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AccueilNuméros48Un témoignageIl “mio” Leonardo Sciascia

Résumés

L’intellettuale non rappresenta nulla se non rappresenta l’individuo e la sua libertà, se non mantiene a qualunque costo il principio stesso dell’individualità, il diritto al dubbio e alla critica, il senso del vero e del falso, il rifiuto della menzogna, la ricerca ossessiva della verità. È la cifra di Leonardo Sciascia: che preferiva perdere lettori, piuttosto che ingannarli. Come pochi, nel secolo che ci siamo lasciati alle spalle, Sciascia ha svolto una funzione eminentemente civile e sociale, solidale, attivamente partecipe dei diritti di tutti e prioritariamente degli offesi e degli umiliati, coloro che sono silenziosi e silenziati, più facilmente ingannati e ingannabili. Questo è stato Sciascia nella vita, e attraverso i suoi libri, i suoi scritti, continua a essere.

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Texte intégral

1Preliminare, doverosa, “avvertenza”: racconto quello che forse è un mio personalissimo Leonardo Sciascia. Lo scrittore affermato che un giorno di ormai tanti anni fa si trova tra le mani la lettera di un ragazzetto che presuntuosamente gli propone di collaborare a una rivistina messa su alla bell’e meglio; gli garantisce, pensate l’arroganza!, totale libertà, ma nessun compenso. Benevolo Sciascia risponde che lo farà volentieri: perché è giunto il tempo di fare quello che Seneca diceva dovessero fare gli schiavi: cominciare a “contarsi”; e a onta del preteso pessimismo che gli si vuole incollare, si dice sicuro che si scoprirà, con nostra sorpresa, “d’essere più di quanti si crede”; isolati forse, ma non soli, e comunque sufficienti a opporre una “opinione” alle “opinioni”.

2Sciascia che interrompe il suo lavoro, quando irrompo nella sua casa palermitana a viale Scaduto per chiedergli un paio di cartellette da usare per prefazione a un libro, Storie di ordinaria ingiustizia, che con molto anticipo raccontava le sventure di tanti signor “nessuno” che hanno patito calvari analoghi a quello di Enzo Tortora; e sono un paio di cartelle scritte in mezz’ora dense e sapide come solo lui sa. 

3Sciascia, celebrato e detestato insieme, per il coraggio delle sue prese di posizione, la lucidità del suo ragionare implacabile; per questo ancora oggi urticante, fastidioso. 

4Il tentativo/obiettivo è quello di ragionare su un aspetto che si cerca di ignorare, non certo a caso: il suo essere scrittore politico, immerso consapevolmente e totalmente nella realtà; l’aver voluto sempre fare politica in senso etico: il cosciente mescolare politica ed etica, nel tentativo di perseguire conoscenza e verità. Il motivo per cui, pur deluso da precedenti esperienze, dopo aver rifiutato gli inviti a candidarsi nelle liste del PSI e del PLI, accetta di farlo in quelle del Partito Radicale: un partito a cui era sempre stato vicino, come Elio Vittorini, Ignazio Silone, Pier Paolo Pasolini. Ma a candidarsi non ci pensa proprio, ed è ben intenzionato a dire un cortese “No, grazie” a Marco Pannella, volato a Palermo per convincerlo. Vecchia volpe, Pannella sa trovare la chiave giusta: “Non ti chiediamo di aderire al nostro programma. Siamo noi radicali che aderiamo al tuo”. È fatta: accende l’ennesima sigaretta, con lo sguardo osserva le volute del fumo; infine, passa dal “Lei” al “Tu”: “Hai bussato perché sapevi che era già aperto”. 

5Un ministro dell’Istruzione degno di questo nome e compito inviterebbe le scuole a dedicare qualche ora di lezione per leggere un paio di pagine tra i tanti libri che ci ha lasciato. Leggerle a voce alta, e commentarle, discuterle.

6A chi gli chiede in cosa consiste un efficace impegno anti-mafia, Sciascia risponde: “Una manifestazione in meno, ma leggere un libro di più”. Antidoto simile a quello suggerito dal grande amico Gesualdo Bufalino: “Per combattere Cosa Nostra più maestri di scuola”. 

7La cultura, insomma: antidoto contro la mafia; e più in generale contravveleno all’ignoranza e la stupidità. 

8Sciascia “ossessionato” dal problema della giustizia, e di come viene (malamente) amministrata. Nel testo che mi affida, scrive dell’errore giudiziario; raccomanda di tener sempre a mente il monito di Alessandro Manzoni:

quasi sempre si tratta di “errori” ben visibili ed evitabili; e in particolare visibili ed evitabili proprio da parte di chi li commette: “trasgredir le regole ammesse anche da loro… se non seppero quello che facevano, fu per non volerlo sapere, fu per quell’ignoranza che l’uomo assume e perde a suo piacere, e non è una scusa, ma una colpa” [Genah, Vecellio 1987, 8].

9Per dare spiegazione di come l’amministrazione della giustizia sia quella che è, spiega che

deriva principalmente dal fatto che una parte della magistratura non riesce a introvertire il potere che le è assegnato, ad assumerlo come dramma, a dibatterlo ciascuno nella propria coscienza, ma tende piuttosto ad estrovertirlo, ad esteriorizzarlo, a darne manifestazioni che sfiorano, o addirittura attuano l’arbitrio. Quando i giudici godono il loro potere invece di soffrirlo, la società che a quel potere li ha delegati, inevitabilmente è costretta a giudicarli. E siamo a questo punto [Genah, Vecellio 1987, 12-13].

10Va citato, a questo punto, un passaggio che si ricava da Una storia semplice (1989), l’ultimo libro, scritto, in parte dettato, con grande fatica, ma straordinariamente lucido. Un vecchio professore è interrogato dal suo ex alunno, diventato magistrato inquirente. «Posso permettermi di farle una domanda?… Poi gliene farò altre, di altra natura…», dice ammiccante il magistrato. «Nei componimenti d’italiano lei mi assegnava sempre un tre, perché copiavo. Ma una volta mi ha dato un cinque: perché? Perché aveva copiato da un autore più intelligente», risponde il professore. Il magistrato scoppia a ridere: «L’italiano: ero piuttosto debole in italiano. Ma, come vede, non è poi stato un gran guaio: sono qui, procuratore della Repubblica…». Il professore fulminante: «L’italiano non è l’italiano: è il ragionare. […] Con meno italiano, lei sarebbe forse ancora più in alto» [Sciascia 1997, 46].

11Ma ancora prima, ne Il contesto, del 1971 (e mirabile rappresentazione ne da Max von Sydow in Cadaveri eccellenti, del 1976, di Francesco Rosi). Uno dei passaggi-chiave è il colloquio del commissario Rogas, alle prese con una serie di misteriosi delitti eccellenti, con il giudice Riches, presidente della Corte Suprema. I due parlano della giustizia, di come viene amministrata. Riches dice:

Prendiamo la messa: il mistero della transustanziazione, il pane e il vino che diventano corpo, sangue e anima di Cristo. Il sacerdote può anche essere indegno, nella sua vita, nei suoi pensieri: ma il fatto che è stato investito dell’ordine, fa sì che ad ogni celebrazione il mistero si compia. Mai, dico mai, può accadere che la transustanziazione non avvenga. E così è un giudice quando celebra la legge: la giustizia non può non disvelarsi, non transustanziarsi, non compiersi. Prima il giudice può arrovellarsi, macerarsi, dire a se stesso: non sei degno, sei pieno di miseria, greve di istinti, torbido di pensieri, soggetto a ogni debolezza e a ogni errore; ma nel momento in cui celebra, non più. E tanto meno dopo [1979, 86].

12Timidamente il commissario obietta: «E i grandi di giudizio, la possibilità dei ricorsi, degli appelli…» [87]. Il giudice non ammette obiezioni:

Postulano, lei vuole dire, la possibilità dell’errore... ma non è così. Postulano soltanto l’esistenza di un’opinione diciamo laica sulla giustizia, sull’amministrazione della giustizia. Un’opinione che sta al di fuori. Ora quando una religione comincia a tener conto dell’opinione laica, è ben morta, anche se non sa di esserlo. E così è la giustizia, l’amministrazione della giustizia [87].

13E infine la causa dello sfacelo, o del principio dello sfacelo è da attribuire agli illuministi francesi e in particolare al Traité sur la tolérance à l’occasion de la mort de Jean Calas di Voltaire:

il punto di partenza dell’errore: dell’errore che potesse esistere il cosiddetto errore giudiziario... Naturalmente, questo errore non sorge dal nulla né resta così, isolato o quanto meno isolabile: ha tutto un humus, tutto un contesto... il punto debole del trattato di Voltaire, il punto da cui io parto per rimettere le cose in sesto, si trova proprio nella prima pagina: quando pone la differenza tra la morte in guerra e la morte, diciamo, per giustizia. Questa differenza non esiste: la giustizia siede su un perenne stato di pericolo, su un perenne stato di guerra. C’era anche ai tempi di Voltaire, ma non si vedeva... Mi spingerò a un paradosso, che può anche essere una previsione: la sola forma possibile di giustizia, di amministrazione della giustizia, potrebbe essere, e sarà, quella che nella guerra militare si chiama decimazione. Il singolo risponde dell’umanità. E l’umanità risponde del singolo. Non ci potrà essere altro modo di amministrare la giustizia. Dico di più: non c’è mai stato. Ma ora viene il momento di teorizzarlo, di codificarlo [88-89].

14“Pillole” sufficienti per comprendere l’amara, radicale, “visione” di Sciascia non tanto della giustizia, quanto di come (e da chi) viene amministrata. 

15Si spiega anche come sul suo capo si sia rovesciata una quantità di insulti. Eccone un parziale repertorio: “Codardo”; “Sprazzi di autentica balordaggine”; “Aspetto profondamente reazionario”; “Amara e inutile vecchiaia”; “Lancia avvertimenti mafiosi”; “Penoso”; “Precipitato al livello di un terrorismo piccolo-borghese”; Travolto dagli anni e da antichi livori”; “Gravissimi furono i suoi silenzi”; “Stregato dalla mafia”; “La sua funzione è esaurita”; “Non ci serve più”; “Fa l’apologia della mafia”; “Non è più capace di immaginare un uomo vero”; “Il suo credo: vendo, ergo sum”; “Sta finendo piuttosto male”; “Disfattista”; “Arrogante”; “Si riduce in misere polemiche sulle Brigate Rosse e l’antimafia”; “Nei suoi romanzi, qualunquismo e codardia civile”; “Iena dattilografa”; “Trozkista”;  Quaquaraquà, ecc.

16C’è perfino chi ha sostenuto che Il giorno della civetta sia un romanzo che esalta la mafia. Mi è accaduto di parlarne con Emanuele Macaluso, da quasi un anno scomparso; Macaluso è stato un grande dirigente della sinistra italiana, sicilianissimo, da sempre amico di Sciascia. Fremeva per l’indignazione, l’amarezza; un furore represso a fatica:

Questa sciocchezza che purtroppo è stata detta da un parlamentare… della sinistra; non ne voglio neppure fare il nome. È la stupidità più clamorosa che ho sentito su Leonardo. Quel libro fu il primo che fece capire cos’è la mafia: non una delinquenza comune, ma personaggi che avevano anche un rapporto politico con la politica, ma anche con la gente: la Grande Mafia, la mafia-mafia che ha contato, aveva un rapporto politico con il potere, ma anche con la popolazione: si prestava a risolvere i problemi, una specie di tribunale per le questioni… altrimenti non era mafia, era delinquenza… Per la prima volta Sciascia fa capire che cos’è la mafia: con un carattere, una storia… Perché altrimenti non si capisce perché la mafia c’è da più di cento anni, e si discute ancora del suo potere.

17Macaluso il nome non lo vuole fare, io sì: perché è giusto che si serbi memoria di quella che valuto una vera e propria infamia; il sociologo ed ex parlamentare Pino Arlacchi. Ne ha scritto su Repubblica, quando Sciascia era già morto, impossibilitato a difendersi. Non può essere considerato un Maestro, scrive Arlacchi: «Perché gravissimi furono i suoi silenzi, mentre altri sfidavano le cosche; II giorno della civetta in realtà fa l’apologia di Cosa Nostra». Sciascia sarebbe nientemeno che «stregato dalla mafia».

18L’essenza de Il giorno della civetta è nel “metodo” proposto. Lo stesso che anni dopo adottano Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Boris Giuliano e tanti caduti nella lotta alla mafia. Il protagonista del romanzo, il capitano Bellodi, a un certo punto si rende conto che il capomafia Mariano Arena, grazie alle protezioni politiche, gli sta per scappare di mano; ha la tentazione di far uso di quei metodi al di sopra e al di là della legge del prefetto Cesare Mori, negli anni della dittatura fascista. Tentazione/illusione che subito rigetta, perché non bisogna uscire mai dai binari della legge, del diritto; sempre e comunque. Piuttosto,

bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell’inadempienza fiscale, come in America. Ma non soltanto le persone come Mariano Arena, e non soltanto qui in Sicilia. Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche; mettere mani esperte nella contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende: revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto dietro le idee politiche o le tendenze, o gli incontri dei membri più inquieti di quella grande famiglia che è il regime, e dietro i nemici della famiglia, sarebbe meglio si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuori serie, le mogli, le amanti di certi funzionari; e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso. Soltanto così a uomini come don Mariano comincerebbe a mancare il terreno sotto i piedi [Sciascia 1980, 99].

19Questo è il romanzo che fa «piacere alla mafia e la esalta», come ha anche detto Andrea Camilleri in un’intervista: Il giorno della civetta

  • 1 Silvia Truzzi, Camilleri: Il giorno della Civetta “Leonardo Sciascia non avrebbe mai dovuto scriver (...)

è uno di quei libri che non avrei voluto fossero mai stati scritti. Ho una mia personale teoria. Non si può fare di un mafioso un protagonista, perché diventa eroe e viene nobilitato dalla scrittura. Don Mariano Arena, il capomafia del “Giorno della civetta”, giganteggia. Quella sua classificazione degli uomini – omini, sott’omini, ominicchi, piglia ‘n culo e quaquaraquà – la condividiamo tutti. Quindi finisce con l’essere indirettamente una sorta di illustrazione positiva del mafioso e ci fa dimenticare che è il mandante di omicidi e fatti di sangue. Questi sono i pericoli che si corrono quando si scrive di mafia. La letteratura migliore per parlare di mafia sono i verbali dei poliziotti e le sentenze dei giudici.1

20Camilleri, Arlacchi e quanti la pensano come loro, di tutta evidenza non hanno capito nulla. Sciascia proprio ne Il giorno della civetta, e con trent’anni di anticipo, indica la strada del diritto e della legge per contrastare e sconfiggere la mafia: seguire la pista del denaro. Quella “lezione” che segue Giovanni Falcone, che appunto ne fa tesoro, e opera di conseguenza: “follow the money”. Il denaro, è noto, non puzza; ma una scia la lascia, a volerla e saperla vedere.

21Sciascia è anche il destinatario del sanguinoso insulto “Quaquaraquà”, quando pubblica I professionisti dell’antimafia. Vale la pena (pena in senso letterale) di ricordarla, quella polemica. 

22È il 10 gennaio 1987.  Il Corriere della Sera pubblica un lungo articolo di Sciascia che provoca scandalo; con il senno di oggi ci si rende conto che con molto anticipo mette in guardia da rischi e pericoli che puntualmente poi si sono avverati.

23L’articolo viene accolto da una quantità di polemiche, che culminano con l’insulto, l’accusa, scagliati con vera cattiveria: Sciascia diventa un “quaquaraquà”.

24È “colpevole” di porre un problema essenziale, che ancora oggi ci si deve porre, e che molto spesso la cronaca conferma di grande attualità. L’essenza di quell’articolo è che non si può derogare dal diritto; che non si può piegare una legge, una norma a seconda della contingente convenienza: se quella legge o quella norma sono sbagliate, inefficaci, non le si può aggirare, magari pensando di usarle in altra, conveniente, occasione. Le leggi e le regole sbagliate si cambiano; ma fino quando non si cambiano, si applicano. Non si può fingere che la norma non ci sia quando si tratta di attribuire un (meritato) incarico di vertice alla procura di Marsala, a Borsellino; è contemporaneamente farsi forte di quella norma, in altra occasione, per impedire a Falcone di ricoprire un incarico apicale a palazzo di Giustizia di Palermo, e che certamente meritava e avrebbe ricoperto in maniera eccellente.

  • 2 Leonardo Sciascia, I professionisti dell’antimafia, in «Corriere della Sera», 10 gennaio 1987 [poi (...)

25Inoltre Sciascia ammonisce che l’antimafia facilmente si può trasformare in strumento di potere; e lo può benissimo diventare anche in un sistema democratico, «retorica aiutando, e spirito critico mancando»2.

26Un livello di polemica che indigna il compianto Tullio De Mauro, il cui fratello Mauro, giornalista de L’Ora impegnato in inchieste di mafia, scompare un giorno del 1970, mai più ritrovato. Dice De Mauro:

I libri di Sciascia ci hanno aiutato ad aprire gli occhi sul fatto che la mafia non era un fenomeno folcloristico siciliano. E Sciascia si è sempre esposte in prima persona. Io sono stato coinvolto amaramente nel 1970 dalla scomparsa di mio fratello. A Palermo, dove insegnavo, gli amici, i colleghi, gli studenti, per strada non mi salutavano. Le persone che frequentavano la mia famiglia si contavano sulla punta delle dita. E Leonardo era lì, come in una serie di innumerevoli circostanze. Un sociologo [Arlacchi, ndr] dovrebbe valutare queste cose, come dovrebbe aver capito che Sciascia aveva intuito perfettamente la struttura internazionale della mafia e i suoi stretti rapporti con il mondo della politica [Vecellio 2019, 29].

27Non era un mafiologo, Sciascia; ma di mafia capiva, vedeva, sapeva. È questo suo “sapere”, questo suo “capire” che irritava e irrita ancora. Il fatto che ci insegna a coltivare il dubbio; la libertà del dissenso, il lusso della critica. Quello di Sciascia è un costante richiamo alle regole, al dover rispettare le leggi e il diritto.

28Siamo all’oggi. Vediamo cosa scrive l’ex magistrato Giuseppe Di Lello, a suo tempo nel pool antimafia di Falcone, nella prefazione al libro I tragediatori dell’ex vice-presidente della Commissione parlamentare antimafia Francesco Forgione:

Lo scopo dichiarato del libro di Forgione è analizzare i motivi profondi di una svolta rovinosa, individuando tutti i pericoli di un’antimafia opportunista e di facciata. Siamo infatti in una fase in cui tutto appare confuso e, per le tante ambiguità di molti protagonisti di vicende che interessano la lotta alla mafia, sembra difficile capire dove si situa il confine tra un’azione di contrasto seria ed efficace e comportamenti che, con il paravento dell’antimafia, sconfinano a volte nell’illiceità o quantomeno nel malcostume [Forgione 2016, 7].

29Lo stesso Forgione va giù a colpi di maglio:

L’antimafia dei tragediatori è scoperta. È finita. Chi sono, da dove vengono e perché stanno crollando le icone e i “miti” dell’antimafia… Imprenditori, giornalisti, magistrati, associazioni, sono travolti da inchieste giudiziarie e dalla questione morale. Hanno costruito carriere, accumulato potere, fatto affari. Nei salotti televisivi e sui giornali erano i nuovi eroi. Sempre pronti a dividere il mondo tra buoni e cattivi, puliti e collusi. Per anni sono stati intoccabili: o con loro, o con la mafia. Una trasfigurazione della realtà nella quale si perde il confine tra mafia e antimafia. È una storia che viene da lontano con risvolti politici e sociali [25].

30Una delle ultime dichiarazioni rilasciate da Leonardo Sciascia è un po’ il paradigma di quello che è stato, ha fatto, ha cercato di fare. La dichiarazione è questa:

  • 3 Dichiarazione di Leonardo Sciascia rilasciata a Tuttolibri, «La Stampa», 9 maggio 1979, poi inclusa (...)

Parlando di politica, Borges diceva che se ne era occupato il meno possibile, tranne che nel periodo della dittatura. Ma quella – aggiungeva – non era politica, era etica. Al contrario, io mi sono sempre occupato di politica; e sempre nel senso etico. Qualcuno dirà che questa è la mia confusione, o il mio errore: voler scambiare la politica con l’etica. Ma sarebbe una ben salutare confusione e un bel felice errore se gli italiani, e specialmente in questo momento, vi cadessero.3

31Tra le mie carte ho poi trovato un biglietto, poche frasi che possono valere come ideale integrazione alla citata dichiarazione:

  • 4 Dichiarazione di Leonardo Sciascia rilasciata a «Notizie Radicali», 15 maggio 1979, poi inclusa in (...)

Bisogna rompere i compromessi e le compromissioni, i giochi delle parti, le mafie, gli intrallazzi, i silenzi, le omertà; rompere questa specie di patto fra la stupidità e la violenza che si viene manifestando nelle cose italiane; rompere l’equivalenza tra il potere, la scienza e la morte che sembra stia per stabilirsi nel mondo; rompere le uova nel paniere, se si vuol dirla con linguaggio e immagine più quotidiana, prima che ci preparino la letale frittata. Questa è l’era della rottura – o soltanto l’ora. Non bisogna lasciarla scivolare sulla nostra indifferenza, sulla nostra ignavia.4

32Certo: la tentazione di essere attivamente indifferenti, una schifata ignavia, era allora – stiamo parlando di trent’anni fa – giustificata; e figuriamoci oggi, dove davvero tutto sembra andarsene a rotoli sia per quel che riguarda la politica, sia per quel che riguarda l’etica.

33C’è un passaggio estremamente significativo in A futura memoria, una raccolta di articoli a cui teneva particolarmente, e che ha un sottotitolo amaro, se la memoria ha un futuro:

  • 5 Leonardo Sciascia, Risposta a Eugenio Scalfari, in «La Stampa», 6 agosto 1988, poi in Idem, A futur (...)

Io ho dovuto fare i conti, da trent’anni a questa parte, prima con coloro che non credevano o non volevano credere all’esistenza della mafia e ora con coloro che non vedono altro che mafia. Di volta in volta sono stato accusato di diffamare la Sicilia o di difenderla troppo; i fisici mi hanno accusato di vilipendere la scienza, i comunisti di aver scherzato con Stalin, i clericali di essere un senza Dio, e così via. Non sono infallibile; ma credo di aver detto qualche inoppugnabile verità. Ho da rimproverarmi e da rimpiangere tante cose; ma nessuna che abbia a che fare con la malafede, la vanità e gli interessi particolari. Non ho, lo riconosco, il dono dell’opportunità e della prudenza. Ma si è come si è.5

34Di Sciascia resta il complesso della sua opera. Un patrimonio importante che ci ha lasciato è la sua battaglia per la giustizia: mai come oggi si avverte la assenza, il fatto che non ci sia una grande personalità come la sua. C’è come un vuoto, da quando se n’è andato, che nessuno ha saputo colmare.

  • 6 Leonardo Sciascia, autodefinizione raccolta dall’autore, ma anche da altri che hanno avuto la fortu (...)

35Sciascia amava citare due scrittori: il cattolico Georges Bernanos, autore di un grande libro contro il franchismo, I grandi cimiteri sotto la luna (e per questo nel mondo cattolico di allora divenne una pecora nera); e André Gide, che pur comunista, prima di diventare uno dei sei “rinnegati”, come li bollò Palmiro Togliatti, non esitò a denunciare negli anni Trenta, con Ritorno dall’URSS, gli orrori staliniani e del comunismo sovietico. Due scrittori, due libri, due “solitudini”. Per Sciascia erano il modello più alto di impegno. Una volta confidò di sentirsi, e di essersi sentito per tutta la vita, come il pesce volante citato da Voltaire: «Se si innalza un poco, gli uccelli lo divorano. Se si immerge sott’acqua se lo mangiano i pesci». Una condizione, aggiunse, «bellissima, anche se tremenda». Poi, con una punta di malinconia, si domandava: «Quanti sono oggi, in Italia, gli uomini di lettere disposti ad accettare questa condizione e a viverla?»6.

36Avere spirito critico, unico antidoto in un mare di retorica che minaccia di travolgerci: questo l’insegnamento che ci ha lasciato. Forse il più importante.

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Bibliographie

Forgione, Francesco, I tragediatori. La fine dell’antimafia e il crollo dei suoi miti, Soveria Mannelli (Cz), Rubbettino, 2016.

Genah, Raffaele, Vecellio, Valter, Storie di ordinaria ingiustizia, prefazione di Leonardo Sciascia, Milano, Sugarco Edizioni, 1987.

Sciascia, Leonardo, Il contesto, Torino, Einaudi, Nuovi Coralli, [1971] 1979.

Sciascia, Leonardo, Il giorno della civetta, Torino, Einaudi, Nuovi Coralli, [1961] 1980.

Sciascia, Leonardo, La palma va a nord, a cura di Valter Vecellio, Milano, Gammalibri, 1982 (prima edizione, Roma, Edizioni Quaderni Radicali, 1981).

Sciascia, Leonardo, I professionisti dell’antimafia, in «Corriere della Sera», 10 gennaio 1987.

Sciascia, Leonardo, A futura memoria (se la memoria ha un futuro), Milano, Bompiani, 1989.

Sciascia, Leonardo, Una storia semplice, Torino, L’Angolo Manzoni Editrice, 1997 (prima edizione, Milano, Bompiani, 1989).

Truzzi, Silvia, Camilleri: Il giorno della Civetta “Leonardo Sciascia non avrebbe mai dovuto scriverlo”, intervista ad Andrea Camilleri, in «Il Fatto Quotidiano», 20 novembre 2009.

Vecellio, Valter, Leonardo Sciascia. La politica, il coraggio della solitudine, Roma, Edizioni Ponte Sisto, 2019.

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Notes

1 Silvia Truzzi, Camilleri: Il giorno della Civetta “Leonardo Sciascia non avrebbe mai dovuto scriverlo”, intervista ad Andrea Camilleri, in «Il Fatto Quotidiano», 20 novembre 2009.

2 Leonardo Sciascia, I professionisti dell’antimafia, in «Corriere della Sera», 10 gennaio 1987 [poi in Idem, A futura memoria (se la memoria ha un futuro), 1989].

3 Dichiarazione di Leonardo Sciascia rilasciata a Tuttolibri, «La Stampa», 9 maggio 1979, poi inclusa in Idem, La palma va a nord, a cura di Valter Vecellio, 1982.

4 Dichiarazione di Leonardo Sciascia rilasciata a «Notizie Radicali», 15 maggio 1979, poi inclusa in ibidem.

5 Leonardo Sciascia, Risposta a Eugenio Scalfari, in «La Stampa», 6 agosto 1988, poi in Idem, A futura memoria, cit.

6 Leonardo Sciascia, autodefinizione raccolta dall’autore, ma anche da altri che hanno avuto la fortuna di conoscerlo e frequentarlo.

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Pour citer cet article

Référence papier

Valter Vecellio , « Il “mio” Leonardo Sciascia »Babel, 48 | 2023, 370-380.

Référence électronique

Valter Vecellio , « Il “mio” Leonardo Sciascia »Babel [En ligne], 48 | 2023, mis en ligne le 31 décembre 2023, consulté le 21 juin 2024. URL : http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/babel/15439 ; DOI : https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/babel.15439

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Auteur

Valter Vecellio 

Giornalista e membro dell’associazione Amici di Leonardo Sciascia

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Droits d’auteur

CC-BY-NC-ND-4.0

Le texte seul est utilisable sous licence CC BY-NC-ND 4.0. Les autres éléments (illustrations, fichiers annexes importés) sont « Tous droits réservés », sauf mention contraire.

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