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Introduzione

Francesco Lesce, Luisa Sampugnaro e Lorenzo Vinciguerra
p. 3-6

Testo integrale

1Arthur C. Danto è stato uno dei più rilevanti pensatori del Novecento. La sua multiforme vicenda intellettuale si è tenuta, al fondo, sempre organica all’orizzonte della filosofia di matrice analitica. Da questa prospettiva metodologica, Danto ha elaborato tesi sulla storicità dell’arte e sull’ontologia dell’opera che sollecitano a vario titolo il dibattito europeo da almeno vent’anni. Riprendere il filo di alcune sue ricerche è ancora oggi un atto importante per ripensare lo statuto dell’arte, la sua funzione per una cultura storica, la pratica di significazione del mondo che distingue l’opera speciale dell’uomo dalla nuda e prosaica realtà oggettuale.

2Nel momento in cui il sistema filosofico di Danto segnava il proprio transito all’arte, l’artworld americano era in gran fermento. Le avanguardie parevano oramai aver fatto il loro tempo. Grandi trasformazioni sotto il profilo artistico avevano determinato il crollo di uno “stile”, riferibile all’Espressionismo astratto. L’arte pop aveva mutato nel profondo lo “spirito oggettivo” di un’epoca: tanto più efficace doveva apparire la sua “svolta” in quanto giungeva al cuore dell’uomo medio americano, che ne pareva toccato. Danto comprese che quelle pratiche, oltre la patina di empatia che da esse emanava, celavano una rivoluzione talmente radicale da rimettere in questione la possibilità medesima di un pensiero dell’arte. Al nome di Danto si associa anzitutto l’apertura di questo lascito, la testimonianza di una riflessione sull’arte che si produce assumendosi il vuoto di ogni validata struttura teorico-narrativa. È possibile interpretare questo vuoto come assenza, oppure come lo spazio di una liberazione: di certo, la riflessione dantiana tenta l’approdo a un’ontologia del presente artistico muovendosi fra entrambi questi modi di concepire la fine.

3Non deve stupire che in terra continentale, ove per la prima volta l’arte giunse al concetto, gli scritti più noti di Danto restino proprio quelli di filosofia dell’arte, pubblicati a partire dai primi anni Ottanta. Da questi lavori è sorta una vivace discussione in diversi settori dell’estetica europea. Il successo di Danto in Europa va dunque interpretato nel riflesso di una relazione necessaria del filosofo americano con la tradizione filosofica continentale. È appena il caso di ricordare che proprio la “Rivista di Estetica” è stata fra i principali veicoli della scoperta del pensiero dantiano e resta uno dei luoghi dai quali continua a irraggiarsi quest’attenzione critica. Anche grazie al lavoro compiuto dalla rivista, l’Italia può vantare un ruolo da protagonista nella ricezione europea di questo pensatore.

4Sotto il profilo cronologico, lo scambio di Danto con gli ambienti culturali europei segna tappe oramai ben note: ciascuna risponde a bisogni profondi, correlati agli oggetti nei quali il lavorio del pensiero dantiano risulta di volta in volta implicato. Anche per questo, più che una improbabile ricostruzione articolata in momenti, il presente fascicolo intende offrire un’esplorazione in forma di panorama. Gli articoli osservano da punti prospettici salienti la maniera in cui il filosofo americano rielabora temi-chiave della nostra tradizione filosofica: lo statuto della narrazione, la mimesis, la bellezza, il sublime, la storicità dell’arte, il nesso fra arte ed esperienza sensibile, per citarne solamente alcuni. Su questo terreno si esplica in tutta la sua fecondità l’esigenza di convocare confronti con i pensatori classici, che diventano per Danto viva sostanza delle sue riflessioni. Ciascun lettore ha avuto però almeno una volta l’impressione che siano i classici a uscire travolti, talora trasfigurati da simili confronti, piegati alle esigenze del fuoco critico dantiano. La pluralità che ne risulta conferma però quanto questa “conversazione europea” sia stata cruciale per l’originale attività di Danto come filosofo, poi come critico d’arte: continuativa ma esposta a ripensamenti, vasta nei riferimenti, ispiratrice e irregolare nelle forme, peculiare nel metodo, eterodossa negli esiti.

5Dire qualcosa di sensato a proposito di questo reale dialogo implica, anzitutto, che si dismetta uno specifico stereotipo storiografico. Gli autori di questo numero hanno colto la provocazione latente nella nostra richiesta d’individuare la presenza di “radici continentali” nel pensiero di Danto. Non è difficile rendersi conto di quanto la relazione dantiana con la filosofia europea sia naturalmente immune dalla retorica del radicamento. Ancor più se in essa sorge la metafora della filiazione, che fatalmente orienterà l’analisi nei termini di una fedeltà più o meno marcata. Se si tiene a freno questa tentazione – diciamo pure tutta europea – si guadagnerà maggior intelligenza di sguardo sulle attenzioni che Danto ha rivolto all’altra sponda dell’Oceano. A rivelarlo sono proprio i luoghi del suo sistema in cui è più sensibile e flagrante il dialogo con i classici. Nietzsche, Kant, Platone, Cartesio e Hegel: in tutti questi casi, il legame si mostra tanto stringente almeno quanto gli usi personali. Di certo, è pensando con essi e attraverso essi che Danto ha saputo gettare un’inedita luce filosofica sulla contemporaneità artistica, così come sul modo d’intendere l’opera quale espressione dei requisiti basilari di quell’essere loquace che è l’uomo.

  • 1 Danto 2008: 17.
  • 2 Danto 2012: 91.

6Il progetto filosofico dantiano ha la forma di un’architettonica che si esplica intorno alla visione dell’uomo quale ente rappresentativo. Quando viene il tempo d’incardinare anche l’arte al suo posto in quest’ardita struttura analitica, l’opzione sistematica è tuttavia presa in contropiede dalla realtà, l’edificio sollecitato a rimodularsi a contatto con un nuovo fronte problematico, aperto dalla natura delle espressioni artistiche che il filosofo ha sotto gli occhi. Da questo laboratorio prenderà vita The Transfiguration of the Commonplace, l’opera più conosciuta di Danto, ove si trova esposta la sua personale filosofia dell’arte. Nella struttura di questo libro, «pensato, insieme, come radicato nel suo tempo – come espressione del mondo dell’arte contemporanea – e come proiettato verso l’eternità»1, si può ravvisare la natura ancipite dell’incedere filosofico dantiano: un campo in cui retroagiscono, gli uni sugli altri, l’elemento congiunturale e l’orientamento alla determinazione speculativa di invarianti. In una sua lettera pubblicata nel 2012, Danto sostiene che la ragione profonda per cui il suo sistema rimase non finito risiede nel fatto che egli fu «distratto dalle opportunità filosofiche»2.

7Brillo Box fu forse per lui la madre di tutte le occasioni: anche per questo, a distanza di lungo tempo, Danto non ha mai smesso di ripensare a quest’opera come a qualche cosa di definitivo, continuando a rimeditarne gli effetti. A ben vedere, proprio la riscrittura speculativa cui Danto sottopone l’evento-Brillo lo rilancia ben oltre la definita occasione storicamente situata del suo apparire, per farne l’exemplum intorno al quale si tesserà il tentativo dantiano di risalire a una definizione dell’arte in termini d’essenza, cioè di condizioni logiche necessarie. Ma v’è qualcosa di ancor più radicale. Se difatti si prova a cogliere ciò che fa di Brillo una macchina “filosofica”, apparirà che quest’esperienza interroga l’arte al livello del suo stesso presupposto trascendentale, tematizzando la custodia di quello spazio di distanza dal mondo che rende l’arte possibile come pratica simbolica. La scelta warholiana di assumersi artisticamente la realtà in senso “presentativo” pare alludere alla revoca di tale distanza, e Danto, per il quale l’arte è un eminente capitolo della facoltà rappresentativa dell’uomo, questo lo sa bene. Laddove l’arte giunge a inscenare il suo collasso sulla realtà si rintraccia il limite della sua potenza di significazione del mondo che si rende visibile in quanto tale, cioè proprio come poter dire. Brillo Box è quindi la messa in opera dell’arte come dispositivo d’incarnazione, un’operazione che tiene fermo al suo potere di scissione (l’opera che incarna il significato è altro rispetto alla realtà che significa), e al suo potere di ricomposizione dialettica (l’opera sa di essere altro dalla realtà che significa e questo sapere è realtà autocosciente). La portata di questo evento nel suo rapporto con la storicità dell’arte non può che essere totale. Che senso ha, difatti, domandarsi cosa viene “dopo” un significato incarnato che è a proposito dell’arte come facoltà stessa dell’embodiment? Se fosse così, allora anche la peculiare genesi della categoria dantiana di post-storia dovrebbe rintracciarsi nel tentativo di trovare una composizione fra il trascendentale e lo storico, fra il nesso logico e la sporgenza esistenziale, fra il presupposto e la congiuntura, fra il bisogno di sistema e le occasioni. È anche in questo specifico senso che, forse in futuro, Danto potrà cominciare a essere rimeditato e studiato come un filosofo profondamente europeo.

8L’idea di un numero della “Rivista di Estetica” che assumesse l’ispirazione dai molti temi aperti qui brevemente accennati trova origine, anzitutto, nel dialogo che i tre curatori intrattengono intorno alla figura di Danto. In questi anni, la passione per i temi dantiani ha alimentato un’ampia convergenza d’interessi fra le attività della cattedra di Estetica del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università della Calabria e quelle del Centre de Recherche en Arts et Esthétique di Amiens. La sinergia è stata messa a frutto con il Colloquio Internazionale “Arte e fine dell’arte. Radici continentali nella filosofia dell’arte di Arthur C. Danto”, tenutosi all’Università della Calabria il 23 e 24 maggio del 2018. Il fascicolo che qui presentiamo raccoglie e rilancia l’eco di pensiero che animò quell’evento. Un ringraziamento speciale in questa sede va a Tiziana Andina, alla quale dobbiamo la possibilità di ospitare fra le pagine della “Rivista” la nostra idea di un forum, ricco e vario, di studiosi impegnati intorno all’opera dantiana. Un forum improntato all’idea di una contaminazione produttiva fra metodi, approcci teoretici, stili di scrittura fra i più diversi, il cui spirito di aperta pluralità antidogmatica certo a Danto non sarebbe spiaciuto.

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Bibliografia

Danto, A.C. 2008, Lectio magistralis, “Rivista di Estetica”, XLVIII: 11-19.

Danto, A.C. 2012, Letter to posterity, “The American Scholar”, 81, 4: 84-91.

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Note

1 Danto 2008: 17.

2 Danto 2012: 91.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Francesco Lesce, Luisa Sampugnaro e Lorenzo Vinciguerra, «Introduzione»Rivista di estetica, 77 | 2021, 3-6.

Notizia bibliografica digitale

Francesco Lesce, Luisa Sampugnaro e Lorenzo Vinciguerra, «Introduzione»Rivista di estetica [Online], 77 | 2021, online dal 02 mars 2024, consultato il 18 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/14549; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.14549

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Francesco Lesce

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