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aesthetic experience in the evolutionary perspective

L'evoluzione dell’esperienza estetica come forma di conoscenza e l’emergere della mente

Gianluca Consoli
p. 43-62

Abstract

This essay proposes an evolutionary story about the co-emergence of mind and aesthetic experience. Based on archeological data and cognitive research, the story suggests that aesthetic experience performs an adaptive function as a specific implementation of knowledge and a crucial role in human mentation.

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Testo integrale

1Uno dei dibattiti internazionali più recenti e più interessanti del naturalismo contemporaneo è dedicato alla natura e all’evoluzione dell’esperienza estetica (da ora: EE). Questo dibattito si è fatto negli ultimi anni sempre più esteso e ricco, restando tuttavia segnato da una grave mancanza. Nell’applicare gli strumenti concettuali messi a disposizione dalle scienze per comprendere l’EE, i cultori del naturalismo hanno finora dimenticato di indagare se questa abbia avuto un effettivo ruolo nell’emergere della mente. Anche laddove si è riconosciuto all’EE una funzione pienamente adattiva, tale funzione è stata considerata per lo più fine a se stessa, come una sorta di paradossale adattamento epifenomenico, ininfluente nell’evoluzione della mente moderna. Lo stesso strabismo è ancora molto diffuso nell’interpretazione dei reperti archeologici relativi ai primi comportamenti e ai primi prodotti artistici (da ora: CPA). Da una parte, sono comunemente giudicati come prove dell’emergere della cognizione avanzata. Dall’altra parte, sono valutati un mero co-prodotto periferico di quest’ultima, che non ha conferito di per sé vantaggi selettivi.

2Questo scritto mira a fornire una narrazione evolutiva (meglio: uno schema di narrazione) utile a superare tale lacuna, volta ad argomentare l’ipotesi di fondo in base alla quale l’EE è parte indispensabile del processo di auto-organizzazione della mente. In termini semplici: senza l’EE la mente non si sarebbe evoluta così come noi la conosciamo. Dunque, l’ipotesi proposta è articolata su un doppio livello: l’EE è adattiva; la mente e l’EE co-emergono, nel senso che, nel richiedere come precondizioni alcune proprietà mentali, l’EE concorre al loro ulteriore sviluppo.

  • 1 Dissanayake 2000; Dutton 2009.

3Prima di iniziare, è opportuno svolgere un’importante precisazione terminologica, indispensabile nei casi come questo in cui ampia parte del lavoro teorico è inevitabilmente basato sulla cosiddetta ingegneria inversa, che muove a ritroso dai comportamenti attuali per rintracciarne le origini. In questo saggio l’EE si intende come il prodotto di una specifica facoltà, la facoltà estetica, la cui definitiva emergenza è testimoniata dall’improvviso esplodere dei primi CPA. Questi ultimi non vengono modellati sulla moderna nozione occidentale di arte (sistema delle belle arti e successive, sostanziali, modifiche). Piuttosto, oltre all’evidenza specifica, vengono presi come punto di riferimento per delineare il concetto di un’arte transtorica e tranculturale i resoconti etnologici relativi alle società premoderne1. In queste ultime, l’arte è conservativa: la tradizione è preferita all’originalità e alla creatività, spesso scoraggiate. Richiede un certo livello di abilità, ma non è necessariamente bella e accurata, né richiede una piena riuscita formale. Non costituisce una pratica specializzata con ruoli professionalizzati. Non è commissionata da un mecenate né è prodotta per il mercato. Non è legata alla manifestazione personale di un individuo isolato che esprime la sua esperienza interiore. Non richiede una contemplazione passiva di uno spettatore statico. Non viene apprezzata in una fruizione singolare in un luogo deputato come il museo. Al contrario viene vissuta come esperienza di gruppo a cui più o meno tutti partecipano attivamente. Non è composta da oggetti (quadri, sculture ecc.) o attività (danze, performance ecc.) autonome, piuttosto è organizzata in manifestazioni multimodali coordinate temporalmente. Le diverse manifestazioni non sono raccolte sotto una categoria superiore e unitaria. Bastino queste rapide precisazioni per far sì che la corretta attenzione metodologica a non universalizzare le moderne pratiche occidentali non abbia niente a che fare con la visione, presente in diverse prospettive, per cui l’EE come tale rappresenterebbe una mera proiezione ideologica.

1. La documentazione archeologica relativa all’EE

4Qualsiasi storia sull’evoluzione dei processi cognitivi è inevitabilmente speculativa. I reperti fossili e il DNA antico non consentono di fondare nessuna ipotesi in modo conclusivo, così come i documenti archeologici lasciano spazio solo a inferenze di ingegneria inversa inevitabilmente controverse. In ogni caso va sottolineato che per la facoltà estetica, a differenza di quanto accade per molte altre facoltà, in primo luogo il linguaggio, vi è una significativa documentazione archeologica disponibile.

  • 2 Il film-documentario di W. Herzog Cave of Forgotten Dreams (2010) consente di fare un’esperienza co (...)

5Da tempo ci si richiama alla cosiddetta “esplosione creativa” (o anche “Big Bang culturale”) del Paleolitico superiore, opera dei Cro-Magnon, popolazione di Homo sapiens che giunse in Europa intorno a 40 000 anni or sono e che ha lasciato una ricca documentazione fino a 10 000 anni fa. Questa documentazione viene interpretata nel suo insieme come segno dello sviluppo della cognizione moderna ed è principalmente relativa a un insieme qualitativamente nuovo di comportamenti indubbiamente artistici2. L’arte parietale delle caverne. L’arte mobiliare, costituita da strumenti e oggetti in pietra, osso e corna intagliati con una forma accurata e decorati. Statue di pietra tridimensionali, tra cui le “veneri”. Resti di strumenti musicali, come flauti e strumenti a percussione. Primi esempi di architettura, come capanne realizzate con una particolare disposizione degli elementi di costruzione. L’ornamentazione rivelata dalle sepolture, in cui si sono trovati abiti molto lavorati, monili intagliati, braccialetti e collane di conchiglie. A queste attività bisognerebbe aggiungere anche la narrazione di storie, di cui ovviamente non si hanno segni materiali fino alla scrittura. Vi è però consenso generale nel ritenere che nel Paleolitico superiore il linguaggio fosse pienamente sviluppato e che le pareti decorate delle caverne, soprattutto quelle meno accessibili, fossero parte di riti magico-religiosi. Infine, per dare conto dell’ulteriore ricchezza di questi comportamenti, va sottolineato che mostrano una sorprendente variazione culturale, in quanto si differenziano in diverse tradizioni locali che permangono stabili per un periodo di tempo significativo.

  • 3 Currie 2011.

6Negli ultimi due decenni è emersa anche una linea di interpretazione più gradualista, basata soprattutto sullo svolgimento di ricerche più estese nei siti africani. In queste ricerche non è emerso un sistema integrato di comportamenti qualitativamente nuovi come quelli dell’esplosione creativa. Tuttavia, in un periodo di tempo che va da 135 000 a 70 000 anni fa, è stato documentato l’uso ornamentale di conchiglie, gusci d’uova e ossa perforate; la lavorazione di pietre, colorate e con linee incise; l’utilizzo di minerali colorati per dipingere il corpo. Seppure nessuna di queste manifestazioni possa valere di per sé come CPA in senso pieno, stando all’interpretazione gradualista l’esplosione creativa sarebbe preceduta da un lento e continuo accumularsi di nuovi comportamenti che vanno molto retrodatati. Se, per esempio, si considerano i bifacciali (handaxes) – più precisamente, quella parte di questi strumenti, circa 1 su 50, che mostra una simmetria e una regolarità che va oltre l’uso pratico – come la prima manifestazione di sensibilità estetica si deve risalire oltre 400 000 anni fa3, quindi prima della nostra specie.

7Il nostro racconto mira a fornire una spiegazione plausibile di questa documentazione archeologica, conciliando le due diverse interpretazioni, quella rivoluzionaria e quella gradualista. In questo senso, due sono i punti principali da chiarire in una spiegazione integrata. In primo luogo, l’improvviso fiorire in forma complessa dell’attività artistica nell’esplosione creativa. Se si considera che l’uomo anatomicamente moderno risale a circa 200 000 anni addietro, furono necessari migliaia di anni tra l’evoluzione della forma anatomica moderna e l’esplosione creativa come testimonianza materiale di una vita mentale equivalente alla nostra. In secondo luogo, occorre spiegare l’aspetto gradualista, i precursori e le precondizioni dell’esplosione creativa che si accumularono nel corso di questo lungo periodo di preparazione.

2. La logica evolutiva dell’EE

  • 4 Davies 2012.

8Spesso le proposte relative alla comparsa dell’EE si sono limitate a scegliere un’alternativa secca tra adattamento e co-prodotto, oppure tra adattamento biologico e prodotto culturale4. In generale queste contrapposizioni sono poco appropriate per lo sviluppo dei processi cognitivi, larga parte dei quali va posta sotto il segno dell’esadattamento e dell’auto-progettazione. In base alla prima caratteristica, adattamenti e coprodotti già presenti vengono continuamente rifunzionalizzati. In base alla seconda caratteristica, la mente è un sistema ibrido cognitivo-culturale nel quale la cultura, intesa come parte del fenotipo, offre risorse esterne che integrano, ristrutturano, potenziano le facoltà mentali in un ciclo auto-rinforzante. Nello specifico, l’evidenza ricordata a proposito dell’EE, il lungo periodo di preparazione, l’esplosione finale, la differenziazione culturale, suggerisce una traiettoria evolutiva stratificata e plurale, costituita da processi evolutivi innestati uno sull’altro.

  • 5 Papineau 2005; Richerson e Boyd 2005. Oggi il dibattito sull’assimilazione genetica e sulla selezio (...)

9Nel nostro racconto l’EE non è sempre esistita. Prima che comparisse, vi era un insieme eterogeneo di proprietà preesistenti, nessuna delle quali presentava le caratteristiche dell’EE. Nuove pressioni evolutive sottopongono queste proprietà a una serie di cicli di esadattamento che la plasticità del cervello, la sua capacità di subire modifiche post-natali, consente di implementare. Larga parte delle nuove pressioni provengono dalla mente stessa, che nel suo processo di auto-elevazione produce strutture culturali sempre più ricche. Quali riorganizzazioni cognitivo-culturali gli esadattamenti vengono assimilati di volta in volta nel genoma grazie all’azione combinata dell’effetto Baldwin e della selezione di gruppo. Con il primo, la competizione interna al gruppo favorisce gli individui biologicamente predisposti ad acquisire i nuovi tratti nell’interazione con l’ambiente culturale. Con la seconda, la competizione fra gruppi favorisce il gruppo in cui il tratto è più diffuso5.

10Poiché in generale l’interazione tra predisposizioni biologiche e cultura è dipendente dal contesto, gli adattamenti coinvolti nell’emergere dell’EE danno vita alla differenziazione culturale, per cui le diverse comunità possono praticare diverse forme di proto-arte e realizzare diverse varianti della stessa forma di proto-arte. Quanto è comune, invece, è che ciascun processo di esadattamento produce a sua volta una reazione a catena. In questa lunga dinamica di sviluppo, la cultura materiale, prodotta dai nuovi tratti, a sua volta ne produce di nuovi. Gli esadattamenti si accumulano uno sull’altro, fino a raggiungere un livello critico, superato il quale il sistema ibrido mente-cultura si riorganizza in un nuovo universale biologico. Senza un progetto cosciente, emerge la facoltà estetica quale insieme integrato di sistemi cognitivi sottoposti a una nuova funzione adattiva. Ovviamente, non nascono popolazioni di grandi artisti, ma soggetti capaci di partecipare alle pratiche culturali del proprio gruppo che ha nell’EE una funzione adattiva indispensabile. Quando i cervelli sono definitivamente predisposti e il nuovo adattamento è diffuso nel gruppo, l’improvviso esplodere dei CPA non è altro che il segno del passaggio dai lenti cambiamenti della storia genetica alla rapida e incessante innovazione della storia memetica.

11La plausibilità di questa narrazione evolutiva può essere accresciuta riempiendo i ruoli rimasti vuoti, vale a dire specificando nei prossimi paragrafi la funzione adattiva dell’EE, i precursori dell’EE, le proprietà mentali che nell’emergere dell’EE si auto-organizzano.

3. La funzione adattiva dell’EE

  • 6 Dissanayake 2008.

12L’EE e i CPA sembrano avere tutti i segni che contraddistinguono un adattamento6. Differenti forme di arti sono presenti in tutte le culture conosciute, sia in quelle ancestrali sia in quelle etnologiche, indipendentemente dal grado di sviluppo economico e tecnologico. Vi si impegnano, attivamente o passivamente, tutti gli individui senza essere sottoposti a particolari pressioni. Come il linguaggio, si sviluppano fino a un certo livello di base senza uno specifico addestramento. I rudimenti sono presenti sin dall’infanzia, secondo una sequenza endogena innata, sotto-determinata dagli stimoli. A livello prossimale, hanno una certa attrattiva e sono fonte di piacere. Soprattutto, hanno un costo e impiegano risorse, nei termini di tempo, sforzo fisico e mentale, strumenti materiali impiegati. Certamente, i prodotti dell’esplosione creativa ricordati hanno richiesto molto lavoro e una significativa dose di specializzazione, a riprova che l’arte non era un’occupazione occasionale, ma parte integrante della vita della comunità.

  • 7 Per un approfondimento tematico dei punti seguenti Consoli 2012a.

13Da sempre il problema delle spiegazioni evolutive viene individuato nel fatto che l’EE non è orientata alla realtà, in quanto non fornisce descrizioni fattuali degli effettivi stati di cose, né ha una funzionalità immediata, in quanto non è utile per risolvere problemi pratici. Al contrario, nel nostro racconto è proprio in queste caratteristiche che risiede il vantaggio selettivo apportato dall’EE alla mente moderna. Se in generale gli uomini sono “informivori”, organismi assetati di informazione, l’EE rappresenta una specifica realizzazione dello scopo della conoscenza7.

  • 8 Così il concetto di finzione in Tooby e Cosmides 2001.

141) Nell’EE, attraverso l’immaginazione, viene costruito un sistema integrato di rappresentazioni finzionali, intese in senso ampio come rappresentazioni disaccoppiate dallo stato effettivo del mondo. Questo corpo di rappresentazioni non è finalizzato alla soluzione pratica di problemi, ma è volto a esplorare il dominio del mondo tematizzato come spazio di possibilità ulteriore, non esaurito dalle condizioni fattuali effettivamente sperimentate in precedenza8.

152) Tale insieme di rappresentazioni richiede una complessa simulazione multimodale, distribuita lungo tutti i sistemi rilevanti (quello motorio, sensoriale, percettivo, affettivo, emotivo, introspettivo, simbolico), relativa ai diversi schemi di attivazione acquisiti durante l’esperienza pregressa.

163) L’immaginazione simulativa è al tempo stesso riproduttiva, poiché riattiva gli schemi memorizzati che consentono ai partecipanti ai CPA il riconoscimento delle rappresentazioni finzionali, e produttiva, poiché lavora creativamente sugli schemi disponibili, procedendo oltre le effettive situazioni di acquisizione.

  • 9 Così nella versione della Grounded Cognition di Barsalou 2012.

174) L’esperienza simulativa è veicolata da una concreta occorrenza individuale, sia questa un oggetto materiale (come un artefatto estetico) o un episodio temporalmente esteso (come una performance). Questa occorrenza individuale non corrisponde a una verità fattuale discreta, ma ha un valore prototipico. In modo simile a un singolo esemplare che, aldilà delle sue particolarità, permette di realizzare l’operazione di categorizzazione9, l’occorrenza concreta e determinata comprime una rete di disponibilità più ampie rispetto allo stato attuale del mondo.

185) La simulazione virtuale, per quanto non referenziale, ossia non vincolata ad anticipare uno stato di cose fattuale, è coerente con il sistema di credenze, simboliche e non simboliche, che i soggetti hanno precedentemente acquisito in relazione al dominio rappresentato, in modo tale da risultare plausibile e convincente. Proprio perché verosimile, l’esperienza finzionale non estende la conoscenza fattuale, ma quella modale, relativa alle disponibilità che il dominio rappresentato può ancora offrire.

  • 10 Questa condizione di incorporamento dell’EE è stata tematizzata e sviluppata in una ontologia dell’ (...)

19A differenza di molte proposte che vedono la funzione adattiva dell’EE nel rinforzare la cognizione, il nostro racconto non si limita ad assegnarle un mero servizio sussidiario rispetto a una funzione cognitiva più generale. È ovvio che l’EE rappresenti un’estensione della curiosità, dell’esigenza di coerenza e unità, dell’urgenza di spiegare, della capacità di integrare, di elaborare giochi cognitivi con pattern, di realizzare mappature cognitive emotivamente sature. Tutte queste prospettive formulate nell’alveo della psicologia evolutiva e del darwinismo letterario, però, non colgono l’intrinseca e peculiare funzione adattiva dell’EE. Quale esemplificazione immaginativa, infatti, l’EE realizza lo scopo della conoscenza in una forma unica. Da una parte, l’EE è capace di fornire un modello virtuale in linea di principio universalizzabile, applicabile come punto di riferimento mentale a tutti gli scenari pertinenti del mondo reale, rispetto ai quali ha lo statuto di un’ipotesi da mettere alla prova. Di più: attraverso il singolo modello, l’EE tiene in esercizio le capacità di anticipare e simulare, incrementando la preparazione generale per rispondere flessibilmente alle circostanze complesse e mutevoli. Dall’altra parte, ogni EE è incorporata in un singolo esemplare determinato da cui non è dissociabile. Di questo esemplare si deve fare esperienza diretta, senza che sia sostituibile da descrizioni in terza persona. È questo esemplare che è capace di rinnovare l’attenzione contrastando l’insorgere dell’abitudine; che si offre come fonte di piacere nella sua presenza materiale; che viene apprezzato e valutato per se stesso10. Senza questa seconda condizione l’uso dell’immaginazione nell’EE non avrebbe alcuna specificità e la finzione sarebbe davvero, secondo l’analogia di Pinker, come leggere un libro sul gioco degli scacchi che prepara alle combinazioni di possibili mosse mai sperimentate prima.

  • 11 Levitin 2006.
  • 12 Cross e Tolbert 2009.
  • 13 Desideri 2011: 120-122.

20La funzione dell’EE così configurata non è generica, piuttosto è generale: rappresenta il common core adattivo che le diverse forme di arte implementano in modi differenziati. Da questo punto di vista, la nozione di finzione proposta non trascende soltanto la visione referenzialistica del linguaggio, che lo limita a essere un mero rispecchiamento di stati di cose vero o falso, ma anche la concezione dell’informazione limitata al solo formato simbolico, linguistico, proposizionale. La simulazione virtuale può richiedere la riattivazione di schemi che coinvolgono sistemi esclusivamente non simbolici. Come tale, l’EE non riguarda solo la narrazione di storie. Si prenda per esempio il caso della musica – ovviamente, della musica delle origini e non dei capolavori degli ultimi secoli. Come è stato sostenuto11, prima della scrittura la musica ha certamente la funzione di codificare e favorire la conservazione di significati verbali già codificati, spesso relativi a informazioni fattuali utili, grazie al funzionamento dei suoi vincoli strutturali come indizi mnemonici. Tuttavia, la funzione adattiva della musica non si ferma affatto a questo. Se, come suggeriscono una serie di esperimenti, la musica è un’esperienza metaforica di movimento che produce attivazione emotiva, essa, quale perlustrazione di possibilità nel formato subsimbolico, è volta a formare pattern strutturati capaci di perfezionare la sincronizzazione dell’esperienza motoria con quella affettiva12. Non a caso, la musica delle origini si suppone sia stata spesso accompagnata dalla danza e abbia avuto la funzione di far decrescere la tensione tra i membri del gruppo in modo diverso dal linguaggio. Dunque, invece che essere limitata al simbolico, la concezione dell’EE come esemplificazione immaginativa, proprio perché coerente con la concezione incorporata della cognizione, che vede negli schemi motori, sensoriali, percettivi e affettivi la base preconcettuale della formazione dei sistemi simbolici e del linguaggio, rende pienamente conto dell’andamento dell’evoluzione per cui la cognizione simbolica è uno sviluppo piuttosto tardo. Lascia, anzi, presupporre che forme iniziali di EE, prettamente subsimboliche, siano state parte attiva in quella lunga fase che ha preparato la formazione dei sistemi simbolici e del linguaggio13.

21Specifica e insieme generale, la funzione cognitiva dell’EE non è esclusiva: insieme allo scopo della conoscenza possono co-occorrere anche altre funzioni adattive. In particolare, come è stato indicato da più parti, l’EE ha indubbiamente la funzione di rinforzare la socialità, in quanto favorisce l’identificazione e l’appartenenza, il legame e la coesione sociale, la tendenza a cooperare e l’empatia, la comunicazione e la condivisione di un’esperienza comune, l’organizzazione di una cultura condivisa. Quanto va sottolineato, però, è che tale funzione prosociale è teoricamente dipendente dalla funzione cognitiva. Può essere implementata, infatti, solo a due condizioni: i singoli prendono parte attivamente al gioco collettivo dell’immaginazione, libero dalla pressione di risposte strumentali immediate; questo gioco si dimostra capace di rispondere al bisogno di autorappresentazione che i singoli hanno quali membri della collettività di appartenenza, riuscendo a convogliare le diverse suggestioni private in pattern coerenti di interpretazioni condivise. In questo senso, quella cognitiva costituisce in linea di principio la funzione di base dell’EE. È su questa funzione principale che vengono innestati gli altri scopi, biologici o culturali che siano.

22Per comprendere meglio questo punto, occorre evidenziare che la funzione cognitiva è multi-realizzabile: come dimostra la successiva storia dell’arte, può essere implementata in modalità culturalmente molto differenziate. Va da sé che, nei primi CPA, non viene realizzata in forma pura. Perché si autonomizzi, occorrono secoli, la riflessione esplicita dell’estetica, la pratica di artisti professionisti che si dedicano all’arte per l’arte. Appare plausibile, invece, che nei CPA dell’origine operi dietro la sovrapposizione di altri scopi. Non si può escludere che nella mentalità arcaica l’EE sia stata concepita come parte di una sequenza volta alla soluzione di problemi pratici, come forse accadeva per le cerimonie magico-religiose della caccia. Allo stesso modo, l’EE è stata utilizzata per veicolare conoscenze fattuali, come provano quelle narrazioni mitiche che includono informazioni descrittive sull’ambiente circostante. Soprattutto, secondo la nota proposta della Dissanayake, l’EE può aver ricoperto un ruolo strumentale nelle pratiche rituali che accompagnarono l’invenzione della religione, quale mezzo per rendere speciali queste pratiche in modo da ottenere precisi effetti sui partecipanti: attrarne l’attenzione, sostenerne l’interesse, coordinarli in un gruppo, attivarne investimenti emotivi, fornire loro soddisfazione.

23In ogni caso, nel racconto che si è proposto, dietro la stratificazione di scopi, opera comunque l’EE come esercizio collettivo dell’immaginazione che, ancorato a un esemplare determinato dotato di valore prototipico, rende disponibili domini virtuali di sperimentazione capaci di rispondere ai bisogni emotivi e intellettuali della comunità, capaci perciò di articolare una vita culturale comune. Intesa in questo modo, l’EE non è riducibile alla sola funzione di rinforzare un messaggio già precostituito per convincere i partecipanti. Piuttosto, concorre in modo distintivo alla produzione e all’organizzazione dei significati, anche di quelli religiosi e in generale di natura simbolica. È in questo quadro teorico che si può determinare in modo più convincente il vantaggio selettivo aggiuntivo apportato dall’EE; che si può spiegare in che senso l’EE contribuisce alla fitness dell’organismo e del gruppo; che si può capire in quale modo i Cro-Magnon, anche perché dotati di EE nel senso moderno, costrinsero all’estinzione i Neanderthal, ai quali ritrovamenti recenti attribuiscono conchiglie perforate e colorate, forse anche strumenti simili a flauti, prima dell’arrivo dei Cro-Magnon, ma niente di lontanamente assimilabile ai CPA dell’esplosione creativa.

4. I precursori dell’EE

  • 14 Donald 2006.

24Nel nostro racconto la facoltà estetica, come il linguaggio, non è il prodotto di una singola mutazione. Piuttosto, quale riorganizzazione funzionale con cui viene installata nel cervello una inedita e specifica modalità epistemica, coinvolge un’ampia pluralità di adattamenti che vengono esadattati e finalizzati al nuovo scopo adattivo. Per questo motivo l’EE ha un lento processo di evoluzione, che probabilmente affonda le sue radici già nella cultura mimetica preverbale dell’Homo erectus, che comparve circa 1,5 milioni di anni fa, in cui sono presenti gesti, vocalizzazioni, danze, rituali14. Senza che in questo lungo periodo, prima del Paleolitico superiore, una singola manifestazione possa essere presa indubbiamente come inizio dell’arte. Infatti, anche nel caso in cui i ritrovamenti non sono occasionali, come per l’ocra e i bifacciali, ci resta comunque precluso il loro effettivo significato.

25In ogni caso, il nostro racconto contiene alcuni elementi chiave che possono essere sviluppati come indizi a partire dai quali è possibile individuare gli adattamenti più direttamente coinvolti nell’emergere dell’EE e che, verosimilmente, hanno svolto il ruolo di precursori e precondizioni dei primi CPA. L’adattamento di base da cui partire è l’attitudine a manipolare. Questo perché al centro del nostro racconto vi è la mente quale sistema ibrido che integra e potenzia le proprie capacità biologiche attraverso risorse extracraniche, tra le quali riveste un ruolo di primo piano proprio la tecnica, intesa come produzione e uso di strumenti. In genere, i cambiamenti culturali riferiti alla tecnica, insieme all’incremento nel volume encefalico, sono universalmente considerati il marcatore più importante nella storia dell’ominazione. Inoltre, i dati stessi suggeriscono che larga parte dell’antropogenesi può essere intesa come tecnogenesi: i reperti mostrano già nell’Homo erectus la produzione di un corpo significativo di strumenti litici, identificati con l’Acheuleano.

  • 15 Boesch 2012.
  • 16 Clark 2003.

26Nel considerare l’attitudine a manipolare come diretto antecedente dell’EE occorre, però, evitare l’equivoco che consiste nell’ipostatizzare questa attitudine, come se fosse emersa tutta in una volta, anteriormente ai primi CPA. A questo proposito si ha un ottimo termine di confronto negli scimpanzé, la specie a noi più vicina (non tanto nei termini del DNA, quanto del quoziente di encefalizzazione quale rapporto tra le dimensioni dell’encefalo e la mole corporea). In natura è stato osservato un vasto repertorio di strumenti per scopi diversi: gli scimpanzé rompono noci usando sassi e incudini; “pescano” termiti dal nido utilizzando ramoscelli, a cui viene asportata la corteccia per essere resi più sottili; raccolgono l’acqua con foglie masticate fino a formare una sorta di massa spugnosa. Tuttavia, la tecnica degli scimpanzé è soggetta a limiti precisi: per quanto non sia necessario che la situazione problematica e lo strumento adatto a risolverla vengano colti in un unico sguardo, la distanza fisica tra i due elementi non supera mai certi limiti15. Tale contiguità spaziale mostra che la capacità di pianificare, rivelata nei casi in cui gli strumenti sono scelti in anticipo e addirittura modificati, è legata al presente immediato, alla successione concreta degli eventi. Dunque, la tecnica diviene davvero un’estensione della mente solo quando l’immaginazione, grazie al linguaggio e alla memoria simbolica, può sciogliersi dai vincoli della percezione. Solo a questo punto, gli strumenti progettati non sono più semplici attrezzi, ma possono divenire vere e proprie protesi manipolatorie, nelle quali l’interfaccia tra l’utilizzatore e la risorsa tecnica è trasparente16.

  • 17 Burghardt 2005.

27Il nostro racconto consente allora di comprendere la relazione costitutiva tra arte e tecnica: entrambe sono manifestazioni di una comune matrice biologica in quanto emergono come estensioni culturali della mente. A differenza della tecnica, però, l’EE non risolve problemi pratici e non è strettamente utilitaria. Da questo punto di vista, è del tutto evidente come il gioco, quale comportamento “senza scopo”, costituisca un altro diretto antecedente dell’EE. Definito come un’attività motoria postnatale che appare priva di scopo, nella quale vengono applicati modelli motori appartenenti a contesti funzionali, alterati nella forma e nella sequenza temporale17, il gioco è presente in tutti i mammiferi in cui si è indagato. È altamente conservativo: laddove si sviluppa, non viene più abbandonato nell’evoluzione successiva. La quantità di tempo in cui viene praticato, insieme all’estensione del periodo di immaturità, è correlata alla flessibilità del comportamento della specie. È costoso: gli organismi sotto stress, per mancanza di cibo o temperature limite, lo riducono drasticamente. È basato su una sorta di compulsione: gli animali lo intraprendono sempre di nuovo, in quanto, incrementando la forza delle connessioni neurali, migliora le capacità in situazioni di ambiente sicuro e rischio minimo. Offre opportunità per sviluppare la plasticità, per sperimentare nuovi comportamenti e nuove strategie, soprattutto per gli animali che vivono in un ambiente vario e instabile: consente di apprendere tramite la pratica una varietà di comportamenti non stereotipati che possono essere facilmente richiamati in condizioni, ambientali e sociali, inaspettate.

  • 18 Gomez e Martin-Andrade 2005.
  • 19 Rakoczy 2009.

28Anche in questo caso, però, occorre fare attenzione all’equivoco precedente. Anche il gioco, infatti, ha una traiettoria evolutiva stratificata, soprattutto per quanto riguarda il gioco simbolico, quello che richiede l’uso dell’immaginazione più vicino all’EE. In questa forma di gioco i bambini, già a partire dalla fine del primo anno, fingono, ossia si comportano come se gli oggetti impiegati, le loro azioni, lo scenario stiano per altro, ossia per il contesto funzionale reale di cui sono invece simulazioni. Questo tipo di gioco va distinto dai giochi sociali tipici dei primati, come la caccia e la lotta. Pur se questi giochi sono comunque una variante “non seria” di un comportamento strumentale, sono praticati anche in cattività, senza avere nessun modello nel comportamento degli adulti. Dimostrano, perciò, di avere quella proprietà che contraddistingue gli adattamenti intrinseci al repertorio comportamentale. Allo stesso modo, il gioco simbolico va distinto dalla capacità di ingannare che molti primati dimostrano, in quanto si tratta di fingere, ma in un contesto reale. Il gioco simbolico sembra essere, invece, esclusivamente umano18. Le osservazioni in natura delle grandi scimmie hanno rilevato solo occasionalmente rudimenti di gioco simbolico, molto marginali nella vita degli animali. Al contrario, manifestazioni più complesse e frequenti sono state osservate nelle scimmie linguistiche, addestrate all’uso di segni, e acculturate, cresciute in condizioni ambientali umane. Niente di simile, però, ai giochi simbolici praticati dai bambini. Non ultimo perché questi giochi, dai due e tre anni, sono caratterizzati da un grado sempre maggiore di flessibilità. Non vi sono regole a priori. Piuttosto, le regole vengono negoziate e accomodate di volta in volta nell’interazione reciproca, in modo da conciliare le esigenze, i desideri, gli interessi dei partecipanti al fine di portare avanti il gioco. Proprio queste osservazioni fanno ritenere che il gioco simbolico si sviluppi in forma piena, assumendo la creatività e l’importanza che ha nella specie umana, quando l’immaginazione non solo è sostenuta dal linguaggio, ma anche da capacità di mind reading che consentono di partecipare a un’attività di natura cooperativa come il far finta, basata sul riconoscimento dell’altro come partner per l’intenzionalità collettiva19.

  • 20 Dissanayake 2009.

29Il racconto sulle precondizioni e sui precursori dell’EE può procedere ancora oltre, sfruttando il principio di fondo che lo ispira, l’idea che il cervello sia un bricolage in cui tutto viene riutilizzato. Finora l’EE è stata descritta come manipolazione disinteressata. Per capire gli strumenti e le procedure formali con cui questa manipolazione viene effettivamente prodotta si può seguire la linea indicata da Dissanayake, in base alla quale il comportamento artistico è una predisposizione che rifunzionalizza gli elementi proto-estetici presenti nell’interazione madre-neonato quale universale adattivo20. La madre esprime istintivamente segnali di affiliazione attraverso modalità vocali, facciali e cinetiche rese speciali rispetto alle ordinarie perché semplificate, stereotipate, ripetute, esagerate, coordinate, elaborate. Queste, più o meno, sono le stesse procedure che gli artisti applicano deliberatamente per rendere il loro prodotto straordinario e attrarre l’attenzione.

  • 21 Per una visone d’insieme: Voland e Grammer 2003.
  • 22 Welsch 2004.
  • 23 Sperber 2006.

30Sempre applicando il principio economico del riuso, il nostro racconto può spiegare anche i criteri che ispirano le procedure seguite dagli artisti. Come è noto, la cosiddetta estetica darwiniana afferma che le preferenze estetiche sono elaborate da moduli cerebrali specializzati, dedicati alla soluzioni di problemi specifici, come la scelta del partner e dell’habitat21. Nel primo caso, in coerenza con il principio dell’handicap, proprietà come la simmetria o la prototipicità sono segnali onesti di fitness, cioè di salute, forza, fertilità, qualità genetica. Nel secondo caso, ci si riferisce a preferenze transculturali, non è chiaro fino a che punto ancora rilevabili nei bambini, per gli specifici indizi di un habitat sicuro e ricco di cibo quale la savana. Aldilà delle molte difficoltà, metodologiche ed empiriche, che investono questa posizione, è opportuno sottolineare che essa non implica necessariamente un esito riduzionista, ma può essere articolata secondo il consueto duplice livello delle spiegazione evolutive. Se a livello di causa ultima le preferenze estetiche sono una promessa di sopravvivenza e riproduzione, a livello di causa prossima attraggono e sono fonte di piacere di per sé, senza rinviare alla loro utilità adattiva, meno che mai attraverso un’inferenza razionale22. In linea con il nostro racconto, si può ipotizzare che, rispetto all’autonomia del livello prossimale, l’EE comporta un ulteriore grado di indipendenza: le preferenze estetiche sono disaccoppiate dalla soluzione pratica di problemi, in modo tale che da criterio soggettivo che determina un comportamento effettivo divengono qualità estetiche per valutare i CPA disinteressati. È bene precisare che questa autonomizzazione non è una rifunzionalizzazione deliberata e consapevole. Piuttosto, risponde alla tipica logica automatica che contraddistingue l’estensione culturale dei moduli, che avviene quando un certo tipo di informazione prodotta culturalmente simula le naturali condizioni di input che attivano un modulo, come per esempio accade per le maschere che innescano il modulo di riconoscimento delle facce23. In questo caso sono i CPA che simulano le condizioni di applicazione delle preferenze estetiche, innescandone una attivazione come se. Soprattutto, questo processo di disaccoppiamento ed estensione culturale comporta una dinamica di trasformazione radicale, grazie al quale le preferenze estetiche, divenute penetrabili al lavoro dell’immaginazione, perdono la loro natura esclusivamente sensoriale, si prestano all’elaborazione percettiva e concettuale, vengono aperte alla sperimentazione. In tal modo si comprende tanto perché proprietà come la simmetria e la prototipicità continuino a operare ancora oggi nei giudizi ordinari di gradimento, piacevolezza e predilezione, quanto perché il bello extra-artistico (inteso, cioè, non nel senso della risuscita di un’opera d’arte) abbia avuto sì un ampio ruolo nella storia dell’arte, ma solo come uno dei modi possibili di organizzare l’esperienza artistica.

  • 24 Miller 2000: 276-278.

31Seguendo ancora il legame tra dimensione estetica e selezione sessuale, il racconto può compiere un ultimo passo in avanti, individuando la sequenza evolutiva diretta antecedente della specificità epistemica dell’EE, quale esperienza di conoscenza incorporata in un esemplare concreto. Sempre in coerenza con il principio dell’handicap, secondo una linea interpretativa problematica ma piuttosto diffusa, si sostiene che i CPA delle origini, quali manifestazioni di abilità e destrezza, possono aver avuto il valore di indicatori di fitness del loro autore, favorendone il successo riproduttivo. Questo riguarda tanto la produzione di artefatti estetici, come nel caso esemplare dei bifacciali, quanto la realizzazione di comportamenti artistici, come nel caso etnologico altrettanto esemplare della danza dei Wodaabe24. In una fase più avanzata, avrebbero poi assunto il valore di indicatori di status, favorendo il successo sociale. Il rischio che è stato indicato da più parti, tuttavia, è quello di proiettare sugli autori dei primi CPA una dimensione di privilegio, surrettiziamente mutuato dall’artista moderno, che fraintende completamente l’arte delle origini, come si è detto collettiva e partecipativa.

32Il nostro racconto offre lo spazio per formulare un’ipotesi esplicativa capace di conciliare in una sequenza evolutiva i diversi aspetti in questione. È possibile, infatti, sostenere che quando l’EE semplicemente ancora non esisteva, la selezione sessuale imponesse come oggetto di attenzione e attrattiva le sole proprietà estetiche intrinseche all’individuo, quali indici “diretti” della sua fitness. Nella lunga fase di preparazione dell’EE, in interazione con lo sviluppo culturale, la prima versione della selezione sessuale viene esadattata, così da estendere l’attenzione anche alle proprietà estetiche degli artefatti e dei comportamenti, quali indici “indiretti” della fitness degli autori. Infine, l’emergere dell’arte durante l’esplosione creativa corrisponde all’autonomizzazione dell’esemplare concreto come oggetto di attrattiva indipendente: da indicatori di fitness del singolo, i CPA divengono strumenti di conoscenza e coesione sociale della comunità. Come testimonia la fama degli artisti contemporanei, la versione precedente della selezione sessuale può ancora operare sui CPA, ma solo in modo marginale. Proprio perché a livello delle cause ultime l’EE svolge una nuova funzione cognitiva e prosociale divenuta di per sé adattiva, questo ulteriore esadattamento dei CPA li rende a livello prossimale oggetto di interesse nella loro presenza materiale, capaci di attrarre l’attenzione come tali, di produrre investimenti emotivi e gratificazione presi per se stessi, senza alcun rinvio al loro autore.

33In tale prospettiva, nei primi due stadi il piacere estetico, quale effettivo criterio di selezione (si sceglie il partner che piace di più, cioè quello che attrae con maggiore intensità), trova la sua fonte di energia nel desiderio sessuale. Con l’emergere dell’arte in senso pieno, invece, il piacere estetico si svincola dall’impulso sessuale e deriva la sua carica energetica dallo scopo della conoscenza, di cui i CPA sono una specifica e irriducibile implementazione. Dunque, nella sua lunga fase di sviluppo, l’estetica umana è simile a quella animale, almeno nel tratto per cui il piacere estetico non è altro che desiderio sessuale innescato dalla percezione delle proprietà estetiche. Pienamente sviluppata, però, l’estetica umana non deriva la sua energia dalla sublimazione del desiderio sessuale, né tantomeno da una misteriosa e insondabile fonte estetica autonoma, che, secondo la versione retriva dell’arte per l’arte, farebbe liberamente apprezzare il bello come tale. Piuttosto, la sorgente energetica che alimenta l’EE è quella che più a fondo caratterizza le capacità adattive dell’uomo, lo scopo della conoscenza.

5. L’auto-organizzazione della mente attraverso l’EE

34Con l’emergere dell’EE viene implementato nel cervello un nuovo scopo epistemico che rifunzionalizza i suoi precursori e le sue precondizioni. La narrazione, tuttavia, si può allargare oltre i diretti antecedenti dell’EE, per individuare il ruolo più ampio che quest’ultima ricopre nell’auto-elevazione della mente. Nel nostro racconto, infatti, l’EE costituisce un processo di auto-progettazione con cui la mente riorganizza alcune delle sue principali facoltà che sono già disponibili, portandole al livello di sviluppo della cognizione avanzata.

  • 25 Sulle posizioni alternative nel dibattitto intorno al MR negli scimpanzé: Tomasello 2008; Penn e Po (...)
  • 26 «Tu eri lo sceriffo e mi chiedevi da che parte erano andati i banditi» (Dennett 2007: 119).

35Seguendo la linea del racconto, la prima facoltà a essere chiamata in causa è quella del mind reading (da ora: MR). Non vi è dubbio che una delle principali caratteristiche che distinguono la nostra abilità sociale da quella degli scimpanzé è costituita dalla lettura ricorsiva della mente, per cui quanto pensa un agente dipende da ciò che pensa un altro agente. Concedendo che gli scimpanzé dimostrino effettivamente una comprensione basilare degli scopi altrui e anche della percezione altrui, relativa a quello che gli altri vedono25, si arrestano al massimo a forme rudimentali di intenzionalità di secondo livello, cioè hanno credenze elementari sulle credenze percettive altrui. Al contrario, l’uomo è capace di applicare in modo ricorsivo la lettura della mente senza limiti: partecipando a un gioco simbolico, i bambini in età prescolare arrivano senza problemi a forme di intenzionalità di quinto livello – quando, per esempio, un bambino vuole che un altro finga di non sapere cosa il primo vuole che l’altro creda26.

  • 27 Currie 2010. Si tratta, dunque, di un processo comunicativo in senso forte, secondo la struttura in (...)

36Anche l’EE si fonda sulla lettura ricorsiva della mente. Secondo la nota prospettiva del make-believe, l’autore richiede all’interprete di condividere la sua intenzione, in base alla quale l’interprete è tenuto ad assumere in via preliminare uno specifico atteggiamento, quello del far finta di credere, senza il quale non può comprendere il prodotto dell’autore27. A differenza di quanto avviene in un normale atto linguistico, però, questa richiesta non viene sollevata dall’autore in carne e ossa, attraverso una comunicazione esplicita e diretta, piuttosto è incorporata nel prodotto stesso. L’arte, dunque, richiede un’applicazione mediata della lettura ricorsiva della mente, nella quale l’unico riferimento pubblico della comunicazione è l’esemplare concreto che veicola l’EE. Questo esercizio mediato è assolutamente inedito: anche per gli utensili di solito non è necessaria nessuna comunicazione diretta con l’autore, ma l’intenzionalità di quest’ultimo è immediatamente manifesta in quanto coincide con l’utilità pratica dello strumento. Ora, è bene ricordare di nuovo che nell’arte collettiva e partecipativa delle origini, soprattutto nelle pratiche rituali, non vi è affatto quella chiara distinzione tra autore e interprete che caratterizza l’arte storica. Tuttavia, il dato archeologico sorprendente, in base al quale nelle pareti delle grotte gli interventi artistici si integrano a migliaia di anni di distanza, mostra che gli uomini del Paleolitico, grazie alla trasmissione delle pratiche culturali relative all’EE, erano capaci, per la prima volta nell’evoluzione, di interagire con un esemplare concreto nella totale assenza del suo autore.

  • 28 Sulla distinzione tra MR basso e alto: Goldman 2006. Sull’evidenza sperimentale relativa alla capac (...)

37Non basta. La nuova forma di lettura ricorsiva della mente resa disponibile dall’EE, proprio perché non più diretta, ma ancorata ai CPA, offre uno spazio di lavoro mediato, nel quale è possibile prendere coscienza riflessivamente della stessa applicazione del MR. In questo spazio di lavoro non ci si arresta all’attivazione automatica delle procedure rudimentali del MR di basso livello, basate sui sistemi specchio, operanti al di sotto della coscienza, capaci di garantire una comprensione elementare dell’altro. Piuttosto, attraverso le prescrizioni incorporate nell’esemplare concreto, si può lavorare creativamente, e in modo disinteressato, sul MR di alto livello, favorendo l’attivazione di forme sofisticate dell’immaginazione simulativa che inibiscono la mappa di riferimento egocentrica e consentono di comprendere stati mentali proposizionali complessi, quali pattern integrati di credenze e desideri28. In breve, nell’auto-progettare l’EE come lettura ricorsiva della mente in forma mediata, la mente predispone un insieme di pratiche culturali che le consentono di sostenere se stessa nel realizzare il passaggio dal MR di basso livello a quello di alto livello, rispondendo alle esigenze che le nuove forme di organizzazione sociale, sempre più complesse, impongono.

  • 29 Sul dibattito intorno alle relazioni tra MR e MC: Carruthers, 2009. Sulla natura dell’introspezione (...)

38Occorre, però, procedere oltre. L’auto-elevazione del MR attraverso l’EE comporta lo stesso effetto anche sulla metacognizione (da ora: MC), definita in generale come la cognizione e la conoscenza di secondo livello, relativa cioè alla propria cognizione e conoscenza. MR e MC, infatti, rappresentano una rete di sistemi largamente sovrapposti; sono caratterizzati da una struttura meta-rappresentazionale comune, per cui tanto il MR quanto la MC sono costituiti da stati mentali che si riferiscono ad altri stati mentali; sono entrambi applicabili più volte, in modo ricorsivo; implicano un modello della mente e degli stati mentali; utilizzano risorse condivise: i sistemi di simulazione, i meccanismi inferenziali, la conoscenza della folk psychology. Hanno, ovviamente, canali di accesso all’informazione e scopi differenziati. Il MR è guidato dalla percezione esterna ed è finalizzato all’attribuzione di stati mentali agli altri. La MC è guidata dal monitoraggio interno ed è finalizzata all’auto-attribuzione di stati mentali. Il punto centrale, però, è che l’evidenza sperimentale mostra che l’auto-attribuzione non ha niente a che vedere con l’introspezione concepita in modo tradizionale, come accesso diretto, essendo piuttosto un processo di formazione di credenze auto-riferite ampiamente basato su diverse tipologie di routine inferenziali29. È proprio per questo motivo che lo sviluppo del MR contribuisce al tempo stesso allo sviluppo della MC: quanto appreso nel primo può essere riutilizzato anche nella seconda.

  • 30 Sul ruolo della MC nelle emozioni: Feldman Barrett et al. 2007. Sulla creatività nelle emozioni: Av (...)

39L’esercizio dell’immaginazione simulativa consente, quindi, di acquisire le strutture e le procedure per rappresentare e leggere la propria mente, con un andamento simile a quanto accade nel MR, favorendo cioè il passaggio dagli automatismi e dalle reazioni immediate alla riflessione consapevole, dall’informazione subsimbolica a quella simbolica. Questo punto centrale del nostro racconto è ben visibile a proposito delle emozioni. Nelle cerimonie coinvolgenti dell’arte delle origini, infatti, non si attiva solo un forte investimento emotivo dei partecipanti e non si incrementa solo il loro legame emotivo. Piuttosto, si realizza una vera e propria invenzione delle emozioni, più precisamente delle emozioni secondarie, quelle che appunto rendono cosciente l’esperienza propriocettiva e affettiva percepita nel singolo in modo irriflesso, configurandola in sistemi integrati di credenze e scopi collettivamente riconosciuti. Rispetto alle emozioni primarie, meccanismi reattivi fissi, compare allora per la prima volta anche la possibilità di elaborare creativamente le emozioni, apportando modifiche alle loro componenti coscienti, tanto ai copioni proposizionali quanto all’esperienza fenomenica30.

40In tal modo l’arte delle origini, nel predisporre per la prima volta uno spazio pubblico nel quale esercitare l’autoriflessione collettiva, non svolge solo la tipica funzione esercitata in seguito da tutte le forme storiche successive, quella di costituire una indispensabile fonte di identità culturale. Più radicalmente: l’arte delle origini concorre a far emergere l’autocoscienza stessa nella sua versione più sofisticata. In questo senso non rappresenta solo un esercizio condiviso di costruzione dell’io, grazie a cui sono istanziate nel cervello le narrazioni culturali profonde che consentono di comprendere se stesso e gli altri, di organizzare la propria esperienza e dare significato al mondo. Piuttosto, l’arte delle origini ha un ruolo insostituibile proprio nel creare l’io, nel far evolvere il sé minimale, quale coscienza preriflessiva e immediata di se stessi come punto d’origine dell’azione, dell’esperienza e del pensiero, nel sé narrativo, quale rete di storie continuamente in divenire che soddisfa il bisogno di autoconoscenza.

  • 31 Hauser et al. 2002.
  • 32 Garroni 2010: 176-180; D’Angelo 2011: 98-100.

41A questo punto è opportuno notare che la dimensione meta-rappresentazionale caratterizza in profondità anche altre due facoltà già incontrate nel nostro racconto che nella fase dell’esplosione creativa raggiungono unanimemente il loro attuale livello di sviluppo: il linguaggio e la tecnica. Le grandi scimmie, se addestrate, sono capaci di produrre brevi stringhe di tre o quattro segni in sequenza, senza sintassi, costruite sulla base di un uso meramente additivo dei segni, rigidamente legato al contesto situazionale, in cui stimolo e ricompensa sono percettivamente presenti. La generatività del linguaggio umano consiste, invece, nella ricombinazione dei simboli in modo che il loro uso, astratto dai referenti diretti della percezione immediata, sia reso disponibile per significati possibili sempre nuovi e ulteriori. Secondo l’ultima versione della grammatica universale31, questa capacità si basa sul meccanismo computazionale della ricorsività, esclusivamente proprio del linguaggio umano. Tale dispositivo, interagendo con il sistema senso-motorio e con quello concettuale, produce un sistema di comunicazione senza limiti, in grado di fare un uso infinito di mezzi finiti. In modo simile, come si è già sottolineato, l’operatività degli scimpanzé, la capacità di usare strumenti, è fortemente vincolata perché confinata nell’immediato presente. Al contrario, la tecnica dell’uomo non conosce limiti proprio perché dissociabile dal contesto situazionale concreto e dalle reazioni a breve termine. Secondo una linea di interpretazione rilevante sottolineata nell’estetica italiana32, questa produttività si fonda sulla meta-operatività, quale capacità di progettare strumenti, per se stessi disaccoppiati dalla soluzione diretta di problemi, per produrre altri strumenti.

42Nel quadro di una mente definitivamente sviluppata grazie alla MC, si capisce meglio il vantaggio adattivo aggiunto dall’EE come esperienza finzionale disinteressata, incorporata in un esemplare pubblico. L’EE consente di predisporre uno spazio di lavoro collettivo, disancorato dall’utilità immediata, con cui la mente si auto-sostiene nell’implementare la nuova architettura della MC avanzata. Si capisce meglio anche perché i primi CPA si realizzano come una vera e propria esplosione di creatività: la pratica, intensa e prolungata, dell’EE risponde ai nuovi e impellenti bisogni della mente, indotti dalla sua stessa opera di auto-progettazione, fornendole un dominio di sperimentazione virtuale attraverso cui cercare di calibrare e mettere a punto le nuove possibilità dispiegate dalla MC avanzata.

Conclusione

43A questo punto si può concludere la nostra storia evolutiva dell’EE, riconoscendo a quest’ultima un’importante e irriducibile funzione adattiva di natura epistemica; assegnandole un ruolo indispensabile nel lento emergere della cognizione moderna; considerandola un punto di vista esemplare per comprendere in generale il processo di auto-elevazione della mente. Nel proporre questa visione, la storia, dal punto di vista teorico, ha riformulato in modo significativo e raccolto in un quadro organico e coerente alcune tra le principali ipotesi oggi in discussione sull’emergere dell’EE e sui primi CPA, così da offrire, dal punto di vista empirico, una spiegazione sistematica, e non ad hoc, dell’evidenza disponibile, soprattutto dei suoi aspetti più problematici.

44Averill, J.

45– 2005, Emotions as Mediators and as Products of Creativity Activity, in J. Kaufman, J. Baer (a c. di), Creativity across Domains, Mahwah, Erlbaum: 225-243

46Barsalou, L.

47– 2012, The Human Conceptual System, in M. Spivey et al. (a c. di), The Cambridge Handbook of Psycholinguistic, New York, Cambridge University Press: 239-258

48Boesch, C.

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54– 2012b, L’opera d’arte come significato incorporato non universalizzabile, “Studi di estetica”, 44: 119-141

55Cross, I. e Tolbert, E.

56– 2009, Music and Meaning, in S. Hallam et al. (a c. di), The Oxford Handbook of Music Psychology, Oxford, Oxford University Press: 24-34

57Currie, G.

58– 2011, The Master of the Masek Beds: Handaxes, Art, and the Minds of the Early Humans, in P. Goldie, E. Schellekens (a c. di), The Aesthetic Mind, Oxford, Oxford University Press: 9-31

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60– 2011, Estetica, Roma-Bari, Laterza

61Davies, S.

62– 2012, The Artful Species, Oxford, Oxford University Press Dennett, D.

63– 2007, Rompere l’incantesimo, Milano, Cortina

64D’Errico, F. et al.

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66Desideri, F.

67– 2011, La percezione riflessa, Milano, Cortina

68Dissanayake, E.

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70– 2008, The Arts After Darwin, in K. Zijlmans, W. van Damme (a c. di), World Art Studies, Amsterdam, Valiz: 241-263

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73– 2006, Art and Cognitive Evolution, in M. Turner (a c. di), The Artful Mind, Oxford, Oxford University Press: 3-30

74Dutton, D.

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76– 2007, The experience of emotion, “Annual Review of Psychology”, 58: 373-403 Garroni, E.

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78Goldman, A.

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80– 2005, Fantasy Play in Animals, in A. Pellegrini, P. Smith (a c. di), The Nature of Play, New York, Guilford: 139-171

81Hauser M. et al.

82– 2002, The faculty of language, “Science”, 298: 1569-1579 Koriat, A.

83– 2006, Metacognition and Consciousness, in P. Zelazo et al. (a c. di), Cambridge Handbook of Consciousness, New York, Cambridge University Press: 289-326

84Levitin, D.

85– 2006, This Is Your Brain on Music, New York, Dutton

86Miller, G.

87– 2000, The Mating Mind, New York, Doubleday

88Papineau, D.

89– 2005, Social Learning and the Baldwin Effect, in A. Zilhão (a c. di) Cognition, Evolution, and Rationality, London, Routledge: 40-60

90Penn, D. e Povinelli D.

91– 2009, On Becoming Approximately Rational, in S. Watanabe et al. (a c. di), Rational Animals, Irrational Humans, Tokyo, Keio University Press: 23-44

92Rakoczy, H.

93– 2009, Kinds of Selves, in W. Mack, G. Reuter (a c. di), Social Roots of Self-Consciousness, Berlin, Akademie Verlag: 13-34

94Richerson, P. e Boyd, R.

95– 2005, Not by Genes Alone, Chicago, University of Chicago Press Sperber, D. e Hirschfeld, L.

96– 2006, Culture and Modularity, in P. Carruthers et al., The Innate Mind, Oxford, Oxford University Press: 149-164

97Tomasello, M.

98– 2009, Le origini della comunicazione umana, Milano, Cortina Tooby, J. e Cosmides, L.

99– 2001, Does beauty build adapted minds?, “Substance”, 94/95: 6-27 Voland, E. e Grammer, K. (a c. di)

100– 2003, Evolutionary Aesthetics, Berlin, Springer

101Welsch, W.

102– 2004, Animal aesthetics, “Contemporary Aesthetics”, 2

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Note

1 Dissanayake 2000; Dutton 2009.

2 Il film-documentario di W. Herzog Cave of Forgotten Dreams (2010) consente di fare un’esperienza coinvolgente di questi primi CPA, soprattutto in relazione alla caverna Chauvet.

3 Currie 2011.

4 Davies 2012.

5 Papineau 2005; Richerson e Boyd 2005. Oggi il dibattito sull’assimilazione genetica e sulla selezione multilivello è più che mai aperto. Il nostro racconto, però, non è vincolato a una teoria nello specifico, ma solo all’esigenza, per dirla con Dennett, che l’EE sia una riorganizzazione del software che viene implementata nell’hardware.

6 Dissanayake 2008.

7 Per un approfondimento tematico dei punti seguenti Consoli 2012a.

8 Così il concetto di finzione in Tooby e Cosmides 2001.

9 Così nella versione della Grounded Cognition di Barsalou 2012.

10 Questa condizione di incorporamento dell’EE è stata tematizzata e sviluppata in una ontologia dell’arte in Consoli 2012b.

11 Levitin 2006.

12 Cross e Tolbert 2009.

13 Desideri 2011: 120-122.

14 Donald 2006.

15 Boesch 2012.

16 Clark 2003.

17 Burghardt 2005.

18 Gomez e Martin-Andrade 2005.

19 Rakoczy 2009.

20 Dissanayake 2009.

21 Per una visone d’insieme: Voland e Grammer 2003.

22 Welsch 2004.

23 Sperber 2006.

24 Miller 2000: 276-278.

25 Sulle posizioni alternative nel dibattitto intorno al MR negli scimpanzé: Tomasello 2008; Penn e Povinelli 2009.

26 «Tu eri lo sceriffo e mi chiedevi da che parte erano andati i banditi» (Dennett 2007: 119).

27 Currie 2010. Si tratta, dunque, di un processo comunicativo in senso forte, secondo la struttura individuata da Grice, per cui non vi è solo lo scopo di comunicare (tipico di ogni comunicazione intenzionale, anche di quella dello scimpanzé), ma anche la meta-comunicazione di tale scopo.

28 Sulla distinzione tra MR basso e alto: Goldman 2006. Sull’evidenza sperimentale relativa alla capacità della finzione di migliorare il MR: Djikic et al. 2009.

29 Sul dibattito intorno alle relazioni tra MR e MC: Carruthers, 2009. Sulla natura dell’introspezione: Koriat 2006.

30 Sul ruolo della MC nelle emozioni: Feldman Barrett et al. 2007. Sulla creatività nelle emozioni: Averill 2005.

31 Hauser et al. 2002.

32 Garroni 2010: 176-180; D’Angelo 2011: 98-100.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Gianluca Consoli, «L'evoluzione dell’esperienza estetica come forma di conoscenza e l’emergere della mente»Rivista di estetica, 54 | 2013, 43-62.

Notizia bibliografica digitale

Gianluca Consoli, «L'evoluzione dell’esperienza estetica come forma di conoscenza e l’emergere della mente»Rivista di estetica [Online], 54 | 2013, online dal 01 novembre 2013, consultato il 14 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/1435; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.1435

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Gianluca Consoli

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