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Abstract

Recent studies have shown how aesthetics can be positively investigated from an evolutionary point of view. Following this line, the present essay sets to study a new relationship between food and evolutionary aesthetics from a specific angle: I put forward the thesis that the approach with food one has in early childhood is part of the birth of an aesthetic attitude. With this, I mean that the set of taste preferences children develop is a pleasure that can be seen as an aesthetic pleasure. This pleasure –- which I call here naked pleasure – is an inextricable nexus of need, enjoyment, and affection. Beyond scientific investigations showing the importance of early nutrition (especially breast milk) for health, there are many other evidences – supported also by psychological research – in behalf of the idea that taste preferences are set from the very beginning of human life in a close relation with human environment. And this is true also for a phylogenetic perspective, given the proved connection between taste preferences and sexual selection. In the last part – taking the “Marsmellow Test” as example – I sketch a reflection on the ethical, moral and social issues depending from or co-evolving with pleasure and taste preferences.

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Testo integrale

Principio e radice di ogni bene è il piacere del ventre; con
questo ha rapporto tutto ciò che è ingegnoso e raffinato.
Epicuro (attr. Ateneo)

L’alimentazione dell’infanzia come attitudine estetica

  • 1  Coccia 2012.

1Fin dalla nascita, la nostra esistenza è costituita da relazioni ecologiche calate nell’esistenza sensibile1. Le immagini e i suoni, il contatto con altri corpi, i profumi e i sapori forniscono input emotivi e percettivi che iniziano a strutturare il vissuto estetico e cognitivo di ciascuno di noi. In questa matassa di relazioni, spicca per necessità e urgenza l’azione nutritiva. Attraverso il cibo – in particolare, attraverso la suzione del latte materno – il neonato inizia a esplorare e conoscere “la carne del mondo” con regolare intensità. Questo rapporto tra un sé, una materia esterna da introiettare e una somministratrice (meno spesso un somministratore) è insieme e contemporaneamente un plesso percettivo dove necessità, godimento, conoscenza e affettività sono mescolati. Sembra dunque che un’attenzione specifica al cibo in relazione ai problemi dell’esperienza e dell’evoluzione sia più che giustificata.

  • 2  Perullo 2006, 2008, 2012.
  • 3  Desideri 2011: 109-119.
  • 4  Bartalesi 2012.

2Più in generale, senza cibo non c’è vita e senza vita non c’è pensiero, né filosofia, né estetica. Questa è un argomentazione semplice e banale ma inconfutabile. Eppure, nonostante i richiami di alcuni filosofi di tendenze anche tra loro molto diverse – per esempio Feuerbach, Nietzsche, Lévinas – una filosofia del cibo è ancora sentita per lo più come un’eccentricità o, nei casi migliori, una tematica marginale. Nei miei ultimi libri, ho provato a spiegare da un lato i motivi di questa denegazione e dall’altro le possibilità aperte, in particolare, per un’estetica del cibo e del gusto2. In questo scritto, mi limiterò a suggerire alcuni primi elementi per uno studio del rapporto tra cibo ed evoluzione, concentrandomi sull’esperienza del piacere intesa come esperienza estetica, senza pretendere alcuna completezza ma anzi suggerendo alcune piste che potrebbero essere approfondite in futuro. Nello specifico, metterò a tema l’importanza del cibo per la genesi di un’attitudine estetica. L’idea cioè che il piacere del cibo sia una percezione originaria e quasi istantanea che ha molto a che fare con un principio di percezione estetica. In altre parole, sostengo che la risposta nei termini di buono o cattivo in senso gustativo alla materia assimilata, rimanda a quel set di abiti ereditari teorizzati dall’evoluzionismo e recentemente approfonditi in chiave estetica da alcuni studiosi. In generale, questo mio scritto si muove all’interno dell’estetica pragmatistica deweyana e post-deweyana. In Arte come esperienza di Dewey e in Estetica pragmatista di Shusterman, si trovano gli argomenti che implicitamente acquisirò per una caratterizzazione del piacere del cibo come piacere estetico, prima o al di là della contrapposizione tra “mero” godimento sensibile e apprezzamento estetico, interesse e disinteresse, necessità e libertà. In particolare, poi, cercherò qui di raccogliere alcuni spunti di una proposta recentemente formulata da Fabrizio Desideri nell’opera La percezione riflessa3 e approfondita con riguardo all’opera di Darwin da Lorenzo Bartalesi in Estetica evoluzionistica4. Questi spunti mi sembrano andare nella direzione che propongo. Oltre a un originario “sense of beauty”, ci sono buone ragioni filosofiche ed evidenze scientifiche per parlare anche di un originario “sense of good” riferibile al gusto fisico del palato. E questo senso del buono ha a che vedere tanto con l’estetica che con l’etica.

Piacere nudo: necessità, godimento, desiderio

  • 5  Beauchamp 1997; Halpern 2005; Holley 2011.

3L’assunzione quotidiana di cibo è un’attività regolata dai meccanismi biologici del cervello; mangiare e bere sono azioni che attivano funzioni cerebrali connesse alle emozioni e al piacere5. Ma la relazione con il cibo richiede un’analisi ben più complessa di quanto offrono le spiegazioni biochimiche. Se guardiamo quanto avviene all’origine dell’umano, occorre studiare con attenzione la suzione del latte materno (o la sua somministrazione per altre vie). Il latte materno è l’alimento più gradito dai lattanti perché contiene una superiore quantità di lattosio rispetto al latte vaccino e caprino; inoltre, il lattosio è anche utile per attivare il sistema oppioide. In più, rileviamo che il neonato che succhia la materia vitale dal seno si trova in una relazione ecologica in cui cognizione e affezione si danno insieme. La preferenza manifesta per questo sapore si accompagna al riconoscimento di certi odori corrispondenti – l’odore del latte e l’odore della madre – e ciò avviene nel contesto di una tonalità affettiva precisa e intensa. Il neonato attraverso il cibo “riconosce” la madre. Nel Simposio platonico eros e desiderio sono inestricabilmente uniti nella bellezza; nella relazione originaria con il cibo, eros e desiderio sono tutt’uno con la necessità e con il bisogno biologico di energia. Come avviene per la genesi del senso del bello secondo Darwin, anche per il senso del buono necessità e piacere si danno insieme. Naturalmente, non si tratta, in questa fase, di un piacere accanto alla necessità; si tratta piuttosto di un plesso inestricabile di necessità, piacere e affettività. In questo senso, possiamo parlare della nascita di un’attitudine estetica. Propongo di chiamare piacere nudo questa prima attitudine propria dell’infanzia.

  • 6  Lévinas 1983: 92. Vale la pena riportare il passo più estesamente: La sensazione gustativa non è u (...)
  • 7  Chiva 1985.

4La nudità del piacere si fenomenizza anzitutto nel volto e nello sguardo. Non è un caso che il filosofo del volto per eccellenza, Emanuel Lévinas, abbia osservato che vedere il volto dell’altro è essenzialmente vedere la sua fame, dichiarando anche che «il gusto è il “modo” in cui il soggetto sensibile si fa volume»6. Circa trent’anni fa, in uno studio intitolato il Il dolce e l’amaro, lo psicologo sperimentale Matty Chiva presentò i risultati sulla percezione gustativa negli infanti e nei bambini grazie alle immagini fotografiche delle loro espressioni del volto. Chiva e la sua squadra di ricercatori mostrarono che essi rispondevano con estremo piacere al sapore dolce e zuccherino, con piacere più blando al salato, con disgusto e repulsione, in misura crescente, all’acido e all’amaro7. In effetti, studi recenti attestano che già dopo 45 minuti dalla nascita il neonato abbia una chiara preferenza per lo zucchero. In quelle indagini emerse poi un altro elemento che richiamò l’attenzione dei ricercatori: la relazione tra madre e figlio. Chiva e la sua équipe avevano infatti notato (prima della scoperta dei neuroni-specchio!) che in presenza della madre il neonato tende a imitare le sue espressioni facciali, in particolare durante la somministrazione del cibo. Il neonato e la madre sono indissolubilmente legati nella percezione della materia alimentare. Successivamente, a partire da circa un anno e mezzo di età, il bambino comunica intenzionalmente i suoi stati emotivi attraverso la mimica gustativa. Il piacere del cibo fenomenizzato nel volto è quindi una via fondamentale per l’espressione delle emozioni e per la loro comprensione, ma è anche una delle prime modalità di istituire relazioni ecologiche nel quadro evolutivo e adattivo del processo cognitivo umano. Come indicano questi esempi, tale piacere primigenio s’iscrive in una scena connotata fin dall’inizio affettivamente e socialmente. L’espressione del volto dell’infante comincia a significare qualcosa soprattutto attraverso il rapporto con la madre, ed è in tale situazione che avviene quella che Chiva definì la “metamorfosi” (non rigida ma fluida e differenziale, come dirò tra breve) dal biologico al culturale.

5È evidente quanto tutto ciò sia interessante in un’ottica evoluzionistica (basta ricordare L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali, testo in cui, com’è noto, Darwin traccia varie analogie tra mimica facciale e animale). La preferenza per alimenti dolci e ricchi di zucchero ha una chiara origine adattiva. Da un lato, infatti, una delle basilari e primitive funzioni del gusto è quella nocicettiva: esso è infatti il guardiano dell’accesso di sostanze nocive e tossiche, tendenzialmente amare,dannose per l’organismo e quindi per la sopravvivenza. Sebbene fin da subito complicata da eccezioni e variabili (non tutti i cibi disgustosi o respingenti sono tossici – pensiamo a certi veleni insapori – né tutti i cibi gradevoli sono salubri) questa relazione consente al gusto una costante correlazione, in strutture di complessità crescente, con gli stati di benessere e di malessere psicofisico. A differenza di quello che generalmente si pensa, il piacere per il cibo è nelle sue fasi iniziali in stretto rapporto con la salute. L’infante possiede la capacità di volere e al tempo stesso apprezzare i cibi di cui necessita in termini nutritivi, anche se con la crescita e l’ingresso nel mondo sociale il piacere si allontana definitivamente dalla sua matrice nocicettiva.

  • 8  Wallenstein 2011.

6Dall’altro lato, la comparsa della propensione agli alimenti dolci si deve al processo evolutivo che faceva riconoscere e desiderare cibi molto energetici – come frutta e latte – senza correre i rischi connessi alla caccia degli animali. Allo stesso modo si può comprendere la preferenza edonica immediata per i cibi grassi: studiosi di biochimica e fisiologia del gusto hanno mostrato la correlazione tra alcune sostanze (in particolare acidi grassi come l’acido alfa-linoleico e l’acido linoleico) e lo sviluppo del cervello umano nei bambini e, putativamente, negli ominidi (magari insieme ad altri fattori, quali il bipedismo, il linguaggio, la capacità di fabbricare utensili)8. Non è naturalmente questa la sede per entrare nel merito di problemi complessi, tuttora in discussione nella comunità scientifica. Il punto da sottolineare è che una solida evidenza fenomenologica ci mostra bene l’emergenza di attitudini estetiche collegate ai processi di riconoscimento e di preferenza del cibo nel corso dello sviluppo degli individui. Se a tutto ciò si obiettasse riproponendo la distinzione tra piacere come puro godimento sensoriale e piacere specificamente estetico, si potrebbe replicare mostrando un altro parallelo con la nascita del senso del bello: il rapporto che questa attitudine intrattiene con la promessa di una vita migliore, di una “fioritura umana” più ricca e appagante è analogo a quanto avviene anche per il senso del buono da mangiare. Come abbiamo visto, l’attitudine estetica non è disgiunta da una precognizione del benessere: la fioritura umana è qui un tutt’uno, e il piacere incarnato nel gusto sarebbe al contempo ciò che fa vivere e ciò che fa (vivere) bene.

Cattivo da mangiare, cattivo da fare

  • 9  Chapman 2009.

7Se all’origine il buono fa bene, il cattivo fa male? Alcuni ricercatori hanno pubblicato pochi anni fa uno studio che suggerisce l’origine del disgusto morale dal disgusto fisico. Basandosi ancora una volta su dati sperimentali ottenuti dall’osservazione analitica dell’attività dei muscoli facciali, questi ricercatori hanno sostenuto che la cognizione morale del male si riallacci a un sistema motivazionale filogenetico anteriore che si origina nel rifiuto del cibo pericoloso. Anche se sottoscrivere tesi causalistiche che propongono derivazioni è molto impegnativo – e comunque non è questo il mio scopo – è sufficiente qui individuare quantomeno una coevoluzione dei due significati di negatività, quello gustativo e quello morale. In altri termini, basta accettare l’idea che il disgusto morale produca emozioni analoghe a quelle implicate dall’assunzione accidentale di cibi tossici per verificare l’importanza del cibo nella nascita del senso estetico. In una prospettiva evoluzionistica – e a supporto della tesi di Darwin secondo cui la configurazione delle emozioni facciali si è evoluta a partire dalla funzione che regola l’ingestione sensoriale – tra disgusto fisico e disgusto morale non vi sarebbero dunque discontinuità né fratture qualitative9.

  • 10  Casey 2011.
  • 11  Una proposta recente per un’etica dei piaceri si veda Bencivenga 2012. Anche nel capitolo del mio (...)

8La relazione tra buono da mangiare (sfera sensoriale) e buono da fare (sfera dell’agire) emerge anche da altri prospettive, implicitamente orientate da schemi normativi e per questo interessanti da mettere in luce e decostruire. Nel 1972, all’Università di Stanford un èquipe di ricercatori inaugurò quello che è considerato uno dei più longevi esperimenti di psicologia del comportamento: il cosiddetto “Marshmellow test”, condotto su circa seicento bambini dell’età di quattro anni. I piccoli venivano accompagnati in una stanza dove ad attenderli trovavano una sedia, un tavolo e un piatto contenente il tipico dolcetto americano. I ricercatori allora li lasciavano soli, stimolandoli però a un atto di autocontrollo tramite il meccanismo di resistenza/ricompensa. L’invito consisteva infatti nel respingere la tentazione di mangiare subito il marshmellow, per averne due al ritorno dei ricercatori nella stanza. Lo scopo del test era di verificare la correlazione tra la capacità di resistenza dei bambini e il loro comportamento sociale negli anni successivi. Gli stessi soggetti furono dunque sottoposti a costanti verifiche e prove nel tempo. Il risultato emerso fu che la maggiore capacità di resistenza al dolce si correlava a un maggior successo sociale: prima a scuola, poi nel lavoro e nelle relazioni10. L’esperimento si presta a diverse letture. Innanzitutto, emergono bene le implicazioni cognitive e affettive del cibo, che confermano quanto abbiamo detto sin qui. Sarebbe davvero strano che un piacere “solo” fisico, un godimento solo immediato, fosse tanto coinvolto nella crescita evolutiva; sembra dunque plausibile una sua implicazione non solo estetica, ma anche etica e morale. Infatti, il test ha anche un chiaro significato morale: lo scopo dei ricercatori era trovare una correlazione tra risposta edonica e comportamento sociale. Ma che cosa significa “avere successo” a scuola e nella vita? Quali sono i parametri di riferimento per la valutazione “positiva” di questo test? Anche se esulavano dagli scopi dell’esperimento, queste domande sono per noi molto importanti, perché consentono di comprendere il significato di una filosofia del cibo che aderisce a una concezione evolutiva della relazione estetica. E forse possono anche aprire orizzonti interessanti per un’educazione estetica specifica, in un campo così diffuso e necessariamente popolare come quello dell’alimentazione, che ne rivitalizzi efficacemente la funzione critica. Lo standard normativo dell’esperimento del marshmellow risiede nell’idea che il buon cittadino è chi sa tenere a freno i piaceri sensibili, ovvero la capacità di gestire gli impulsi edonici più immediati. In questo modello, non solo è possibile ma pare auspicabile subordinare – di fatto se non di diritto – l’estetico all’etico. Tuttavia, nulla è meno certo, sia in termini di diritto che di auspicabilità11. Se è vero che nel corso dell’esistenza individuale le norme sociali tendono a fagocitare lo strato del piacere nudo per costruire un gusto vestito, composto di tutti quei fattori culturali, sociali e psicologici che allontanano il singolo dalle preferenze immediate proprie dell’infanzia (si può tranquillamente arrivare ad amare i gusti acidi e amari, e a consumare sostanze tossiche: pensiamo a caffè, tabacco e vino, cibi “adulti” per eccellenza) tuttavia proprio con il cibo ci viene indicata una strada più consapevole della nostra complessa realtà di esseri insieme naturali e culturali. Una realtà nella quale è compresa l’eredità di milioni di anni di evoluzione, della quale dovremmo tenere conto e che di fatto, grazie al cibo, spesso recuperiamo.

9Naturalmente vi sono tante ottime ragioni evolutive per questo passaggio dai piaceri dell’infanzia a quelli dell’età adulta: l’educazione ci rende adatti a una vita sociale e “politica”; la cultura dovrebbe avere la funzione di sviluppare un pensiero critico verso ogni forma di accondiscendenza immediata. E spesso il piacere nudo diventa uno strumento di manipolazione per mantenere le persone in perenne “stato di minorità” e di dipendenza: il junk food rappresenta il caso emblematico della degenerazione della pulsione edonica vitale in manipolazione commerciale, per cui si vedono in giro adulti che mangiano in tutti i sensi come bambini senza più esserlo (sempre gli stessi cibi, attrazione per il dolce e il morbido sempre e a prescindere, rifiuto del sapore nuovo e imprevisto). Non si tratta di misconoscere questo fatto incontestabile, ma di evitare che l’evoluzione culturale e la canalizzazione delle pulsioni primigenie in tracciati più adeguati alla socializzazione produca la loro completa rimozione.

  • 12  Mennella 2001. Questo studio riporta e analizza un test effettuato su tre gruppi di madri diversam (...)
  • 13  Per questa nozione, si veda Shusterman 2011 e 2012.
  • 14  Sui temi dell’educazione del gusto si veda anche Cavalieri 2011. Sul gusto come sistema percettivo (...)

10Tra un atteggiamento puramente regressivo, acritico e infantile e uno inquadrato dalle rigide norme della civiltà che nega valore al piacere nudo, un’altra strada è possibile. Una strada che ancora una volta ci rimanda alla questione della genesi di un’attitudine estetica. Facciamo attenzione a un ultimo fatto. La nutrizione, come è noto, comincia ancora prima della nascita. Autorevoli studi condotti da gruppi di ricerca composti da chimici del gusto, psicologi e pediatri hanno mostrato che la dieta della madre, trasmessa al feto tramite il liquido amniotico, condiziona le preferenze alimentari degli infanti tanto quanto poi sarà con il latte dopo la nascita12. Fin dall’inizio, dunque, la risposta edonica avviene nel contesto di una relazione, dove chi somministra il cibo ha un ruolo attivo fondamentale e discriminante. Non c’è un rigido determinismo genetico persino nella scelta degli alimenti da dare ai bambini, ma un gioco che prevede margini di libertà e dunque la formazione di un gusto che potrà diventare anche stile di vita13. Se la madre mangia con piacere verdure, se apprezza cibi realizzati con cura e attenzione e un’ampia varietà di alimenti, il bambino svilupperà più facilmente un gusto attento e aperto fin dalle primissime fasi dell’esistenza. Naturalmente, nell’acquisizione progressiva dei piaceri legati al cibo la libertà di distaccarsi dall’ambiente originario nel quale si è stati modellati crescerà esponenzialmente. E tuttavia, il gusto per il cibo si sviluppa quasi da subito come educazione al piacere, secondo gradienti che rimandano alla questione evolutiva e alla complessa relazione tra natura e cultura: tra piacere nudo e gusto adulto non vi è un decorso irreversibile ma una continua interazione e reversibilità14.

11Da un lato, dunque, se il piacere nudo – nella sua espressione esemplare, quella infantile – corrisponde a un tipo di esperienza percettiva peculiare, mossa da un godimento non governato da intenzioni coscienti, procedendo verso livelli cognitivi più complessi – quelli propri del mondo adulto – il piacere si “veste” divenendo “gusto” codificato, cultura in senso esplicito. Dall’altro lato, tuttavia, l’esigenza di piaceri nudi che si ripropone in età adulta esprime l’attaccamento per quel processo genetico a cui dobbiamo la nostra attitudine estetica. Reprimere questo desiderio sembra stolto: occorre piuttosto sviluppare una sensibilità ampia per riconoscere queste emergenze, contestualizzarle e se si dà il caso accoglierle. A volte quest’attitudine originaria che rimanda alle scaturigini della nostra vita è in conflitto con il gusto socialmente coltivato: non è raro che ci piacciano cibi che, per esempio per motivi etici o politici, non dovrebbero piacere; e ancora più di frequente, può succedere che non ci piaccia qualcosa che invece dovrebbe piacerci. Ma nell’esercizio di questa continua negoziazione tra le ragioni del piacere e il piacere delle ragioni, forse l’educazione estetica trova ancora oggi una via feconda e praticabile.

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Note

1  Coccia 2012.

2  Perullo 2006, 2008, 2012.

3  Desideri 2011: 109-119.

4  Bartalesi 2012.

5  Beauchamp 1997; Halpern 2005; Holley 2011.

6  Lévinas 1983: 92. Vale la pena riportare il passo più estesamente: La sensazione gustativa non è un sapere che accompagna il meccanismo fisico-chimico o biologico della consumazione, una coscienza del riempimento soggettivo di un vuoto […]. Mordere il pane è la significazione stessa del gustare. Il gusto è il “modo” in cui il soggetto sensibile si fa volume […]. L’appagamento si appaga d’appagamento. La vita gode della sua stessa vita.” Per una riflessione sull’ontologia del cibo in Lévinas si veda Goldstein 2010.

7  Chiva 1985.

8  Wallenstein 2011.

9  Chapman 2009.

10  Casey 2011.

11  Una proposta recente per un’etica dei piaceri si veda Bencivenga 2012. Anche nel capitolo del mio Il gusto come esperienza intitolata Saggezza del gusto. Gusto della saggezza propongo una concezione dell’esperienza gustativa che rimanda anche al recupero del piacere nudo e primigenio.

12  Mennella 2001. Questo studio riporta e analizza un test effettuato su tre gruppi di madri diversamente alimentate in gravidanza. I bambini delle madri che avevano assunto più succo di carote, tanto durante la gravidanza che durante l’allattamento, reagirono manifestando un piacere superiore per cereali al gusto di carota rispetto agli altri bambini.

13  Per questa nozione, si veda Shusterman 2011 e 2012.

14  Sui temi dell’educazione del gusto si veda anche Cavalieri 2011. Sul gusto come sistema percettivo multisensoriale complesso, Auvrey e Spence 2007.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Nicola Perullo, «Cibo, piacere, evoluzione»Rivista di estetica, 54 | 2013, 229-238.

Notizia bibliografica digitale

Nicola Perullo, «Cibo, piacere, evoluzione»Rivista di estetica [Online], 54 | 2013, online dal 01 novembre 2013, consultato il 13 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/1450; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.1450

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Nicola Perullo

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