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Abstract

The Taste of the Secret was published in Italy in 1997. At that time, I was facing two problems: a general one, regarding the dangers of postmodernism, and a particular one – that is, my relationship with Derrida. In the same year Estetica Razionale also came out. There I articulated my realist turn and my distancing from the philosophical tradition I grew up in. The change of perspective reflected by these books was very simple: deconstruction does not consist in claiming that everything is socially constructed – and that therefore everything can be deconstructed – but that there are objects resisting deconstruction and that these provides the starting point for deconstruction itself. I found this resistance mainly in Aesthetics, in its original sense of aisthesis (i.e. perception). Perception does not offer truth, but it undoubtedly provides the resistance that the world sets against our conceptual schemes (Il mondo esterno, 2001), starting from the most obscure of our senses, touch. After all, if we look at the late Derrida, we will notice that he dwells on the topic of touch. This proves that at a certain point Derrida also felt the need of a return to reality. In my Documentality (2009) – but already in An Ontology of the Cell Phone (2005) – I weakened his famous peremptory statement that “there is nothing outside the text” by turning it into “there is nothing social outside the text”. And yet, I acknowledge that the importance of documents was already fully expressed in the Derridian idea of grammatology. Thus, what I did in all these years was to go against one Derrida in the name of another.

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Note dell’autore

Testo scritto in vista della pubblicazione francese de Il gusto del segreto. Ne anticipo in questa sede la versione italiana. Dedico questo scritto a Pierre Legros, che ha portato la mia attenzione sulla frase di Gide: «Non c’è niente di più premeditato della sincerità», con amicizia e gratitudine.

Testo integrale

1Quando queste righe appariranno, saranno trascorsi ventun anni dalla prima delle conversazioni raccolte nel presente volume, sedici anni dalla sua prima pubblicazione in italiano, e soprattutto dieci anni dalla morte di Derrida. Nel frattempo, mi sto avvicinando all’età che aveva lui quando abbiamo iniziato a progettare questo libro. Complicate numerologie, che danno il senso della stratificazione e delle varie traiettorie temporali ed esistenziali che in queste pagine vengono a incrociarsi.

2Comincerò con lo spiegare perché questo libro abbia impiegato così tanti anni a uscire nella lingua in cui è stato scritto, dopo essere apparso in italiano, in inglese e in portoghese. Il contratto era stato firmato con Laterza, non si era trovato un accordo con Seuil, che teneva a essere coeditore, e le trattative si erano arenate; il tempo passava, e a un certo punto sia io sia Derrida ce ne siamo dimenticati. A complicare la situazione, non solo avevo perso il testo con le correzioni di pugno di Derrida, ma nemmeno sapevo dove fosse finito il dischetto, ormai illeggibile: parliamo di epoche geologicamente lontane, in cui l’idea di conservare il proprio archivio nel computer non sfiorava quasi nessuno, oltre a essere tecnicamente ardua. Almeno per quel che riguarda il francese, la sola lingua che Derrida considerasse davvero sua, il testo era entrato in una fase di latenza.

3Ne sarebbe uscito quando, nel 2010, apparve la fortunata e veridica biografia di Derrida scritta da Benoît Peeters, il quale aveva trovato, al centro di conservazione dei manoscritti di Caen, la copia di Derrida (che viceversa non perdeva mai nulla) e ne aveva citato alcuni passi, alimentando il mito di un manoscritto al tempo stesso sotto gli occhi di tutti, perché era uscito in inglese, e invisibile, perché non era mai apparso nella sua lingua originale. Un po’ come la lettera rubata, e con tutti i rischi del caso, perché Derrida – ce lo dice proprio in Il fattore della verità, discutendo di Lacan e di Poe – era fermamente convinto che una lettera può benissimo non arrivare a destinazione, e perdersi per sempre.

4Per quanto io sia meno incline a conservare le cose, non può non farmi riflettere lo smarrimento di quel testo, che più di altri mi legava, attraverso una firma comune, a Derrida. Era per me un’epoca di forte rottura con il passato, e questa rottura aveva accompagnato tutte le fasi di composizione dell’intervista. Mi ero reso conto di un problema generale, quello delle derive del postmoderno, e di un problema particolare, quello dei miei rapporti con Derrida.

 

5Incomincio dal problema particolare, che è di minore interesse ma che ha un esito felice. Sin dall’inizio mi ero reso conto che star dietro a Derrida è difficile (ne parlo da vivo perché i suoi testi sono ancora tutti qui), appunto perché il suo pensiero è anzitutto l’espressione di una individualità. E dunque mi ero chiesto, sin dall’inizio, come fosse possibile seguire l’insegnamento di Derrida senza diventare un imitatore del suo stile, che ovviamente era ciò che mi aveva conquistato per prima cosa quando, nel 1976, mi era capitato tra le mani La scrittura e la differenza. La consegna che mi ero dato da subito era stata di evitare la mimesi stilistica, e nella prima lettera che mi scrisse, nel remoto 1981, Derrida disse di apprezzare “ce plain écrire”. Più tardi, diventato anch’io professore, dovetti rendermi conto di quanto angoscioso, iper-responsabilizzante e imbarazzante sia riconoscere la mimesi del proprio stile negli allievi (come se in quello stile ci fosse la caricatura, e dunque la verità, di quello che siamo), e capii meglio il senso di quell’apprezzamento.

6Ma oltre allo stile ci sono i contenuti. Quello che, con il passar del tempo, mi faceva problema in Derrida, era la tesi secondo cui “nulla esiste al di fuori del testo”. Mi sembrava troppo vicina a “non ci sono fatti, solo interpretazioni” di Nietzsche, o quantomeno a “l’essere che può venir compreso è il linguaggio” di Gadamer. Affermazioni estreme e massicce, che vengono a negare la possibilità di un rapporto immediato con il mondo, per esempio quello che ci viene dato dalla sensibilità. Mi pareva un peccato che un pensatore originale come Derrida si lasciasse andare alla deriva del senso comune della sua epoca. E, indipendentemente da questo, non ero più convinto del fatto che si potesse riportare la filosofia soltanto a una questione di linguaggio (o – e certo cambia molto, ma non l’essenziale – di scrittura) come aveva fatto concordemente tutta la filosofia del Novecento.

7Proprio dall’epoca in cui avevano avuto inizio le conversazioni, mi ero dunque incamminato su un percorso diverso, quello che ha fatto sì – e qui si entra nelle questioni generali – che nel 1997, insieme al Gusto del segreto, uscisse Estetica razionale, in cui sviluppavo la mia svolta e la mia presa di distanza rispetto alla tradizione in cui ero cresciuto.

8A questo punto, la scelta è diventata abbastanza chiara per me, sia pure poco alla volta. Innanzitutto, si è acuito il problema dello stile. Ricordo che durante un seminario a Trieste, a metà degli anni Ottanta (ero da pochissimo professore), mi esasperai per i manierismi derridiani che mi capitava di sentire da parte di studenti e colleghi (e avrei continuato a sentirli per parecchio tempo) e, un po’ sbottando, dissi che un vero discepolo di Derrida non sarebbe stato derridiano, avrebbe scritto in modo completamente diverso, avrebbe scherzato altrimenti, e magari invece di decostruire Aristotele avrebbe adoperato Aristotele per decostruire. Non capisco come mi fosse venuta in mente quell’idea, ma deve avere lavorato nel tempo.

9In effetti, il cambio di prospettive che incominciavo a maturare nei primi anni Novanta, cioè nell’epoca in cui hanno inizio le conversazioni raccolte in questo libro, avrebbe proceduto proprio in senso aristotelico. L’idea era molto semplice: la vera decostruzione non consiste nel sostenere che tutto è socialmente costruito, e che dunque tutto può essere decostruito; ma che ci sono certi oggetti che resistono alla decostruzione, e che proprio questo ci dà un punto di appoggio per decostruire, per far sì che la macchina non giri a vuoto, ma anzi incontri quella resistenza in cui Derrida ha sempre visto il motore immobile della decostruzione. In fondo – e molto di quello che si legge in queste conversazioni lo dimostra – cos’è la decostruzione se non il momento in cui la macchina si inceppa, in cui il sistema e la totalità trovano un limite? Credo che sia proprio questo che si perde, quando si dice che “nulla esiste al di fuori del testo” e che tutto è socialmente costruito. In un certo senso, dunque, Derrida era in lotta con se stesso, per riprendere il titolo della bellissima intervista rilasciata a Le Monde due mesi prima di morire.

 

10Questa resistenza, per ciò che riguarda il mio percorso, l’ho trovata anzitutto nell’estetica, intesa etimologicamente come aísthesis, come percezione. La percezione non è la verità, ma è indubbiamente la resistenza, a cominciare dal più oscuro dei nostri sensi, il tatto, quello che Aristotele ha chiamato “il senso fondamentale”; quello senza cui, per Aristotele, ogni animale morirebbe. Il valore esemplare della sensibilità consisteva per me nell’essere inemendabile: quali che siano i concetti che possiedo o non possiedo, le lingue che parlo o non parlo, resta che le mie percezioni sono quelle e non altre. Segno che c’è un mondo esterno indipendente dai nostri schemi concettuali. E anche dai nostri apparati percettivi, per strano che ciò possa apparire, visto che proprio di percezione si tratta. Però, se possiamo condividere un mondo con animali che hanno schemi concettuali e apparati percettivi così diversi dai nostri, deve esserci uno strato indipendente e solido, strutturato e comune. È per questo che la mia presa di distanza da Derrida è passata – insieme al richiamo all’aísthesis come ciò che sta fuori del testo – attraverso lo studio di quell’“analogo della ragione” che Leibniz, di nuovo sulla scia di Aristotele, attribuiva agli animali, e all’uomo nella gran parte dei casi. Perché l’intellettualismo di una visione come quella che, da Kant ai postmoderni, concepisce l’esperienza come un insonne operato di schemi concettuali, saperi, linguaggio, pregiudizi, non sembra tener conto del fatto che gran parte delle nostre azioni avviene senza riflessione, senza linguaggio, senza conoscenza, senza l’ombra di uno schema concettuale o di una idea chiara e distinta.

11Condensai il risultato di quegli anni in cui ho cercato di ricavare una ontologia non “dalla percezione”, ma dalla resistenza o dal contrasto che essa esercita nei confronti degli schemi concettuali, in un libro del 2001, Il mondo esterno. Un libro che mandai a Derrida senza dedica, perché non sapevo cosa scrivergli: dire che continuavo ad ammirarlo sarebbe apparso una excusatio non petita, e d’altra parte non si è mai vista una dedica in cui qualcuno dice “con questo libro prendo le distanze dalla tua teoria”. Ma, come ho raccontato tante volte, fu Derrida a prendere l’iniziativa, nell’autunno di quell’anno, il giorno della inaugurazione del suo seminario. Eravamo sulla soglia dell’anfiteatro in cui teneva lezione, in Boulevard Raspail, stava fumando l’ultima pipa prima di incominciare, ed estrasse il mio libro dalla sua borsa, chiedendomi la dedica.

 

12Aveva ragione, non nel senso che tenesse in qualche modo alla mia dedica, ma nel senso che quella dedica era dovuta, soprattutto su quel libro, che doveva a Derrida molto probabilmente più di qualunque altro mio libro, perché era quello più radicalmente decostruttivo, che rompeva con tutto quello che per molto tempo avevo creduto vero (l’ermeneutica e la decostruzione) e anche con quello con cui avevo cercato di ovviare al mio disincanto, e cioè l’erudizione storica di cui facevo sfoggio all’epoca di Estetica razionale.

13Mi spiego. Poco fa ho ricordato come, all’inizio degli anni Novanta, ho ritenuto di allontanarmi da Derrida. Ma me ne sono allontanato davvero? (“Me ne allontanerò mai?”, avrebbe probabilmente aggiunto lui, e io lo credo, ma non lo dico solo per non ricadere nella mimesi stilistica). Se guardiamo al lavoro dell’ultimo Derrida, dalla fine degli anni Novanta e dopo l’evocazione spettrale di Marx (cioè, non dimentichiamolo, del materialismo), troviamo proprio il tatto (esemplarmente nel lungo libro dedicato a Nancy) e l’animale. Non voglio dire con questo che Derrida abbia preso da me, ne avremmo parlato qualche volta ma certo non conta. Quello che conta è che a un certo punto anche Derrida ha sentito la necessità di un ritorno al reale, e questo, diversamente da me, non all’inizio della sua carriera, ma proprio al contrario nel momento in cui era al vertice della gloria, e soprattutto nell’età in cui si è meno disposti a cambiare le proprie idee. Quello che ho fatto in seguito, me ne accorgo adesso a distanza di tanti anni, è stato un continuo andare contro un Derrida in nome di un altro Derrida.

14Distinguere ontologia ed epistemologia, quello che c’è da quello che sappiamo, è stato certo un modo per evitare quella confusione fatale che ha portato alla tesi secondo cui “nulla esiste al di fuori del testo”, e che già era presente, in modo sottile e insidioso, quando nella introduzione alla Origine della geometria Derrida sostiene che la scrittura è la condizione di possibilità degli oggetti ideali, laddove io direi piuttosto che è la condizione di possibilità della loro socializzazione e tradizionalizzazione – che tuttavia non vanno in alcun modo confuse con l’ontologia degli oggetti ideali, che esistono fuori dallo spazio e dal tempo indipendentemente da ogni soggetto, da ogni scrittura, da ogni memoria e da ogni tradizionalizzazione, altrimenti la scoperta del Teorema di Pitagora non sarebbe stata diversa dalla scrittura di Un coup de dés.

15Ma, al tempo stesso, mi rendo conto che l’idea di un essere che esiste indipendentemente da noi e da qualsiasi schema concettuale è venuta da quel passo di La voce e il fenomeno in cui Derrida scrive che il carattere fondamentale dell’essere è la presenza, cioè, aggiunge, il fatto di essere prima di noi e dopo di noi; ecco dunque l’ontologia, quello che c’è (beninteso come oggetto naturale). E ciò che Derrida ha tematizzato come différance è appunto la scrittura, l’epistemologia, il sapere, la lotta per dare un po’ di sopravvivenza a quello che troviamo, siamo, pensiamo, speriamo. Questo differimento, questo rinvio, questa intrinseca storicità, è appunto il carattere proprio della epistemologia, della storia illustre che chiamiamo “cultura”, e che, indubbiamente, non esiste al di fuori del testo.

 

16Ho già richiamato due categorie, gli oggetti ideali e gli oggetti naturali, che secondo me Derrida, come tanti altri filosofi del Novecento, non ha distinto a sufficienza, come appunto dimostra la tesi secondo cui “nulla esiste fuori del testo”: no, non è così, le montagne esistono fuori del testo, e anche i numeri e i teoremi. Esisterebbero anche se non ci fosse mai stato un solo testo né un solo uomo sulla faccia della terra. Questo però non vale per gli oggetti sociali, cioè per le promesse, le scommesse, i saperi che occupano la nostra vita. E che sicuramente richiedono dei testi, e proprio questo dimostra l’importanza che hanno per noi i documenti e le registrazioni, proprio questo spiega per quale motivo viaggiamo con degli archivi nelle nostre tasche. È quello che mi ha spinto, in Documentalità ma già nella Ontologia del telefonino, a indebolire una affermazione come tale perentoria e insostenibile come “Nulla esiste al di fuori del testo” trasformandola in “Nulla di sociale esiste al di fuori del testo”, che ho posto alla base della mia ontologia sociale. Ma, appunto, quanto mi sono trovato lontano da Derrida in tutto questo? E in cosa, invece, mi sono limitato a sviluppare delle virtualità che erano presenti e che non hanno avuto spazio «Parce que c’était lui, parce que c’était moi»?

17L’importanza dei documenti sta già tutta dentro alla idea derridiana di grammatologia, che tuttavia, appunto perché lui era lui, si è sviluppata piuttosto come una critica del logocentrismo, del primato della voce sulla scrittura, e non nel senso di una ontologia sociale come teoria della documentalità, ossia di quegli atti iscritti e registrati che stanno alla base dell’esistenza di oggetti sociali. Per cui – con quello che personalmente considero una déffense et illustration de Derrida rispetto a Searle – credo proprio che Searle avesse ragione nel dire che “nulla esiste fuori del testo” è “ovviamente falso”. Credo anche, però, che Derrida proponesse, attraverso la grammatologia, una ontologia sociale molto più forte di quella di Searle, che è costretto a invocare una entità misteriosa e improbabile alla base della realtà sociale, ossia l’intenzionalità collettiva, quando invece tutta la realtà sociale è il frutto della registrazione di atti, linguistici o taciti, che dipendono da intenzionalità individuali a loro volta generate da iscrizioni, documenti, norme.

18Ora, poche cose sono state così presenti, nel pensiero di Derrida, come quella dell’archivio, che lui tuttavia legava all’idea di “sopravvivenza” (individuale e collettiva) piuttosto che alla costruzione della realtà sociale. Ma, appunto, l’idea era lì, in tutta la sua forza e in tutte le sue articolazioni. Ricordo quando stava scrivendo Mal d’Archivio, era a Napoli, all’Hotel Royal, nel maggio 1995, per la presentazione della traduzione italiana di Spettri di Marx, e io lo raggiunsi da Heidelberg, dove stavo lavorando sull’analogon rationis. Derrida mi disse che stava scrivendo, per Londra, un saggio sul mal d’archivio. Mi annunciava il suo prossimo libro proprio come quando, nel giugno 1993, in occasione della prima delle nostre conversazioni per il libro (eravamo nel giardino di casa e mi offriva un aperitivo di anisette e pistacchi) mi aveva detto che in quel periodo era molto impegnato nella stesura di una conferenza su Marx che doveva tenere di lì a poco a Riverside. Quella appunto che sarebbe stata la matrice di Spettri di Marx.

 

19Ho detto che la prima formulazione di “nulla di sociale esiste al di fuori del testo”, ossia del motto con cui indebolivo la tesi di Derrida, ha avuto luogo nel libro sul telefonino. Ma non avrei scritto sul telefonino se non fosse stato per Derrida, in tanti sensi. Anzitutto era stato lui – in una conferenza su Joyce che presentò a Urbino nel 1984 – a portare la mia attenzione sullo stato singolare dell’ “essere-al-telefono”, così forte nella vita di Derrida, che non usò mai l’e.mail. Ma, venendo più precisamente al telefonino, c’è una filiazione diretta. Eravamo a Siracusa, nel 2001, e passeggiavo con Derrida, a cui stavano per conferire un premio, quando mi dichiarai infastidito, come allora era di bon ton tra gli intellettuali, o pretesi tali, dall’abuso del telefonino, mentre – osservai un po’ stupidamente, perché lui, come ho appena ho detto non la usava – c’era l’e.mail. E lui mi disse che il telefonino è un oggetto molto più potente del computer, che l’avrebbe avuta vinta.

20Non so da quale visionarietà o spirito profetico traesse questa previsione. Certo dalla stessa visionarietà con cui, nel lontano 1967 – mentre McLuhan affermava che la scrittura sarebbe scomparsa e nessuno prevedeva i personal computer, sebbene fossimo alla vigilia di una nuova era – Derrida affermò che eravamo forse vicini alla fine del libro, ma che questa fine avrebbe coinciso con l’esplosione della scrittura. Proprio ciò che avvenne di lì a pochissimo, prendendo tutti di sorpresa, compresi coloro che l’avevano inventato, grazie alla diffusione capillare dei personal computer. Quando profetizzava il trionfo del telefonino sul computer, Derrida in qualche modo era logocentrico, perché nel suo ragionare sulla natura di quello che era il telefonino all’epoca (siamo nel 2001, niente sms, quasi, e niente e.mail) prevedeva l’evoluzione verso uno strumento di tortura, un auricolare e un microfono sempre collegati, come per gli attori e i piloti. Come abbiamo visto, le cose sono andate altrimenti, e il telefonino si è evoluto come una macchina per scrivere e un grande archivio. Dando dunque torto a Derrida con Derrida, dunque dando ragione più che mai a Derrida: il telefonino è la più grande vittoria della grammatologia.

 

21Questo non avrebbe dovuto essere il mio unico libro di conversazioni con Derrida, ne avevamo progettato un altro. Nel 2005 si sarebbe tenuto a Budapest un grande convegno sul telefonino organizzato da Kristof Nyiri, che mi aveva proposto di organizzare un dialogo su quel tema con Derrida. Ne avevamo parlato l’ultima volta che ci siamo visti, a Meina, nel luglio del 2004. Col senno di poi, Jacques aveva già un che del fantasma. Ci eravamo riproposti di fare di nuovo insieme qualcosa di scritto, forse di raddoppiare l’impresa di dieci anni prima, e io sentivo che avrei incontrato meno resistenze, essendomi oramai rappacificato con me stesso e dunque con Derrida. Lo richiamai a fine agosto da Lipsia, dove stavo lavorando sulla ontologia sociale e cercavo di capire che cosa non mi convinceva in Searle.

22Derrida era appena tornato dal suo ultimo viaggio, a Rio de Janeiro, si stava facendo la barba. Mi spiacque disturbarlo in quella operazione, e lo immaginai col ricevitore sporco di schiuma. Scherzai sul detto di Quine secondo cui Platone aveva una lunga barba, e che forse la decostruzione consisteva proprio nel fare la barba a Platone, o a Derrida. Come avrete capito, ancora a quella età, avevo quasi cinquant’anni, facevo il possibile per apparire intelligente di fronte a Derrida, come uno scolaro. Come che fosse, decidemmo che ci saremmo incontrati a Parigi all’inizio di ottobre. Lo richiamai pochi giorni prima dell’incontro ma trovai solo la segreteria telefonica. Provai sul telefonino (se ne era comprato uno), ma era sempre staccato. Incominciai a preoccuparmi e avevo ragione. La mattina del 9 ottobre 2004, Valerio Adami mi chiamò dicendo che il nostro amico Jacques era morto poche ore prima.

 

23Et nunc manet in te. Quante volte mi sono ripetuto questo titolo gidiano. Ed è proprio qui che incomincia il sopra-vivere, il lavoro del lutto. Con tante tappe, la prima delle quali è stata, senz’altro, l’Ontologia del telefonino, il libro nato per sostituire una conversazione che non ha mai avuto luogo. E che è andato avanti all’insegna del progetto di “ricostruire la decostruzione”. Un progetto in cui rientra sia la documentalità, sia la proposta di un “nuovo realismo”. Un ultimo ricordo, a questo proposito, una conferenza all’École normale supérieure, dove lui aveva insegnato per tanti anni, il 31 gennaio 2011. Erano passati trent’anni esatti dalla mail in cui mi ringraziava del “plan écrire”. Quella sera mi aveva onorato della sua presenza anche Marguerite Derrida, voleva forse vedere che cosa avrei fatto, proprio come quando dieci anni prima, a Meina, insieme a Jacques, nel bar dell’albergo si fece spiegare che cosa contavo di dire l’indomani a proposito della percezione.

24Il titolo della conferenza, “Ricostruire la decostruzione”, infatti, poteva apparire presuntuoso, ma io non lo sentivo tale. Presuntuoso, semmai, sarebbe stato “Decostruire la decostruzione”, voler andare avanti nel gioco virtuosistico dell’oltrepassamento (e di una simile presunzione abbiamo tanti esempi, non solo tra i derridiani). Io invece non mi mettevo nemmeno in gara e imboccavo un’altra strada, non so se più modesta o pretenziosa. Invece di mostrare l’intreccio e l’interdipendenza dei concetti, volevo tracciare delle distinzioni, appunto tra famiglie di oggetti e tra ontologia ed epistemologia. E vedevo nell’antirealismo postmoderno qualcosa che aveva non certo generato, ma giustificato teoricamente, il populismo. Nel dibattito, Danielle Lévinas mi chiese perché tutta questa insistenza sulla resistenza e l’inemendabilità, questa ostinazione sui fatti, e le risposi che era anzitutto per un dovere di memoria, perché dopotutto se sosteniamo che “non ci sono fatti, solo interpretazioni”, allora anche Auschwitz potrebbe essere negato, e con lui ogni sopravvivenza, nella memoria, e ogni giustizia.

25Credo che sarebbe stata la risposta che avrebbe dato anche Derrida. Lo dico senza presunzione, perché non è forse proprio questo il senso di una sua frase così ricorrente negli ultimi anni: “la giustizia è l’indecostruibile”? Che è esattamente il contrario di “non ci sono i fatti, solo interpretazioni”. A un certo punto ci imbattiamo in qualcosa che resiste e che chiede rispetto, per opaco che sia. Ecco, “la giustizia è l’indecostruibile” mi sembra mille volte più vicino a “esistere è resistere” di quanto non lo sia “non ci sono fatti, solo interpretazioni”.

 

26Ogni amicizia – lo ricorda Derrida in Politiche dell’amicizia – è costruita sulla certezza che giungerà un momento in cui uno dei due amici vivrà solo nella memoria dell’altro (degli altri, per fortuna di Derrida). Et nunc manet in te, direbbe appunto Gide, un autore che ha enormemente contato nella sua formazione. Un autore che ha affermato (e davvero è difficile trovare una frase così concisamente e così profondamente derridiana) che la sincerità è la cosa più premeditata che ci sia. Un po’ come nelle confessioni iper-letterarie di Rousseau e Nietzsche, autori che – come sappiamo – hanno contato tantissimo per Derrida proprio negli anni in cui leggeva Gide in Algeria. E ovviamente come nelle confessioni di Agostino, l’antecedente e conterraneo con cui Derrida si è confrontato in Circonfessions intrattenendosi sul paradosso di un uomo che si confessa a un onniscente, ma che lo fa per fare la verità, per testimoniare la sua premeditatissima sincerità in stilo autem meo et coram multis testibus.

27Sì, davvero la sincerità è la cosa più premeditata che ci sia. Ho cercato di essere sincero con Derrida. Per il tanto o poco che lo conosco, visto che aveva il gusto del segreto, credo che non avrebbe apprezzato granché questa professione di sincerità, appunto vedendoci la premeditazione, e avrebbe osservato, ancora con Gide, che «On ne peut à la fois être sincère et le paraître». Resta il fatto che in questa premeditazione si condensa tutto il mio lavoro sin qui, cioè, ormai, visto che sono passati tantissimi anni da quella prima casualissima e impacciatissima lettura nel 1976, la massima parte del mio lavoro.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Maurizio Ferraris, «Et nunc manet in te»Rivista di estetica, 55 | 2014, 203-211.

Notizia bibliografica digitale

Maurizio Ferraris, «Et nunc manet in te»Rivista di estetica [Online], 55 | 2014, online dal 01 mars 2014, consultato il 15 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/1015; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.1015

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Maurizio Ferraris

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