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Sono una di voi. Il soggetto delle azioni transgenerazionali

Valeria Martino
p. 152-164

Abstract

Within the broader scope of joint actions, there is a particular kind, i.e. transgenerational actions, the realization of which requires a long time span and, consequently, a complex and peculiar subject. This paper starts from the detailed definition of transgenerational actions, such as complex, long-term, and asymmetrical actions and aims at outlining a theory of their subject. Such a theory, without embracing the principles of holism, is able to give account of subjects’ specificities. In particular, this is possible if we focus on the notion of end, as defined by Seumas Miller. The paper will then examine an example of transgenerational action to highlight how a theory which is both non-reductionist and non-holistic allows us to address the question of responsibility – and therefore of normativity, so pressing when it comes to social issues – from another point of view: the phenomenological one. Not implying a notion of collective responsibility, like the one held by traditional plural subject theories, this point of view focuses on the possibility of stimulating the sense of responsibility in the individuals who constitute the collective subject.

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Testo integrale

1. Introduzione

  • 1 Per quanto riguarda l’ontologia sociale, il nome più noto associato a questa posizione è certamente (...)

1Sembrerebbe che ogni azione che compiamo, in quanto esseri costitutivamente sociali, possa avere ricadute su altri membri della nostra società e che la società nel suo complesso possa influenzarci sotto i più diversi punti di vista. Il cosiddetto olismo delle scienze sociali nella sua lunga tradizione ha avuto il merito, tra le altre cose, di sottolineare questo elemento e di porre la socialità a un livello basilare, oltre il quale non è possibile andare, nella spiegazione dei fenomeni sociali1. Al di là della possibilità di definire gli esatti rapporti tra individuale e sociale, però, possiamo chiaramente riconoscere come esistano particolari tipi di azione che, in conseguenza della loro complessità, per la loro stessa natura richiedono più di un individuo per poter essere svolte e, dunque, si identificano immediatamente come sociali. Si tratta di quelle che in letteratura sono chiamate “azioni congiunte”, le quali possono avere diversi livelli di complessità e perciò richiedere diverse tipologie di interazione e configurarsi come azioni anche molto differenti tra loro, per esempio coinvolgendo due individui oppure molte migliaia, richiedendo conoscenza comune oppure avvenendo senza premeditazione alcuna, realizzandosi in pochi minuti o richiedendo una vita intera.

2L’articolo mira a rispondere alla domanda: chi è il soggetto di una azione transgenerazionale? Ovvero, quale teoria dei gruppi sociali è la più adatta per spiegarne il comportamento quando l’azione che il gruppo svolge non solo è complessa, e dunque formata dalla somma di più azioni, ma, perché possa essere portata a termine, ha bisogno di un arco temporale sufficientemente lungo da coinvolgere generazioni differenti?

3Per rispondere a questa domanda, si dovrà dapprima dare una definizione di azione congiunta la quale, scevra da imposizioni immediatamente morali, possa meglio comprendere gli elementi in gioco atti a dare una spiegazione chiara ma efficace di questo genere di azioni, al fine di ottenere un paradigma che possa essere utile a svolgere indagini più ampie, di natura filosofico-sociale. A questo proposito, un punto di partenza sarà la teoria di Seumas Miller (2001). Pur essendo meno considerata rispetto ad altre quando si parla di azione congiunta, attraverso una struttura improntata sulla teleologia, e dunque sulla nozione di fine, tale teoria permette di individuare le azioni interpersonali, senza presupporre necessariamente l’esistenza di un soggetto complesso che agisca come un individuo unico. In questo modo, tale teoria può ben essere applicata a quei fenomeni che avvengono su larga scala, come – esempio utilizzato dallo stesso Miller – la costruzione della Muraglia cinese e che, per questo motivo, possono non richiedere necessariamente l’esistenza di un patto esplicito tra tutte le parti coinvolte. Di conseguenza, essa risulta di particolare interesse quando ci si voglia rivolgere a quelle azioni che diventano comprensibili alla luce della nozione di “giustizia transgenerazionale” (Andina 2016; 2020), le quali però, oltre alla componente temporale, acquisiscono una natura normativa, richiedendo perciò una analisi ulteriore.

4Il secondo elemento, una volta definita la natura delle azioni che ci interessano, consiste proprio nella definizione del loro soggetto, ovvero colui, o meglio coloro, che portano tali azioni a compimento. Con ciò, l’articolo non intende affrontare i paradossi classicamente connessi alla nozione di “generazione futura”, come il non-identity problem (Parfit 2017; Boonin 2014) e il non-reciprocity problem (Page 2006), quanto piuttosto svolgere una analisi approfondita del soggetto delle azioni a lungo termine e delle caratteristiche che gli sono proprie, ovvero bisogna chiedersi se può essere inteso nei termini di un soggetto plurale (Gilbert 1989) e, più genericamente, in che modo vada intesa la collettività che ne fa per l’appunto il soggetto di una azione complessa. In particolare, ciò implica la necessità di fare riferimento alle difficoltà che sorgono quando cerchiamo di distinguere l’intenzionalità individuale da quella collettiva, come caratteristica che appartenga al soggetto collettivo di una azione, al fine di promuovere una teoria che consideri l’azione congiunta come una interazione interpersonale, compiuta per realizzare un obiettivo comune (Miller 2001) o che, secondo la distinzione tradizionale delle teorie dell’intenzionalità (Schweikard & Schmid 2013), consideri la collettività come una caratteristica del contenuto dell’azione (Bratman 1987) – piuttosto che della modalità del pensiero (Searle 1990; 1995) o del soggetto dell’azione (Gilbert 1989). In questo modo, infatti, è possibile dar conto del tipo di soggetto collettivo che pur non determinandosi secondo caratteristiche di olismo ontologico, mantenga elementi specifici atti a distinguerlo da un aggregato casuale di individui, in un’ottica non riduzionista. L’impossibilità di riconoscere a una collettività il titolo di soggetto individuale, almeno per quanto riguarda le azioni che promuovono la giustizia transgenerazionale, non vuol dire che, da un punto di vista fenomenologico, l’individuo non possa percepire la differenza tra la sua azione come singolo e la stessa come membro di una comunità – cosa che può essere riconosciuta anche dall’esterno (per esempio, possiamo distinguere tra il caso di due persone che avvelenano un uomo indipendentemente e quello in cui invece ciò avvenga nella consapevolezza dell’azione altrui. Tuomela 1984: 120). L’attenzione al fine è proprio quell’elemento che consente a più individui di partecipare a una azione congiunta senza dover necessariamente avere i classici attributi dei collettivi.

5Una volta affrontate le due questioni teoriche, l’articolo si soffermerà su un esempio tipico di azione congiunta a lungo termine, ovvero quella che ha come scopo la salvaguardia dell’ambiente. Al di là delle implicazioni specifiche che questo campo di indagine può sollevare, ci si chiederà come questo fine possa essere proprio di una azione complessa svolta da un soggetto collettivo nei termini specificati. Infatti, assumendo che l’azione congiunta sia indipendente dalla moralità e dunque che quest’ultima non sia una conseguenza necessaria dell’azione, ci si chiederà se piuttosto una fenomenologia dell’azione congiunta non possa stimolarla. In questo caso più che la possibilità di attribuire responsabilità morale o senso di colpa a un soggetto collettivo (come avviene in teorie classiche, tra cui List & Pettit 2011; Gilbert 2015), abbiamo il problema di dover stimolare un senso di responsabilità negli individui che costituiscono il soggetto collettivo dell’azione congiunta. Quest’ultimo aspetto apre certamente la strada a una commistione con studi di psicologia e scienze cognitive volti appunto a indagare la natura del sentimento di appartenenza a un gruppo e le sue possibili conseguenze, negative o positive che siano, come il sense of commitment (Michael, Sebanz & Knoblich 2015; Crone 2018), ma al contempo lascia spazio alla fenomenologia dell’azione congiunta, campo di studi relativamente recente (Pacherie 2012; Tollefsen 2014), che pone le basi per affrontare la questione della responsabilità da un diverso punto di vista.

2. Quale azione?

  • 2 Si noti che questo non implica in alcun modo che i membri dei gruppi debbano essere esclusivamente (...)

6Un’azione, in generale, si definisce “collettiva” o “congiunta” quando coinvolge più di un individuo come soggetto e, più in particolare, quando prevede che ognuno di essi svolga il proprio ruolo per la sua realizzazione. Così, per esempio, non sarà una azione collettiva l’atto di una serie di passanti che aprono ognuno il proprio ombrello quando inizia a piovere (Gilbert 1989: 30), mentre potrebbe essere considerata tale se il gesto facesse parte di una performance concordata (secondo un adattamento dell’esempio di Searle 1990). Tipicamente, si definiscono azioni collettive trasportare un pianoforte da un piano a un altro di una casa (Tuomela & Miller 1988), suonare una sinfonia o un duetto, giocare un passaggio (Searle 1995). Si tratta di azioni complesse nel senso che, come dicevamo, richiedono che ognuno degli agenti svolga il proprio ruolo, un ruolo che non coincide con quello degli altri – motivo per cui l’azione in sé si può dire che venga svolta dal gruppo, sebbene questa affermazione sia stata intesa con significati anche molto differenti tra loro. Infatti, chi suona il pianoforte non suona un duetto, così come non lo fa chi suona il violino. Solamente i due musicisti insieme, ognuno secondo il proprio ruolo, può svolgere l’azione. In questo senso, si può dire che un gruppo, inteso come un insieme di persone, può portare a compimento dei fini, implicando che una azione complessa sia lo svolgimento da parte di un soggetto complesso, come appunto un gruppo, di un determinato fine, che presuppone una qualche forma di desiderio2.

7Per arrivare a cogliere le caratteristiche delle azioni che ci interessano, alla complessità si deve aggiungere un carattere temporale definito. Le azioni complesse, infatti, possono durare qualche minuto, così come molto tempo: non richiedono una durata minima o massima perché possano essere definite tali. Le azioni transgenerazionali, invece, hanno come caratteristica specifica di essere durature, in quanto non potrebbero essere svolte se non in un’ottica temporale lunga. Nell’esempio già ricordato, abbiamo la costruzione di un monumento che ha richiesto centinaia di anni, come la Muraglia cinese:

The actions constitutive of joint action can be performed at the same time and place, or at different places at the same time, or at the same place at different times, or at different places and times. Indeed the actions of the individuals can be separated by thousands of miles and/or hundreds of years, for example the building of the Great Wall of China (Miller 2001: 77).

  • 3 È ovvio che ogni azione può avere effetti morali, quello che si intende qui è che l’azione colletti (...)

8Il pregio dell’esempio è di essere neutro rispetto ai valori morali e di permettere quindi di comprendere il fenomeno generale, di cui le azioni con carattere eminentemente normativo sono un sottoinsieme3. In tale sottoinsieme, rientrano quelle che devono essere lette alla luce della nozione di giustizia transgenerazionale (Andina 2020); in questo caso specifico, non tanto, o non solo, perché queste azioni vedono una generazione – quella futura – come oggetto dell’azione di quella precedente, quanto perché implicano l’azione e l’impegno di tutti – presenti e futuri – per il raggiungimento dello scopo che la generazione presente, per la salvaguardia di quella futura, si è assegnata. “Azione transgenerazionale” allora non deve significare solamente un atto che ha come oggetto diretto le generazioni future, come potrebbe essere ad esempio l’educazione dei figli. In questo caso, infatti, ogni azione che coinvolgesse persone di età differente, in quanto finalizzata e perché si svolge nel tempo, sarebbe transgenerazionale. Al contrario, ci si vuole concentrare su quelle azioni che implicano come soggetti dell’azione stessa, e non come oggetti, esseri (umani) a venire. Tali azioni, allora, saranno complesse, a lungo termine, ma anche interpersonali. Miller (2001) definisce le azioni interpersonali come segue: «an interpersonal action is an individual action that is interdependent with the action of some other single person, or is otherwise directed to a single person» (2001: 3). Qui vogliamo concentrarci su quelle azioni interpersonali che sono svolte da individui connessi con altri, per la realizzazione dei propri fini, secondo la prima metà della definizione. Dunque, seguendo Miller, le azioni transgenerazionali non sono azioni sociali, se con ciò indichiamo quelle azioni svolte dagli individui in quanto dipendenti da norme o convenzioni o in quanto occupanti un certo ruolo istituzionale. Infatti, tali caratteristiche non sono necessarie perché si abbiano azioni transgenerazionali. È invece indispensabile che le azioni dei singoli siano coordinate. In questo senso specifico, si può dire che sono congiunte, secondo il senso delle azioni complesse già specificato.

9Per poter meglio definire le azioni transgenerazionali, inoltre, è necessario introdurre una ulteriore distinzione. In particolare, è importante sottolineare come si possa distinguere, anche in questo contesto, tra azioni gerarchiche ed egualitarie (Pacherie 2012). Esistono infatti, da un lato, azioni congiunte in cui il ruolo di uno o più individui è maggiore di quello degli altri e in cui, quindi, tali individui possono sentirsi personalmente più coinvolti e pronti ad agire; e, dall’altro, azioni in cui invece l’apporto di ognuno è equiparabile, ovvero esistono gruppi simmetrici e gruppi asimmetrici (Ritchie 2020), in cui alcuni individui possono anche fungere da proxy agent di altri (Ludwig 2014). Ciò sarà rilevante nel definire, nel paragrafo 4, la responsabilità dal punto di vista fenomenologico. Si noti, inoltre, come nel caso delle azioni transgenerazionali l’asimmetria, oltre che in questo senso, possa essere declinata anche con un significato più forte, dipendente dal fatto che una parte dei soggetti coinvolti non esiste ancora e, in conseguenza di ciò, ha necessariamente un minor peso, almeno nelle prime fasi dello svolgimento dell’azione stessa.

3. Quale soggetto?

  • 4 Quest’ultima caratteristica appartiene anche alle nazioni. Crediamo, però, che le azioni transgener (...)

10Una volta data una definizione di “azione transgenerazionale”, passiamo alla domanda centrale: chi è il soggetto di queste azioni? La prima risposta, più ovvia, è: più persone appartenenti a generazioni differenti. Ma per rispondere davvero alla domanda, è necessario andare più in profondità, chiedendosi quale teoria dei gruppi sociali riesca a cogliere meglio le sue caratteristiche. Come ricordavamo, si vuole dar conto della possibilità che gli individui coinvolti siano non solo sconosciuti l’uno per l’altro, ma possano non conoscersi mai, per il banale motivo che gli uni potrebbero nascere dopo la morte di alcuni altri soggetti dell’azione stessa. Di conseguenza, un paradigma basato su azioni quotidiane a breve termine come quello del fare una passeggiata insieme (Gilbert 1989) sembra poco adeguato. Un’azione transgenerazionale, infatti, implica, per definizione, che i suoi soggetti non siano contemporanei. Coloro che svolgono le azioni transgenerazionali, allora, sono individui numerosi, le cui azioni individuali sono interconnesse trasformandosi in azioni interpersonali e, dunque, sono legate tra loro da un fine comune. Inoltre, i soggetti individuali coinvolti cambiano costantemente, se non altro, attraverso il processo naturale di nascita e morte4.

  • 5 Sebbene ci siano numerosi tentativi di riabilitare la mereologia per la comprensione dei gruppi soc (...)
  • 6 Sebbene Gilbert (2015: 11-44) abbia cercato di estendere questo paradigma, riteniamo che la teoria (...)
  • 7 D’altronde, che si nasca all’interno di un patto che non abbiamo firmato in prima persona era un ar (...)

11La prima conseguenza della definizione di “azione transgenerazionale” è che il suo soggetto non può essere un insieme matematico, secondo le teorie insiemistiche tradizionali (critiche classiche a tali concezioni: Sharvy 1968; Ruben 1985; Uzquiano 2004)5, ma nemmeno un soggetto plurale, laddove, con questa espressione, si faccia riferimento ai gruppi per come sono concepiti nella teoria di Margaret Gilbert (1989; 1996). Il caso standard analizzato da lei, infatti, non prevede un cambiamento nelle persone che costituiscono il soggetto plurale6. I soggetti plurali, per costituirsi, richiedono una certa dose di consapevolezza, un atto iniziale che garantisca la conoscenza condivisa, da parte di tutti i membri del gruppo, del fine condiviso e del tipo di azione che si intende conseguire, ovvero un patto esplicito tra le parti (Crone 2018). Queste caratteristiche sembrano essere troppo specifiche e stringenti per adattarsi al tipo di situazione che abbiamo in mente. Infatti, se non altro la mutua consapevolezza non è applicabile quando una parte del soggetto non è ancora nata, ma è presupposta partecipare al patto in quanto appartenente a un altro tipo di gruppo, più ampio come l’umanità o semplicemente istituzionalizzato, come la specifica nazione di cui si è o si sarà cittadini7. Di conseguenza, se si vuole prendere sul serio l’idea che le generazioni future debbano essere considerate come effettivi soggetti di un patto, inizialmente sottoscritto da chi le precede, si deve cercare un paradigma più ampio. Questo, però, non implica che si debba eliminare ogni riferimento al concetto di gruppo, come qualcosa di distinto dal mero aggregato.

12Una buona opzione sembra piuttosto essere quella di concentrarsi sull’elemento teleologico, come nella teoria di Miller. Infatti, sebbene quest’ultima sia volta in particolare a illustrare un certo tipo di azione più che di soggetto, la sua attenzione verso il fine mette in luce quello che, più in generale, può essere un buon elemento utile a discriminare, già a livello teorico e non solo pratico o sociologico, tra le diverse tipologie di gruppo esistenti nel nostro mondo sociale. È proprio il fine di un gruppo e il modo in cui tale fine è condiviso tra i suoi membri a renderlo specifico e a permettere, a titolo d’esempio, di distinguere i membri di una folla, come un corteo di piazza, da chi si trovi in quella stessa piazza, ma per motivi del tutto casuali. In questo caso, se utilizzassimo come unico criterio la collocazione spazio-temporale, e dunque la somma degli individui presenti in tale luogo alla tale ora, non saremmo in grado di distinguere le due possibilità. Al contrario, se assumiamo il fine condiviso come l’elemento minimo perché due o più individui compiano una azione complessa, abbiamo un primo mattone su cui poggiarci per costruire una teoria dei gruppi.

13Che cosa vuol dire, però, avere un fine condiviso? Come abbiamo detto, non l’espressione esplicita di un patto, cosa che creerebbe troppi problemi teorici. Questo però non deve portarci verso una posizione strettamente riduzionista. Infatti, anche la mera somma dei fini individuali non sembra sufficiente, se non è accompagnata da un elemento di comunanza che permetta, se non altro, l’interazione dei fini, la loro combinazione, in una progettualità più ampia – secondo un paradigma à la Bratman. L’introduzione delle relazioni senza una qualche forma di esclusività o indipendenza del livello sociale rispetto a quello individuale fa sì che parlare di gruppo e parlare di gruppo sociale non faccia alcuna differenza: dove ci sono relazioni c’è già un gruppo sociale, perché la socialità non è un elemento in più rispetto al mero aggregato. Questa soluzione, per quanto attraente grazie alla sua semplicità, presenta problemi legati all’incapacità di discriminare tra situazioni che, nella pratica sociale, e dunque nella sua elaborazione teorica, si presentano come nettamente distinte.

  • 8 Michael Bratman (1992), per esempio, ha mostrato come la versione sommativa escluda la possibilità (...)

14Impostare la questione da un punto di vista teleologico, ci permette anche di evitare i problemi connessi all’esistenza dell’intenzionalità collettiva. Possiamo infatti affermare che un soggetto complesso può essere compreso in termini non olisti, laddove con questo si voglia intendere l’esistenza di un individuo collettivo che pensa e agisce per i singoli individui che ne fanno parte, ma insieme non riduzionisti. Di conseguenza, possiamo intendere l’intenzionalità collettiva secondo una concezione non sommativa (Tollefsen 2004), ma di stampo individualista. Tale concezione, non concependo l’intenzionalità collettiva come la somma di quelle individuali, mostra dei vantaggi rispetto a una concezione sommativa8, che parte dal presupposto inverso, ma non implica un concetto stringente di conoscenza (Gilbert 1987) – criterio, ripetiamolo, troppo esigente per descrivere le azioni transgenerazionali: mi è sufficiente sapere che il mio fine si allinea o si interseca con quello di altri individui, che potrei non conoscere. Il fatto di avere un fine condiviso non richiede che esso sia pensato da una intenzionalità collettiva non riducibile. Il fine appartiene al singolo come membro di un insieme più grande. Si può dire che io saprò di non essere sola nel mio tentativo di raggiungere un certo fine e che, virtualmente, esiste sempre una comunità di riferimento che lo fa proprio. È dunque la possibilità di far sì che un gruppo sia identificabile come tale perché possiede un certo fine condiviso, a consentirci di individuare il soggetto di una azione transgenerazionale.

15Ciò che contraddistingue davvero l’aspetto individuale da quello sociale, in questo contesto, sembra allora essere la percezione di far parte di un noi che agisce per portare a termine un certo scopo. Interessante, perciò, non sarà tanto chiedersi a chi appartiene l’intenzionalità – la risposta sembra appunto non poter essere che al singolo – o in che modo il singolo può pensare in termini plurali – il senso comune sembra suggerirci che ciò è assolutamente possibile e, anzi, molto frequente – ma, passando dalla teoria alla pratica o, almeno, aprendo la strada a quest’ultima, ci si chiederà come questo senso di appartenenza è vissuto e stimolato nella vita quotidiana e, dunque, qual è la sua fenomenologia.

4. Un esempio: la sfida climatica

16L’esempio che si vuole prendere in considerazione per esplicitare ulteriormente questo tipo di fenomeno e mettere alla prova la teoria è il tentativo di limitare l’impatto ambientale dell’essere umano. La sempre maggiore attenzione a questo aspetto, infatti, impone riflessioni teoriche, rilevanti anche in riferimento alle azioni e ai soggetti che le svolgono.

  • 9 Per una definizione di “ruolo”: «In the terms of an emergentist ontology, roles are not entities; r (...)

17Innanzitutto, possiamo dire che si tratta necessariamente di un’azione collettiva complessa, in quanto è qualcosa che non può in alcun modo essere compiuto da un singolo individuo. Inoltre, comporta diverse sfaccettature e lo svolgimento da parte dei singoli agenti di compiti differenti, per esempio a seconda del ruolo che occupano nella società9: privati cittadini, rappresentati di diverse istituzioni, produttori, ecc. È dunque anche un’azione interpersonale, a lungo termine e asimmetrica: si tratta a tutti gli effetti di una azione transgenerazionale.

18Come accennavamo, la differenza fondamentale tra l’esempio della Muraglia cinese e quello climatico ruota attorno al concetto di responsabilità. Infatti, il primo caso è esente da connotazioni morali, mentre il secondo si basa proprio sulla volontà di attribuire normatività alla questione, anche nell’ottica di stimolare gli individui all’azione. In questo senso, come abbiamo anticipato nell’introduzione, non intendiamo qui affrontare la questione analizzando la possibilità di attribuire responsabilità a un collettivo o di colpevolizzarlo, quanto appunto quella di stimolarlo alla responsabilità, utilizzando un’espressione che potrebbe apparire moralistica. Per uscire da questa possibile critica, riconcettualizziamo il problema come segue: le azioni transgenerazionali sono tali per cui il loro soggetto, inteso nei termini utilizzati nel paragrafo precedente, percepisca un sense of us (Schmid 2014) tale da stimolare un impegno, trasformandosi in un sense of commitment? Se sì, in che modo?

19Partendo dalla constatazione che una azione complessa non potrebbe in alcun modo, per sua definizione, essere compiuta da singoli individui e che, di conseguenza, questi ultimi dovrebbero necessariamente coordinarsi per portare avanti una azione transgenerazionale – sebbene ciò non voglia implicare un patto esplicito tra tutte le parti – possiamo rispondere affermativamente alla prima domanda. Abbiamo infatti cercato di mostrare come avere un fine comune, se non significa che singoli individui disparati e non connessi tra loro hanno per caso lo stesso fine, vuol dire che gli individui invece sviluppano il senso di appartenenza a una comunità – per quanto indefinitamente questa possa delinearsi nelle loro rappresentazioni – cosa che permette loro di sviluppare un sense of us, senza il quale non sarebbe neanche possibile comprendere la condivisione dei fini. Il sense of us, però, deve trasformarsi in un sense of comittment. È necessario, dunque, un passaggio ulteriore.

20Per rispondere alla seconda domanda, dunque, ovvero in che modo questo passaggio possa compiersi, le teorie di stampo fenomenologico possono essere di molto aiuto. Infatti, attraverso la loro particolare prospettiva, riescono a integrare alcune lacune dell’ontologia sociale, in particolare non implicando una correlazione necessaria tra i due sentimenti, quanto piuttosto cercando di descriverla. Questi atteggiamenti teorici ci aiutano a spiegare quel sense of commitment per una azione che può essere portata avanti solo congiuntamente: per esempio, studi di psicologia e teoria della mente mettono in luce come l’asimmetria dei ruoli, possa condurre chi ha più potere, o più capacità agentiva, a sentire un maggior impegno (Pacherie 2012) o come il senso di autorship sia una esperienza necessaria connessa alle nostre azioni quotidiane (Bayne & Levy 2006: 53-57). Ancora, la percezione di far parte di un gruppo più ampio che agisce in vista di un fine comune, ci spinge a essere più attenti a quel fine, specie se, come in questo caso, raggiungerlo da soli è impossibile. Esistono, infatti, dinamiche che si attuano già nei bambini anche molto piccoli che fanno sì che gli esseri umani sentano un impegno nel raggiungere scopi comuni o nell’aiutare altri a raggiungere un certo scopo che, per questo, diventa comune (Michael, Sebanz & Knoblich 2015). Si tratta, dunque, di tendenze e attitudini attribuibili all’essere umano, che la psicologia cognitiva aiuta a riconoscere e a concettualizzare, e che la filosofia può fare proprie nella spiegazione di alcuni fenomeni, come per l’appunto le azioni transgenerazionali.

21A differenza di un approccio ontologico classico, dunque, uno integrato con la fenomenologia – intesa qui in senso ampio, come studio delle strutture proprie dell’esperienza – permette di rilevare questi nessi e di utilizzarli per spiegare la possibilità di sentirsi impegnati in un patto a cui, in realtà, non si è mai stati sottoposti. Difficilmente, infatti, senza un approccio di questo tipo, riusciremmo a spiegare le azioni transgenerazionali e le caratteristiche dei soggetti che le portano avanti e, in particolare, quella condivisione di un fine comune che, pur non essendo una condivisione nei termini classici delle teorie non sommative, non può spiegarsi nemmeno come la mera somma dei fini individuali. Le difficoltà che sorgono, in particolare, dal concepire un’azione transgenerazionale di così vasta portata come la salvaguardia dell’ambiente nei termini di un patto o come la coincidenza casuale di fini personali possono essere così superate, stimolando una riflessione sulla dinamiche psicologiche che ci sono proprie in quanto esseri umani e sul sentimento di appartenenza a una comunità – tanto diffuso da poter essere rintracciato già agli albori delle riflessioni teoriche sull’umano, nella sua tanto nota definizione di politikòn zôon.

5. Conclusione

22Nel presente articolo abbiamo visto come dalla definizione delle azioni transgenerazionali come azioni complesse, a lungo termine, interpersonali e asimmetriche segua che il loro soggetto debba essere inteso come un insieme di individui che hanno come caratteristiche quelle di essere numerosi, cambiare costantemente e possedere un fine comune. Concepire il fine comune come la percezione da parte del singolo di appartenere a una comunità, reale o virtuale, che va verso un certo fine, permette di spiegare i fenomeni transgenerazionali senza dover ricorrere né alla mente collettiva dell’olismo né al riduzionismo estremo delle concezioni sommative. La prospettiva fenomenologica, inoltre, permette di colmare le lacune di quella ontologica, concentrandosi sulla percezione del singolo e sulla possibilità di uno stimolo alla responsabilità, che permette a sua volta di concepire le azioni transgenerazionali in un’ottica normativa, pur tralasciando la questione dell’attribuzione reale, sociale o morale che sia, di responsabilità.

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Note

1 Per quanto riguarda l’ontologia sociale, il nome più noto associato a questa posizione è certamente quello di Philip Pettit. La posizione di Margaret Gilbert è invece ambivalente. Infatti, sebbene alcuni elementi della sua teoria la avvicinino all’olismo, lei stessa se ne allontana esplicitamente (cfr. per es. Gilbert 1989: 427-442). Altri teorici connessi all’olismo, sebbene in modi differenti, sono ad esempio Émile Durkheim, Maurice Mandelbaum, Roy Bashkar, Harold Kincaid.

2 Si noti che questo non implica in alcun modo che i membri dei gruppi debbano essere esclusivamente esseri umani. Con “desiderio” si intende solo la possibilità di avere uno scopo, indipendentemente dal grado di elaborazione o consapevolezza dello stesso.

3 È ovvio che ogni azione può avere effetti morali, quello che si intende qui è che l’azione collettiva in questione non riguarda, in prima istanza, la questione della responsabilità collettiva.

4 Quest’ultima caratteristica appartiene anche alle nazioni. Crediamo, però, che le azioni transgenerazionali non coincidano necessariamente con quelle che possono essere promosse dai cittadini di uno Stato, motivo per cui, la concezione di Gilbert dell’obbligazione politica, pur ampliando il paradigma della passeggiata, non sembra adatta a spiegare tale fenomeno.

5 Sebbene ci siano numerosi tentativi di riabilitare la mereologia per la comprensione dei gruppi sociali. Cfr. per es. Hawley (2017) e Horden e López de Sa (2020).

6 Sebbene Gilbert (2015: 11-44) abbia cercato di estendere questo paradigma, riteniamo che la teoria del soggetto plurale resti adatta a spiegare fenomeni quotidiani di minore portata, mentre richiede troppi aggiustamenti per poter funzionare con le azioni transgenerazionali.

7 D’altronde, che si nasca all’interno di un patto che non abbiamo firmato in prima persona era un argomento utilizzato dagli anarchici per negare la validità dello Stato (Godwin 1986). A questo proposito, si pensi alla nozione di obblighi o doveri di appartenenza, nella contemporanea filosofia politica. Si tratta di un tema certamente molto ampio, a cui qui si fa riferimento indirettamente, da una prospettiva non prettamente di filosofia politica. In direzione opposta, ovvero a difesa dell’esistenza di un patto, seppure non esplicito, tra le parti, in ambito politico cfr. Gilbert (2000: 97-122).

8 Michael Bratman (1992), per esempio, ha mostrato come la versione sommativa escluda la possibilità di distinguere tra il caso in cui un’azione è compiuta congiuntamente e il caso in cui invece è compiuta sì insieme, ma in modo indipendente.

9 Per una definizione di “ruolo”: «In the terms of an emergentist ontology, roles are not entities; rather, in defining roles we define relations between people. Roles, therefore, are not composed of parts but instead are occupied by actual people. Hence they can only have causal influence in the sense that, and to the extent that, they are so occupied, or to the extent that the role incumbents “adopt” their characteristic behaviours—which is of course another way of saying the same thing». Elder-Vass (2007: 32).

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Valeria Martino, «Sono una di voi. Il soggetto delle azioni transgenerazionali»Rivista di estetica, 80 | 2022, 152-164.

Notizia bibliografica digitale

Valeria Martino, «Sono una di voi. Il soggetto delle azioni transgenerazionali»Rivista di estetica [Online], 80 | 2022, online dal 01 février 2024, consultato il 24 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/14439; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.14439

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Valeria Martino

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