ricerca storiografica, questa sarebbe sempre rimasta un passo indietro rispetto a quella scientifica. Gli scienziati infatti, a differenza degli storici, possono osservare direttamente la materia di cui trattano; gli storici, d’altra parte, non potranno mai osservare, poniamo, la Rivoluzione francese, alla stregua di come il chimico analizza le sue provette e i suoi composti. Ma questa, a detta di Danto è una strana lamentela:

  • 15 Ivi (tr. it. 132).

la nostra riconosciuta incapacità di osservare direttamente il passato non è un difetto della storia stessa, ma una carenza che è preciso scopo della storia colmare. Analogamente non è una carenza della scienza medica il fatto che la gente si ammali, ma piuttosto lo stato di carenza dell’esistenza umana rappresentato dalla malattia è precisamente ciò per cui abbiamo la scienza medica; non ne avremmo bisogno, se fossimo sempre sani15.

  • 16 Ivi (tr. it. 133).

34Oggi, per giunta, sappiamo che, a differenza di quanto pensava Beard, nemmeno nell’ambito delle scienze naturali l’accesso alla materia di studio avviene per osservazione diretta, nella maggior parte dei casi. La non osservabilità del proprio oggetto di studio è «una caratteristica troppo comune del lavoro scientifico per porre problemi speciali alla storia»16.

  • 17 Ivi (tr. it. 134).
  • 18 Ivi (tr. it. 140).

35A questa prima lamentela si aggiungeva un’ulteriore osservazione: «“gli eventi e le personalità della storia implicano per la loro stessa natura considerazioni etiche ed estetiche”, scrive Beard, mentre al contrario “gli eventi della chimica e della fisica [favoriscono] la neutralità da parte dell’osservatore»17. Ma in fondo, chiosa Danto, a questo livello, Beard tende ancora a sopravvalutare la conoscenza scientifica, dacché la risposta: «Il mio punto di vista è che non si entra nudi negli archivi. Ma si potrebbe allora dimostrare che non si entra nudi neppure nel laboratorio»18.

36Trovando discrepanze fra la storia, come l’ha intesa, e la scienza, come l’ha fraintesa, Beard ha concluso l’esistenza di alcune carenze insite al sapere storiografico che non gli sembrava avessero corrispondenza in ambito scientifico, ma che, a ben vedere, sono in realtà condizioni sine qua non della ricerca empirica in generale. Seguendo il filo della denuncia dello storico Beard, ci accorgiamo presto che ciò che egli trovava maggiormente inquietante nel quadro della sua comprensione dei modi della conoscenza storica e scientifica, a confronto, non è tanto il fatto che le ipotesi di lavoro degli storici fossero causate da istanze e ragioni ad hominem, quanto il fatto che essi debbano costantemente ricorrere a delle ipotesi. Lo storico accede al passato attraverso l’inferenza, raccogliendo evidenze e utilizzando teorie che gli permettono di organizzare e selezionare gli eventi: questa è una consapevolezza invero piuttosto matura per l’epoca di Beard. D’altra parte, sebbene egli si dimostri intuitivo nel suo campo di ricerca, è altresì convinto, insieme alla sua generazione, che le teorie e le ipotesi non vengano utilizzate in questo stesso senso dalla scienza; in altre parole, crede che in ambito scientifico le cose si possano vedere così come sono.

37Così facendo, lo storico americano compie un errore essenzialmente baconiano, al quale però se ne aggiunge un altro, e più fondamentale, di matrice platonica. Infatti, Beard si duole inoltre del fatto che le rappresentazioni che la storiografia produce non potranno mai essere totalmente fedeli a ciò cui rimandano, e questo per la semplice ragione che esisteranno sempre lacune nelle fonti tramite le quali la realtà passata è recuperata. A questo punto, emerge chiaramente che ciò che portava gli storici a svalutare tanto la propria disciplina era l’ideale implicito che essi stessi ponevano a orientare l’incedere storiografico. Le dichiarazioni appena riportate, infatti, tradiscono una credenza di fondo: quella secondo la quale se soltanto si potesse osservare direttamente tutto quanto è avvenuto, entro la determinata finestra temporale che si intende raccontare, nell’esatto modo in cui è avvenuto, allora si sarebbe finalmente in grado di fornire una rappresentazione storica perfetta, ovvero del tutto aderente ai fatti.

  • 19 Ivi (tr. it. 204).

38Giungiamo al punto nevralgico dell’argomentazione dantiana e vediamo in questa fase il filosofo americano inscenare il suo Gedankenexperiment più noto. Data l’importanza del punto infatti Danto decide di assecondare per un attimo l’intuizione ottocentesca riportata da Beard, perfettamente in linea con il celebre motto rankiano, secondo il quale compito della storia sarebbe essenzialmente quello di riportare il passato “wie es eigentlich gewesen ist”. In tal senso, Danto postula, ex hypothesi, l’esistenza di un “cronista ideale” posizionato sulla soglia del presente, pronto a vergare una “cronaca ideale”, in grado di registrare «tutto ciò che accade, nel momento in cui accade, anche nella mente degli altri»19. Tale supertestimone sarebbe infatti dotato altresì del dono della trascrizione istantanea, sicché sarebbe in grado di mettere nero su bianco tutto ciò che viene a sapere, secondo dopo secondo.

39A questo punto, si potrebbe pensare che tale cronaca assomigli molto al paradiso dello storico. Egli potrebbe andare a consultare le pagine che gli interessano, sì da modificare le sue narrazioni sino a renderle “perfette”.

  • 20 Ivi (tr. it. 157-158).

40Ma, al di là del fatto che tali testi rettificati sarebbero tanto più illeggibili quanto più dotati di tale “voluminosa completezza”, a questo punto Danto è pronto a domandare: sarebbero davvero perfette tali rappresentazioni? È davvero sufficiente riuscire a conquistare un punto di vista testimoniale (o meglio, un suo ideale surrogato) per redigere la descrizione definitiva di un evento storico? La risposta a entrambe le domande è un secco no. Offrire al lettore interessato a uno specifico segmento della storia il frammento di cronaca ideale corrispondente è un gesto teorico che assomiglia molto a quello che compirebbe un artista ossessionato dalle imposizioni della teoria imitativa dell’arte, qualora offrisse, a un committente che domandava la rappresentazione di un paesaggio, un duplicato del suddetto paesaggio fatto di alberi veri, terra e autentici fili d’erba20.

  • 21 Ivi (tr. it. 25).
  • 22 Cfr. Ankersmit 2001.

41Nella Trasfigurazione, con il supporto di uno dei più noti testi giovanili di Nietzsche – La nascita della tragedia – Danto indica l’esistenza di due sensi possibili con i quali è possibile intendere il concetto di “rappresentazione”. Da un lato, il termine rappresentazione indica la ri-presentazione del designato, così come era da intendersi, secondo Nietzsche, la presenza del dio Dioniso nel momento culminante dei riti orgiastici celebrati in suo onore. Dall’altro, «una rappresentazione è qualcosa che sta al posto di qualcos’altro, come i nostri rappresentanti stanno in Parlamento per nostra delega»21, il che rimanda alla messa in scena simbolica con cui il rituale dionisiaco fu in seguito sostituito: il dramma tragico. Tali significati differenti mettono capo a due teorie della rappresentazione diverse: la resemblance theory of representation e la substitution theory of representation22.

42Il punto teorico fondamentale che Danto mette a fuoco, e che pone a fondamento della sua ricostruzione, è l’osservazione che il Novecento stava acquisendo quella confidenza con tali opposti significati del termine rappresentazione, necessaria a comprendere che una teoria mimetica dell’arte e una teoria mimetica della storia non potevano render conto della natura di queste forme di comunicazione. Rappresentazioni – storiche e artistiche – sono piuttosto sostituzioni che stanno per ciò che designano, è a dire sostituzioni che esibiscono la proprietà di essere a-proposito-di (aboutness) qualcos’altro.

43In ambito storico, le insufficienze della resemblance theory of representation sono rese evidenti da uno specifico dato di fatto, su cui è fondamentale fermarsi a riflettere:

  • 23 Danto 1965a (tr. it. 207).

Per ogni evento vi è una classe di descrizioni in conformità delle quali non si può esser testimoni e queste descrizioni sono necessariamente e sistematicamente escluse dalla cronaca ideale. L’intera verità relativa a un evento può esser conosciuta soltanto dopo, e talora soltanto molto dopo che l’evento stesso ha avuto luogo e questa parte di storia può essere raccontata solo dagli storici. Vi è qualcosa che rimane ignoto anche al miglior testimone. Ciò che abbiamo deliberatamente trascurato di fornire al cronista ideale è la conoscenza del futuro23.

44La conoscenza del cronista ideale era “perfetta” soltanto per quanto attiene al passato. La sua posizione non gli permette di avere occhi per il futuro. Ma senza fare riferimento al futuro, non si può dire di avere realmente gli strumenti per intendere il significato – storico – degli eventi: le proposizioni che più tipicamente ricorrono nei testi storiografici, invero, vengono elaborate nella dimensione della contaminazione e della messa in relazione di eventi appartenenti a punti anche molto distanti fra loro sulla linea del tempo. Interpretando le gesta del passato, lo storico segue il filo delle ragioni e delle conseguenze che si legano ai singoli eventi, percorrendo secoli in pochi minuti, al fine di spiegare ciò che isola.

45Tutto questo emerge tipicamente in quella che Danto riconosce come l’unità minima della narrazione storica: la proposizione narrativa. Si tratta di proposizioni la cui caratteristica generale è quella di riferirsi «a due eventi distinti e temporalmente separati, anche se descrivono (o sono relative a) il primo evento cui si riferiscono». Ne sono esempio frasi come “La Guerra dei Trent’anni cominciò nel 1618”: questa rimanda, oltre che al momento d’inizio di un celebre conflitto, alla sua durata e quindi implicitamente alla Pace di Vestfalia che ne stabilì la conclusione. Ma anche “l’autore del Neveu de Rameau nacque nel 1715”: affermazione che si riferisce a una nascita, pur implicando la conoscenza di un avvenimento ulteriore, ossia la scrittura di uno dei più noti romanzi di D. Diderot.

46Lo storico, nello spazio della sua ricerca elabora delle “strutture temporali” che nascono proprio dalla messa in relazione di eventi sparsi nella storia, operata grazie a criteri di rilevanza che guidano la sua interpretazione e che inoltre lo mettono in grado di lasciar cadere nell’oblio alcune cose, risaltandone altre. A seconda della struttura temporale prima, e narrativa poi, in cui gli avvenimenti vengono inseriti, questi sfumano il loro significato, talvolta cambiandolo anche radicalmente.

4. L’intenzionalità della rappresentazione

47Nella filosofia della storia di G.W.F. Hegel, nell’ambito del terzo regno dello spirito, quello dello Spirito Assoluto, l’arte e la filosofia sono rappresentate come due stadi diversi della vita dello spirito; entro questo quadro, la missione storica dell’arte consisteva nel rendere possibile la filosofia. Quando questo avverrà, sosteneva il filosofo tedesco, l’arte avrà dato completo corso al suo ciclo e la filosofia potrà dispiegarsi liberamente. Danto conosceva bene questa profezia: si trattava di una profezia che, osservando la piega che la produzione artistica aveva preso nel Novecento, vide, in un certo senso, realizzarsi davanti ai suoi occhi.

48Opere d’arte come Brillo Box erano testimonianze del fatto che l’arte, o meglio la narrazione dell’arte cui ci si era ormai abituati da secoli, era giunta a una fine, per dar luogo a un’epoca entro la quale la filosofia giungeva ad assumere un ruolo indispensabile per riuscire a comprendere l’opera. Ora, Danto arriva a sostenere, le rappresentazioni artistiche vanno intese come dei veicoli semantici, che in virtù del tipo di significato che incorporano si distinguono dagli altri veicoli della comprensione possibili. Si tratta di strutture retoricamente congeniate per condurre la mente del fruitore ad attivarsi, e muovere associazioni che l’artista può guidare, ma che soltanto il pubblico può portare a compimento.

  • 24 Hegel 1820 (tr. it. 17).

49Similmente, e sempre a partire da un passo della filosofia hegeliana, in ambito storico, Danto giunge a rivelare un differente modo di concettualizzare la rappresentazione storica: «Quando la filosofia dipinge il suo grigio su grigio, allora una figura della vita è invecchiata, e con grigio su grigio essa non si lascia ringiovanire, ma soltanto conoscere; la nottola di Minerva inizia il suo volo sul fare del crepuscolo»24.

50L’imprescindibilità della prospettiva ex post facto, per poter articolare rappresentazioni storiche che non siano mere cronache, è un elemento centrale della teoria dantiana e rivive nella struttura della proposizione narrativa. Ed è proprio a partire dal riconoscimento dell’importanza della conoscenza del futuro, per redigere una narrazione circa un determinato evento storico, che Danto giunge a riconoscere l’intensionalità del testo storiografico. Altresì i prodotti della ricerca storica sono, in tal senso, da pensarsi come veicoli semantici in cui vengono incorporati dei significati. Tali prodotti esibiscono inevitabilmente una componente retorica e soggettiva che dischiude il potere esplicativo della rappresentazione. Quando un ricercatore prende ad analizzare i dati documentari che un archivio può proporre, circa ciò che vorrà raccontare, si può pensare che egli si appunti una serie di “descrizioni vere” circa il periodo isolato. Ma nel momento in cui egli dovrà realizzare una narrazione, quindi una rappresentazione, prenderà a compiere un tipo di operazione simile a quella del poeta. Elaborerà una struttura retorica, culturalmente compatibile al suo pubblico, in grado di attivare la mente del suo fruitore, conducendolo a pensare un periodo storico esattamente come egli crede si dovrebbe fare. La differenza sta nella proporzione di estensionale e intensionale che arte e storia sono tenute a proporre, date le differenti finalità che le definiscono.

51Certo, la teoria della storia dantiana non è perfetta. Concede ancora molto terreno al relativismo, e questo specialmente nella misura in cui dedica poco spazio all’elaborazione di un set di criteri che possano guidare la scelta fra le numerose rappresentazioni equipollenti, sotto il profilo dell’aderenza al dato fattuale, che possono essere elaborate su di uno stesso evento. Sarà Ankersmit su tutti, nell’ambito della parabola del Narrative Turn a portare la posizione metastorica dantiana a un suo stadio più coerente. Ma il primo passo importante che Danto compie nella direzione della denaturalizzazione del concetto di storia proposta dal narrativismo è cruciale e non più revocabile. Egli intuì che concettualizzare la rappresentazione storica sulla base di una substitution theory of representation era il primo e fondamentale passo da compiere per un’epoca storiografica più onesta e responsabile. Un’epoca entro la quale l’arbitrarietà di ciò che per definizione non dovrebbe far altro che dire “la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità” non doveva più essere temuta e ignorata, bensì guardata in volto, sì da riuscire, auspicabilmente, in seguito a un debito allenamento teorico, a domarne le perniciosità.

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Note

1 Herwitz, Kelly 2007: 175.

2 Danto 2007: 366.

3 Ibidem.

4 Cfr. Bloch 1993.

5 Ricœur 1983 (tr. it. 148).

6 Andina 2010a: 13.

7 Citato in Andina 2010b: 132.

8 Cfr. Danto 2008: 15-16.

9 Danto 1989: 248.

10 Andina 2010a: 54.

11 Ivi: 54.

12 Danto 1965a (tr. it. 3).

13 Vi è qui un riferimento a P.F. Strawson e alle seminali pagine del suo Individuals (1959).

14 Danto 1965a (tr. it. 40-42).

15 Ivi (tr. it. 132).

16 Ivi (tr. it. 133).

17 Ivi (tr. it. 134).

18 Ivi (tr. it. 140).

19 Ivi (tr. it. 204).

20 Ivi (tr. it. 157-158).

21 Ivi (tr. it. 25).

22 Cfr. Ankersmit 2001.

23 Danto 1965a (tr. it. 207).

24 Hegel 1820 (tr. it. 17).

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Marco Capozzi, «L’arte di scrivere la storia. Il narrativismo proposizionale di Arthur C. Danto »Rivista di estetica, 77 | 2021, 27-42.

Notizia bibliografica digitale

Marco Capozzi, «L’arte di scrivere la storia. Il narrativismo proposizionale di Arthur C. Danto »Rivista di estetica [Online], 77 | 2021, online dal 02 mars 2024, consultato il 25 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/14565; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.14565

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