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La recusatio in Marziale: Walter Wimmel, i patroni e un Telchino (1, 107; 7, 42; 9, 50)1

Elena Merli

Résumé

Secondo l’influente saggio Kallimachos in Rom di Walter Wimmel la recusatio si disgrega e scompare esauritasi la piena stagione augustea. In un lavoro del 2006 Ruurd Nauta ha invece mostrato in modo convincente che nella poesia flavia il topos recusatorio acquista nuove modalità e funzioni. Il presente contributo esamina exempli gratia tre epigrammi recusatori di Marziale: il poeta di Bilbili riprende lessico e immagini della tradizione callimacheo-properziana adattandoli al genere realistico e al contesto del patronato letterario (in 1, 107 e 7, 42) e alla polemica con un collega poeta epico (in 9, 50). I testi esaminati, pur molto diversi fra loro, mostrano talvolta un rapporto con il proemio degli aitia callimachei non filtrato attraverso le riprese latine e attestano sia della grande consapevolezza del dialogo di Marziale con la tradizione recusatoria sia della capacità dell’epigrammista di piegare gli elementi di quella tradizione ai propri scopi comunicativi.

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Texte intégral

1. Marziale nel Kallimachos in Rom di Walter Wimmel

  • 1 Questo intervento scaturisce dall’occasione dei sessant’anni dalla pubblicazione del Kallimachos in (...)

1Con il termine recusatio si intende una dichiarazione di poetica ‘drammatizzata’ tramite la quale viene ribadita, a fronte di possibili alternative, la scelta di una modalità espressiva caratterizzata da (relativa) brevità, appartenente a un genere letterario medio o basso, e spesso elaborata con attenta cura formale. Il topos trova articolata realizzazione nel primo prologo degli aitia (fr. 1 Pf.) dove Callimaco risponde in modo sprezzante ai Telchini, demoni maligni e invidiosi dietro cui si possono intuire colleghi letterati, che spesso mormorano contro il suo canto perché non compone un epos continuo in molte migliaia di versi su re ed eroi (1-5a), ma si dedica a poesie brevi (lett. “rigiro la poesia su un piccolo tratto”) come un bambino, benché i suoi anni non siano pochi (5b-6). A loro Callimaco ribatte rifiutando di giudicare la poesia su base quantitativa e ricordando che “tuonare è di Zeus”, per narrare poi (21-24) di come Apollo fosse apparso a lui fanciullo, la prima volta che aveva posto sulle ginocchia le tavolette per scrivere, raccomandandogli la Musa sottile (espressione del λεπτόν), raffinata ed elegante, in contrasto con la vittima sacrificale che deve invece essere πάχιστον (“il più grassa possibile”). Come si vede, alla base della recusatio si colloca la contrapposizione fra ‘grande’ e ‘piccolo’: il cosidetto Kallimacheischer Gegensatz (‘opposizione callimachea’) che costituisce il nucleo intorno al quale si aggregano in proporzione variabile elementi e immagini quali l’invidia, il fango, i temi alti (re, armi), le metafore acquatiche, Apollo e le Muse o altre divinità, e così via.

  • 2 Per una introduzione a Callimaco a Roma si può partire da Thomas 1993, Hunter 2006, Barchiesi 2011.

2È soprattutto la poesia augustea a riallacciarsi all’autorità dell’Alessandrino piegando e reinterpretando il topos al fine di rivendicare un proprio spazio di autonomia artistica, in relazione in particolar modo all’urgente problema del rapporto con il potere e con la scrittura panegiristica.2 La risposta recusatoria a una sollecitazione o a una richiesta abbandona perciò i toni aggressivi e sprezzanti di Callimaco per ostentare all’opposto l’inadeguatezza del poeta sia ai generi maggiori sia, soprattutto, a un elogio del princeps che risulterebbe non all’altezza del suo oggetto: è il motivo della culpa ingenii, cfr. Hor. carm. 1, 6, 9; Prop. 2, 1, 41-42.

3La recusatio augustea è l’oggetto centrale delle dettagliatissime analisi del Kallimachos in Rom di Walter Wimmel, come esplicita chiaramente la seconda parte del titolo: Die Nachfolge seines apologetischen Dichtens in der Augusteerzeit. Limite spesso rilevato del saggio è appunto presentare la declinazione specificamente properziana e oraziana del topos come una sorta di pars pro toto: dopo la ‘perfezione’ o per dirla con Wimmel la ‘fioritura’ (Blüte) della forma recusatoria raggiunta da Properzio, si assisterebbe infatti alla sua progressiva dissoluzione già a partire da Ovidio.

  • 3 Osservazioni sui limiti dell’impostazione di Wimmel in Banta 1998, 25-35; Merli 2013, 1-8.
  • 4 Il rapporto delle dichiarazioni di poetica di Marziale con questo passo di Persio è stato posto in (...)

4A causa di questo pregiudizio, gli autori successivi a Ovidio (e lo stesso Ovidio dell’esilio) rimangono del tutto marginali dell’analisi.3 In particolare Marziale viene in sostanza ignorato, relegato per lo più nelle note a piè di pagina, dove troviamo citati gli epigrammi 7, 22 (su Lucano), 8, 70 (omaggio a Nerva poeta), 8, 73 (rivolto a Instanio Rufo, sulla nostalgia del mecenatismo), 12, 11 (per il potente liberto Partenio, poeta dilettante); menzionati a testo, seppur del tutto cursoriamente, sono ancora 8, 70 (in quanto al v. 3 vi si nomina la fonte del fiume Permesso) e il programmatico 10, 4 (in relazione al rifiuto di Gigantomachie e Titanomachie nelle recusazioni augustee). La scelta può apparire anche in questo orientata dalle tesi e attese di Wimmel: curiosamente non vengono mai menzionati gli epigrammi 1, 107 e 8, 3, che si collegano in modo esplicito, e il secondo con grande evidenza, alla linea per così dire callimacheo-properziana ricostruita dallo stesso studioso tedesco, e non viene dedicato spazio al rifiuto della poesia mitologica e dei suoi monstra che caratterizza alcune fra le più famose dichiarazioni di poetica (cfr. 4, 49 e 10, 4) secondo una specifica modalità elaborata dalla tradizione satirica e che aveva trovato pochi decenni prima espressione esemplare nell’apertura della quinta satira di Persio, 1-20 – ammanco questo maggiormente prevedibile, in quanto giustificato dal più labile collegamento dei testi satirici con l’auctoritas del poeta alessandrino.4

  • 5 Ad es. epos (Silio Italico; Giulio Ceriale; Memore), tragedia e lirica (Varrone), elegia (Stella; N (...)

5La selezione proposta nel Kallimachos in Rom consente tuttavia di cogliere un aspetto peculiare della trasformazione dei motivi di origine callimachea nella poesia flavia: il loro utilizzo al fine di omaggiare un patrono poeta (in particolare Nerva nell’epigramma 8, 70; Partenio nell’epigramma 12, 11; Arrunzio Stella in Stat. silv. 1, 2; Rutilio Gallico in silv. 1, 4). Se tale modalità, considerata in isolamento, può apparire come una conferma del farsi repertorio e piatta maniera di immagini un tempo cariche di valore apologetico, i casi in cui Marziale collega simboli e movenze callimachei a un amico poeta risultano in realtà degni di attenzione e portatori di significato: non solo infatti essi attestano della sua competenza professionale e della fortuna e diffusione di questi gesti e immagini in età imperiale, ma si prestano a essere posti a contrasto con le recusationes e i componimenti dedicati dall’epigrammista alle proprie scelte di poesia. Mentre cioè il satirico Persio solo pochi decenni prima prendeva le distanze non solo da epos e tragedia ma anche dalla poesia alla moda, raffinata ed ellenizzante (cfr. spec. Pers. 1, 32-35), Marziale si trova ben inserito in quella società letterata e deve elaborare un modo per esprimere i propri principi di simplicitas e realismo al tempo stesso elogiando la produzione poetica dei ricchi amici, che spaziava attraverso l’intero sistema dei generi ed era spesso indebitata alle modalità più esteriori del neoterismo.5

  • 6 Nauta 2006.

6Negli ultimi decenni, grazie in particolare a un meritatamente noto contributo di Ruurd Nauta,6 è divenuto chiaro che in età imperiale il topos non si disgrega ma subisce una serie di trasformazioni in relazione da una parte all’assetto del sistema letterario successivo alla stagione augustea e ai suoi capolavori e dall’altra alle mutate condizioni di patronato, con la crisi del mecenatismo e il diffondersi del dilettantismo. Questo secondo elemento soprattutto risulta fondamentale per intendere il riuso del gesto e degli elementi recusatori da parte di Marziale.

2. Due recusationes di Marziale: lessico callimacheo e questioni economiche (1, 107; 7, 42)

  • 7 Neger 2022. La studiosa parte da una definizione di recusatio piuttosto larga e adatta perciò al mu (...)
  • 8 Una messa a punto della contrapposizione fra grande e piccolo in Marziale in Canobbio 2016.

7Una recentissima rassegna dedicata alla recusatio nell’epigramma antico riconduce al topos i seguenti componimenti del poeta di Bilbili: 1, 107; 2, 86; 4, 49; 4, 55; 8, 3; 9 praef.; 9, 50; 10, 4; 10, 21; 12, 94; 14, 1.7 Si tratta di testi molto diversi fra loro, nei quali ricorrente è il rapporto con il lettore e l’orgoglio per una poesia dichiaratamente minore: alcuni si collegano tramite più elementi alla recusatio elegiaca (con particolare evidenza 8, 3), altri alle modalità satiriche (4, 49; 10, 4), altri ancora alla polemica dell’epigramma di età imperiale contro raffinatezza e oscurità degli epigoni di Callimaco (2, 86; 10, 21), altri infine si incentrano su una rilettura del Kallimacheischer Gegensatz (1, 107; 9 praef.; 14, 1)8. Insomma, se punto di partenza per affrontare il nostro autore è la consapevolezza della varietà della sua poesia, ciò vale anche per gli elementi di polemica letteraria visti nel loro rapporto con il grande modello callimacheo e con le sue riprese augustee.

  • 9 Il dato è stato evidenziato indipendentemente da Nauta 2006, 37-38, e Knox 2006 (che estende i term (...)

8Passiamo dunque a qualche esempio specifico, iniziando con l’epigramma 1, 107, un testo che pur senza utilizzare simboli e scenari tipici del fare poesia (inadatti del resto all’orientamento realistico di Marziale) si collega strettamente alla struttura standard dei componimenti recusatori: in esso l’opposizione fra poesia ‘grande’ ed epigramma viene infatti calata in un contesto drammatizzato e introdotta dall’avverbio saepe, in cui è stata individuata una allusione a πολλάκις, con ogni probabilità prima parola degli aitia.9 Inoltre, viene chiamato in causa un tratto caratteriale del poeta (l’essere pigro, desidiosus), similmente a quanto accade in Callimaco al quale i Telchini rimproverano di comportarsi “come un bambino”.

  • 10 Una costante della poesia di Marziale, cfr. spec. 8, 55; 11, 3 con Gold 2003; più in generale della (...)

9Il componimento prende l’avvio da un’esortazione dell’amico Giulio riportata in discorso diretto e continua rimpiangendo il mecenatismo augusteo:10

Saepe mihi dicis, Luci carissime Iuli,
              ‘Scribe aliquid magnum: desidiosus homo es.’
Otia da nobis, sed qualia fecerat olim
             Maecenas Flacco Vergilioque suo:
condere victuras temptem per saecula curas
             et nomen flammis eripuisse meum.
in steriles nolunt campos iuga ferre iuvenci:
             pingue solum lassat, sed iuvat ipse labor.

 

Spesso mi dici, carissimo Lucio Giulio,
              ‘Scrivi qualcosa di grande: sei una persona pigra’.
Dammi l’ozio, ma quello che un tempo garantì
             Mecenate a Orazio e al suo Virgilio:
potrei cimentarmi a comporre fatiche destinate a vincere i secoli
             e a strappare il mio nome alle fiamme.
I giovenchi non vogliono portare il giogo su campi sterili:
             il suolo grasso stanca ma la fatica stessa è un piacere.

  • 11 Cfr. ad esempio l’epigramma 5, 16, una conferma della scelta di scrivere testi divertenti, delectan (...)

10Gli elementi di tradizione esibiti nel primo distico si inseriscono in una libera rielaborazione del topos, meglio fruibile e apprezzabile se ci lasceremo alle spalle, come fa Marziale stesso, l’ortodossia callimachea e properziana. Diversamente da quanto accadrà nelle dichiarazioni dei libri successivi, che ribadiscono con coerenza la fedeltà alla vocazione minore e giocosa,11 qui almeno a parole Marziale non esclude di poter seguire il consiglio dell’interlocutore qualora si creino le condizioni per farlo: la costellazione callimachea viene dunque allusa per essere rovesciata.

  • 12 Nella tradizione recusatoria latina il termine compare in Verg. ecl. 6, 4-5, dove la grassa pecora, (...)
  • 13 Ingleheart 2010, 273-274, collega il termine all’infertilità del genere elegiaco più che a quella d (...)
  • 14 Cfr. in questo senso anche le epistole dal Ponto indirizzate ad amici poeti epici: 2, 10 a Macro e (...)

11In particolare, la conclusione, basata verisimilmente su un adagio proverbiale (così Citroni 1975, 328), presenta come positivo il pingue solum, in contrasto con il rifiuto di ciò che è grasso, ridondante e poco rifinito, espresso nel prologo callimacheo.12 Nauta 2006, 38 n. 49, porta a confronto Ovidio, trist. 2, 327-328: … tenuis mihi campus aratur; / illud erat magnae fertilitatis opus, “io aro un magro campo; / quell’opera richiedeva ingegni di grande fertilità”. Rivolgendosi ad Augusto, il poeta giustifica di non essersi dedicato a celebrarlo tramite la contrapposizione della propria scarsa (ma insieme raffinata, sulla connotazione di tenuis torneremo) vena poetica, adatta a temi minori, a ingegni più robusti e adeguati perciò a trattare la ricca e impegnativa materia panegiristica.13 Se entrambi i passi innestano il Kallimacheischer Gegensatz sulla metafora dell’aratura, il lessico presenta differenze significative; lo stesso Nauta osserva del resto che in Ovidio non è presente il termine pingue: da una parte infatti in quanto traduzione del παχύ di Callimaco (ricordiamo la grassa vittima del proemio degli aitia, fr. 1, 23 Pf.) non si adattava certo a indicare la poesia di omaggio al princeps, dall’altra dopo l’Eneide l’epica aveva assimilato la lezione degli alessandrini e poteva perciò legittimamente venire definita magna, nel senso del genere alto, o il talento del suo autore essere detto fertilis, termini ora sostanzialmente positivi in quanto i generi grandi si erano ormai affrancati dai tratti ‘pingui’ o ‘fangosi’.14

  • 15 Cfr. Pont. 1, 5, 33 e 4, 2, 16, dove compare l’immagine proverbiale di arare la sabbia, in contrast (...)
  • 16 Il termine compare in un contesto di polemica e lamento sulle condizioni dei clienti (ma non si tra (...)

12Nel nostro epigramma, pingue si pone in antitesi a steriles del verso precedente: termine connotato per lo più negativamente ed estraneo perciò alle dichiarazioni della linea callimacheo-properziana dove ‘piccolo è bello’; lo utilizza invece l’Ovidio di Tomi, che lo piega a esprimere le difficoltà dello scrivere in esilio, l’ostentato venir meno dell’ingenium e della vena poetica.15 Per Marziale però il problema non è il talento o l’ispirazione ma la situazione economica: la riottosità dei giovenchi indica fuor di metafora la pigrizia del poeta desidiosus, giustificata dagli scarsi proventi e dalla grettezza dei patroni. Non a caso l’aggettivo ricorre poco prima nel corso del libro ancora in relazione alla inadeguata remunerazione dell’attività poetica: in 1, 76, 14 steriles sono infatti le cathedrae, gli scranni su cui siede il poeta che recita, definiti improduttivi; lo si incontrerà poi nella settima satira di Giovenale, ancora in relazione alla povertà dei poeti e all’interno della metafora dell’aratura, 48-49: nos tamen… tenuique in pulvere sulcos / ducimus et litus sterili versamus aratro, “noi tracciamo solchi su polvere leggera / e con un aratro improduttivo rivoltiamo la sabbia” – il riferimento è a recitationes non redditizie nella casa di un ricco amico generoso e disponibile solo se non deve aprire i cordoni della borsa.16

  • 17 Per il rapporto di Marziale con Callimaco cfr. Neger 2012, 77-87, inoltre Mindt 2013a, 542-549; num (...)

13Nell’epigramma 1, 107, che tematizza la crisi del patronato letterario, il carattere pingue si sgancia dunque con decisione dalla connotazione prevalentemente stilistica per alludere al dato economico e in particolare al ricco patrono che con la sua generosità potrà rendere possibile un opus destinato a durare, le victuras … per saecula curas del v. 5. Più in generale, il componimento si struttura su un effetto di bathos dal primo distico riconoscibilmente callimacheo per situazione e lessico a una conclusione in cui il Kallimacheischer Gegensatz subisce una sorta di rovesciamento andando a indicare tramite i termini steriles e pingue i proventi più o meno sostanziosi ricavati dall’attività poetica.17 Questa rilettura degradata dei principi callimachei si chiude ironicamente con il termine labor, “fatica”, che è l’ultima parola del componimento: secondo l’ortodossia recusatoria il richiamo è alla raffinata lima dello stile ma in questo caso la fatica è quella robusta e remunerativa dell’aratura di un pingue solum (si ricordi il labor improbus, “fatica improba”, di Verg. georg. 1, 145-146).

  • 18 Questione che si complica prendendo in considerazione poco dopo nel libro settimo l’epigramma 46, r (...)
  • 19 La comunicazione ‘da poeta a poeta’ in contesto clientelare o in ogni caso all’interno di un rappor (...)

14È questo un caso, significativamente collocato nel primo libro degli epigrammi vari, della tendenza di Marziale a trasporre lessico ed elementi di contesto connotati per tradizione in senso autenticamente poetologico su un’accezione bassa e realistica, in quanto collegati alla situazione sociale e specificamente economica del poeta-cliente. Ciò accade ancora, ad esempio, in 7, 42, che richiama la recusatio calandola esplicitamente nei meccanismi del patronato: qui non è infatti in discussione una scelta di stile o di genere letterario ma il rapporto con un patrono poeta dilettante. L’epigramma è rivolto a Castrico, patrono e poeta, e introduce uno scambio di doni accompagnati da versi di dedica o invio, secondo un uso cortese e alla moda; si noti fra l’altro che i termini-chiave muneribus e carminibus incorniciano il primo distico.18 Subito dopo, Marziale si dichiara senz’altro vinto sotto entrambi i punti di vista, dicendosi incline a sopor e quies (si ricordi il desidiosus di 1, 107) e soprattutto tributando al destinatario uno smaccato complimento ‘da poeta a poeta’19 evidentemente nella speranza di ottenere doni ben più cospicui di quelli che è per parte in grado di inviare:

Muneribus cupiat si quis contendere tecum,
             audeat hic etiam, Castrice, carminibus.
nos tenues in utroque sumus vincique parati:
             inde sopor nobis et placet alta quies.
Tam mala cur igitur dederim tibi carmina, quaeris?
             Alcinoo nullum poma dedisse putas?

 

Se qualcuno desidera fare a gara con te nei doni,
             osi, Castrico, gareggiare anche nei carmi.
Noi siamo deboli in entrambe le cose e pronti alla sconfitta:
             ci piace il sonno e la profonda calma.
Chiedi perché dunque ti dono carmi tanto cattivi?
             Credi che nessuno abbia donato frutta ad Alcinoo?

15Questa dichiarazione viene definita “a recusatio in the purest Callimachean style” da Galan Vioque 2002, 273, in base all’atteggiamento di modestia e al carattere tenuis, che qui significa povero (in relazione ai munera) e debole, inadeguato (in relazione ai carmina; cfr. fra l’altro Ov. tr. 2, 327 cit. supra). A questa seconda accezione, prosegue il commentatore, si sovrappone il ricordo del λεπτόν callimacheo: tenuitas e carattere tenue esprimono eleganza e raffinatezza dello stile (basti menzionare la tenuis avena, “sottile canna”, di Verg. ecl. 1, 2) adattandosi con coerenza al gesto recusatorio (cfr. Hor. carm. 1, 6, 9).

  • 20 Plinio, epist. 4, 21, 1 (sui poemetti, poematia, di Senzio Augurino) e 6, 21, 4 (i mimiambi di Virg (...)

16Potremo aggiungere che è questo l’unico passo in cui Marziale si definisce tenuis in quanto poeta: nel corpus dei suoi epigrammi, le altre occorrenze del termine in relazione alla poesia sono relative a un patrono poeta (Nerva, che in 8, 70, 5 cinge la fronte di una tenuis corona, “corona sottile”) e a Catullo (10, 103, 5): si tratta infatti di un aggettivo, traduzione del greco λεπτός, molto connotato, quasi ‘specializzato’, in senso callimacheo-neoterizzante (l’avverbio corrispondente, tenuiter, ricorre fra l’altro come elogio che indica raffinata eleganza nell’epistolario di Plinio il Giovane) e dunque non adatto a esprimere le scelte dell’epigrammista.20

  • 21 Oltre a Schöffel 2002, 96-119, si vedano gli importanti contributi di Canobbio 2005 e 2011, che met (...)
  • 22 Cfr. inoltre Prop. 2, 34, 43, incipe iam angusto versus includere torno, “comincia ormai a serrare (...)
  • 23 Si pensi anche a Persio 1, 14, contro la ricerca di grande aliquid, quod pulmo animae praelargus an (...)

17Si osservi che anche un testo eccezionale come 8, 3, nel quale prende la parola la Musa infarcendo il proprio discorso di allusioni e citazioni augustee,21 evita l’aggettivo tenuis, io credo consapevolmente e per programma. La conclusione del componimento, 21-22, recita infatti: angusta cantare licet videaris avena, / dum tua multorum vincat avena tubas, “sembri pure che tu suoni una esile canna, / purché la tua canna vinca le trombe di molti”. Nel nesso angusta avena è stata riconosciuta una trasparente rielaborazione del tenuis avena che introduce il canto pastorale in Verg. ecl. 1, 2 (silvestrem tenui Musam meditaris avena, “componi un canto silvestre con la sottile canna”, cfr. anche tenuis harundo, “canna sottile”, di ecl. 6, 8): con una variazione mirata, l’epiteto tenuis viene sostituito da angustus, ben meno usurato in contesto di poetica. In una dichiarazione diretta lo si incontra soltanto in Properzio, 2, 1, 40: Callimaco, caratterizzato da angusto pectore, un “esile petto”, non potrebbe cantare una Gigantomachia.22 L’originale nesso coniato da Marziale comporta un ulteriore guadagno: angusta vi suggerisce l’idea di un limite fisico e in particolare dell’utilizzo di poco fiato per produrre un suono tramite l’avena, in questo modo creando un’efficace antitesi rispetto alle trombe dei generi alti menzionate nel verso successivo.23 Il modello virgiliano presente in filigrana viene dunque modificato con accortezza, eliminando il concetto di tenuitas, legato alla raffinatezza e al labor limae, la lenta e caparbia rifinitura del testo, e sostanzialmente estraneo alla poetica di Marziale, mentre il riferimento al proemio del secondo libro di Properzio si piega, ancora meglio dell’allusione bucolica, a dare forma al contrasto fra epos e poesia leggera su cui è imperniata la chiusura dell’epigramma.

18Gli epigrammi 1, 107 e 7, 42 attestano dunque della degradazione di lessico e movenze callimachee in un contesto di produzione poetica e di comunicazione segnato dalla ricerca e sollecitazione di un rapporto di patronato. Termini dal glorioso passato poetologico quali pingue e tenuis vi assumono un significato materiale ed economico prima che di scelta letteraria, così che la poesia svela la sua dipendenza da proventi concreti e da mecenati insensibili o che richiedono di essere costantemente omaggiati. La larga ripresa e rifunzionalizzazione di motivi callimachei all’interno di situazioni comunicative di stampo clientelare è un fenomeno che inizia ad affacciarsi nell’Ovidio dell’esilio per trasferirsi con Marziale dalla periferia al centro dell’impero.

3. Marziale e il Telchino: l’epigramma 9, 50

19Passiamo a qualche osservazione sull’epigramma 9, 50, un componimento assimilato di solito a una modalità caratteristica di Marziale, il rifiuto cioè della materia mitologica e dei generi alti che se ne nutrono, e che ha finito perciò con il rimanere nell’ombra delle più felici realizzazioni di questa specifica variante del topos, gli epigrammi 4, 49 e 10, 4 (da ricordare inoltre ancora almeno 5, 53 contro un poeta di miti ma senza esplicita dichiarazione di realismo).

Ingenium mihi, Gaure, probas sic esse pusillum,
            carmina quod faciam quae brevitate placent.
confiteor. Sed tu bis senis grandia libris
            qui scribis Priami proelia, magnus homo es?
nos facimus Bruti puerum, nos Langona vivum:             
            tu magnus luteum, Gaure, Giganta facis.

 

Gauro, affermi che il mio talento è piccolino
            perché faccio carmi che piacciono per la brevità.
Lo ammetto. Ma tu che scrivi le grandi battaglie di Priamo
            in dodici libri, sei un grand’uomo?
Noi creiamo il fanciullo di Bruto, un Langon pieno di vita,
            tu grande fai un Gigante di fango, Gauro.

  • 24 Scarsa fortuna ha oggi fra gli studiosi la possibilità alternativa che il nome derivi da un monte d (...)
  • 25 Il puer di Bruto è una celebre statuetta, opera greca del V secolo particolarmente apprezzata da Br (...)

20Marziale risponde a un poeta epico, Gauro (cioè ‘superbo’, ‘orgoglioso’)24, che in base alla brevitas dei componimenti (carmina quod faciam quae brevitate placent, “per il fatto che compongo carmi che piacciono per la brevità”, v. 2) lo ha definito di limitato talento (ingenium pusillum). Il testo è incentrato su un elemento oppositivo che richiama la forma ‘pura’ del Kallimacheischer Gegensatz: il primo distico esprime l’opinione di Gauro, che – forse mosso dall’invidia, in quanto i testi di Marziale placent, v. 2 - collega la brevitas dell’epigramma a scarse capacità poetiche del suo autore; nel secondo Marziale rifiuta il meccanico parallelismo fra carmi brevi ed ingenium pusillum così come, coerentemente, fra poema in molti libri e magnus homo, per contrapporre infine nel terzo e ultimo distico tramite un confronto tratto dalla statuaria la vivacità ed efficacia della sua poesia all’ampia e inerte opera del rivale.25

21Il confronto con uno dei più noti epigrammi che rifiutano la poesia mitologica in nome della rappresentazione della vita reale e dei suoi costumi consentirà di meglio individuare alcune specificità del testo in esame. Così recita 4, 49:

Nescit, crede mihi, quid sint epigrammata, Flacce,
            qui tantum lusus illa iocosque vocat.
ille magis ludit qui scribit prandia saevi
            Tereos aut cenam, crude Thyesta, tuam,
aut puero liquidas aptantem Dedalon alas
            pascentem Siculas aut Polyphemon ovis.
a nostris procul est omnis vesica libellis
            Musa nec insano syrmate nostra tumet.
‘Illa tamen laudant omnes, mirantur, adorant.’
            Confiteor: laudant illa sed ista legunt.

 

Non sa, credi a me, Flacco, cosa sono gli epigrammi
            chi li chiama soltanto scherzi e divertimenti.
Scherza di più chi narra i pranzi del crudele
            Tereo o la tua cena, Tieste dalla cattiva digestione,
o Dedalo che adatta al fanciullo le ali destinate a sciogliersi
            o Polifemo che pascola le pecore sicule.
Dai miei libretti è lontano ogni turgore
            e la mia Musa non va tronfia di un folle manto tragico.
Ma tutto lodano, ammirano, adorano quelle opere.
            Lo ammetto: lodano quelle ma leggono queste.

  • 26 Flacco è forse un poeta e patrono, cfr. Moreno Soldevila et alii, 2019, 236-237.

22I due componimenti presentano affinità sia generali che di dettaglio (si noti ad esempio in entrambi il termine confiteor a segnare uno snodo argomentativo), tuttavia fra di essi emergono anche notevoli divergenze: in 4, 49 Marziale non si rivolge direttamente a un rivale o a un critico ma a un amico,26 riportando opinioni altrui; la discussione riguarda, come nell’apertura di Persio 5, i temi mitologici, elencati con una certa ampiezza, e lo stile roboante (con allusione più marcata alla tragedia che all’epos, se osserveremo i miti che aprono l’elenco e soprattutto il nesso insano syrmate del v. 8). Basterebbero questi pochi elementi a mostrare che l’epigramma qui in esame esprime certo adesione alla rappresentazione fedele della realtà (vivus di 9, 50, 5 corrisponde a vita di 8, 3, 20 e 10, 4, 8), ma lo fa in modo peculiare rispetto ai componimenti ai quali solitamente viene apparentato.

23Arriviamo così alla differenza più significativa: in 4, 49, come in 10, 4, i termini dell’opposizione non coinvolgono il dato della lunghezza o brevità, che risulterebbe del resto fuori posto in apologie strettamente legate alle modalità della satira e che richiama invece il principio della ὀλιγοστιχία (lett.: piccolo numero di versi). E ancora, questo dato, con una ulteriore variazione rispetto alle recusationes satiriche standard, viene trasposto in 9, 50 su talento e indole degli autori: la brevitas corrisponde a ingenium pusillum, i dodici libri che narrano grandia proelia a magnus homo.

  • 27 Elementi in questo senso sono segnalati da Mattiacci 2007, 189-190 e soprattutto da Canobbio 2008, (...)

24A ben guardare, insomma, ci troviamo di fronte a un componimento poetologico di Marziale solo marginalmente condizionato dal filtro della tradizione recusatoria (elegiaca o satirica) latina e che risale invece direttamente, questa la mia proposta, al prologo degli aitia.27 Nel riconosciuto modello principale delle recusationes della poesia successiva, già menzionato più volte nel corso di questo lavoro, i Telchini criticano Callimaco perché non scrive “un carme unitario e continuo in molte migliaia di versi trattando o re o eroi” ma poesie brevi (“rigiro la poesia su un piccolo tratto”); inoltre, egli compone poesia breve “come un bambino” (παîς) mentre è ormai ampiamente adulto (il testo parla di “molti decenni”, e riferimento maggiormente esteso alla vecchiaia si incontrerà più avanti, 33-36): il dato formale della brevitas dei componimenti viene posto in relazione a un elemento personale e biografico del loro autore.

  • 28 1, 9: Bellus homo et magnus vis idem, Cotta, videri: / sed qui bellus homo est, Cotta, pusillus hom (...)
  • 29 Lo osserva Canobbio 2008, 189 n. 49. Si può consultare in proposito la voce puer in Ernout – Meille (...)
  • 30 Sull’adagio “grande libro, grande male” è giocato fra l’altro l’epigramma 1, 118 che chiude il prim (...)

25Marziale traspone questa complessa costellazione in termini epigrammatici, realizzandola in estrema sintesi espressiva e semplicità di lessico e richiamando altri componimenti del corpus (in particolare l’opposizione fra magnus e pusillus è utilizzata fra l’altro nell’epigramma 1, 9 contro un damerino pieno di sé).28 Si badi però in aggiunta che il termine pusillus, legato a puer e al raro sinonimo pusio, presenta la stessa etimologia del greco παîς, un dato suggestivo nel contesto di un possibile più largo e articolato richiamo al prologo callimacheo.29 E ancora, il poema in dodici libri sulla guerra di Troia (i grandia proelia del vecchio Priamo, 3-4) allude alla materia epica più ovvia e banale, richiamando la polemica callimachea con le migliaia di versi dedicate ai “grandi re”, mentre l’accostamento dei termini grandia libris al v. 3 potrà richiamare il rifiuto del μέγα βιβλίον, il “grande libro”, definito μέγα κακόν, “grande male”, dal poeta di Cirene.30

  • 31 Anche questo confronto è suggerito da Canobbio 2008, 189 n. 49. Sul motivo del fango cfr. inoltre B (...)

26Denso di riferimenti recusatori è inoltre soprattutto l’ultimo verso. Il Gigante è soggetto mitologico e rappresenta qui uno dei monstra lontani dalla misura realistica dell’homo, oggetto privilegiato di una poesia che “sa di uomo” (hominem sapit, 10, 4, 10). Al tempo stesso la sua presenza richiama la Gigantomachia, tema epico che compariva forse in Callimaco, e che è certamente oggetto di recusatio in Properzio (2, 1, 39-40) e in Ovidio (am. 2, 1, 11-16). Ancora, il fango è materiale utilizzato per produrre sculture e manufatti molto semplici (Marziale in particolare lo associa alle stoviglie di Sagunto, 8, 6, 2, e a doni poveri per i Saturnali, 14, 108, 2) ma in un contesto di polemica letteraria segnatamente callimachea va a rimarcare la scarsa qualità della produzione poetica di Gauro attivando un’allusione al fiume assiro della chiusa dell’Inno ad Apollo, 108-109, e al flueret lutulentus (“scorreva fangoso”) oraziano, sat. 1, 4, 11 (ma di Orazio è da ricordare ancora almeno sat. 1, 10, 36-37: turgidus Alpinus … dumque / diffingit Rheni luteum caput, “mentre il gonfio Alpino… sfigura con il fango la testa del Reno” [trad. Labate], su un poeta epico la cui attività viene contrapposta all’haec ego ludo, “io mi diverto con queste mie cose”, di Orazio stesso).31

  • 32 Per orientarsi sull’epigramma longum si può partire dai saggi raccolti in Morelli 2008.

27Mentre numerose sono come è noto le apologie dedicate agli epigrammata longa (cfr. in particolare 2, 77, calzante come confronto con il nostro epigramma in quanto sviluppa un confronto con le arti figurative e il puer, di Bruto)32 qui Marziale si trova eccezionalmente a difendere la brevitas, dunque la scelta stessa del genere epigammatico che trova in essa un suo tratto costitutivo (cfr. ad es. 8, 29, 1: disticha qui scribit, puto, vult brevitate placere, “chi scrive distici, vuole piacere, credo, per la brevità”). Ed è questo l’unico caso nell’intero corpus in cui una polemica letteraria è innescata dall’attacco da parte di un poeta epico: se rari sono i componimenti di risposta alla critica di un collega, si tratta di solito di un altro epigrammista (ad es. il Cosconio di 2, 77 e 3, 69) o di un autore di testi non meglio precisati (ad es. 1, 91; 9, 81; 11, 94).

  • 33 La questione è illustrata da Massimilla 1996, 199-200 e Harder 2012, 8 e 14.
  • 34 Un’intuizione di Sullivan 1991, 125, in relazione al silenzio di Marziale rispetto al nome di Stazi (...)

28Come corollario si pone la domanda se la densità poetologica e la segnata intertestualità callimachea individuate possano essere collegate alla vexata quaestio dell’identità di Gauro. Se cioè Callimaco sceglie, secondo gli antichi commentatori e la maggior parte degli studiosi moderni, di indicare chiamandoli Telchini alcuni poeti contemporanei,33 è possibile che Marziale riprenda dal prologo degli aitia anche questa strategia, alluda cioè a un collega di cui non fa il nome rimanendo in tal modo fra l’altro fedele alla propria fondamentale scelta di risparmiare le persone (parcere personis)?34

  • 35 Per i termini della questione si rimanda a Bonadeo 2010, 43-56 (cautamente possibilista); su 9, 50 (...)

29Non è il luogo, avviandomi ormai alla conclusione di questo lavoro, per ripercorrere nei dettagli la spinosa discussione sulla presunta rivalità fra Marziale e Stazio e sulle possibili reciproche stoccate polemiche: problema privo di soluzione certa, rispetto al quale la tendenza oggi predominante è improntata a estrema cautela e, nel caso specifico di 9, 50, a negare per lo più la possibilità di una identificazione di Gauro con il poeta napoletano.35 Credo però che i riferimenti callimachei che fanno di Gauro una sorta di moderno Telchino portino un elemento in più da valutare e vorrei perciò per concludere proporre alcuni spunti di riflessione a partire da questo dato.

  • 36 Uno sguardo ai commenti in uso sarà sufficiente a dimostrarlo: fra i più attenti a questo aspetto s (...)

30Il primo è di ordine generale. Per formazione e vicenda personale Stazio è come si sa particolarmente legato alla tradizione greca così che nella sua opera Callimaco emerge come una presenza significativa e di grande complessità.36 La nitida movenza callimachea dell’epigramma in esame potrebbe perciò essere funzionale a una polemica ‘da poeta a poeta’. L’ipotesi si collega a una modalità compositiva e comunicativa di Marziale (e certo non solo sua): negli epigrammi indirizzati a un poeta (o a un appassionato di poesia) spesso viene inserito a mo’ di omaggio qualche elemento allusivo al genere da lui praticato o al suo gusto letterario. In Marziale questo fenomeno attende di essere studiato in modo sistematico ma è palese che, ad esempio, tratti epici si incontrano in relazione a Silio Italico (cfr. in particolare 4, 14), allusioni elegiache sono attivate in epigrammi per Nerva (8, 70) e Stella (6, 47 e 12, 11), scelte neoterizzanti impreziosiscono l’epigramma 10, 20 per Plinio il Giovane. Se elementi allusivi a generi ed esponenti della tradizione letteraria possono entrare nel gioco della comunicazione cortese verso amici e patroni, essi potranno anche all’opposto essere piegati alla polemica contro un poeta rivale, rivolgendo acutamente contro di lui i principi di una delle sue massime auctoritates.

  • 37 Cfr. Neger 2012, 126-129 per il rapporto fra epigramma e arti figurative e un collegamento fra il G (...)
  • 38 Oltre a Bonadeo 2010, spec. 211-213 e 215-219, si vedano McNelis 2008, 259-261, e Papini in stampa.

31Una seconda suggestione, questa più specifica. È stata osservata la prossimità del nostro epigramma al Gedichtpaar 9, 43-44, dedicato all’Ercole Epitrapezios (alla lettera ‘da tavolo’, cioè di piccole dimensioni) di Novio Vindice, una preziosa statuetta celebrata anche da Stazio in silvae 4, 6.37 Fra i componimenti dei due autori, forse scaturiti dalla stessa occasione e in ogni caso sollecitati dallo stesso committente, sono stati individuate corpose tracce di un botta e risposta polemico: se è difficile ricostruirne i tempi e le dinamiche, si tratta però di un caso nel quale la querelle fra i due colleghi risulta ipotesi alquanto plausibile. Alla luce dell’intertesto degli aitia sotteso all’epigramma 9, 50, mi colpisce in particolare lo scoperto riferimento ai Telchini e a un’estetica chiaramente callimachea nel componimento staziano. La statuetta, ci dice la silva, non è opera dei Telchini, dei Ciclopi, o di Vulcano in quanto non sono in grado di produrre manufatti tanto raffinati e su piccola scala (47-49), mentre questo Ercole dà l’illusione di nobiltà e grandezza pur nelle ridotte dimensioni (così soprattutto il v. 43, ac spatio tam magna brevi mendacia formae, “e poi in uno spazio tanto ridotto che impressione di imponente fisicità” [trad. Bonadeo]).38

32Si deve in particolare ad Alessia Bonadeo l’aver individuato in questi versi, di tradizione tormentata, una dichiarazione che illustra e nobilita la poesia delle silvae, poemetti brevi ma in grado di veicolare in modo adeguato contenuti nobili e grandi. In silvae 4, 6 tra la statuetta e la poesia che la celebra si instaura, secondo l’acuta lettura di Bonadeo, una competizione sul piano di raffinatezza ed efficacia rappresentativa. Marziale allora risponderebbe al componimento staziano non solo, come è stato finora ipotizzato, tramite alcuni tratti del Gedichtpaar sullo stesso tema ma anche con un epigramma collocato poco dopo all’interno del libro nono e che rovescia le specifiche suggestioni metapoetiche della silva: prima tramite un aperto richiamo al proemio degli aitia di Callimaco e poi tramite il motivo dell’ut sculptura poesis (fra l’altro un ulteriore elemento di 9, 50 estraneo alle recusationes della tradizione satirica e che può suggerire un collegamento privilegiato con i testi sull’Ercole Epitrapezios), Marziale ricorderebbe cioè a Stazio che lui è in realtà prima di tutto un prolisso poeta epico, mentre vivacità ed efficacia sono prerogative della poesia epigrammatica e della sua brevitas.

  • 39 Ritengo invece una forzatura ricondurre a una eventuale polemica con Stazio le altre recusationes d (...)

33Un cauto bilancio di queste sommarie considerazioni. Il Gauro di 9, 50 non richiede di essere ridotto di necessità uno a uno con Stazio e l’epigramma in esame può certamente essere compreso anche intendendo il rivale come il generico esponente di una tendenza letteraria. Tuttavia, se vorremo valorizzare le specificità del testo e il suo peculiare orientamento callimacheo, l’identificazione potrà, io credo, essere legittimamente proposta: 39Marziale strizza l’occhio al lettore del nono libro, in grado, se vuole assumersene la responsabilità, di attivare sulla base di una serie di indizi l’intricato gioco allusivo alla poetica dell’Alessandrino e dunque all’opera del ‘rivale’.

34Il proemio degli aitia, in cui Walter Wimmel individua la matrice della successiva tradizione recusatoria, non smette con l’età flavia di suggerire ai poeti modalità di comunicazione e di espressione. Il dialogo si instaura ora con una società che ostenta buon gusto, ricchezza e cultura letteraria come elemento di distinzione: è in relazione agli interlocutori interni a questo mondo elegante che il gesto recusatorio si trasforma profondamente mantenendo tuttavia un valore apologetico e rimanendo, per usare un termine caro a Wimmel, una modalità di Kampfform. Sia nell’omaggio ai patroni sia nelle dichiarazioni di poetica, dirette o mediate, Marziale dimostra grande consapevolezza e padronanza della tradizione callimachea, che sa adeguare con duttilità alle situazioni e ai toni ora cortesi ora comico-realistici del suo epigramma, richiamando talvolta direttamente il modello originario (1, 107; 9, 50). Hominem sapere significa non solo descrivere sitazioni basse e degradate ma anche entrare in dialogo con la vita letteraria e culturale dell’età flavia, del cui sistema di comunicazione e omaggio facevano saldamente parte lessico e immagini della tradizione recusatoria callimacheo-oraziana.

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Notes

1 Questo intervento scaturisce dall’occasione dei sessant’anni dalla pubblicazione del Kallimachos in Rom di Walter Wimmel (1960) ricordata con ritardo dovuto al Covid nel convegno “Callimaque, Alexandrie et Rome: passé, présent et futur” tenutosi all’Università di Ginevra nei giorni 23 e 24 settembre 2022. Ringrazio gli organizzatori, Joseph Farrell e Damien Nelis, e i colleghi presenti, in particolare Florence Klein, Nita Krevans e Antonino Pittà. Ringrazio inoltre Massimiliano Papini per avermi inviato in anteprima un suo lavoro in corso di stampa dedicato allo Zeus di Olimpia da Callimaco a Marziale, e gli amici Stefano Briguglio e Alberto Canobbio, insieme ai referee anonimi della rivista, per i loro preziosi suggerimenti.

2 Per una introduzione a Callimaco a Roma si può partire da Thomas 1993, Hunter 2006, Barchiesi 2011.

3 Osservazioni sui limiti dell’impostazione di Wimmel in Banta 1998, 25-35; Merli 2013, 1-8.

4 Il rapporto delle dichiarazioni di poetica di Marziale con questo passo di Persio è stato posto in evidenza fin da Citroni 1968, 278-280. La tradizione della polemica anti-mitologica nella satira e in Marziale è passata in rassegna da Perruccio 2007. Su 10, 4 da vedere i contributi recenti di Buongiovanni 2016 e Cartlidge 2018. Interessanti in particolare le considerazioni di Buongiovanni che mette in dubbio la liceità di definire recusationes testi che non si modellano in modo forte sul proemio degli aitia. La tendenza degli studi ad ampliare i confini di ciò che si intende per recusatio è rilevata anche da Mateo Decabo 2020, 180-182.

5 Ad es. epos (Silio Italico; Giulio Ceriale; Memore), tragedia e lirica (Varrone), elegia (Stella; Nerva; Sulpicia), bucolica (Voconio Vittore), satira (Turno), epigramma (Cerrinio); per una rassegna dei poeti contemporanei presenti negli epigrammi si veda Mindt 2013, 196-243. – La tendenza neoterizzante in età flavia e traianea è stata ben indagata da Mattiacci 2007 e 2007a.

6 Nauta 2006.

7 Neger 2022. La studiosa parte da una definizione di recusatio piuttosto larga e adatta perciò al multiforme oggetto ‘epigramma’: “le rejet de grandes oeuvres comme l’épopée ou la tragédie et le choix de la ‘petite forme’”, 1315.

8 Una messa a punto della contrapposizione fra grande e piccolo in Marziale in Canobbio 2016.

9 Il dato è stato evidenziato indipendentemente da Nauta 2006, 37-38, e Knox 2006 (che estende i termini della ripresa al nesso saepe mihi = πολλάκις μοι).

10 Una costante della poesia di Marziale, cfr. spec. 8, 55; 11, 3 con Gold 2003; più in generale della nostalgia per Mecenate nei poeti dell’epoca imperiale tratta Bellandi 1995.

11 Cfr. ad esempio l’epigramma 5, 16, una conferma della scelta di scrivere testi divertenti, delectantia, invece di seria nel contesto di un rapporto privilegiato con il lettore romano; inoltre, la conclusione di 8, 55, in cui la nostalgia per Mecenate non contrasta con la vocazione epigrammatica.

12 Nella tradizione recusatoria latina il termine compare in Verg. ecl. 6, 4-5, dove la grassa pecora, pinguis ovis, si trova in opposizione al canto sottile, deductum carmen; cfr. poi Hor. sat. 2, 6, 14-15. Non lo si incontra invece nelle dichiarazioni di poetica dell’elegia e in quelle della lirica oraziana che, coerentemente con il motivo della culpa ingenii, non manifestano disprezzo per la poesia ‘grande’ ma si dichiarano impari a sostenerne il peso.

13 Ingleheart 2010, 273-274, collega il termine all’infertilità del genere elegiaco più che a quella della vena poetica di Ovidio ma io credo che possano essere presenti entrambe le sfumature, in quanto un talento tenuis è adatto a temi minori. Pochi versi dopo viene introdotta fra l’altro la culpa ingenii: et tamen ausus eram: sed detractare videbar, / quodque nefas, damno viribus esse tuis, 337-338 (“e tuttavia avevo tentato, ma avevo l’impressione di immiserirle e, cosa indegna, di guastare la tua grandezza” [trad. Lechi]).

14 Cfr. in questo senso anche le epistole dal Ponto indirizzate ad amici poeti epici: 2, 10 a Macro e soprattutto 4, 2 a Cornelio Severo; quest’ultimo un testo cruciale quanto alle trasformazioni dei motivi callimachei nel passaggio all’età imperiale, per il quale rimando a Merli 2013, 30-36.

15 Cfr. Pont. 1, 5, 33 e 4, 2, 16, dove compare l’immagine proverbiale di arare la sabbia, in contrasto con il fertile pectus di Severo e la ricca messe del suo raccolto poetico presentati poco prima, 11-12. Cfr. anche Prop. 2, 11, 2: laudet, qui sterili semina ponit humo, “lodi, chi getta semi in una terra sterile”, sull’inutilità di celebrare in versi Cinzia, insensibile e ingrata.

16 Il termine compare in un contesto di polemica e lamento sulle condizioni dei clienti (ma non si tratta patronato letterario) anche in Mart. 10, 19, 3, sterilem… amicum (su un patrono non generoso); Iuv. 12, 96-97, amico / tam sterili (su un amico che ha figli e che dunque lascerà a loro in eredità i propri beni).

17 Per il rapporto di Marziale con Callimaco cfr. Neger 2012, 77-87, inoltre Mindt 2013a, 542-549; numerosi elementi sul rapporto fra Marziale e l’epigramma greco in Lucci 2015 (risorsa online).

18 Questione che si complica prendendo in considerazione poco dopo nel libro settimo l’epigramma 46, rivolto a un patrono fittizio che, incapace di comporre un bigliettino in versi, ritarda l’invio del dono vero e proprio. Che si tratti di un terreno dai delicati equilibri può essere suggerito anche dalla scomparsa di Castrico dal corpus dopo questo epigramma. In linea generale, Marziale si aspettava dai patroni munera sostanziosi e non versi o libri di poesia, cfr. Merli 2020, 196-199.

19 La comunicazione ‘da poeta a poeta’ in contesto clientelare o in ogni caso all’interno di un rapporto fortemente sbilanciato inizia con l’Ovidio dell’esilio, rispetto a Germanico e altri destinatari, e si sviluppa in età imperiale con Stazio e Marziale. Il fenomeno meriterebbe uno studio apposito.

20 Plinio, epist. 4, 21, 1 (sui poemetti, poematia, di Senzio Augurino) e 6, 21, 4 (i mimiambi di Virgilio Romano). Rimando per ulteriori materiali a Merli 2013, 136-138.

21 Oltre a Schöffel 2002, 96-119, si vedano gli importanti contributi di Canobbio 2005 e 2011, che mettono in luce rispettivamente il legame con l’elegia romana e la funzione specifica di una così segnata allusività ‘augustea’ all’interno dell’ottavo libro degli epigrammi. Neger 2012, 149-156 sottolinea il legame anche di ‘sceneggiatura’ con Ovidio, amores 3, 1. – Sulla presenza delle Muse in Marziale giuste osservazioni in Johannsen 2006, 154-156.

22 Cfr. inoltre Prop. 2, 34, 43, incipe iam angusto versus includere torno, “comincia ormai a serrare i tuoi versi nello stretto tornio”: un consiglio all’amico Linceo, finora autore di epos e tragedia, se vorrà scrivere versi adatti al corteggiamento di una fanciulla.

23 Si pensi anche a Persio 1, 14, contro la ricerca di grande aliquid, quod pulmo animae praelargus anhelet, “qualcosa di grande, che il polmone ben gonfio d’aria soffi fuori”.

24 Scarsa fortuna ha oggi fra gli studiosi la possibilità alternativa che il nome derivi da un monte della Campania, con allusione a Stazio che di quella regione era originario: sintetico riassunto della questione in Moreno Soldevila et alii 2019, 256-257. Per altro anche il carattere superbo e pieno di sé non sarebbe in contrasto con un ritratto in malam partem di Stazio. Sull’ipotesi di identificazione, in base ad altri elementi, torneremo infra.

25 Il puer di Bruto è una celebre statuetta, opera greca del V secolo particolarmente apprezzata da Bruto e dall’età flavia (Marziale la nomina anche altrove sempre con tono elogiativo, cfr. 2, 77 e 14, 171); non abbiamo invece elementi del tutto certi per identificare il Langon, forse la statua di un giovane schiavo. I dati in nostro possesso sono esposti in Henriksén 2012, 222-223. Da vedere Prioux 2008, 329-330.

26 Flacco è forse un poeta e patrono, cfr. Moreno Soldevila et alii, 2019, 236-237.

27 Elementi in questo senso sono segnalati da Mattiacci 2007, 189-190 e soprattutto da Canobbio 2008, 189 n. 49.

28 1, 9: Bellus homo et magnus vis idem, Cotta, videri: / sed qui bellus homo est, Cotta, pusillus homo est (“Vuoi sembrare un uomo elegante e grande al tempo stesso, Cotta; ma un uomo elegante, Cotta, è un uomo piccolo”); cfr. anche 3, 62, 7-8.

29 Lo osserva Canobbio 2008, 189 n. 49. Si può consultare in proposito la voce puer in Ernout – Meillet 2001, 543, e in de Vaan 2008, 496.

30 Sull’adagio “grande libro, grande male” è giocato fra l’altro l’epigramma 1, 118 che chiude il primo libro: Cui legisse satis non est epigrammata centum, / nil illi satis est, Caediciane, mali (“Chi non ne ha abbastanza di leggere cento epigrammi, non ha mai abbastanza male, Cediciano”). Marziale anche qui riprende i principi callimachei piegandoli alla propria intenzione comunicativa.

31 Anche questo confronto è suggerito da Canobbio 2008, 189 n. 49. Sul motivo del fango cfr. inoltre Baumann 2019, 156-161, che giunge a conclusioni diverse da quelle qui proposte.

32 Per orientarsi sull’epigramma longum si può partire dai saggi raccolti in Morelli 2008.

33 La questione è illustrata da Massimilla 1996, 199-200 e Harder 2012, 8 e 14.

34 Un’intuizione di Sullivan 1991, 125, in relazione al silenzio di Marziale rispetto al nome di Stazio. – Fra l’altro anche l’epigramma 6, 64, una invettiva dai toni particolarmente veementi e dai caratteri formali del tutto peculiari (si tratta di un epigramma lungo in esametri) non fa il nome del personaggio contro cui si scaglia violentemente.

35 Per i termini della questione si rimanda a Bonadeo 2010, 43-56 (cautamente possibilista); su 9, 50 vedi da ultimo Baumann 2019, 124-134 (Gauro non è Stazio). Incline a una parziale identificazione Henriksén 1998 e 2012, 218-221: lo studioso individua una polemica specifica nel nono libro e negli anni 94 e 95, identificando fra l’altro con Stazio anche il protagonista di 9, 81. Lavori recenti tendono ad abbandonare la domanda secca sulla rivalità e la ricerca di indizi per impostare in modo più largo la questione: così Dominik 2016 (con ricca bibliografia) e Roman 2016.

36 Uno sguardo ai commenti in uso sarà sufficiente a dimostrarlo: fra i più attenti a questo aspetto sono Micozzi 2007, Bonadeo 2010, Pittà 2021, ai quali si aggiunga almeno il saggio di Econimo 2021, 84-88, per la complessa ricezione del programma callimacheo nella Tebaide. – Già Ross 1975, 142-143 inseriva del resto Stazio in un elenco di poeti callimachei.

37 Cfr. Neger 2012, 126-129 per il rapporto fra epigramma e arti figurative e un collegamento fra il Gedichtpaar e 9, 50; una più ampia disamina delle opere d’arte nel corso del nono libro in Lorenz 2003.

38 Oltre a Bonadeo 2010, spec. 211-213 e 215-219, si vedano McNelis 2008, 259-261, e Papini in stampa.

39 Ritengo invece una forzatura ricondurre a una eventuale polemica con Stazio le altre recusationes di stampo satirico, sulla scia di Friedlaender 1886 a 4, 49; Sullivan 1991 in particolare pone l’accento sulla presenza di Partenopeo per orientare in senso antistaziano 10, 4 (73 n. 32; 113-114; 125-126).

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Pour citer cet article

Référence électronique

Elena Merli, « La recusatio in Marziale: Walter Wimmel, i patroni e un Telchino (1, 107; 7, 42; 9, 50) »Dictynna [En ligne], 20 | 2023, mis en ligne le 01 décembre 2023, consulté le 21 juin 2024. URL : http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/dictynna/3599 ; DOI : https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/dictynna.3599

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Elena Merli

Università Degli Studi di Milano

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