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(Re)découvertes, (re)lectures et (ré)écritures de l’Histoire

Sciascia e Borgese in quella terra quasi di nessuno

Nicolas Bonnet
p. 222-309

Résumés

Bien que Sciascia ait découvert Borgese au cours de son adolescence, celui-ci ne figurait pas dans sa jeunesse au nombre de ses auteurs de prédilection. Redécouvert au milieu des années Soixante, Borgese sera l’objet d’un intérêt croissant de la part de Sciascia au point de finir par entrer dans son panthéon personnel. Le portrait idéalisé qu’il en brosse dans différents essais s’écarte sensiblement de la réalité historique et relève de la mythification de l’homme et de l’œuvre. Sciascia attribue à Borgese une lucidité supérieure et un don de prophétie qui se manifesteraient de façon exemplaire dans ses deux chefs-d’œuvre : le roman Rubè (1921) et l’essai Goliath. La marche du fascisme (1937). La lecture des textes ne permet toutefois pas toujours de corroborer une telle interprétation.

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Texte intégral

  • 1 Cfr. Massimo Onofri, Storia di Sciascia, p. 322, nota 1; Matteo Collura, Il Maestro di Regalpetra. (...)

1Che Borgese, da tanto tempo oggetto di un appassionato interesse, fosse diventato negli ultimi anni una vera e propria ossessione per Sciascia è confermato dalla testimonianza di Mario Farinelli [Sciascia 1991, XIV]1. Nella parte conclusiva di Per un ritratto dello scrittore da giovane (1985), il più esteso degli scritti da lui dedicati a Borgese, Sciascia accenna al progetto a lungo accarezzato di comporre un saggio più corposo e strutturato sull’amato scrittore che però sa o almeno teme di non avere ormai più il tempo di scrivere: «queste annotazioni alquanto disarticolate e, per così dire, occasionali [...] dovrebbero essere parte, avrebbero dovuto essere parte» – si noti l’uso retorico della correzione – «di tutto un discorso che da anni vado dentro di me svolgendo» [2019, 841-842]. Così, queste pagine raccolte in un libretto assumono una tonalità quasi testamentaria.

  • 2 Può sorprendere che Sciascia scelga un titolo che richiama quello del famoso romanzo di Joyce, un a (...)

2Come hanno rilevato Sebastiano Addamo, Massimo Onofri e Ilaria de Seta, Sciascia ha instaurato con Borgese un rapporto di filiazione [Addamo 1989, Onofri 2000 e 2021, de Seta 2011 e 2017]. In Per un ritratto dello scrittore da giovane2, Sciascia abbozza indirettamente attraverso quello dell’amato conterraneo il proprio ritratto; e questo per ammissione esplicita dello stesso Sciascia che spiega che il tuffarsi nella lettura delle lettere giovanili di Borgese è stato per lui l’occasione di una ricerca del proprio tempo perduto, non solo perché, tra la Palermo e il mondo in cui era vissuto il piccolo Giuseppe Antonio nel tardo Ottocento e quelli da lui stesso conosciuti alla stessa età nei primi anni trenta, «lo scarto era minimo» [Sciascia 2019, 817], ma anche e soprattutto perché Sciascia, anche se non lo precisa, riconosce nelle confidenze dell’adolescente allo zio, l’espressione di una precoce vocazione intellettuale e letteraria simile alla sua. «In filigrana all’autore di Rubè», scrive Onofri, «lo scrittore traccia un autoritratto non psicologico ma intellettuale ed etico» [2021, 326]. «Non è un caso [...] che l’intero Per un ritratto dello scrittore da giovane [...] sveli sotto la biografia del giovane Borgese, un’autobiografia ideale ed effettiva» [2000, 80]. Si tratta di un autoritratto e di una autobiografia ideali che presuppongono appunto l’idealizzazione del modello che, specialmente negli ultimi anni, assurge nel discorso di Sciascia a figura eroica, quasi mitizzata. Quello di Sciascia su Borgese è un discorso che acquisisce in effetti col tempo caratteristiche sempre più agiografiche. Addamo, nel commentare Per un ritratto, scrive giustamente che «nel taglio con cui Sciascia costruisce questo “ritratto”, Borgese assume quasi il valore di un simbolo, come utopia di un ideale letterario, o la metafora per un letterato ideale» [Addamo 1989, 44].

  • 3 Sia Borgese che Sciascia si sono cimentati nella scrittura teatrale con un successo mitigato. In Te (...)
  • 4 Sono stati ambedue poeti poco fortunati. Sciascia mette significativamente l’accento sull’importanz (...)
  • 5 L’originalità della collana «Biblioteca Romantica» creata e diretta da Borgese presso Mondadori con (...)
  • 6 La direzione della collana «Biblioteca Romantica» fa parte secondo Sciascia a tutti gli effetti del (...)
  • 7 Nella sua apologia di Borgese, Sciascia fa giustizia dell’accusa «accademica e crociana» che gli si (...)
  • 8 Sull’indole polemica di Sciascia, cfr. Claude Ambroise, Polemos in Leonardo Sciascia, Opere 1971-19 (...)
  • 9 Sulla dimensione spirituale della narrativa di Borgese cfr. Giuseppe Langella, Borgese e Manzoni, 1 (...)

3Nella figura poliedrica di Borgese, saggista, romanziere, drammaturgo3, poeta4, traduttore5, editore6, giornalista7, Sciascia riconosce un altro se stesso. Borgese, come scrive Antonio Di Grado, «fra i grandi siciliani gli fu certo più d’ogni altro affine» [2002, 147]. Sono due intellettuali cosmopoliti ma profondamente legati alle loro radici, anche se Borgese aveva lasciato l’isola da ragazzo in modo definitivo mentre Sciascia non se ne era mai allontanato «più di un mese di seguito» [Collura 1996, 7]. Ad accomunare i due scrittori, non c’è solo l’eclettismo in virtù del quale spaziano nei più svariati campi, dalla letteratura alla storia, dalla politica alla filosofia ma anche, come spiega Ilaria de Seta, l’ibridismo generico per cui nella loro pratica della scrittura il saggio sconfina continuamente nella narrativa e viceversa [2017, 176-177]. Sono due grandi polemisti8, due moralisti per i quali la politica va in ogni modo subordinata alla morale, due cristiani “eretici” che non si riconoscono nelle chiese costituite9. Condividono inoltre e soprattutto una certa idea della letteratura alla quale attribuiscono una virtù conoscitiva superiore e un alto valore morale.

  • 10 Scrive Massimo Onofri a proposito della genealogia ideale di Sciascia che se «Pirandello aveva inca (...)

4Scoperto fin dall’adolescenza da Sciascia, Borgese non è però subito entrato a far parte dei suoi autori di predilezione. Altri nomi hanno avuto un ruolo decisivo nella sua educazione letteraria, tra cui ovviamente, per limitarci ai conterranei, Pirandello e Brancati10. Nel dopoguerra, è stato Vittorini a rappresentare per lui «un mito» [Sciascia e Lajolo 1981, 37]. Negli anni Cinquanta, non è tanto il siciliano Borgese quanto l’argentino Borges a catturare la sua attenzione. Riscoperto nei primi anni Sessanta, Borgese sarà tuttavia oggetto di un crescente interesse fino ad entrare a far parte del suo canone personale.

  • 11 Fa eccezione Salvatore Battaglia (che fu l’allievo di Momigliano a Catania), autore del fondamental (...)

5Lo scrittore di Racalmuto è stato il principale artefice della rivalutazione di Borgese in Italia. In questo suo strenuo impegnarsi per il recupero della figura dell’uomo e dello scrittore, si è spesso imbattuto nello scetticismo di un mondo accademico poco incline nel suo complesso a rivedere il proprio giudizio su Borgese generalmente relegato tra le figure minori del primo Novecento11. Restava da spiegare perché uno degli intellettuali più prestigiosi della sua generazione era potuto cadere in un semi-oblio.

  • 12 Si tratta del contributo sciasciano al convegno del 1982 organizzato a Polizzi Generosa per la cele (...)
  • 13 Sui rapporti tra Borgese e Mondadori nel periodo americano, molto meno cordiali di quanto crede Sci (...)

6Parte della spiegazione va senz’altro cercata nel volontario esilio e nella lunga assenza dalla patria. Nel saggio scritto in occasione del centenario della nascita dello scrittore12, Sciascia sostiene il paradosso che l’ostracismo di cui era stato oggetto Borgese nell’Italia fascista era stato ancora maggiore nel dopoguerra dopo il suo ritorno in patria: «Allora, quando Borgese si svolse all’esilio americano, nel decennio che seguì e fino alla seconda guerra mondiale, il suo nome continuò a circolare in Italia; e si può dire che di lui tacquero i nemici e parlarono soltanto gli amici» [Sciascia 2019, 694]. Tra gli amici di Borgese, oltre Attilio Momigliano, Sciascia crede di poter annoverare Arnoldo Mondadori che gli sarebbe, secondo lui, sempre rimasto fedele13. «Il silenzio su Borgese, insomma, è calato dopo: nel trionfante antifascismo che dal fascismo, dall’eterno fascismo italiano, sembrò ricevere certe consegne», conclude Sciascia [694-695]. Torneremo sulla questione di quel supposto «eterno fascismo» italiano, al quale Sciascia attribuisce l’emarginazione di cui sarebbe stato secondo lui oggetto Borgese nel secondo dopoguerra; ma dovremo anche prima chiarire la questione dei rapporti di Borgese con il fascismo “storico” ovvero il fascismo propriamente detto.

7Nella postfazione all’edizione francese del Goliath (1986), Sciascia scrive:

Oggettivamente, per chi sappia guardare con sereno giudizio lo svolgersi della cultura italiana, dai primi anni del secolo alla Seconda guerra mondiale, Borgese ne è uno dei più grandi protagonisti: come narratore, come critico, come esempio di vita […]. Eppure questo suo ruolo, questo grande significato della sua vita e della sua opera, questa sua dominante presenza in quasi mezzo secolo di vita italiana, la cultura italiana nel suo insieme, ancora oggi, non solo non riesce a ricordarlo, ma fa di tutto per rimuoverlo e cancellarlo quando sporadicamente qualcuno lo ricorda e propone. Borgese è stato in vita oggetto dell’avversione di Croce, dei crociani, dei «rondisti» (il gruppo di scrittori che intorno al 1920 diede vita alla rivista «La ronda») e dei fascisti, prima di andarsene dall’Italia; ritrovò l’avversione di Croce e dei crociani, e in più quella dell’antifascismo marxiano o che opportunisticamente gravitava in quell’orbita, al suo ritorno in Italia [2016, 139-140].

  • 14 Renzo De Felice, Giuseppe Antonio Borgese irregolare della cultura, in «Giornale nuovo», 24 agosto (...)

8Come ricorda Sciascia, Borgese si era trovato marginalizzato perché non apparteneva né alla corrente dell’antifascismo liberale che faceva capo a Croce, né a quella dell’antifascismo marxista (e, si potrebbe aggiungere, nemmeno a quella dell’antifascismo cattolico omessa da Sciascia). Si trovava quindi in una posizione politica eccentrica, paragonabile a quella che occupava ad esempio Salvemini, fondatore di quella Mazzini Society di cui Borgese aveva fatto parte negli anni del loro comune esilio americano. Renzo De Felice definisce nel 1977 Borgese un «irregolare della cultura»14. Dal quadro abbozzato da Sciascia emerge tuttavia chiaramente che il mancato inserimento di Borgese nel panorama culturale del Novecento non è esclusivamente ascrivibile al suo atipico profilo ideologico. In effetti, i suoi rapporti conflittuali con alcuni protagonisti della cultura italiana (Croce e i crociani, i rondisti) risalivano ad un periodo anteriore all’avvento del fascismo. Al suo ritorno, lo scrittore sarebbe stato vittima secondo Sciascia di una vera e propria cospirazione del silenzio ordita non tanto dagli avversari e nemici politici quanto dagli invidiosi e dagli imbecilli [Sciascia 2019, 697].

La ronda

  • 15 Sulla sicilianofobia di cui Borgese è stato vittima occorre ricordare l’articolo pubblicato sul «Co (...)
  • 16 Il primo (del 28 aprile 1944), in cui Cecchi «ha l’incubo di dovere fare una conferenza su un argom (...)

9«Lo detestava La ronda, anche se forse non tutti i rondisti», scrive Sciascia, «e si può anche mettere in conto del fascismo, di un certo modo di essere fascisti» [694-695]. Ci sarebbe stata secondo Sciascia in Italia una volontà di «dimenticare e fare dimenticare» Borgese, un vero e proprio complotto ai suoi danni ai quali i rondisti avrebbero preso una parte attiva. E spiega: «Le ragioni – che non discendono dalla ragione e sarebbero piuttosto da chiamare moventi – credo le si possano trovare in tutte le annotazioni che riguardano Borgese nei Taccuini di Emilio Cecchi pubblicati postumi (1976)» [Sciascia 2016, 140; cfr. Onofri 2000, 113]. Sciascia nota che tutti i giudizi di Cecchi sull’arte e la personalità di Borgese sono negativi: ci sarebbe in Borgese «troppa attenzione alla società, al “sociale”», scriverebbe male e avrebbe la sicumera tipica dei siciliani15 [Sciascia 2016, 142]; ma Sciascia accenna a due appunti in cui Cecchi scrive che Borgese gli è apparso in sogno16. E Sciascia (sebbene apprezzasse poco, è il meno che si possa dire, Freud) ritiene che queste apparizioni notturne vadano interpretate come un vero e proprio ritorno del rimosso: «questi ritorni di Borgese nei sogni di Cecchi sarebbero da analizzare e da assumere simbolicamente» [141; cfr. Onofri in Castelli 2000, 112].

10Sciascia concede tuttavia che Cecchi seppe rendere a Borgese un degno omaggio dopo la sua scomparsa [2016, 141-142]. Se l’omaggio di Cecchi («Europeo», 18 dicembre 1952) riferito in più occasioni da Sciascia sembra illustrare in maniera paradigmatica la locuzione De mortuis nihil nisi bene, occorre sottolineare che Cecchi e Borgese al ritorno di quest’ultimo dall’America si erano riconciliati «non senza commozione da entrambe le parti», come ricorda Brancati nel proprio ricordo del 1954 [Brancati 1992, 632] e non c’è motivo di dubitare della sincerità di Cecchi, quando afferma che Borgese aveva doti eccezionali e svolse un ruolo da protagonista sulla scena culturale italiana ed europea del primo Novecento [cfr. Onofri 1996, 50].

  • 17 Vedi di Attilio Momigliano I vivi e i morti (1923), L’arte di G. A. Borgese (1927) e I nuovi raccon (...)

11Sciascia, scrivendo che i rondisti, e Cecchi in primis, detestavano Borgese, allude alla polemica di quest’ultimo nel primo dopoguerra contro i “calligrafisti” e il suo propugnare in Tempo di edificare (1923) la poetica della costruzione romanzesca e drammatica destinata, secondo lui, a soppiantare quella (supposta crociana) del frammento lirico e della “bella pagina”. Che le cose non fossero andate nei decenni successivi proprio come prognosticava Borgese è noto a tutti e viene anche ricordato da Brancati nel già citato ricordo del 1954 [1992, 628]. Sciascia non dice nulla però del posto che occuparono rispettivamente Borgese e Cecchi nella sua formazione letteraria. Nel risvolto di copertina dell’edizione Sellerio del 1985 di Per un ritratto dello scrittore da giovane, Sciascia scrive di avere avuto le prime notizie su Cecchi e Borgese dalla Storia della Letteratura italiana di Momigliano: «I primi libri che, grazie al Momigliano, cercai e lessi, furono Pesci rossi di Cecchi e Le belle di Borgese, in cui è la novella La siracusana, dal Momigliano particolarmente segnalata» [Sciascia 2019, 1405]. Questa annotazione è di notevole interesse per vari motivi. Innanzitutto, perché ci rivela che la scoperta di Cecchi e Borgese da parte di Sciascia fu simultanea e sicuramente anteriore al 1938 (i libri di Momigliano furono in effetti banditi dalle leggi razziali, come ricorda altrove lo stesso Sciascia [2019, 694]). Poi, perché ci invita a relativizzare l’antagonismo tra la figura del “costruttore” e quella del “calligrafista”: nel manuale di Momigliano i due avversari potevano pacificamente coesistere. Un altro punto interessante riguarda le scelte di Momigliano: se per quanto riguarda Cecchi il lettore era senza sorprese invitato dall’autorevole critico a leggere Pesci rossi, nel caso di Borgese non veniva indirizzato, come ci si sarebbe potuto aspettare, verso Rubè ma verso Le Belle. Come si sa, Momigliano, sebbene fosse uno dei suoi più strenui sostenitori, apprezzava poco il primo romanzo di Borgese al quale preferiva i romanzi successivi e i racconti17. Sciascia aggiunge: «Da questo libro mi si avviò una conoscenza dell’opera di Borgese che oggi posso dire completa» [694]. Peccato, però, che non abbia mai ricostruito con precisione le tappe di questa sua progressiva scoperta dell’opera borgesiana. Sembra che Borgese abbia comunque contato molto meno di Cecchi negli anni d’esordio di Sciascia.

12Il carteggio di Sciascia con Cecchi attesta che il giovane scrittore ricercava nel dopoguerra il riconoscimento e il sostegno dell’ex accademico d’Italia nei confronti del quale nutriva una profonda ammirazione [cfr. Bruni 2016]. A Cecchi, Sciascia dedica un importante saggio nel 1950, Appunti per un omaggio a Cecchi [Sciascia 1950, 190-198; cfr. Onofri 2000, 96 e seg.; 2021, 38] in cui lo stile cristallino dell’autore de I pesci rossi è presentato come un modello insuperabile. In questo saggio, Cecchi viene definito un «conservatore» in senso buono:

Conservatore come può esserlo un uomo di cultura ricca e fluida, di gusti riposati e sottili; tutt’altro che un forcaiolo. Cecchi è per il carabiniere a cavallo; ma non perché il carabiniere a cavallo difende la Turris eburnea. Il carabiniere a cavallo sta come l’emblema custode di un mondo di rapporti certi, solido, sicuro; in cui l’occidente è occidente, e oriente è l’oriente [...] l’ordine contro la confusione, la cultura contro la torre di babele. Anche questa è, di Cecchi, una grande lezione per noi: il rispetto per il mistero che è nelle cose, negli uomini, nelle stirpi; la viva e vigile coscienza di una civiltà [1950, 196].

13Cinque anni dopo, in Fine del carabiniere a cavallo, il tono è radicalmente cambiato. Tuttavia, sebbene giudichi severamente rondisti e post-rondisti compromessisi col fascismo («Rondisti e post-rondisti nutrivano l’elogio del carabiniere a cavallo, e i carabinieri già galoppavano nelle mussoliniane sfilate» [2016, 13]), non può fare a meno di concedere che «la generazione formatasi negli anni della seconda guerra mondiale ha verso Emilio Cecchi una grossa partita di debito» [14-15; cfr. Pupo 2011, 106-107]. Ed aggiunge: «Altro debito, e in altro senso, ha verso Carlo Emilio Gadda» [15]. Superfluo precisare quanta importanza avrebbe avuto l’influenza di Gadda sulla successiva produzione narrativa di Sciascia per quanto riguarda almeno la sua reinvenzione del giallo. Ci preme qui sottolineare che Borgese è invece totalmente assente da questa ricostruzione dominata dalla figura di Vittorini («credo di non sbagliare affermando che la fine del carabiniere a cavallo nella nostra letteratura si possa certificare in Conversazione in Sicilia» [14]). E nel 1965 (l’anno della riscoperta di Borgese), per chiarire il proprio rapporto con la scrittura, Sciascia torna sull’argomento spiegando che l’elaborazione della sua poetica matura comportò il superamento di una giovanile adesione al modello rondista:

Sono stato talmente letterato in un certo periodo della mia vita (debbo dire che la mia formazione è rondista: per quanto non appaia, io ho adorato per un certo periodo i rondisti) che poi ad un certo punto mi si è rovesciato tutto ciò in una nausea nei riguardi della letteratura, nel non sentirmi impegnato nei riguardi della letteratura [«L’Ora», 15-16 aprile 1965, ora in 2004c, 1330-1331].

14La «nausea» e il «venire meno del sentirsi impegnato nei riguardi della letteratura» non corrispondono ovviamente ad un disgusto per la letteratura sic et simpliciter bensì solo ad un rigetto dell’arte letteraria considerata fine a sé stessa. Nell’orizzonte marxista dello Sciascia di quegli anni, l’impegno letterario di matrice rondista ormai demonetizzato si contrappone in modo implicito e speculare alla sartriana e trionfante letteratura impegnata. E Sciascia torna sull’argomento nella prefazione alla riedizione delle Parrocchie di Regalpetra del 1967: «debbo confessare che proprio sugli scrittori “rondisti” – Savarese, Cecchi, Barilli – ho imparato a scrivere. E per quanto i miei intendimenti siano maturati in tutt’altra direzione, anche intimamente restano in me tracce di un tale esercizio». E precisa che questo aspetto non era sfuggito a Pasolini che, nel recensire Le Parrocchie, aveva rilevato la presenza nel suo stile stringato dell’influenza, tutt’altro che negativa ai suoi occhi, dei maestri della prosa d’arte [2014, 1274-1275]. Nel 1955, Sciascia parlava di «debito» nei confronti di Cecchi, dieci anni dopo di sartriana «nausea» nei confronti del modello accademico da lui incarnato, salvo poi ammettere nella prefazione del 1967 che di quell’apprendistato all’insegna del rondismo era rimasta se non una profonda impronta almeno qualche «traccia» nel suo modo di scrivere. Massimo Onofri sottolinea invece giustamente che l’assidua pratica coi rondisti ed in particolare con la prosa di Cecchi non fu solo una tappa presto superata nella formazione del suo stile ma influì anche in modo duraturo sulla sua scrittura più matura [2000, 93-103; 2021, 35-44].

La riscoperta di Borgese

15All’inizio del capitolo XVII di A ciascuno il suo (1966), romanzo fitto di riferimenti e rimandi letterari impliciti ed espliciti (sono convocati tra l’altro Pirandello e Brancati), vi è, com’è noto, un significativo accenno a Borgese. Interrogato dal commissario che indaga sulla misteriosa scomparsa del professore Laurana, il preside ricorda di aver avuto il giorno prima con quest’ultimo uno scambio a proposito di Borgese:

“Perché abbiamo parlato di Borgese? Ma soltanto perché Laurana, da un po’ di tempo a questa parte, si è messo in testa che Borgese sia stato sottovalutato, che bisogna rendergli giustizia.”/“E lei non è di questo parere?” domandò, con una punta di sospetto il commissario./“In coscienza, non saprei: dovrei rileggerlo...il suo Rubè mi ha fatto una grande impressione: ma trent’anni fa, caro commissario, trent’annni fa.”/ “Ah” fece il commissario: e sotto nervosi segni della matita fece scomparire il Borgese che prima aveva scritto [2012, 604].

16Si coglie in questo passaggio in modo esemplare l’ironia sciasciana. L’incomprensione tra Laurana, che «si è messo in testa che Borgese sia stato sottovalutato, che bisogna rendergli giustizia», e il preside reticente rimanda alla delusione che ogni ammiratore di Borgese subisce quando, sperando di avere finalmente trovato un interlocutore capace di condividere il proprio entusiasmo, s’imbatte invece nel suo ottuso scetticismo. Il preside dice di non essere in grado di valutare il libro perché la sua lettura di Rubè risale a «trent’anni fa» e precisa che, se esso gli aveva fatto all’epoca (cioè negli anni trenta, in pieno periodo fascista) «una grande impressione», dovrebbe rileggerlo adesso per poterlo giudicare «in coscienza». Ora, se si confronta la parola oggettivata del romanziere con la parola oggettiva del saggista che, in un articolo del 20-21 febbraio 1965 (contemporaneo cioè alla stesura del romanzo) pubblicato su «L’Ora» [Sciascia in Librizzi 2012, 242-244], dichiara di avere riscoperto il libro letto venticinque anni prima (e quindi nel 1940), che all’epoca «lo impressionò pochissimo», colpisce il fatto che la «forte impressione» attribuita nel romanzo al personaggio del preside non si sia verificata nel suo caso in occasione della prima bensì della seconda lettura. E precisa Sciascia: «forse per il fatto che mi era stato raccomandato e affidato in prestito quasi clandestinamente, come libro di un emigrato antifascista ed espressione di una radicata avversione al fascismo nascente: mentre a me parve, appunto, riguardo al fascismo, piuttosto indifferente ed ambiguo» [242]. Sembra che, tra l’incontro mancato con Rubè dei primi anni Quaranta e la riscoperta del romanzo nel 1965, Borgese sia completamente uscito dall’orizzonte di Sciascia.

  • 18 Senza voler mettere in dubbio la parola di Sciascia, questa sua testimonianza del 1965 non quadra c (...)
  • 19 Cfr. Massimo Onofri, Storia di Sciascia, pp. 182-183.

17Se nel 1940, Sciascia, stando almeno a quello che scrive nel 196518, era rimasto deluso per l’immagine ambigua che il romanzo dava degli albori del fascismo, nel 1965, non avverte più questa stessa ambiguità come un difetto bensì come il maggior pregio del libro in quanto non la attribuisce più alla mancata consapevolezza dell’autore ma alla stessa realtà storica da questo fedelmente raffigurata. Il libro comporta una precisa restituzione del clima sociale, politico e culturale dell’Italia prefascista (la società descritta da Borgese nel romanzo viene ovviamente definita prefascista col senno del poi) che Sciascia nel 1965 apprezza in una prospettiva sostanzialmente lukacsiana19.

Giudicare il fascismo al suo primo apparire

  • 20 L’interpretazione secondo cui il romanzo conterrebbe una precoce diagnosi della pericolosità del fa (...)

18Scrive Sciascia nell’articolo del 1965 che Borgese è stato con Hemingway l’unico scrittore ad avere «giudicato il fascismo al suo primo apparire per quello che effettivamente era» [Sciascia in Librizzi 2012, 243]20. Ora, il fascismo secondo Renzo De Felice «diventò un fatto politico rilevante e assunse le caratteristiche grazie alle quali si affermò e che ne costituirono la peculiarità solo con la fine del 1920» [De Felice 1969, 134]. Per cui, giudicare il fascismo per quello che effettivamente era tra il 1919 e il 1920 significa a rigor di termini giudicarlo «un fenomeno politico e sociale trascurabile, difficilmente definibile» [134]. E questa semplice considerazione potrebbe bastare a spiegare l’ambiguità e l’ambivalenza rilevate da Sciascia nella rappresentazione del fascismo nel romanzo.

19Innanzitutto, bisogna ricordare che la storia di Rubè si svolge dal luglio 1914 al luglio 1919. Il fascismo evocato nel romanzo è quindi quello “diciannovista” e “sansepolcrista” delle origini, anarcoide e rivoluzionario, molto diverso da quello che sarebbe diventato appena un anno dopo. Inoltre, quando esce il romanzo, nel marzo del ’21, il movimento non si era ancora trasformato in partito e nessuno sarebbe stato in grado di prevedere all’epoca quale delle tante correnti avrebbe prevalso all’ interno del fascismo (sebbene esso avesse compiuto nel maggio del ’20 una decisa svolta a destra), chi ne avrebbe preso la direzione, né tantomeno che esso avrebbe conquistato in meno di due anni il potere.

20Sciascia precisa che non prende in considerazione «coloro che, più impegnati nel pensiero e nell’atto politico, subito ne avevano avvertito [del fascismo] la pericolosità: Gramsci, Gobetti, Salvemini» [Sciascia in Librizzi 2012, 243]. A parte il fatto che Borgese, che in Tempo di edificare definisce se stesso «uomo d’azione e letterato impuro» [1923, 177], non era certo meno impegnato di questi «nel pensiero e nell’atto politico», simile affermazione non regge. Nessuno degli intellettuali ai quali accenna Sciascia aveva intuito la pericolosità del fascismo, e questo non solo «al suo primo apparire» ma nemmeno dopo la marcia su Roma, se Gobetti, il 2 novembre 1922 sulla sua rivista «La Rivoluzione liberale», definiva l’avvento di Mussolini al governo «una parentesi studentesca» [Gentile 2023, 33] e se Salvemini nel maggio de 1923 auspicava che il governo Mussolini reggesse ancora per qualche tempo onde evitare che tornassero al potere gli esponenti della vecchia classe dirigente: Giolitti, Bonomi e Orlando, considerati da lui più pericolosi del «clown Mussolini» [Gentile 2014, Epilogo, nota 3, 312-313]. Come scrive Emilio Gentile «per i liberali rivoluzionari come Piero Gobetti o democratici radicali come Salvemini, il governo Mussolini era solo una versione nuova delle dittature parlamentari che avevano governato l’Italia negli ultimi sessant’anni» [2014, 244]. E, quel che è più grave, questi intellettuali non ne avvertirono la pericolosità nemmeno dopo il delitto Matteotti, se sia Salvemini che Gramsci s’illudevano che il fascismo fosse ormai spacciato [2022b, 499]. Fra i pochi lucidi vanno invece annoverati i liberali Luigi Salvatorelli e Giovanni Amendola [2023, 35-42] e il fondatore del partito popolare don Luigi Sturzo [43-56].

  • 21 Lo scrittore americano in un articolo del 27 gennaio 1923 aveva azzardato la previsione che lo scal (...)
  • 22 Come scrive Schiano: «Sembra prevalere in Borgese il timore che l’Italia si avventurasse in una pol (...)

21Borgese ed Hemingway sarebbero stati secondo Sciascia gli unici due scrittori ad avere tempestivamente avvertito la pericolosità del fascismo [Borgese in Librizzi 2012, 243]. Sebbene la questione dei rapporti di Hemingway col fascismo esuli dal presente saggio, è interessante rilevare che l’avversione di Hemingway per Mussolini era controbilanciata dalla sua ammirazione per d’Annunzio al quale credeva di poter predire un futuro di leader politico anche dopo la marcia su Roma21. Al contrario, Borgese, che aveva sempre osteggiato l’azione di d’Annunzio e non auspicava certo il suo ritorno sulla scena politica dopo l’avventura fiumana22, nutriva qualche illusione sul conto di Mussolini da poco diventato presidente del consiglio «che giudicava capace (o quanto meno desideroso) di frenare gli eccessi nazionalisti del proprio partito e di attuare una politica sociale di apertura verso i sindacati dei lavoratori» [Schiano, 119]. Occorre anche sottolineare che, se d’Annunzio viene più volte evocato (e in maniera particolarmente significativa durante l’adunanza fascista [Borgese 1994, 228]), Mussolini non è mai nominato nel romanzo. Quando viene pubblicato Rubè, l’avventura fiumana si è da poco conclusa, e per i primi lettori l’antieroe Rubè appare come l’antitesi del superuomo dannunziano [cfr. Bonnet 2010a].

Letture fasciste di Rubè

  • 23 Brancati interviene nel contesto della polemica intorno alla candidatura all’Accademia d’Italia di (...)
  • 24 In una pagina dei suoi diari americani (20 luglio 1934), Borgese riproduce un brano della lettera m (...)

22L’ambiguità nei confronti del fascismo avvertita da Sciascia nel 1940 aveva reso possibile la lettura che del romanzo avevano proposto Margherita Sarfatti all’uscita del libro e il giovane Brancati in occasione del decimo anniversario della Marcia su Roma che ambedue interpretavano, in fasi diverse della storia del fascismo, la conclusione del romanzo come il simbolo della fine del vecchio mondo e l’inizio di una nuova era [cfr. Borgese 2005, 73, nota 138]23. Una lettura fascista che propose anche Donatello D’Orazio nel 193524. A queste letture fasciste, ci sarebbe da aggiungere quella del traduttore e primo esegeta tedesco del romanzo, Curt Sigmar Gutkind, che vede anche lui nella morte di Rubè la fine di un mondo e l’annuncio di una nuova epoca [Di Stefano in Librizzi 2012, 199]. Che si tratti di «malintesi critici», come scrive Ilario Pupo, è indubbio, ma simili fraintendimenti dimostrano l’imprescindibilità del cosiddetto orizzonte di attesa dei lettori nella ricezione delle opere in generale e di Rubè in particolare.

Gli indifferenti

  • 25 Nella sua antologia degli scrittori antifascisti del 1976, Sciascia ribadisce questa filiazione: «M (...)

23Nel suo articolo del 1965, Sciascia vede nel personaggio di Rubè l’imperfetta prefigurazione di quelli di Moravia e Brancati [Sciascia in Librizzi 2012, 243-244]25. Ora, se l’influenza esercitata da Borgese su Moravia non sembra molto significativa (malgrado le indubbie analogie riscontrabili nelle loro rispettive opere), quella su Brancati è stata invece decisiva e da questo ultimo sempre riconosciuta. Occorre tuttavia sottolineare che questa influenza non riguarda tanto la produzione della maturità quanto quella giovanile, contrariamente a quanto suggerisce Sciascia.

  • 26 «Borgese è stato il primo a scrivere un romanzo fascista, Rubè, narrando la fine di un vecchio mond (...)
  • 27 Per il giovane Brancati, l’antieroe Rubè non aderisce ai fasci di combattimento perché è un velleit (...)
  • 28 Cfr. Silvia D’Agati, Nuclei autobiografici nel Rubè di Borgese, pp. 125-138.
  • 29 Guido Piovene in una recensione di poco posteriore a quella del maestro giudica in modo ancora più (...)

24Brancati, nel suo articolo del 1932 su Borgese, si riferisce esplicitamente a Gli indifferenti, mettendolo a confronto con Rubè. Se i due romanzi narrano della fine di un mondo, scrive il giovane Brancati, Rubè, a differenza de Gli indifferenti, non si chiude «in questa zona di morte» (e questo chiudersi nella zona di morte è ovviamente agli occhi di Brancati il grave limite del romanzo moraviano pubblicato sette anni dopo la marcia su Roma) ma apre invece nuovi orizzonti (evidentemente identificati da lui coll’avvento del fascismo)26. In sostanza, per il giovane Brancati, nel romanzo di Moravia, mancano la tensione morale e la fede nel futuro che invece animano il libro di Borgese27. E questa riserva su Gli indifferenti sembra coincidere con quella espressa dallo stesso Borgese nella parte conclusiva della sua recensione (in cauda venenum) in cui, postulando il carattere sostanzialmente autobiografico del romanzo (proprio come avevano fatto nei suoi confronti i primi malevoli recensori di Rubè)28, auspica che l’autore riesca a superare «le sue statiche convinzioni morali, e tenga in moto se stesso e il suo mondo, e fugga da quei lidi neutri», giungendo ad esprimere in chiusura la speranza che «Moravia e quelli che gli somigliano sapranno uscire dai panni di Michele» [Borgese 1962, 220]29. Stando alle confessioni di Moravia nel dopoguerra, egli non intendeva attribuire un significato politico al suo romanzo. Tuttavia, come ricorda Simone Casini:

Nessun altro romanzo pubblicato in Italia nell’intero ventennio fascista creò tanto allarme, anche nella cultura ufficiale (lo stesso Mussolini, dopo averlo letto, affermò di temere più l’opposizione sorda degli indifferenti che non quella aperta degli avversari [Casini in Alfano e de Cristofaro 2018, 212].

25È probabile che Mussolini abbia anche letto il romanzo di Borgese (positivamente recensito dalla Sarfatti su «Il Popolo d’Italia» nel 1921), anche se non esiste a nostra conoscenza nessuna traccia documentale di questa lettura. Molto più scomodo in ogni modo di Filippo Rubè, che finisce calpestato dai cavalleggeri, appare il personaggio di Michele Ardengo che si adegua per vigliaccheria ed indifferenza alle leggi di quel cinico mondo borghese di cui il fascismo pretenderà di fare giustizia.

Intellettuali al bivio

26Salvatore Battaglia interpreta all’inizio degli anni sessanta i due primi romanzi di Borgese come «la biografia dell’intellettuale che sperimenta il proprio fallimento nei confronti della società contemporanea» [Battaglia 1991, 578]. Nella narrativa di Borgese viene tematizzata secondo lo studioso per la prima volta quella «fatalistica defezione dell’intellettuale» [578] che si sarebbe aggravata nei decenni successivi. Rubè incarna secondo Battaglia in modo emblematico la figura dell’«intellettuale disorientato» [578]. E lo studioso cita per corroborare questa tesi un giudizio di Antonio Saccà secondo cui Borgese «è il primo che connetta la narrativa con la nuova realtà politico-sociale, che valuti la crisi dal punto di vista dell’incapacità a scegliere nel clima ideologico e storico succeduto alla prima guerra mondiale» [578, nota 20].

  • 30 In Francia, i saggi di Gérard Genot, La première guerre mondiale et le roman : l’Italie, Rubè de Bo (...)
  • 31 «Ciò che [...] conta mettere in luce è proprio l’inedito dilemma che s’impone all’intellettuale del (...)
  • 32 Tra le mansioni che dovrebbe svolgere Rubè c’è quella di fare la spia fra gli impiegati e le maestr (...)
  • 33 Per aver osato esaltare il corteo socialista e la figura del capopopolo Tunta durante il riceviment (...)
  • 34 Per Gramsci, il nuovo tipo di intellettuale capace di operare efficacemente nella moderna società i (...)

27Anche Sciascia nel suo articolo del 1965, come nei saggi successivi, pone l’accento sul disorientamento ideologico e l’indecisione del protagonista e si potrebbe dire che questa interpretazione è quella che si è imposta nella critica con poche variazioni fino ad oggi30. Così, in tempi recenti, Giovanni de Leva, collocandosi anche lui nel filone aperto da Battaglia, ha cercato di esplicitare ed analizzare alcuni aspetti solo sfiorati dallo studioso. Secondo de Leva, l’intellettuale del primo dopoguerra, persa la possibilità di svolgere un ruolo autonomo al di fuori o al disopra delle fazioni, si troverebbe nella necessità, nel contesto dell’inasprimento della lotta di classe, di scegliere il proprio campo31. Le vicende di Rubè illustrerebbero in modo esemplare questo mutamento epocale. Egli si troverebbe in effetti di fronte ad un’alternativa: mettere le proprie competenze al servizio della classe dirigente o schierarsi con la classe lavoratrice. Ora, confrontato a questo dilemma, Rubè rifiuta di scegliere. Gli ripugna piegarsi al ruolo subalterno che gli si vuole attribuire all’interno della ditta ritenendolo troppo avvilente32 ma non si dimostra nemmeno disposto a «cambiare gruppo sociale di riferimento» [de Leva 2010, 79], assumendo la guida del personale nella difesa delle sue rivendicazioni salariali33. Questa lettura per certi versi illuminante rende tuttavia solo parzialmente conto del modo complesso in cui vengono rispecchiate ed interpretate nel romanzo la crisi dell’intellettuale e la ridefinizione del suo possibile ruolo politico e sociale nel primo dopoguerra. Secondo de Leva, Borgese avrebbe in qualche modo anticipato nel suo romanzo la riflessione gramsciana sul ruolo dell’intellettuale organico. Occorre però sottolineare la sostanziale inadeguatezza di Rubè. Egli rappresenta in effetti nella terminologia gramsciana «l’intellettuale tradizionale» dotato di una buona cultura generale ma sprovvisto di quella preparazione tecnica che dovrebbe invece avere «il nuovo tipo di intellettuale»34. Lo stesso Rubè giudica spietatamente sé stesso: «Ma chi mi prende? Ma che mestiere so fare? Se sono un buono a nulla! Se sono un intellettuale!» [Borgese 1994, 383]. È significativo che Rubè dimentichi perfino di aver una formazione giuridica. Ma proprio questa laurea in legge non lo distingue «dai tanti giovani provinciali che calano a Roma», come recita l’incipit del romanzo, e non valgono nemmeno le abusate lettere di raccomandazione a garantirgli un’integrazione nel moderno mondo industriale che richiede ben altre competenze.

28L’ipotesi che l’intellettuale non abbia mai rappresentato una categoria a sé senza legami più o meno stretti con un determinato ceto sociale sembra largamente illusoria ed è certamente estranea al pensiero di Gramsci. Ogni intellettuale appartiene ovviamente ad una classe sociale rispetto alla quale si definisce e nei confronti della quale tende solitamente ad essere solidale. Rubè è un tipico esponente dei ceti medi. Per definizione, questi occupano una posizione intermedia tra l’élite economica e la classe operaia e i loro interessi non coincidono né con quelli della prima né con quelli della seconda. È quindi comprensibile che Rubè non si riconosca in nessuna delle due categorie. Se i ceti medi avevano conosciuto dall’inizio del secolo in Italia uno spettacolare sviluppo, erano rimasti sostanzialmente estranei alla vita dello Stato e alla gestione del potere: «la crescita e l’ascesa sociale dei ceti medi», spiega Emilio Gentile, «non furono accompagnati da un processo di integrazione politica che favorisse la loro identificazione con i valori del regime liberale» [2021, 82]. Erano quindi alla ricerca di nuove organizzazioni politiche capaci di rappresentarli adeguatamente. Quest’aspirazione ad affermarsi politicamente dei ceti medi che era sfuggita completamente a Gramsci e agli altri intellettuali marxisti i quali non riconoscevano alla piccola borghesia un’esistenza autonoma, anzi la consideravano priva di una identità propria e destinata a restare assoggettata all’élite economica va tenuta presente per capire le vicende di Rubè.

29Sciascia nel suo articolo del 1965 scrive che «l’indifferenza e l’ambiguità» erano tratti tipici di quella «piccola borghesia intellettualoide e avvocatesca, piena di remore e ambizioni combattentistiche, politicamente disponibile, di cui Filippo Rubè, con qualche scarto di vera e propria patologia clinica, era espressione» [Sciascia in Librizzi 2012, 242]. Sciascia delinea così una specie di tipo ideale, in senso weberiano, del gruppo al quale appartiene Rubè. Questo non rappresenterebbe nemmeno il tipo dell’intellettuale tradizionale. Si tratterebbe solo di un tipo «intellettualoide» (che scimmiotta, cioè, l’intellettuale senza averne la preparazione) e «avvocatesco» (per l’ethos cavilloso ascrivibile alla formazione giuridica) che Sciascia definisce «politicamente disponibile» in senso negativo sottintendendo che esso è privo di dottrina e di salde convinzioni e suscettibile, pertanto, di aderire a movimenti o partiti di diverso orientamento. Luciano de Maria evocherà anche lui in modo ancora più esplicito, nel suo saggio introduttivo alla riedizione del romanzo nel 1974, «la disponibilità psicologica e di comportamento verso gli opposti estremismi, congenita in un certo tipo di intellettuali piccoli-borghesi» [Borgese 1974, XVIII]. Un atteggiamento che si potrebbe definire antitetico rispetto a quello di «indipendenza ma non indifferenza» che Norberto Bobbio attribuisce all’intellettuale [Bobbio 1993, 56, 124, 174].

30Ora, questa disponibilità degli intellettuali dei ceti medi nei confronti degli «opposti estremismi» sicuramente diffusa nel periodo della contestazione studentesca (torneremo su questo punto) non è però così facilmente riscontrabile nel primo dopoguerra, e questo per motivi molto precisi. Se alcune frazioni della piccola borghesia avevano effettivamente contribuito al successo elettorale del partito socialista e dimostrato simpatia se non proprio entusiasmo per l’ondata rivoluzionaria, spiega Emilio Gentile, vi fu invece da parte del movimento socialista «una sistematica campagna di opposizione e di denigrazione contro i ceti medi, trascurando la loro importanza ai fini di una rivoluzione democratica» [2021, 84-85]. La piccola borghesia, ricorda sempre Emilio Gentile, era continuamente schernita dalla stampa socialista:

La propaganda socialista ostentava la propria ostilità non solo verso la grossa borghesia capitalista ma era ancora più accanita nei confronti della piccola e media borghesia, dileggiandola come una classe che non era veramente una classe sociale, ma un promiscuo aggregato umano, conformista e opportunista, asservito alla borghesia, perché senza autonomia, personalità, carattere per distinguersi e imporsi. Bersaglio preferito del disprezzo e della satira socialista era la media e piccola borghesia intellettuale considerata inutile e parassitaria [2022b, 76].

31L’odio reciproco ed insanabile tra pacifisti e interventisti coincide parzialmente con l’antagonismo di classe senza confondersi con esso (forse solo perché vi è anche accanto a quello socialista un pacifismo di matrice cattolica). Occorre sottolineare che la piccola borghesia patriottica che aveva voluto la guerra e versato il proprio sangue per Trento e Trieste non poteva in nessun modo riconoscersi nelle parole d’ordine del partito socialista a meno di rinnegare sé stessa. I socialisti, spiega Emilio Gentile, «sconfitti dagli interventisti nel 1915, presero la rivincita nel 1919 e nel 1920, inscenando quotidiane manifestazioni plateali per condannare la guerra, inneggiare ai disertori, oltraggiare i reduci e i militari, deridere il patriottismo, denigrare la vittoria e impedire che si celebrassero pubbliche cerimonie patriottiche» [71]. I militanti socialisti «sfogarono il loro odio per la guerra sui reduci in uniforme, che fossero soldati, ufficiali, invalidi, mutilati» [71].

  • 35 Borgese si riferisce probabilmente alla dimostrazione milanese del 16 febbraio 1919 che rappresenta (...)

32Contrariamente a quanto afferma Sciascia, Rubè non manifesta nel romanzo nessuna vera «disponibilità» nei confronti del bolscevismo. La sua ambigua apologia del corteo socialista35 durante il ricevimento in casa De Sonnaz gli è ispirata solo dal rancore nei confronti degli ospiti che lo hanno trattato come un intruso («Si sentì agguantare alla nuca da un’irresistibile necessità di vendicarsi, a qualunque costo, di chi l’umiliava» [Borgese 1994, 213]). Se nel descrivere il corteo (in risposta a De Sonnaz che ha definito i partecipanti «quattro straccioni») precisa: «Sui carri c’erano tubercolotici di guerra, mutilati» definendoli «veri combattenti» [213], intende contrapporre questi reduci alla genìa degli imboscati e dei profittatori di guerra alla quale appartiene De Sonnaz. Ma i reduci di cui si tratta qui, più che a quella dei patrioti arruolatisi volontari, appartengono alla categoria di quegli sfortunati soldati di leva mandati controvoglia al macello. Non sono tanto gli eroi quanto le vittime della guerra ad essere rappresentati nel corteo.

  • 36 Lo stile vestimentario è il primo segno di appartenenza ad una classe sociale nel romanzo. Se nel s (...)
  • 37 Non è solo perché non è riuscito a “farsi un nome” che Rubè aspira all’annientamento. Come spiega B (...)

33Se Rubè fa l’elogio di Lenin nel corso dell’ultimo incontro con Federico Monti è solo per invidia, come precisa in modo inequivocabile il narratore: «Ogni volta ch’era vicino ad un ricco, sentiva molta ammirazione pel bolscevismo» [336]. Quando poi si ritrova per caso nel corteo socialista nella sequenza finale, cerca di passare inosservato per scampare la pelle gridando gli slogan insieme agli altri36. Se sembra che si lasci poi inebriare da queste parole d’ordine è solo perché identifica la società comunista agognata dai dimostranti col luogo del totale annientamento dell’individuo, prospettiva consolatoria per chi aspira solo a scomparire nella folla («“Sì”, pensava “il bolscevismo, la prigione universale, la caserma. Ma tutti avranno un posto in quella prigione. E saranno tutti uguali e senza nome» [384]37). Insomma, la sua è una visione radicalmente negativa del socialismo.

  • 38 Pappalardo ha evidenziato la strutturazione del sistema dei personaggi per coppie oppositive (Ferdi (...)
  • 39 Non potendo capacitarsi che vi sia posto nel movimento «per “quell’assassino di Garlandi” e pei “ch (...)

34Tutto il suo percorso lo dovrebbe logicamente portare invece ad aderire all’arditismo e al fascismo. Quando Rubè, tipico esponente della piccola borghesia interventista e reduce di guerra, partecipa a Milano all’adunanza fascista, prova tuttavia sentimenti contrastanti, non riuscendo a capire come possano coesistere all’interno dello stesso movimento personaggi equivoci come Garlandi ed autentici eroi come Ranieri38. Giudica il dibattito arruffato ma ammira la vitalità che anima i partecipanti39. Tra i motivi che lo trattengono dall’aderire ai fasci c’è la sua convinzione che questi fanno il gioco della classe imprenditoriale:

L’idea di rimettersi a fare il capitano nella nuova guerra non gli pareva da buttarsi via, ma gli dispiaceva di fare proprio quella politica che conveniva meglio ai fratelli De Sonnaz e ad altri consimili fabbricanti di utensili metallici [1994, 229].

  • 40 Alfonso De Sonnaz dichiara cinicamente a Rubè durante il loro primo incontro: «sia ben sicuro che s (...)

35Ora, Borgese presta qui al suo personaggio un pensiero che a quest’altezza cronologica (siamo nell’aprile del 1919 e i fasci di combattimento sono stati fondati appena un mese prima) è alquanto improbabile. In effetti, il fascismo diciannovista s’ispira a idealità di sinistra, propugna progetti di radicali riforme istituzionali, economiche e sociali, e intende reclutare tra gli operai. Come scrive Emilio Gentile, il fascismo sansepolcrista vuole «conciliare la lotta antisocialista con il proposito di esercitare un’attrazione sul proletariato per sottrarlo all’egemonia del partito socialista e condurlo nella corrente della “Rivoluzione nazionale”» [2021, 65]. Nella misura in cui il suo principale nemico è il bolscevismo si può considerare un alleato oggettivo del capitalismo (in questo senso la sua politica conviene effettivamente ad esso, e non è un caso che Borgese attribuisca questa ambigua formulazione al suo personaggio), ma non si può dire che servirlo sia in quel momento nelle sue intenzioni. Ci sarebbe anche da aggiungere che De Sonnaz rappresenta quel capitalismo apolide che i nazionalisti esecrano almeno quanto il socialismo internazionalista40.

36Solo dopo il fiasco elettorale del novembre 1919, preso atto della mancata adesione del proletariato al suo confuso progetto rivoluzionario, il fascismo cambierà gradualmente rotta, manifestando una crescente apertura tanto nei confronti dei grandi proprietari agrari quanto nei confronti della borghesia industriale di cui ricercherà e riuscirà ad ottenere in una certa misura l’appoggio finanziario [Cfr. Gentile 2021, 66-70] per poi virare decisamente a destra in occasione del secondo congresso nazionale del movimento nel maggio del 1920 [92-101]. Il fascismo si riproporrà da quel momento come l’organizzazione della borghesia produttiva che non si riconosce nei partiti tradizionali e nello Stato liberale [85-91]. Borgese tende quindi a proiettare retrospettivamente sul fascismo delle origini una caratteristica che esso acquisirà solo l’anno successivo.

  • 41 In un articolo intitolato Piccoli borghesi al bivio uscito il 7 dicembre 1919 sul «Tempo» e poi rip (...)
  • 42 Tilgher non fa alcun accenno alla dimensione socialisteggiante dei primi fasci e al loro tentativo (...)

37Era stato Adriano Tilgher il primo a sottolineare alla fine del 1919 il ruolo centrale nel sovversivismo combattentistico dei ceti medi che andavano a nutrire i ranghi dell’arditismo e dei fasci di combattimento41. Ora, Tilgher mette l’accento sul fatto che la piccola borghesia è animata da un profondo risentimento tanto nei confronti dell’élite quanto nei confronti del proletariato42. La vocazione del fascismo sarà proprio di difendere gli interessi specifici della piccola e media borghesia. E il fascismo avrà presto, per usare la nota categoria gramsciana, i suoi intellettuali organici. Gramsci in un articolo del 25 maggio 1921 (cioè uscito dieci giorni dopo le elezioni politiche in cui i fascisti si erano presentati nei “Blocchi nazionali” patrocinati da Giolitti conquistando 35 seggi alla Camera dei deputati) scrive:

Che cosa è il fascismo? Esso è l’insurrezione dell’infimo strato della borghesia italiana, lo strato dei fannulloni, degli ignoranti, degli avventurieri, cui la guerra ha dato l’illusione di essere buoni a qualcosa e di dovere per qualche cosa contare, che il decadimento politico ha portato avanti, cui la diffusa viltà ha dato fama di coraggio [citato da De Felice 1969, 149].

  • 43 Come notava Luigi Salvatorelli già nel 1923, la visione marxista peccava nel veder nel fascismo una (...)

38La pretesa del fascismo di sostituire la vecchia classe dirigente sembrava a Gramsci del tutto illusoria. Non immaginava che di lì a poco un filosofo del calibro di Giovanni Gentile avrebbe non solo aderito al fascismo ma gli avrebbe perfino offerto una filosofia. Era stato un errore della sinistra nel suo complesso il fatto di non riconoscere l’autonomia del fascismo all’interno del cosiddetto “blocco borghese” e di considerarlo semplice strumento della reazione capitalistica43. Ma, sulla sponda opposta, un errore simmetrico era stato commesso dalla vecchia classe dirigente liberale che si era illusa che, una volta assolto il suo compito repressivo di forza controrivoluzionaria, il fascismo si sarebbe sciolto o per lo meno adeguato alle regole del regime parlamentare.

Autoesegesi

  • 44 Sebbene Lapiana e Salvemini avessero cercato di convincere Borgese ad eliminare i passaggi in cui p (...)

39Lo scrittore, nel Golia, definirà anche lui profetico l’esito del suo romanzo del 192144, attribuendogli, ovviamente, un significato diametralmente opposto a quello che gli dava Brancati nel 1932:

  • 45 È strano che Borgese, rivedendo la traduzione, si sia lasciato sfuggire il controsenso nella resa d (...)
  • 46 La traduttrice omette stranamente la fine del periodo: «and not for Italy alone, in the years to co (...)

Però c’era almeno uno degli scrittori della generazione di Mussolini che avrebbe avuto qualche cosa da dire. Fra l’altro egli aveva scritto, poco dopo [sic]45 il trionfo del fascismo, un romanzo in cui si racconta la storia di un piccolo borghese intellettuale, privo di qualsiasi base razionale ed economica che si fa faticosamente strada tra il fango e la confusione del dopoguerra finché una carica di cavalleria in una rivolta a Bologna lo schiaccia, spettatore vagabondo, e lo uccide, dopo di che tutte e due le fazioni, bolscevichi e fascisti, se lo contendono come martire./ Il simbolo, forse fortuito, fu una profezia significativa dell’Italia [Borgese 1949, 315]46.

  • 47 Sul concetto weberiano della violenza legittima cfr. Camilla Emmenegger, Tra pragma della violenza (...)
  • 48 Le due bandiere impugnate da Rubè («Lui teneva nella mano sinistra la bandiera rossa e nella destra (...)

40Il fatto che lo stesso Borgese scrive che il simbolo potrebbe essere casuale significa che, per propria ammissione, egli va considerato semmai un profeta inconsapevole. Ci sembra in ogni modo che interpretare quel drammatico finale come l’annuncio dell’avvento del fascismo sia una evidente sforzatura. Quando dà l’ultima mano al libro, il biennio rosso si è concluso e la strategia di normalizzazione e di assorbimento del fascismo attuata da Giolitti attraverso la costituzione dei Blocchi nazionali (inaugurati nelle elezioni amministrative del 1920 e riproposti nelle politiche del 1921) può ancora sembrare un’operazione vincente. La crisi del dopoguerra appare in via di risoluzione e la manifestazione bolognese del luglio 1919 evocata nel romanzo sembra così appartenere ad una stagione chiusa. Il cavalleggero che investe e travolge Rubè è la manifestazione di quella “violenza legittima” (per riprendere la famosa formula di Max Weber) di cui lo stato pretende il monopolio47. La carica di cavalleria è un atto (non proprio proporzionato) di repressione dell’insurrezione. Bolscevichi e fascisti che si contendono Rubè «come martire» sono accomunati nel racconto dallo stesso intento eversivo. Agli occhi di un liberale, essi incarnano i due opposti estremismi che non portano da nessuna parte48. E nel periodo in cui Borgese scrive il romanzo si può ragionevolmente supporre che la vecchia classe dirigente liberale sarà in grado di superare la crisi se non addirittura di uscirne rinsaldata.

41Che il libro nelle intenzioni di Borgese non andasse comunque interpretato in chiave reazionaria o conservatrice è indubbio. In una lettera del febbraio del 1922 indirizzata a Gustavo Balsamo-Crivelli in cui definisce se stesso «un liberale molto a sinistra, e tutt’altro che mangia-socialisti e fautore della collaborazione», Borgese si lamenta che la stampa progressista, ad eccezione della «Critica sociale» (in cui era uscita una recensione molto positiva), abbia ignorato il suo romanzo [citato da Pupo in Borgese 2005, p. 72, nota 137].

Attualità e attualizzazioni

  • 49 Sebbene nel 1958 la cosiddetta «operazione Milazzo» avesse portato in Sicilia comunisti, socialisti (...)

42Che il romanzo del 1921 potesse apparire retrospettivamente profetico è un conto, che non avesse perso nulla della propria attualità negli anni Sessanta è ben altro discorso ed è proprio quanto Sciascia, per chi sa leggere tra le righe, suggerisce in A ciascuno il suo. La cancellazione del nome di Borgese, considerato in un primo momento dal commissario un indizio e una possibile pista per la sua indagine, appare un evidente simbolo (per niente casuale, questo) della rimozione collettiva di cui è stato oggetto lo scrittore. Che quest’ultimo non vada sbrigativamente scartato e possa invece offrire una valida chiave di lettura della vicenda di cui lo stesso Sciascia ha sottolineato la dimensione allegorica è quanto sottintende il narratore. Occorre quindi ricontestualizzare il romanzo sciasciano per intendere l’allusione. Sciascia definiva A ciascuno il suo l’espressione del fallimento del centrosinistra [Laiolo 1981, 56-57; Sciascia 2004a, LIX]49. Così la vicenda criminale del clan Rosello con i suoi machiavellici intrallazzi, di cui rimane vittima l’ingenuo professore Laurana che vorrebbe fondare la politica sull’etica, assurge ad allegoria dell’Italia all’epoca del primo centro-sinistra. Nel 1979, Sciascia affermerà che «questo evento [...] destinato a provocare un cambiamento radicale nella vita politica italiana, una volta di più era stato vanificato dall’eterna immutabilità dell’eterno fascismo italiano» [Sciascia 1984, 69-70; citato in 2012, 1818].

43Nel romanzo, don Benito di Montalmo incarna la figura topica del “matto lucido” che dà voce alla verità denunciando l’esistenza di un fascismo onnipervasivo che imperversa sotto mentite spoglie nell’Italia repubblicana coinvolgendo perfino gli ambienti e i soggetti più insospettabili, come quel Testaquadra, ex oppositore della dittatura, che, una volta trovata «una nicchia nel potere», ha cominciato «a distinguere l’interesse dello Stato da quello del cittadino, il diritto del suo elettore da quello del suo avversario, la convenienza dalla giustizia» [2012, 573-574]. Ora, quelli imputati a Testaquadra da don Benito sono vizi che non solo preesistevano al fascismo ma che non sono nemmeno caratteristici del Ventennio. Secondo Onofri, questa concezione metastorica del fascismo deriverebbe senz’altro dal Golia di Borgese:

La rivalutazione più vera che di Borgese si compie sta nel fatto che il suo Golia [...] sia la fonte precipua di quella interpretazione del fascismo in chiave metastorica, in una prospettiva etico-civile più che politica, che Sciascia ha affidato nel romanzo al personaggio di don Benito [Onofri 2021, 182].

  • 50 Il libro, mai più ripubblicato dal 1949, sarebbe stato rieditato solo nel 1983. Rimandiamo per le c (...)
  • 51 Borgese appartiene, secondo la terminologia di Renzo De Felice, alla categoria degli antifascisti « (...)

44Occorre tuttavia sottolineare che il riferimento al Golia non è esplicito né nell’articolo del 1965 né nel romanzo del 1966. Solo anni dopo, nel suo saggio del 1982, Sciascia affermerà che per capire l’intera opera di Borgese, bisogna partire dal Golia, un libro «che noi italiani abbiamo letto in traduzione nel 1946. E dire “noi italiani abbiamo letto” è senz’altro un’esagerazione: pochissimi italiani allora lo lessero, e nessuno lo legge oggi» [2019, 694]50. Non ci è dato sapere se lo stesso Sciascia fosse tra i «pochissimi italiani» ad aver letto il libro nel dopoguerra. Comunque, se così è stato, non sembra che questa lettura lo abbia all’epoca particolarmente “impressionato”. È quindi con ogni probabilità nello stesso periodo in cui rilegge e rivaluta Rubè, a metà degli anni Sessanta, che scopre o riscopre Golia. Ed è sempre probabilmente nel Golia che Sciascia trova la chiave di lettura di Rubè, ovvero l’idea che esso profetizza l’avvento del fascismo. Va precisato però che a quell’altezza cronologica l’ottica di Sciascia è ancora sostanzialmente marxista (se afferma nell’articolo del 1965 che il fascismo non è altro che un’espressione o «mondo» del capitalismo) [Sciascia in Librizzi 2012, 243], la sua visione del fenomeno rimane quindi più vicina all’interpretazione gramsciana che a quella di Borgese, il quale rifiuta nel Golia ogni determinismo economico e vede invece nel fascismo, come gli altri rappresentanti dell’antifascismo «eterodosso»51, la manifestazione di una malattia morale e spirituale che ha profonde e antiche radici culturali nella storia del paese.

Dagli indifferenti agli indifferenziati

  • 52 La recensione uscita sul «Corriere del Ticino» (9 novembre 1974) è stata ripresa in appendice a Ren (...)
  • 53 Rimandiamo alla nota distinzione introdotta da Eric Donald Hirsch Jr. tra meaning (“significato”) e (...)

45Se nell’articolo del 1965 su Rubè, Sciascia non abborda esplicitamente la questione della persistente attualità di Borgese affidando alla modalità della finzione l’espressione di questa tesi attraverso, come scrive Onofri, «le cifrate allusioni, i cifrati riconoscimenti, il cifrato recupero dell’idea borgesiana di fascismo» [2021, 322 ] – o piuttosto, diremmo noi, dell’idea di fascismo da lui attribuita a Borgese –, dieci anni dopo, nella recensione del 1974 alla riedizione del romanzo52, Sciascia, come rileva Ivan Pupo [Borgese 2005, 61], interpreta il romanzo «in chiave attualizzante» e non esita a tracciare un parallelo tra il clima politico dell’Italia del primo dopoguerra descritto nel romanzo e quello del proprio tempo: che il capolavoro di Borgese, come tutti i classici, abbia per Sciascia, oltre il suo significato storico e filologico, una significanza53 e cioè acquisisca in nuovi contesti nuovi significati, viene confermato da quanto scrive in questa recensione:

La Storia si sa, non si ripete. O si ripete mutando in farsa quel che prima era tragedia. Ma certe situazioni storiche, e gli stati d’animo cui danno luogo, a distanza di secoli o di anni, tanto si somigliano da fare dire che si ripetono. Così, di fronte al Rubè di Giuseppe Antonio Borgese [...], ci sorprende ed inquieta la scoperta che Filippo Rubè, giovane intellettuale reduce dalla guerra ’15-’18, abbia tanti punti di somiglianza con quella di un qualsiasi giovane intellettuale di questi ultimi anni. Inutile dire che la storia di Rubè non è soltanto sua ma della generazione cui appartiene: ed è la storia di una indifferenza, di una disponibilità che, volutamente indefinita, come vuota e vagante, quasi per l’intero corso del libro tragicamente e grottescamente si precisa nelle ultime pagine, quando Rubè muore travolto da una carica di cavalleggeri con “nella mano sinistra la bandiera rossa e nella destra la nera”. Il discorso di Pasolini sull’indifferenziazione della gioventù di oggi – reduce da quella mezza rivoluzione accesasi nel maggio del’68 in Francia come Filippo Rubè dalla guerra – dice in effetti qualcosa di simile a quel che voleva dire Borgese col romanzo. E come l’avvertimento di Pasolini suscita oggi viscerali o artificiali risentimenti, il romanzo di Borgese ebbe, nel 1921, sorte anche peggiore: non fu capito [Martinoni 2011, 120].

  • 54 Identica all’interpretazione del finale del romanzo proposta da Sciascia è quella che Luciano De Ma (...)

46Sciascia allude (storpiandola come si tende solitamente a fare) alla nota tesi di Marx (di matrice hegeliana) esposta nel 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, secondo cui la storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa (sarebbe forse stata più appropriata al caso la frase attribuita a Mark Twain: «la Storia non si ripete ma fa rima»). Così, Sciascia paragona «l’ambiguità sovversiva» degli intellettuali piccolo-borghesi del primo dopoguerra descritta da Borgese con quella della gioventù rivoltosa denunciata da Pasolini negli anni settanta54. Se di ripetizione si tratta, comunque, in questo caso, alla farsa (ammesso che «quella mezza rivoluzione del ’68» sia stata solo una farsa), è presto subentrata la tragedia, e non il contrario: quelli in cui viene ripubblicato il romanzo sono, dopo la bufera del ’68-’69, gli anni dell’attentato di Piazza Fontana (12 dicembre 1969), che inaugura la «strategia della tensione» e apre la stagione delle stragi, seguito l’anno successivo dal mancato golpe Borghese (7-8 dicembre 1970). Il 1974 segna però uno spartiacque con la rivoluzione dei Garofani in Portogallo, la fine della dittatura dei colonnelli in Grecia e il tramonto del regime franchista in Spagna, una vera e propria svolta democratica nell’Europa meridionale che rende improbabile il ritorno della dittatura in Italia (e l’attentato del 28 maggio di Piazza della Loggia a Brescia s’inserisce proprio in questa fase). Ma i cosiddetti «anni di piombo» saranno caratterizzati dal terrorismo nero e rosso che insanguinerà l’Italia per oltre un decennio. Sciascia scrive in conclusione della sua recensione: «e come l’avvertimento di Pasolini suscita oggi viscerali o artificiali risentimenti, il romanzo di Borgese ebbe, nel 1921, sorte anche peggiore: non fu capito». In altri termini, se l’ammonimento di Borgese fosse stato inteso dai contemporanei, si sarebbe forse potuto evitare l’avvento del fascismo. Ma regge il paragone tra Borgese e Pasolini? Questi, come è noto (e non sfugge ovviamente a Sciascia), non temeva tanto i rigurgiti del vecchio fascismo quanto l’emergenza di un nuovo fascismo radicalmente diverso dal precedente. Agli occhi di Pasolini (che assume il postulato marxista secondo cui il fascismo sarebbe stato un’espressione reazionaria della società capitalistica, uno strumento di difesa degli interessi dell’alta borghesia emerso per contrastare l’avanzata rivoluzionaria del proletariato), vi era stata una sostanziale continuità tra il fascismo mussoliniano e il cosiddetto “clerico-fascismo” dei primi governi democristiani. Quella del 68 era stata secondo Pasolini una rivoluzione interna alla borghesia e aveva portato alla liquidazione di tutti quei valori tradizionali di cui la classe dominante era stata una volta garante e di cui era dovuta disfarsi in quanto intralciavano l’affermazione della moderna società dei consumi da essa stessa promossa. Illuse di essersi emancipate da una condizione di oppressione, le nuove generazioni si erano inconsapevolmente lasciate soggiogare da un sistema tanto più tirannico quanto apparentemente tollerante e permissivo. «L’indifferenziazione della gioventù» acutamente analizzata da Pasolini è da lui ricondotta alla pervasività del consumismo edonistico che ha provocato un vero e proprio mutamento antropologico. L’antagonismo tra militanza di destra e militanza di sinistra si troverebbe svuotato di ogni autentico contenuto ideologico in quanto entrambi gli schieramenti sarebbero soggetti alla cosiddetta omologazione. Qualche giorno dopo la pubblicazione della recensione di Sciascia, esce sul «Corriere della Sera» il famoso articolo: Cos’è questo golpe? Io so (14-11-1974), in cui Pasolini spiega la strategia di destabilizzazione politica funzionale agli interessi di quel cinico neocapitalismo da lui identificato col nuovo fascismo delle multinazionali, capace di strumentalizzare neofascisti inconsapevolmente usati come manovalanza, servizi segreti deviati e reti mafiose [cfr. Viola 2020, 39-102]. L’intellettuale più scomodo che conti l’Italia sarà selvaggiamente assassinato l’anno successivo (1-2 novembre 1975) in circostanze mai chiarite.

Un fascismo travestito da antifascismo

  • 55 In una cronaca del 28 marzo 1974 ripresa in Nero su nero Sciascia scrive: «Le radici del fascismo s (...)

47Si è visto che Sciascia non solo non esita ad identificare il potere democristiano con quello fascista ma denuncia anche in A ciascuno il suo l’abbarbicarsi del «costume fascista» tra gli oppositori. Nel decennio successivo, non esita a tacciare di fascismo anche gli ambienti della sinistra extraparlamentare. Nel marzo del 1975, quando un giovane militante neofascista, Sergio Ramelli, viene assassinato da un gruppo di estremisti di sinistra, Sciascia deplora l’esistenza dei tanti giovani «che non hanno nessuna voglia né di pensare né di conoscere. Questi sono una massa di cui bisogna tenere molto conto perché quel fascismo che si chiamerà antifascismo, in gran parte contribuiranno loro a farlo» [citato da Gentile 2022a, 108]. Che il fascismo possa travestirsi da antifascismo è un’idea ricorrente nel discorso di Sciascia. In questo caso, il fascismo viene identificato col settarismo fanatico55 e il ricorso alla violenza cieca. Ma Sciascia dimentica che siffatte caratteristiche, lungi dall’essere proprietà esclusive del fascismo, sono riscontrabili anche nella tradizione della sinistra rivoluzionaria. Nell’attribuire al solo fascismo la cultura della violenza, Sciascia dimentica che essa costituisce il principale elemento di continuità tra la teoria e la prassi del primo Mussolini socialista massimalista e discepolo di Georges Sorel e quelle del secondo Mussolini diventato Duce del fascismo.

Da precursore a classico

  • 56 Onofri scrive che le valutazioni di Vittorini negli scritti di Sciascia sono «in caduta libera» dai (...)
  • 57 L’impostazione critica di Sciascia nel 1965 sembra calcare quella di Battaglia il quale scrive in M (...)

48Se si paragona il giudizio del 1965 su Rubè con quello da lui espresso venti anni dopo in Per un ritratto dello scrittore da giovane (1985), in cui non esita a collocarlo «tra i più importanti della narrativa italiana di questo secolo (e peggio per chi non l’abbia ancora capito)» [Sciascia 2019, 820], si misura quanto è cresciuta col tempo l’ammirazione di Sciascia per il libro che finisce coll’occupare nel suo canone personale un posto privilegiato (mentre un libro come Conversazione in Sicilia di Vittorini subisce invece un radicale declassamento56). Nell’articolo del 1965, Sciascia considera che Borgese ha mancato il personaggio di Rubè che sarebbe stato solo l’imperfetta prefigurazione dei protagonisti dei successivi romanzi di Moravia e Brancati [Sciascia in Librizzi 2012, 243]57. Nel profilo di Borgese scritto per introdurre il brano tratto da Rubè inserito nell’antologia del 1967, Sciascia accenna a «quello che di manchevole e di irrisolto» ci sarebbe nei libri di Borgese, che egli imputa ad «una sorta di malinteso spirito di cosmopolitismo» che avrebbe indotto lo scrittore a rinnegare le proprie radici e girare le spalle all’isola [Sciascia e Guglielmino 1967, 256]. Tutti presunti difetti sui quali Sciascia non tornerà nei suoi interventi posteriori.

49Rubè va visto non come «una storia personale ambiguamente e aporisticamente in atto» come pensavano i primi critici, bensì «come l’analitica contemplazione di una spoglia già deposta della propria storia, della propria disperazione, che però continuava ad essere la storia di altri, la disperazione di altri: al punto da diventare la disperata storia di un popolo intero» [Sciascia 2019, 692]. Ritroviamo qui una eco della gobettiana «autobiografia della nazione» [su Gobetti cfr. Gentile 2005, 128]. Eroicizzato in una prospettiva degna di Carlyle, Borgese viene collocato da Sciascia accanto ai due maggiori autori del canone letterario nazionale, Dante e Manzoni:

Quando scrive Rubè, scrivendo Rubè, Borgese è già salvo. Si è come rifugiato in quella terra di nessuno (o di qualcuno), in quell’esile striscia di territorio intellettuale e morale in cui come sulla luna il senno di Astolfo e di tutti gli uomini che l’hanno perduto sta il senno e il senso della storia d’Italia. Di una storia non realizzata, tralignata, impedita; ma che pure esiste, se negli italiani migliori sempre trova testimonianza e altissima l’ha trovata in Dante e in Manzoni [Sciascia 2019, 692].

50Golia non è solo per Sciascia il libro più illuminante sul fascismo ma anche su tutto quello che è successo in Italia nei decenni successivi. Nell’articolo del 2 settembre 1984 (ripreso in A futura memoria), Sciascia non esita a definire Golia «il libro che ancora oggi, più dei tanti altri che poi sono stati scritti, ci racconta e spiega quel che agli italiani è accaduto tra il 1919 e il 1943, quel che agli italiani con altri nomi o senza nomi, sotto altri aspetti ancora accade» [2019, 1256]. Proprio nel 1984, la commissione d’inchiesta parlamentare sulle attività della P2 chiuse i suoi lavori, quasi a confermare questo pessimistico giudizio. Occorre tuttavia chiedersi fino a che punto sia legittimo attribuire a Borgese tanta lungimiranza.

  • 58 Renzo De Felice definisce Carlo Rosselli «l’eterodosso per antonomasia» (R. De Felice, Le interpret (...)

51Bisogna innanzi tutto sottolineare che, se per Borgese il fascismo affonda le proprie radici nelle debolezze e nei vizi dello spirito nazionale (in questo senso è molto vicino a Gobetti e a tutti quelli che si ispirano alla sua teoria del fascismo come “autobiografia della nazione”, come Carlo Rosselli58, anche se non li cita mai), egli non profetizza nel Golia, contrariamente a quanto lascia intendere Sciascia, che esso è destinato a sopravvivere a se stesso sotto mutate forme.

52Emilio Gentile ha coniato il neologismo «astoriologia» per deridere questa visione della «storia-che-mai-si-ripete-ma-sempre-ritorna-in-altre forme» che considera priva di seri fondamenti scientifici [Gentile 2022, 7]. Non intendiamo discutere qui tanto la legittimità dell’operazione intellettuale, che consiste nel ricondurre ad un supposto eterno fascismo ogni stortura, vizio e deriva della vita politica e civile del paese, quanto la pertinenza dell’attribuzione a Borgese di siffatta visione delle cose italiane.

Liberalismo

53In Per un ritratto dello scrittore da giovane, Sciascia definisce Borgese e Brancati «in successione i più veri ed effettuali scrittori liberali di questo secolo: Borgese di fronte al fascismo; Brancati da un certo punto in poi, di fronte al fascismo e poi di fronte al marxismo; e perciò stanno come in disparte, solitari e quasi dimenticati» [2019, 827].

  • 59 Sembra quasi che Sciascia, avvalorando la versione di Borgese, si aspetti che si dia senza riserve (...)
  • 60 Gandolfo Librizzi riesamina nel suo saggio le principali colpe attribuite a Borgese oltre al fatto (...)
  • 61 Sui rapporti tra Borgese e il fascismo, rimandiamo alla magistrale sintesi di Luca La Rovere, Un in (...)

54Sciascia ci presenta in tutti i suoi scritti un Borgese che sarebbe stato radicalmente e dal primo momento ostile al fascismo, conformemente all’immagine che lo stesso Borgese intese dare di sé. Ora, lo scrittore di Racalmuto, fosse solo per aver letto il saggio pioniere di Mezzetti [Mezzetti 1978], non può ignorare che Borgese, pure non avendo mai aderito al fascismo, ebbe con esso rapporti più complessi di quanto lasci apparire nel Golia59. Nel caso di Borgese, una corretta e puntuale ricostruzione storica consente di fare emergere il travagliato passaggio dal silenzio non privo di qualche ambiguità alla decisa opposizione60, ovvero il passaggio dalla posizione di “non fascista”, diventata insostenibile in uno stato ormai totalitario che imponeva un generale allineamento delle élite intellettuali, a quella di “antifascista” in esilio61.

55In ogni modo, Sciascia integra dell’indagine storica di Mezzetti solo quella parte compatibile con la visione idealizzata ed eroica che in quegli anni va costruendo ed intende accreditare di Borgese. Così, avvalendosi dell’autorevolezza dello studioso, non esita ad affermare: «più di ogni altro, in Italia, ad avere rispetto vero per Borgese, fu Mussolini. Un paradosso, ma l’Italia ne ha tanti» [Sciascia 2016, 144].

56Si sa che Borgese era favorevole nel dopoguerra ad una collaborazione tra i partiti moderati e la sinistra riformista. La sua attenzione alla questione sociale è manifesta anche nel romanzo. Si pensi solo all’episodio in cui Rubè viene spietatamente licenziato da Alfonso De Sonnaz, padrone della ditta siderurgica Adsum, solo per aver espresso la propria ammirazione per il leader socialista Tunta [Borgese 1994, 216-217]. Ora, sembra che Borgese si sia illuso per un periodo che Mussolini fosse uno statista tanto desideroso quanto capace di difendere i diritti dei lavoratori resistendo alle pressioni dei grandi industriali e alla prepotenza di quella che chiamava «l’oligarchia». Ne testimonia Salvemini nel 1923 [cfr. Mezzetti 1978, 29]. Scrive anche Caprin nel suo Ricordo di Borgese che, sebbene lo scrittore non nutrisse eccessive illusioni sul fascismo, «ci aveva sperato qualcosa di momentaneamente utile, se non altro perché spezzava quelle che egli chiamava le “baronie del dopoguerra”» [Caprin 1958, 230]. Illudendosi di potere influire sull’orientamento della sua politica, Borgese incontrò più volte Mussolini tra la fine del 1922 e l’aprile del 1924, come ricorda egli stesso nel Golia [cfr. Grifoni 1999, 287]. Dovette però presto capire che il fascismo, che aveva difeso durante il «biennio rosso» gli interessi dei possidenti, non aveva vocazione, una volta preso il potere, a tutelare quelli delle classi subalterne. Il progetto mussoliniano di trasformare il fascismo in un partito laburista aveva incontrato nel 1921 l’ostilità dei capi regionali più intransigenti ed era stato definitivamente accantonato.

  • 62 L’accordo tra l’Italia e la Jugoslavia sarà sancito dal Trattato di Roma (27 gennaio 1924). Borgese (...)
  • 63 A differenza di altri titoli della stampa liberale, il «Corriere della Sera» gioca pienamente in qu (...)

57Borgese che aveva assunto un ruolo da protagonista nella campagna interventista e per tutto il periodo del conflitto, operando in sintonia con la linea paragovernativa del «Corriere della Sera», avvertiva nel dopoguerra l’impossibilità di conservare una posizione politica autonoma nella redazione del maggiore quotidiano nazionale. Al direttore, Alberto Albertini, che gli chiedeva di modificare il suo editoriale in cui esprimeva «un plauso pieno e aperto» a Mussolini per aver risolto la questione di Fiume, Borgese scrisse il 14 gennaio 1924 per chiarire la sua posizione e dissipare ogni malinteso. Spiegava che, se approvava senza riserve la politica estera di Mussolini62, non aveva un giudizio altrettanto positivo sulla sua politica interna e, a scanso di equivoci, puntualizzava che il suo pensiero era «di sinistra e dunque tutt’altro che fascista» [citato in Riosa 2009, 42]. Ciò nonostante, continuava a nutrire la speranza che anche la politica interna del governo evolvesse positivamente e la nuova classe dirigente riuscisse dove la vecchia classe liberale aveva fallito. Proprio per quella sua posizione “possibilista” all’interno della redazione, la quale assumeva in quel periodo una linea editoriale decisamente ostile al governo63, Borgese era stato chiamato ad assolvere il delicato ruolo di mediatore tra Mussolini e la direzione del «Corriere della Sera» [cfr. La Rovere in de Seta e Gentili 2016, 59-60]. In ogni modo, questa confidenza fatta da Borgese ad Albertini non aveva certo il valore di una dichiarazione pubblica che lo avrebbe potuto esporre a ritorsioni.

58È significativo che Sciascia si riferisca quasi esclusivamente nei suoi saggi ai due più famosi libri di Borgese: Rubè e Golia, il primo pubblicato prima della marcia su Roma e il secondo dopo l’esilio americano. Nel 1982, Sciascia accenna ad un’intervista rilasciata da Borgese nel giugno 1927 a Guido Cantini, in occasione della recente pubblicazione de Le Belle, in cui lo scrittore afferma che se avesse cose importanti da dire non gli verrebbe in mente di esporle pubblicamente ma lo farebbe solo in via molto confidenziale. Sciascia attribuisce all’esibita reticenza di Borgese un significato politico:

Ma dicendo di non poter parlare davanti a tanti testimoni, e nell’insistervi, è da credere che Borgese volesse non sfuggire a una confidenza coi lettori, ma cifrarla, ma alludere alla condizione in cui lo scrittore – come del resto ogni altro cittadino di libero intendimento – si trovava a soffrire in Italia: che poteva ancora, in un’opera letteraria, attraverso vicende, personaggi e simboli assottigliare una rappresentazione della realtà, una manifestazione del dissenso; ma non gli era permesso – pena l’emarginazione, l’ostracismo o addirittura il carcere – rendere espliciti, evidenti, apodittici i propri giudizi sulle cose italiane, il proprio dissenso nei riguardi del fascismo dominante [Sciascia 2019, 693].

59Ora, non è affatto evidente che Borgese – ammesso che abbia mai provato – sia riuscito a manifestare il proprio dissenso nei confronti del regime attraverso la sua opera letteraria. In questo caso, c’è da credere che il senso del supposto messaggio cifrato era sfuggito allo stesso Mussolini al quale Borgese aveva offerto in omaggio le opere da lui pubblicate tra il 1924 e il 1926 [Cfr. Tassani 2000, 120-121, e La Rovere 2016, 61].

  • 64 Si tratta di un articolo del 2 settembre 1984 pubblicato sul «Corriere della Sera» e ripreso in A f (...)

60Nel 1984, Sciascia afferma: «Non faceva politica, ma politica era la sua visione delle cose italiane passate e presenti: e di una intelligenza e giustezza da rendersi naturalmente avverso al fascismo» [2019, 1255]64. Qui occorre sottolineare che, se Borgese non faceva più politica negli anni del fascismo (smette di scrivere di politica estera sul «Corriere della Sera» nei primi del 1924, cioè prima della svolta totalitaria), era stato invece molto impegnato politicamente prima dell’avvento del fascismo; aveva in effetti partecipato alla campagna interventista assumendo un ruolo di primo piano nello schieramento dei nazional-liberali per tutta la durata del conflitto e fino al trattato di pace, come lo stesso Sciascia ricorda in altri suoi saggi. Inoltre, è difficile sostenere che dalla lettura delle opere da lui pubblicate dalla seconda metà degli anni Venti fino al momento dell’esilio emerga «una visione politica delle cose italiane» (davvero arduo interpretare in chiave politica, per quanto ci si scervelli, Le Belle). Sono invece le cose da lui fatte e scritte alla fine del conflitto e nell’immediato dopoguerra, il suo professato wilsonismo e la sua posizione rispetto alla cosiddetta «questione adriatica», a valergli l’ostilità dei nazionalisti. Gli viene in effetti ancora rinfacciata dai fascisti alla fine degli anni Venti la linea «rinunciataria» da lui assunta in quella fase critica, il suo strenuo operare a favore del riconoscimento delle rivendicazioni delle minoranze slave attraverso iniziative diplomatiche sconfessate dal governo Orlando che le aveva inizialmente opportunisticamente promosse [cfr. Tosi 1973, 291-299]. Borgese è vittima di una intensa campagna denigratoria, di una vera e propria persecuzione che raggiunge il climax nell’inverno del 1930 con gli atti di aggressione in aula da parte di giovani del GUF che brutalizzano anche i suoi studenti [cfr. Mezzetti 1978, 33-34, e La Rovere 2003, 106-107]. Se Borgese avesse fatto ammenda e aderito al PNF, queste persecuzioni sarebbero senz’altro cessate. Ma Borgese non era certamente il tipo da rinnegare le proprie convinzioni e preferirà la via dell’esilio volontario.

Giovanni Gentile

  • 65 Principale collaboratore di Croce, Gentile ebbe con lui i primi disaccordi teorici nel 1913. I due (...)
  • 66 Nel 1915, Gentile aveva proposto la propria collaborazione a Luigi Albertini il quale aveva declina (...)
  • 67 Scrive: «Un manifesto, apparentemente filosofico ma sostanzialmente politico, sottoscritto da poche (...)
  • 68 Borgese pubblica il 21 febbraio 1931 una recensione entusiasta de La filosofia dell’arte su «Il Cor (...)

61Sciascia afferma che «Gentile, che non aveva nessuna ragione di amarlo, e anzi le aveva tutte per non amarlo, non pesò per nulla nella persecuzione fascista verso Borgese» [2019, 695]. Le lettere di Borgese a Gentile (anche se mancano purtroppo quelle di Gentile a Borgese) attestano invece della cordialità dei rapporti tra i due uomini, protrattisi fino all’autunno del 1934, a dispetto delle loro non poche divergenze [Borgese 1999]. Erano stati ambedue molto vicini a Croce prima di emanciparsi dalla sua influenza per sviluppare un proprio pensiero che li avrebbe portati a rompere con lui, Borgese dall’inizio degli anni dieci, Gentile solo nel 192565. Se a differenza di Croce avevano condiviso l’impegno interventista, si erano però trovati nel dopoguerra ad assumere posizioni antitetiche sulla questione adriatica66. Ma la stima reciproca non venne tuttavia meno. Nel 1921, Gentile scrisse a Borgese di apprezzare il «senso morale» di Rubè [Turi 2006, 314-315] anche se non rese mai pubblico quest’apprezzamento. Negli anni successivi, mentre l’impegno a favore del fascismo portò Gentile a tagliare i ponti con Croce, i rapporti del primo con Borgese non si allentarono. Certo, Borgese non aderì al manifesto degli intellettuali fascisti (21 aprile 1925) ma nemmeno all’Antimanifesto crociano (1° maggio 1925) di cui sminuisce ingiustamente nel Golia la portata politica al punto di definirlo controproducente in quanto avrebbe esposto inutilmente i pochi firmatari alla persecuzione del regime67. Accettò senza remore di collaborare all’Enciclopedia italiana ed espresse nel 1931 a più riprese un giudizio molto positivo sulla Filosofia dell’arte68. Si potrebbe aggiungere il comune richiamo a De Sanctis, di cui si considerano gli eredi spirituali e, contro le note riserve crociane, il comune apprezzamento di Manzoni di cui Gentile curerà l’edizione nazionale. Se la teoria borgesiana dell’unità delle attività dello spirito non si identifica con l’attualismo gentiliano, condivide con esso più caratteristiche di quante ne abbia con la filosofia dello spirito crociana. Ma Borgese, inutile ricordarlo, non aderì al fascismo. Se poi si ammette che ad ideare il principio dell’obbligo del giuramento dei professori universitari al regime fascista sia stato proprio Gentile, come ricorda lo stesso Borgese nel Golia [1949, 325-326], è impossibile considerare il filosofo totalmente estraneo alla persecuzione di cui fu oggetto Borgese, perché fu proprio il rifiuto di giurare che costrinse quest’ultimo a trasformare il suo prolungato soggiorno in America in esilio politico.

Croce

  • 69 Cfr. Mario Sansone, Croce e Borgese, in Giorgio Santangelo (a cura di), Op. cit., pp. 113-134. Solo (...)
  • 70 Scrive in effetti Borgese: «Gentile, come filosofo, fu più coerente di Croce e la sua accettazione (...)
  • 71 Croce aveva in effetti salutato in Machiavelli il primo teorico dell’autonomia della politica rispe (...)
  • 72 Note sul Machiavelli, sulla politica e sullo Stato moderno (quarto dei sei volumi degli appunti dei (...)
  • 73 In una cronaca del 19 novembre 1971 pubblicata sul «Corriere della Sera» e ripresa in Nero su nero, (...)

62Il capitolo delle divergenze tra Croce e Borgese sul piano della teoria estetica è stato abbondantemente studiato e sarebbe superfluo tornare in questa sede sull’argomento69. In compenso, la dimensione politica del loro disaccordo è stata molto meno indagata e merita qualche considerazione. Glossando in Per un ritratto dello scrittore da giovane le lettere inedite allo zio che documentano i primi screzi tra il giovane Borgese e Croce, Sciascia, dopo aver ricordato in una parentesi che «contraddire Croce sarà nella sua vita pensiero dominante», accenna «a quel capitolo di Golia in cui, pur accordandogli delle attenuanti e riconoscendogli qualche merito antifascista, [Borgese] giudicherà coerente l’adesione di Gentile al fascismo e incoerente l’avversione di Croce»70. E questo giudizio, commenta Sciascia, «può apparire di estrema malizia, ma è del tutto fondato e sensato» [2019, 836-837]. L’argomentazione di Borgese, considerata ineccepibile da Sciascia, si può riassumere in due punti: il primo riguarda la concezione crociana di derivazione machiavelliana della politica quale attività indipendente dalla morale71. Il secondo riguarda la concezione di matrice hegeliana (che sia Croce che Gentile, secondo Borgese, avrebbero fatto loro), secondo cui l’unico criterio pertinente per valutare una politica sarebbe il suo successo. Sciascia si riconosce nell’anti-machiavellismo e nell’anti-hegelianismo professati da Borgese nel Golia che riprende a suo conto. Rigetta tanto il machiavellismo fascista quanto quello marxista di Gramsci (che Borgese non poteva conoscere72) e rifiuta come Borgese ogni forma di giustificazione storicistica del male. Per Sciascia come per Borgese, la politica va fondata sull’etica73. Ci si può tuttavia chiedere in che misura le accuse mosse da Borgese a Croce siano fondate.

  • 74 Si veda ad esempio il saggio del 1926 intitolato Punti di orientamento della filosofia in cui Croce (...)

63Quello crociano non è certo un pensiero privo di ambiguità e tensioni, se non di vere e proprie contraddizioni e aporie. Ma Croce non pretendeva di aver elaborato con la Filosofia dello Spirito un sistema definitivo bensì solo una sistemazione provvisoria del proprio pensiero ed era quindi molto meno dogmatico di quanto suggerisce polemicamente Borgese74.

64Non va in ogni modo scambiata la teoria dell’autonomia della politica nei confronti della morale per una concezione cinica del potere, un machiavellismo in senso triviale. Se la politica è per natura amorale o infra-morale, spetta alla coscienza degli attori evitare che sconfini nell’immoralità. Non vi è in Croce (almeno nel Croce maturo) nessuna esaltazione della volontà di potenza e dell’esercizio della forza. C’è piuttosto alla radice del suo pensiero l’idea che non servono le buone intenzioni né il richiamarsi ad astratti principi morali a fare una buona politica. Così, scrive nel 1919: «l’onestà politica non è altro che la capacità politica: come l’onestà del medico e del chirurgo è la sua capacità di medico e di chirurgo che non rovina e assassina la gente con la propria insipienza condita di buone intenzioni e di svariate e teoriche conoscenze» [Croce 2015, 161]. Che l’Italia non si fosse affidata negli anni Venti al chirurgo giusto apparirà purtroppo troppo tardi evidente allo stesso Croce. Ma l’instaurarsi della dittatura non lo porterà a riconsiderare la sua concezione della politica. In un testo steso nella seconda metà del 1924 (cioè durante la crisi aperta dal delitto Matteotti) e pubblicato in Elementi di politica nel 1925 (cioè dopo la svolta totalitaria) afferma:

È risaputo che il Machiavelli scopre la necessità e l’autonomia della politica che è di là, o piuttosto di qua dal bene e dal male morale, che ha le sue leggi a cui è vano ribellarsi [...]. E questo è il concetto che circola in tutta l’opera sua [...] e rappresenta la vera e propria fondazione di una filosofia della politica. / Ma quel che di solito non viene osservato è l’acre amarezza con la quale il Machiavelli accompagna questa asserzione della politica e della sua intrinseca necessità. [...] / Più importante ancora è che il Machiavelli sia come diviso d’anima e di mente circa la politica di cui ha scoperto l’autonomia e che gli appare ora triste necessità di bruttarsi le mani per aver da fare con gente brutta, ora arte sublime di fondare e sostenere quella grande istituzione che è lo Stato [Croce 2015, 239-240].

65Si capisce che questa ambivalenza nei confronti della politica attribuita da Croce a Machiavelli è anche la sua. E non è molto chiaro in questa fase se ai suoi occhi l’alleanza dei liberali coi fascisti corrisponda alla «triste necessità» per i primi «di bruttarsi le mani per aver da fare con gente brutta» o se ritiene ancora che tale collaborazione partecipi in qualche modo dell’«arte sublime» di servire «quella grande istituzione che è lo Stato». Probabilmente ritiene ancora che il ruolo del fascismo sia stato globalmente positivo. In un’intervista rilasciata il 26 giugno 1924, il senatore Croce, prendendo per buone le dichiarazioni di Mussolini (il quale il 13 giugno alla Camera si è detto addolorato dalla scomparsa di Matteotti e ha assicurato che la giustizia sarebbe stata fatta), giustifica in questi termini la sua scelta di votare la fiducia al governo: «Non si poteva aspettare, e neppure desiderare, che il fascismo cadesse a un tratto. Esso non è stato un infatuamento o un giochetto. Ha risposto a seri bisogni e ha fatto molto di buono» [citato da De Felice 1966, 653]. Nel «molto di buono» attribuito da Croce al fascismo c’è senz’altro la “sana reazione” che esso aveva rappresentato contro la sinistra eversiva. Ma Croce, quando afferma che il fascismo deve portare a termine il suo «processo di trasformazione» [653] non intuisce che esso non si lascerà mai normalizzare. Solo nel gennaio del 1925, prenderà coscienza di quello che altri liberali più lucidi, come Giovanni Amendola, avevano diagnosticato subito dopo la marcia su Roma, ovvero che il fascismo aspira a conquistare il potere per smantellare lo Stato liberale ed instaurare un regime totalitario. E ad agevolargli la strada sarà l’infelice strategia dell’Aventino decisa dall’opposizione parlamentare. Bruttarsi le mani non era stata tanto una triste necessità quanto una scelta avventurosa da parte della vecchia classe dirigente. A prescindere dal giudizio morale, era stato innanzitutto un enorme errore di valutazione politica a consegnare il Paese al fascismo.

66È indubbio che il successo del fascismo in Italia ed in altre nazioni europee costrinse Croce a riconsiderare la sua visione della Storia e a ripensare il rapporto tra il momento economico e quello etico ponendo in maggior rilievo il primato di quest’ultimo, senza mai rinunciare tuttavia al principio della distinzione tra i due gradi. Gli sarebbe sempre sembrata ingenua ed illusoria l’idea che un progresso continuo della civiltà avrebbe portato ad un’eticizzazione integrale della vita pratica e quindi della politica, come suppone Borgese nel Golia quando scrive che:

  • 75 Se «i profeti inermi» come Savonarola crollano, «crollano anche i banditi armati» come Cesare Borgi (...)

Dallo stesso conflitto fra politica e morale si può dedurre che un giorno o l’altro la politica possa e debba diventare altrettanto etica quanto l’etica stessa o, più semplicemente, che la classe degli uomini politici sarà un vago ricordo del passato come sono per noi le streghe e i cacciatori di teschi [Borgese 1949, 320]75.

Simile predizione è coerente rispetto al particolare millenarismo che andava elaborando Borgese in quegli anni ma l’ipotesi che etica e politica fossero destinate un giorno a fondersi poteva sembrare solo «puerile» a Croce, come avrebbe ribadito in un’intervista del 1945 [citata da Bechelloni 2007, 261].

67Non è nemmeno esatto che Croce e Gentile avessero la stessa posizione nei confronti di Hegel. In un saggio del 1912, Il concetto del divenire e l’hegelismo, Croce, prendendo nettamente le distanze dal filosofo tedesco, critica la tesi da lui sostenuta della superiorità della storia sulla morale e la conseguente sua «adorazione del fatto» ed afferma per conto suo l’esigenza di conciliare il riconoscimento del senso della Storia (che egli non contesta) con la condanna dell’errore e del male che vi sono inerenti [Croce 2006, 160]. Se in Teoria e storia della storiografia (raccolta di testi del 1911-1912) Croce sembra molto vicino a Gentile nell’affermare che la storia è trapasso dal bene al meglio e che solo un difetto di comprensione storica può portare a giudicare integralmente negativo un fatto [cfr. Bonetti 1996, 39-40], nella sua famosa polemica con Gentile del 1913, rimprovera all’attualismo la tendenza a liquidare la questione dell’errore e del male attraverso una totale acquiescenza ai fatti [cfr. Bonetti 1996, 40-41]. E su questa questione non cambierà più posizione.

  • 76 Il saggio fa parte del volume Filosofia e storiografia (1949) ed è presente nell’edizione del 2005 (...)
  • 77 Chiarimenti filosofici, cap. VIII La questione del Machiavelli, in Benedetto Croce, Indagini su Heg (...)

68Croce torna sull’argomento nel dopoguerra in diversi scritti, tra cui due importanti saggi rispettivamente del 194676 e del 194977 in cui sviluppa un’argomentazione molto simile. Nel secondo di questi saggi, una volta affermato con forza il paradosso secondo cui «[i]l Machiavelli non solo non negò la morale ma fu una delle più dolorose anime morali che la storia ci faccia conoscere, e anelò e cercò sempre l’attuazione della moralità» [Croce 1998, 179], Croce fa un’importante concessione:

Se il Machiavelli non può essere tacciato di errore per non aver risoluto lui le questioni che, suscitate dal suo pensiero in altre menti, furono da altre menti trattate e risolute, un errore o un’ombra di errore è certamente in lui, nel quale più apertamente e grandiosamente si impigliò dipoi lo Hegel; cioè, nell’ammettere che le infrazioni alla morale, le azioni cattive, i delitti possano essere benefici o condizioni di bene nella storia. Sul quale punto è richiesta la più netta e rigorosa intransigenza, perché mai e poi mai si dovrà consentire che la morale conceda di fare quel che la coscienza, cioè essa stessa, dichiara che non è da fare a niun patto [182-183].

69E Croce adduce l’esempio dell’assassinio di Remo da parte di Romolo (già recato nello scritto del 1946 [Croce 2005, 144]) che troverebbe secondo Machiavelli la sua giustificazione nella bontà delle sue conseguenze mentre in nessun caso il fine può giustificare il mezzo. L’errore commesso da Machiavelli andrebbe ascritto al determinismo che sottende la sua visione della storia mentre la storia, afferma Croce, «è sempre storia della libertà» [183-184]. E il filosofo precisa a scanso di equivoci che «l’efficacia degli errori, delle colpe e dei delitti è nella loro negatività, nel provocare l’orrore, il castigo, la correzione, la condanna, l’espiazione, e non già nel lavoro costruttivo» [184].

70Certo, non si può, da una parte, postulare la necessità dei grandi processi storici e, dall’altra, ridurre il Ventennio ad un semplice accidente di percorso o «parentesi», che dir si voglia, nella Storia italiana ed europea come farà Croce nel dopoguerra [cfr. De Felice 1969, 29-30 e 44-45]. Molto più coerente appare senz’altro sotto questo profilo Gentile che, partendo dagli stessi postulati idealistici, assume l’avvento del fascismo quale superamento delle contraddizioni dello Stato liberale. Ma se Croce, insieme alla maggior parte dei conservatori, non aveva saputo intuire il pericolo rappresentato dal fascismo per le istituzioni democratiche e si era invece cullato nell’illusione che esso, dopo aver assolto il suo compito di liquidatore della minaccia bolscevica, avrebbe finito per adeguarsi alle regole del sistema parlamentare, egli era stato senz’altro, dopo una fase di incertezze e tentennamenti, più coerente di fronte alla svolta totalitaria del 1925 rispetto a Gentile, il quale, attraverso sofistiche disquisizioni, cercava di accreditare la tesi secondo cui il fascismo sarebbe stato non la negazione bensì una forma aggiornata del liberalismo, un liberalismo redento dalle pecche del vecchio liberalismo, un liberalismo insieme statalista e anti-individualistico (vere e proprie contradictiones in adjecto) perché l’individuo gentiliano non esiste al di fuori dello Stato e realizza se stesso solo nella misura in cui s’identifica con esso, mentre al contrario lo Stato «vero» non esiste per Croce al di fuori dell’agire degli individui concreti che, operando qualche volta anche contro lo Stato, possono contribuire a trasformarlo e rigenerarlo [cfr. Bonetti 1996, 61].

  • 78 Vedi Frammenti di etica, XLI Lo stato etico e Elementi di politica, II Lo stato e l’etica, in Etica (...)

71Niente di più distante dal pensiero crociano della sofistica identificazione gentiliana della morale con la ragione di Stato. Croce considera l’espressione «Stato etico» una contradictio in adjecto78. Non poteva aderire al postulato gentiliano del primato della politica senza rinnegare i fondamenti stessi della sua filosofia, ovvero la distinzione e l’autonomia delle diverse forme dello spirito. Emilio Gentile vede proprio in questa coerenza dottrinaria «la vera origine della diversità di atteggiamenti di Croce e Gentile di fronte al fascismo e dei motivi politici del loro definitivo distacco» [E. Gentile 2005, 85].

72La svolta che spinge Croce ad elaborare negli anni ’30 quella che avrebbe definito «la religione della libertà» non è comunque in contraddizione col proprio iniziale pensiero, contrariamente a quanto asserisce ingenerosamente Borgese quando scrive che Croce era passato «molto lentamente a un liberalismo e un europeismo che faticosamente cercava di accordare con la sua filosofia precedente» [Borgese 1949, 322].
Nel dopoguerra, Croce dovrà difendersi dall’accusa di essere stato un antesignano del fascismo a dispetto del suo passaggio nell’opposizione. Non gli giovò di essere diventato col Manifesto del 1925 il punto di riferimento indiscusso dell’antifascismo italiano di matrice liberale. Agli occhi dei suoi detrattori, le letture fasciste di Machiavelli da parte di Ercole, Gentile o dello stesso Mussolini si erano legittimamente avvalse del pensiero crociano.

73Un intellettuale critico nei confronti di Croce come Norberto Bobbio non esita tuttavia a prendere le sue difese affermando in Politica e cultura:

Sarebbe ingeneroso, oltre che stolto, dimenticare che questo concetto della forza, che domina la vita degli stati, s’inseriva in una visione generale della storia in cui, accanto e sopra all’attività utilitaria, era posta la coscienza morale, che alla forza comanda per redimerla, in cui insomma se la politica era tutta quanta utilità, la utilità non era tutta quanta la vita dello spirito [Bobbio 1955, 221, citato da Bonetti 1996, 54].

  • 79 Interessante a questo proposito l’articolo pubblicato su «Sicilia del Popolo» il 25 agosto 1951 in (...)

74Scrive Sciascia in uno suo saggio sull’amato Savinio che, più della «Critica» del liberale Croce, rivista da lui ascritta senza remore alla categoria di «certo antifascismo [...] ufficializzato» che avrebbe partecipato della stessa «angustia e povertà» della cultura del regime [Sciascia 2016, 152], fu l’«Omnibus» dell’anticonformista Longanesi, fascista frondista, a rappresentare paradossalmente un autentico «luogo di libertà» [150]. Questo giudizio per lo meno ingeneroso sulla «Critica» crociana sembra echeggiare l’accusa mossa al filosofo da Togliatti nel 1944 su «Rinascita» di essere stato sostanzialmente complice del fascismo [cfr. Agosti 2003, 291], un giudizio calunnioso diffusosi nel dopoguerra e diventato un luogo comune negli ambienti di sinistra. In effetti, Sciascia si spinge molto oltre Borgese, il quale riconosce almeno l’affermazione dopo il 1925 in Croce di un pensiero liberale e europeista [Borgese 1949, 320]. Per Sciascia, si sa, «di Croce vale più la prosa che il pensiero» (come recita il titolo di un suo articolo del 1989 [citato in Pupo 2011, 116-117]). Nel racconto Porte aperte si spinge fino a tacciare il filosofo (senza nominarlo) di cialtroneria (ibid.), mentre non usa mai simili termini ingiuriosi per designare non solo Gentile, verso il quale si dimostra più che equanime, ma nemmeno Interlandi al quale siffatta qualifica si addirebbe senz’altro meglio che a Croce. Ci si può anche chiedere a questo punto perché Sciascia, che ha tanta stima per le scelte politiche di Brancati, il quale, come giustamente osserva, non era a differenza di tanti altri intellettuali della sua generazione opportunisticamente passato dopo la caduta del fascismo da Gentile a Gramsci79, non dica nulla del suo professato crocianesimo.

Comprendere il fascismo

75Scrive Brancati a proposito di Borgese che, «prima di combattere Mussolini, egli aveva dovuto combattere la sua indole estremamente liberale, portata a comprendere e tollerare» [Brancati 1992, 631]. L’atteggiamento iniziale di Borgese sembra dettato dalla volontà non tanto di comprendere nel senso di scusare gli eccessi del fascismo (che nessun vero liberale, sia detto per inciso, avrebbe mai potuto tollerare né tanto meno giustificare senza entrare in contraddizione con se stesso) quanto nel senso di cogliere il suo significato storico. In questo senso, la sua posizione non era stata tanto distante da quella di Croce. Occorre in effetti ricordare che Borgese condivideva coi neoidealisti una concezione storicista se non proprio teleologica della Storia ed era stato quindi intellettualmente predisposto ad attribuire anche lui un senso al fascismo nella continuità del Risorgimento e della Grande Guerra che ne era stata, in quanto ultima “guerra d’indipendenza”, il completamento (e mai rinnegherà questa tesi) [cfr. Bonnet 2010].

76Nella prima lettera a Mussolini del 18 agosto 1933, Borgese accenna a «quegli elementi del fascismo dialetticamente attivi nel divenire storico» da lui riconosciuti «nelle conversazioni private» ma che si era sempre rifiutato di riconoscere «in pubblico» perché, oltre il fatto che non erano certo gli aspetti che il regime «desiderava più vivamente [mettere] in pubblica luce» dal momento che non gli era consentito esprimere nella sua interezza un pensiero complesso che un’esposizione parziale avrebbe inevitabilmente alterato, preferiva astenersi. Aggiungeva che dal 1924 si era ritirato dalla politica [Borgese 2013, 19-20].

77Nell’ultima sua lettera a Gentile del 2 novembre 1934, Borgese, dopo aver giustificato il suo precedente atteggiamento nei confronti del regime, come nella sua prima lettera a Mussolini, col richiamo al (vano) rispetto socratico e paolino della legge, fa un’importante concessione: «Non nego anche l’influenza di alcune idee neo-idealistiche circa i rapporti fra individuo e stato» [1999, 137]. Un punto che purtroppo non sviluppa nella lettera. Ma proprio nel novembre del 1934, Borgese pubblica il suo primo saggio sulle origini intellettuali del fascismo che rappresenta il primo abbozzo del Golia. Nella parte conclusiva del breve saggio espone quelli che egli considera malgrado tutto gli aspetti positivi del fascismo:

Esistono fattori del fascismo che sono positivi e creativi al di là di ogni dubbio. Il primo, l’appello alla forza (ma la forza deve conoscere il proprio scopo, e questo dev’essere uno scopo buono). Il secondo, l’appello all’ordine sociale e alla disciplina (ma la base di quest’ordine deve essere mobile, e l’obiettivo deve essere la collaborazione tra le nazioni liberamente ordinate, e non la guerra, che è il peggiore dei disordini). Il terzo, la critica della democrazia e del parlamentarismo nella loro decadenza (anche se una migliore democrazia, e non il dispotismo, deve essere la relativa deduzione). / Il quarto, e il migliore fra tutti. L’Italia e la Germania sono giunte per ultime, meno di settant’anni fa, tra le file dei moderni stati nazionali. Erano immature. Il fascismo sta fornendo loro l’esperienza di lotta interiore e di carattere che la Francia e l’Inghilterra hanno realizzato nel tardo Medioevo, e l’America durante la guerra civile. Gran parte della Germania è ancora un magazzino per la pia custodia delle memorie medievali; l’Italia è ancora una penisola che si sporge dal mondo antico verso il nuovo. In modo involontario, ma ad altissima velocità, il fascismo sta bruciando in entrambi i paesi tutta la materia del passato: l’autorità personale e quella dogmatica, la monarchia e la chiesa, la pedanteria classica e quella romantica, i sogni ad occhi aperti e l’introversione regressiva. Entrambe le nazioni usciranno dal fascismo, presto o tardi, rinnovate, del tutto europee e moderne, e protagoniste in Europa [2010, 147-148].

  • 80 Se per pensatori liberaldemocratici come Gobetti o Carlo Rosselli l’avvento del fascismo deriva pro (...)

78Gli aspetti positivi elencati da Borgese sono tutti altamente problematici e l’impostazione dell’argomentazione, caratterizzata da una sostanziale ambiguità, risulta autocontraddittoria, almeno per quanto riguarda i tre primi punti. Il fascismo, col suo richiamo alla forza, alla disciplina e all’ordine, potrebbe a prima vista sembrare una risposta adeguata alla crisi di uno stato liberale dimostratosi debole ed impotente di fronte ad una situazione politica e sociale caotica. Si ammette però che l’appello alla forza, alla disciplina e alla critica delle istituzioni è legittimo solo se questi tre principi sono subordinati ad un fine superiore. Ora, è proprio questa finalità che difetta nella fattispecie, come suggerisce lo stesso Borgese nelle varie parentesi che bastano a confutare la tesi di una loro effettiva positività. Il ricorso alla forza non è né giustificato né proporzionato, la disciplina e l’ordine si riducono a costrizione ed irreggimentazione della società e la critica della democrazia parlamentare non ha niente di costruttivo. Sembra decisamente debole ed inadeguata la scelta della parola «critica» per definire i rapporti del fascismo colle istituzioni parlamentari da esso semplicemente distrutte e liquidate. Il quarto ed ultimo punto definito da Borgese «il migliore di tutti» è il più problematico. A credere Borgese, andrebbe inteso in una prospettiva dialettica il veloce consumarsi della «materia del passato» gravante sull’Italia e la Germania e il supposto correlativo processo di rinnovamento nazionale che dovrebbe consentire alle due nazioni di diventare «protagoniste in Europa». Borgese non dubita in ogni modo che quella fascista sia un’esperienza politica destinata a concludersi «presto o tardi», che esso corrisponda, cioè, solo ad una fase transitoria nella vita dei due paesi, destinata a colmare i loro ritardi culturali rispetto alle altre nazioni80, e questo è un punto fondamentale in un momento in cui il fascismo tenta di accreditarsi, non senza successo presso larghe fette dell’opinione pubblica occidentale, come la terza via da imboccare.

79Non ci sarà traccia di un simile apprezzamento dei supposti fattori positivi del fascismo nel Golia in cui il fenomeno sarà presentato come integralmente involutivo e negativo. Nel frattempo, ci sono state la conquista dell’Etiopia e il consecutivo degrado dei rapporti diplomatici tra Mussolini e le grandi democrazie, l’alleanza dell’Italia fascista con la Germania nazista e la partecipazione delle potenze dell’asse alla guerra civile spagnola, prodromo della Seconda guerra mondiale. Mentre scrive il Golia, Italia e Germania stanno diventando protagoniste in Europa, ma certo non nel senso annunciato nel saggio del 1934.

  • 81 Anche l’impegno di Borgese a favore della Repubblica va ricollocato nel contesto dei suoi rapporti (...)

80Nel commento che accompagna la pubblicazione delle lettere a Mussolini su «Il Ponte» nel 1950, Borgese torna sull’argomento degli elementi del fascismo «dialetticamente attivi» da lui riconosciuti nel 1933 anche se mai espressi pubblicamente (sembra aver dimenticato nel 1950 la conclusione del suo saggio del 1934) e precisa che erano di due ordini. Il primo riguardava il ruolo per così dire critico del fascismo capace di denunciare i vizi dei regimi democratici (e questo argomento coincide col terzo di quelli esposti nel saggio del 1934). Ma si trattava subito di precisare «che i rimedi proposti dal fascismo erano incomparabilmente peggiori dei mali». In altri termini, per poter svolgere un ruolo positivo, il fascismo avrebbe dovuto rimanere una forza di opposizione. Il secondo punto riguardava «la velocità con cui il fascismo, percorrendo tutta la direzione controrivoluzionaria di destra, ne esauriva le uscite e legava all’epoca successiva spinte soltanto rivoluzionarie di sinistra» (e questo corrisponde in sostanza al quarto fattore del saggio del 1934). E aggiunge: «La fine della monarchia, nel ’46, comprovò, almeno in parte, la correttezza della tesi» [2013b, 10-11]81. Sarebbe superfluo sottolineare che il prezzo della svolta repubblicana era stato per l’Italia il coinvolgimento in una guerra mondiale che aveva provocato oltre sessanta milioni di morti. L’integrazione di questi presunti «elementi attivi» nella valutazione del fascismo da parte di Borgese prova in ogni modo che il fenomeno andava interpretato per lui in chiave storicistica anche se in una prospettiva certamente diversa da quella di Croce o di Gentile.

Clericofascismo

81E qui, occorre chiarire un altro punto. Nella prefazione della riedizione del 1983, Salvadori afferma:

Nel delineare il volto dell’Italia dopo il crollo del fascismo Borgese [...] mette in tutta evidenza il peso che avrà il cattolicesimo nella politica italiana. Le potenze straniere che, dopo la fine del fascismo, vorranno evitare una rivoluzione “in un punto nevralgico come l’Italia” aiuteranno la Chiesa a succedere al fascismo [1983, 10].

82Anche Bertolotti, nelle pagine dedicate al Golia del suo saggio del 2013, scrive:

Borgese denuncia, con toni che si fanno un crescendo di asprezza e rammarico, ciò che considera uno scandalo morale prima che politico, ipotizzando che, alla morte di Mussolini, l’unica forza capace di conservare in Italia un potere organizzativo sarà proprio la Chiesa, ed essa succederà al fascismo» [2013, 189].

  • 82 Il corsivo è nostro.
  • 83 In un appunto del suo diario americano del 25 luglio 1936 (cioè, contemporaneo della stesura del Go (...)

83Ora, se l’ipotesi che la Chiesa succeda al fascismo è effettivamente esposta nel libro, e proprio in questi termini, essa va contestualizzata. In effetti, non corrisponde nell’argomentazione al pensiero di Borgese, bensì ai piani segreti che egli attribuisce a «coloro che vivono entro le mura del Vaticano e non loro soltanto» che «sono convintissimi che tutto passa ma che la Chiesa rimane». Invece, Borgese, nel paragrafo successivo scrive che «dal punto di vista logico, l’ipotesi contraria è altrettanto plausibile e più in armonia con la tendenza apparente della storia82: l’ipotesi cioè che il fascismo romano e il Cattolicesimo romano vinceranno e perderanno insieme e che, in un avvenire concepibile, questa seconda Controriforma verrà stroncata per lasciare il posto a una religione umana che comprenda in sé gli elementi permanenti del Cristianesimo e accolga tutte le razze civili e tutti i credi superiori» [1949, 337]. Quindi, se non esclude che al fascismo possa subentrare la Chiesa, Borgese ritiene più probabile che il crollo del primo travolga la seconda, ed è incline a pensare che il loro destino sia da considerarsi ormai inseparabile83. La Chiesa, spiega Borgese, si era illusa coi patti lateranensi di poter usare il fascismo per conseguire i suoi propri fini ed era stato invece questo a piegare quella al suo progetto totalitario. Accortasi dell’abbaglio, essa aveva tentato di riaffermare la propria autorità attraverso varie iniziative, ma questi tentativi da parte della Chiesa di restaurare il proprio magistero sarebbero secondo Borgese tutti penosamente falliti. Egli precisa: «La lotta fu breve e definitiva nel 1931. [...] Non vi era nulla da sperare tranne il martirio e la gloria: il vicario di Cristo rapidamente si arrese. [...] Pio XI divenne il cappellano di un despota che confessava apertamente di non credere a nessun Dio tranne a se stesso» [336]. Così, conclude spietatamente Borgese, la visione dantesca che chiude il Purgatorio della Chiesa sotto le sembianze di «una prostituta in braccio ad un gigante simbolico, era diventata realtà, sebbene gli attori, lungi dall’essere dei giganti fossero di taglia meno che mediocre» [338].

84La ricostruzione dei rapporti tra Chiesa e fascismo proposta da Borgese nel Golia è sostanzialmente corretta ma troppo schematica e va quindi sfumata. Egli allude alla pubblicazione dell’enciclica del 29 giugno 1931, Non abbiamo bisogno, in cui Pio XI reagisce con virulenza al tentativo da parte del regime di sciogliere col decreto del 29 maggio l’Azione Cattolica, ma omette di precisare che la crisi si era risolta il 2 settembre a beneficio almeno parziale della Chiesa. Col nuovo accordo, è vero, come spiega Emilio Gentile, «la Santa Sede si impegnava a limitare le attività dell’Azione cattolica a compiti esclusivamente religiosi e ricreativi» [Gentile 2022b, 818]. E si può considerare in questo senso che «il regime fascista aveva conseguito un’altra vittoria per il monopolio dell’educazione giovanile» [818]. Ma il Vaticano era comunque riuscito a salvare la sua organizzazione. Una nuova grave crisi tra il fascismo e il Vaticano si sarebbe verificata nei primi del 1938 (cioè, dopo la prima edizione americana del Goliath) con l’intensificarsi della politica totalitaria del regime e il riaprirsi del conflitto con l’Azione Cattolica [1151-1153]. Presentare la Chiesa come se fosse stata totalmente assoggettata al fascismo è quindi un’esagerazione. Se la Chiesa non era riuscita a cattolicizzare il fascismo, il fascismo non era nemmeno riuscito a fascistizzare la Chiesa. Anche se il centro nazionale italiano fondato nel 1924 da quelli che Don Sturzo chiamava i “clerico-fascisti” ebbe senz’altro molte adesioni, esso non rappresentava l’intero Vaticano.

85Nella prefazione dell’edizione italiana del Golia (datata novembre 1945), Borgese, tornando sull’argomento dei rapporti tra la Chiesa e il fascismo, concede di esser stato forse troppo veemente nella forma (avvalendosi però in questo dell’illustre esempio dantesco) ma non rinnega la sostanza del giudizio e ribadisce che la Chiesa è stata «consorte, anzi auspice e consigliera del fascismo» [1949, 13]. Tuttavia, aggiunge:

Oggi invece la Chiesa, superstite in una Europa che è tutta a terra, in un mondo dove tutto trema, è anch’essa, come ogni altra istituzione e dottrina, in un travaglio di adattamento i cui sbocchi sono problematici, ma il cui corso va osservato con mente attenta e aperta. Può essere che essa si avvii verso un domani, in politica ed economia, diverso dal suo ieri (nel qual caso dovrei porre in ben altro rilievo da quello non adeguato né del tutto equo, d’allora, l’azione di Sturzo) [13].

  • 84 Viene pubblicata postuma in una miscellanea in onore di Don Sturzo la traduzione italiana del saggi (...)

86Non si capisce in virtù di quale strano principio logico Borgese fa dipendere la sua eventuale rivalutazione dell’azione passata di Sturzo dall’azione futura della Chiesa. Comunque, in questa parentesi involuta ed imbarazzata, Borgese ammette che il modo in cui ha trattato il fondatore del partito popolare nel Golia non è stato «adeguato né del tutto equo». È proprio il meno che si possa dire. Don Luigi Sturzo non è nemmeno nominato una volta nel libro. Del partito popolare, Borgese scrive: «Era un corpo socialista con un’anima clericale, rivoluzionario e bonaccione: uno strano fenomeno di anfibismo» [331]. Definizione brillante e divertente ma decisamente sommaria. Borgese non ricorda che questo partito, il secondo più votato nelle elezioni del 1919, fu dopo il partito socialista il principale bersaglio del fascismo e che, durante la crisi seguita al delitto Matteotti, «fu sconfessato dalla Chiesa e abbandonato al suo destino di partito antifascista esposto alla rappresaglia fascista» [Gentile 2022, 625]. Come può ignorare che Sturzo è stato uno dei primi e più coraggiosi oppositori del fascismo, al punto di doversi esiliare nell’ottobre del 1924 [cfr. Gentile 2023, 105-113]? E come può ignorare l’instancabile militanza antifascista dell’esule a Londra poi a Parigi (a New-York arriverà solo nel 1940)? E come può ignorare che Sturzo aveva pubblicato nel 1926 un libro che rappresentava secondo Emilio Gentile «una delle migliori analisi del fascismo», in cui per la prima volta veniva applicato il concetto di totalitarismo, rendendolo noto in Europa, per definire il nuovo esperimento di dominio attuato in Italia» [Gentile 2016, 1994], libro seguito da innumerevoli altri scritti altrettanto illuminanti? E, per quanto riguarda la sua successiva azione nel contesto del secondo dopoguerra, il fatto che l’anziano sacerdote si sia lasciato coinvolgere da Pio XII nel 1952 nell’infelice operazione che porta il suo nome non può in nessun modo cancellare questo passato di oppositore al fascismo, con buona pace di Borgese84.

87Borgese, che si definisce (usando le virgolette) «gioachimita», non esclude (senza considerare quest’evoluzione un dato acquisito) che, una volta trasformata e rigenerata, anche sotto il profilo dogmatico, la Chiesa di Roma possa in futuro contribuire all’avvento dell’«Epoca dello Spirito» [Borgese 1949, 13]. Non sappiamo come Borgese avrebbe accolto l’aggiornamento rappresentato dal Concilio Vaticano II convocato dieci anni dopo la sua scomparsa. Avrebbe sicuramente salutato l’ecumenismo del “Papa buono”, Giovanni XXIII, ma è indubbio che la linea “reazionaria” assunta da Pio XII nel dopoguerra non poteva in nessun modo corrispondere a quanto auspicava lo scrittore. Comunque, se Borgese era inviso ai crociani e ai marxisti, come ricorda Sciascia, lo era anche, e non senza motivi, ai cattolici.

  • 85 Nella prefazione del 1945 al Golia, Borgese scrive tuttavia: «Golia, il fascismo o nazismo, è a ter (...)

88Se Borgese propone nel Golia una genealogia del fascismo che lo fa derivare dall’utopia dantesca e dalle improbabili imprese di Cola di Rienzo e di d’Annunzio, non profetizza né in questo libro, né (a nostra conoscenza) in scritti posteriori, che esso sarebbe sopravvissuto a se stesso sotto mutate forme85. Invece, l’amico Piero Calamandrei scrisse nell’editoriale del numero speciale de «Il Ponte» pubblicato nell’ottobre del 1952 (cioè poco tempo prima della scomparsa di Borgese), in occasione del trentennale della marcia su Roma, che, se il regime è crollato, sopravvive invece «il costume fascista» che «circola, serpeggia, fermenta: alimenta altre ruberie, incoraggia altre tracotanze, suscita altre oppressioni. E i dominatori, anche se sotto divise meno marziali (e magari, oggi, sotto vesti pie: e domani chissà sotto quali travestimenti) sono sempre loro; e le vittime sono sempre le stesse» [citato da Gentile 2022a, 104-105]. Una tesi con ogni probabilità condivisa da Borgese ma mai, a nostra conoscenza, da lui pubblicamente espressa.

  • 86 Sciascia, ne Le Parrocchie di Regalpetra, scrive che tra i titoli disponibili nella sala di lettura (...)
  • 87 In seguito alle elezioni regionali in Sicilia del 3 giugno 1951, Sciascia aveva pubblicato un artic (...)

89Sciascia, lettore assiduo de «Il Ponte»86 al quale aveva anche collaborato pubblicando un articolo nel 195187, aveva sicuramente letto l’editoriale di Calamandrei ed è probabile che esso non lo avesse all’epoca lasciato indifferente. Il 1952 è l’anno del fallimento dell’“operazione Sturzo” e della promulgazione della legge Scelba (20 giugno). Il 12 dicembre, lo stesso Calamandrei avrebbe definito «legge truffa» la nuova legge elettorale voluta dalla DC che sembrava un clone della famigerata legge Acerbo del 1923 che aveva spianato la via alla dittatura.
Occorre tuttavia sottolineare che il presentare il potere democristiano come un ritorno del fascismo sotto mentite spoglie non era affatto inconsueto nel dopoguerra. Nel 1945, l’azionista Adolfo Omodeo aveva coniato l’espressione «totalitarismo cattolico» e, nel 1951, il socialista Lelio Basso aveva pubblicato un pamphlet intitolato: Due totalitarismi. Fascismo e Democrazia Cristiana [cfr. Bongiovanni in La Rovere 2003]. Come scrive Alessandro Viola, «è interessante notare come la continuità tra il regime e la politica dell’Italia repubblicana sia una critica molto diffusa e trasversale» [Viola 2020, 80, nota 115]. Ed è probabile che, in questa fase di transizione ideologica, Sciascia sia stato influenzato tanto dagli scritti di Vittorini su «Il Politecnico» quanto da quelli di Calamandrei su «Il Ponte».

90Nel 1956, Sciascia pubblica un articolo su «Officina» (ripreso poi nell’antologia del 1976, La noia e l’offesa) intitolato la Sesta giornata in cui sostiene che a fare la Resistenza sono stati essenzialmente i comunisti e i giellisti mentre la schiacciante maggioranza degli italiani («due italiani su tre») non solo non ha minimamente partecipato alla liberazione ma non ha nemmeno rinnegato la propria adesione al fascismo, ed aggiunge:

Una simile valutazione è indicativa: serve a farci capire perché il più grosso partito politico italiano abbia abbandonato ai comunisti il patrimonio della Resistenza: quei due uomini su tre, uomini d’ordine, rappresentano la forza di quel partito; e anche se alla Resistenza hanno partecipato sono portati a considerarla priva di istanze rivoluzionarie nonché vera e propria rivoluzione. C’è però una minoranza di cattolici, politici e uomini di cultura, che non è disposta ad abiurare i valori della Resistenza, ma comunque tenta di sottrarre il fenomeno alla valutazione classista dei marxisti. [Sciascia 1976, 204].

  • 88 «Tra formazioni Garibaldine e di “Giustizia e Libertà” e formazioni cosiddette Badogliane c’era per (...)

91E Sciascia, dissentendo da Angelo Paoluzzi secondo il quale la Resistenza sarebbe stata il primo fenomeno politico sentito da tutti i ceti sociali, afferma perentoriamente che i giovani arruolatisi nelle truppe repubblichine nella speranza di vedere realizzarsi la tanta attesa rivoluzione sociale sarebbero stati addirittura «più vicini allo spirito della Resistenza» dei combattenti delle troppo conservatrici Formazioni autonome militari88. In realtà, a spingere molti italiani a combattere nell’esercito di Salò, non erano state tanto le promesse del fumoso programma socialisteggiante del manifesto di Verona, quanto la fedeltà al Duce e l’esigenza di riscattare l’onore della patria dopo il vergognoso tradimento della Corona, marciando fino in fondo con l’alleato tedesco in un momento in cui la vittoria dell’asse appariva ormai improbabile.

92Per quanto riguarda la supposta continuità tra l’Italia fascista e quella democristiana, sarebbe banale osservare che il potere democristiano, malgrado le tendenze autoritarie ed illiberali che lo caratterizzavano, non disponeva di una milizia, non aveva imbavagliato la stampa, sciolto i partiti di opposizione, soppresso le libere elezioni, promulgato leggi razziste e portato avanti progetti bellicisti ed imperialistici. E non sono dettagli. Era stato Benedetto Croce tra i primi a denunciare in un articolo del 29 ottobre 1944 intitolato Chi è “fascista”? l’abuso del termine: «quella parola, nei modi in cui ora è adoperata, rischia di diventare un semplice e generico detto di contumelia, buono per ogni occorrenza, se non si determina e si tiene fermo il proprio suo significato storico e logico» [citato da Gentile 2022a, 24]. Un timore fondato se, alla fine degli anni Sessanta, Renzo De Felice osservava che «il termine fascista è stato via via usato in maniera sempre più indiscriminata e generica» [1969, 16].

93Borgese pone giustamente l’accento nel Golia sulla vocazione imperialistica del fascismo di cui ricerca l’origine nella storia sia remota che recente (a questo modello imperialista contrapporrà nel secondo dopoguerra quello della Repubblica mondiale). Ora, questa dimensione essenziale dell’ideologia e della politica mussoliniane è evidentemente totalmente estranea ai governi democristiani e sotto questo profilo non vi è alcuna continuità tra il regime fascista e quello repubblicano.

Comunismo

  • 89 Lo scambio epistolare tra i due scrittori si interruppe nel 1937 in seguito alla pubblicazione su « (...)
  • 90 Si veda a questo riguardo il primo capitolo di Paolo il caldo (Vitaliano Brancati, Opere 1947-1954, (...)

94Come sappiamo dalla testimonianza dello stesso Brancati, Borgese, scrivendogli dall’America, contribuì ad aprirgli gli occhi sulla natura perversa del regime fascista, dal quale l’ex incensatore di Mussolini, ricredutosi dopo un terribile periodo di crisi, si allontanò alla metà degli anni Trenta in una specie di volontario e dignitoso esilio interno89. In controtendenza rispetto alla generale autoassoluzione, Brancati fece nel dopoguerra il proprio pubblico esame di coscienza senza cercare di trovare attenuanti alla sua giovanile adesione al fascismo [cfr. Gentile 2022c, 348-349]. Allo stesso tempo, lo scrittore rimase fermo sulla sua posizione liberale (in senso rigorosamente politico, seguendo anche in questo l’insegnamento di Croce90), condannando tanto le tendenze autoritarie del nuovo potere democristiano quanto il dogmatismo e il settarismo delle sinistre marxiste.

95È significativo che Sciascia, nel brano precedentemente citato in cui definisce Borgese e Brancati «i più veri ed effettuali scrittori liberali di questo secolo», evochi la posizione di Brancati nei confronti del marxismo ma non dica nulla di quella di Borgese. Se quest’ultimo ebbe in effetti un ruolo decisivo se non esclusivo nella conversione di Brancati all’antifascismo, non ebbe invece alcuna parte nella genesi del suo deciso anticomunismo (che deriva certamente in gran parte dall’influenza crociana).

96Nel saggio introduttivo al primo volume delle opere di Brancati da lui curato (1987), Sciascia scrive:

Con Rubè, romanzo equivocamente letto (e acremente tuttora), Borgese aveva preso le distanze dal rosso e nero della “roulette” ideologica, nell’avvertimento che l’universo della stupidità ferocemente vi si intridesse: e prima che nell’esilio americano si era ritirato in quell’esilio, in quella specie di landa lunare in cui, come il senno di Orlando, sta il giudizio morale [2000, 21].

97L’equidistanza di Borgese nei confronti del bolscevismo e del fascismo illustrata nel romanzo del 1921 trova un inequivocabile riscontro nella lettera del 7 novembre 1934 indirizzata a Domenico Rapisardi in cui Borgese afferma: «Rubè è un libro fortunato, nel senso che l’autore ebbe senza suo merito la fortuna di scoprire un mito. Rubè è l’Italia d’oggi, è il mondo d’oggi, fascista-comunista, con due tessere in tasca; che perirà sotto una carica di cavalleria» [2010, 104]. Nel saggio coevo, Le origini intellettuali del fascismo, in cui il fascismo viene definito un miscuglio sincretico di machiavellismo e di romanticismo degradato, Borgese, distinguendo la dittatura bolscevica da quella fascista, definisce il regime sovietico «un comunismo zarista» [135].

98Questa equidistanza viene tuttavia meno nel mutato quadro politico internazionale emerso nella seconda metà degli anni Trenta. In effetti, Borgese, nella premessa a Golia, afferma:

Non si possono mettere sullo stesso piano fascismo o [sic] comunismo. Il comunismo, che lo si ami o lo si odî, segue le direttive imposte alla mente umana dalle idee del diciannovesimo secolo e dai secoli precedenti; è una conseguenza delle rivoluzioni inglese, americana e francese. Il fascismo è una cosa nuova [1949, 20].

99E nell’epilogo:

Dire che i due pericoli, fascista e comunista, si equivalgono, per non parlare delle preferenze fatte al primo è una incosciente bugia delle atterrite classi abbienti. Il comunismo russo, che ora in un modo o nell’altro sta declinando, almeno per quanto riguarda le formule marxiste-leniniste, urtò degli interessi forse legittimi. Urtò anche dei sentimenti certamente sacri. Ma anche nella ottusa sterilità del suo ateismo, riservò respiro al culto delle idee e delle speranze che erano care al vecchio Platone e al giovane Cristo e che sono l’essenza stessa della Divinità [496].

  • 91 Mussolini aveva riconosciuto il regime sovietico il 2 febbraio 1924, subito dopo il governo inglese (...)
  • 92 Ad onore del vero, Borgese accenna all’Holodomor in un passo alquanto ambiguo del libro in cui cerc (...)
  • 93 Va tuttavia ricordata la precoce lucidità di alcuni intellettuali come Salvemini e soprattutto Chia (...)
  • 94 A proposito della partecipazione di Sciascia e Cortese alle attività del GUF Macaluso scrive: «è be (...)
  • 95 La notizia del patto tedesco-sovietico avrebbe fatto perdere il sonno al giovane Sciascia simpatizz (...)
  • 96 In un articolo pubblicato su di guardia! una settimana dopo la dichiarazione di guerra dell’Italia (...)

100Se Borgese condanna nel Golia l’atteggiamento troppo benevolo delle democrazie parlamentari nei confronti del fascismo indebitamente considerato da loro un baluardo contro la minaccia bolscevica (dimenticando che, quando Mussolini arriva al potere, l’ondata rivoluzionaria è ormai alle spalle), non abborda la questione dei rapporti tra il regime sovietico e il regime fascista, improntati, a dispetto della loro frontale ed esibita contrapposizione, alla logica della realpolitik91. Inoltre, non accenna aldilà delle ovvie differenze alle somiglianze dei due sistemi totalitari che gli stessi fascisti riconoscevano. Non può ignorare che nei famosi Colloqui concessi a Ludwig, Mussolini dichiara senza remore il suo apprezzamento del sistema sovietico, «paragonandolo al sistema fascista per la comune volontà di subordinare l’individuo allo Stato» [Gentile 2016, 286]. Non può nemmeno ignorare che, nella coeva teoria di Giovanni Gentile, il fascismo non è presentato come l’antitesi bensì come il superamento del socialismo nella misura in cui, se impone come questo una disciplina collettiva alle masse, propone loro una concezione spiritualmente superiore della politica [cfr. Gentile 1996, 438]. Non solo Borgese non coglie le tante analogie tra i due regimi totalitari ma enfatizza la supposta vicinanza del comunismo con la democrazia parlamentare che avrebbero la stessa matrice ideologica e storica. Quella di Borgese non è certo una posizione originale nella seconda metà degli anni ’30. Essa s’inserisce nel contesto di quella che lo storico britannico Eric Hobsbawn chiama nel Secolo breve «la guerra civile ideologica internazionale» in cui si contrappongono il campo dei supposti «progressisti» (gli eredi dell’illuminismo e delle grandi rivoluzioni, compresa quella russa) e quello dei cosiddetti «reazionari» (i vari fascismi) [1995]. Va ricordato che ci sono in quegli anni molti filofascisti e filonazisti negli Stati Uniti, anche nell’ambiente accademico, perfino tra i colleghi di Borgese a Chicago [cfr. Bonnet in de Seta e Gentili 2016, 37-38]. Ma c’è anche una parte significativa dell’intellighenzia americana progressista e più o meno apertamente filocomunista. Ricordiamo che Borgese inizia la stesura del libro nel 1935 e la conclude nel 1937, anno della prima edizione americana. Sono questi, nell’Unione Sovietica, dopo la carestia pianificata del 1932-1933 che fece diversi milioni di vittime gli anni delle grandi purghe staliniane e dell’incremento delle deportazioni nei Gulag (1936-1938). Borgese accenna qui solo alla persecuzione di cui è oggetto la Chiesa ortodossa senza prenderne nemmeno l’esatta misura92. Secondo Borgese, il sistema sovietico non va tuttavia ricondotto alla matrice ideologica del materialismo storico. Se nel saggio del 1934, Borgese vede nel bolscevismo la risultante del «misticismo zarista» e del «comunismo mistico» e conia per definirlo, come si è visto, l’espressione: «comunismo zarista» [2010, 135], nel libro del 1937, egli definisce il regime sovietico «un risultato tanto del marxismo bolscevico quanto del misticismo di Tolstoj e di altri» [1949, 309]. L’asserzione perentoria di Borgese secondo cui il comunismo russo «sta declinando, almeno per quanto riguarda le formule marxiste-leniniste» illustra il modo in cui gli intellettuali progressisti giudicano lo stalinismo di cui ignorano la natura dispotica e sanguinaria. Se la costituzione sovietica del 1936 era in teoria un modello di democrazia, rimase nei fatti totalmente disattesa e il regime intensificò il suo carattere totalitario. Senz’altro più chiaroveggente e lungimirante dell’autore del Golia sembra a posteriori Filippo Rubè, il protagonista eponimo del romanzo del 1921, che definisce il bolscevismo «la prigione universale, la caserma» [1994, 385]. Ma questa era la visione del bolscevismo che avevano all’epoca tutti i conservatori. A spiegare invece la totale cecità sul conto del regime sovietico che caratterizza tanta parte dell’intellighenzia occidentale negli anni Trenta93, vi è senz’altro l’atteggiamento di quest’ultimo nei confronti delle cosiddette “democrazie borghesi”. Dopo l’avvento del Terzo Reich in Germania (agevolato dall’atteggiamento dei comunisti che avevano individuato nei socialdemocratici il loro principale nemico), la strategia del Comintern subisce in effetti un mutamento radicale e porta alla metà degli anni Trenta all’unione dei comunisti con tutte le forze democratiche, che essi avevano finora assimilato al fascismo o tacciato di complicità con esso (in virtù dell’equazione secondo cui tutto quello che non era comunismo era sostanzialmente fascismo), e alla costituzione di un fronte comune antifascista che si cimenterà nel contesto della guerra civile spagnola con i noti risvolti negativi per il campo repubblicano. Malgrado la formazione di questo fronte antifascista, nell’estate del 1936, i comunisti italiani, non cullandosi più nell’illusione che lo stato fascista sarebbe crollato in seguito alla crisi del ’29 e prendendo invece atto del suo consolidamento dopo la conquista dell’Etiopia, si propongono di infiltrare le organizzazioni di massa del regime per trasformarlo dall’interno in una per lo meno ambigua collaborazione con i cosiddetti fascisti di sinistra94. Sebbene l’appello (firmato dallo stesso Togliatti) ai «compagni in camicia nera» esortati ad impegnarsi per la realizzazione del programma sansepolcrista sia aspramente criticato dai giellisti e dai socialisti, esso non basta a mettere seriamente in crisi il patto di unità d’azione delle forze antifasciste [cfr. Agosti 2003, 205-207; Gentile 2022a, 59-63]. Ovviamente, Borgese non sospetta l’esistenza di questa cinica strategia che verrà poi rapidamente rimossa dal Pcdi. Inoltre (ma Borgese non lo poteva nemmeno prevedere), l’unione delle forze antifasciste si sfascerà dopo lo scoppio della Seconda guerra mondiale in seguito al patto Molotov-Ribbentrop95, salvo essere ricucita dopo l’inizio dell’Operazione Barbarossa nel giugno del 194196 e mantenuta fino alla fine del conflitto e l’inizio della guerra fredda. È significativo che, nel saggio Credi politici ed eresia machiavellica pubblicato in America nell’inverno del 1939, Borgese metta di nuovo sullo stesso piano fascismo e comunismo:

Fin dove gli uomini sono giunti [...] lungo il cammino verso cui Machiavelli quasi senz’avvedersene li aveva avviati, lo dicono chiaramente da loro stessi i nomi e gli slogans – per ricordarne solo pochi fra i più recenti come Fichte e Hegel, Marx e Nietzsche, nazionalismo e comunismo, fascismo e nazismo [1958, 213].

101Se Borgese non tornerà sul tema della comune matrice machiavellica del nazionalismo e del comunismo dopo la rottura del patto germano-sovietico e l’inizio della collaborazione tra Gran Bretagna e Russia (in sintonia con la pubblicistica occidentale che accantona opportunisticamente l’argomento), non tornerà nemmeno sulla presunta comune genealogia del comunismo e della democrazia parlamentare.

  • 97 La traduzione italiana di Preliminary draft of the world Constitution viene pubblicata sulla rivist (...)
  • 98 Il libro consiste in un insieme di tre saggi scritti tra il 1946 e il 1947 seguiti da un breve scri (...)

102Alla metà degli anni Quaranta, la sua convinzione che gli Stati Uniti d’America abbiano vocazione ad assumere la guida del cosiddetto “mondo libero” si è irrimediabilmente incrinata. Dopo i bombardamenti atomici dell’agosto 1945, egli inizia ad elaborare coi colleghi dell’università di Chicago il noto progetto di costituzione mondiale che viene pubblicato in America nel 194797. Nel 1951, pubblica Idea della Russia98 in cui, pure facendo risalire il contrasto tra Oriente ed Occidente all’antica opposizione tra il principio persiano di autorità e quello ellenico di libertà, il saggista rifiuta di essenzializzare tale dualismo che non ritiene insormontabile [1951b, 46]. Pone però l’accento sulla coerenza e continuità della storia russa. Così, a dispetto delle apparenze, continuerebbe ad operare, secondo lui, nel comunismo russo lo stesso principio spirituale che aveva animato la Terza Roma:

Il rispetto, che è subordinazione alla verità, non può disconoscere che una forte corrente religiosa scorre sotto l’eterna apparenza di ciò che era il cesaropapismo di Bisanzio e della Russia zarista, ed oggi il secolarismo “senza Dio” del comunismo sovietico. Quella corrente si dirige, come sempre, verso una sorta di favoloso millennio, e verso la giustizia sotto il segno dell’uguaglianza. A sua volta la giustizia, e con maggior evidenza l’eguaglianza, in ultimo implica la libertà: al cui avvento nella mente russa nessuna mente umana può fissare una data [49].

  • 99 Per una sintesi sul saggio cfr. Silvia Bertolotti, La rosa dell’esilio. Giuseppe Antonio Borgese da (...)

103E Borgese ipotizza che il progresso economico dovrebbe comportare insieme al crescente benessere un rapido processo di democratizzazione nell’Unione Sovietica [49]. Il cosiddetto “mondo libero”, piuttosto che sfidare il blocco sovietico, dovrebbe per conto suo affrontare le proprie contraddizioni. Il comunismo, scrive Borgese, «costituisce il solo grido d’adunata sotto cui militano tutte le delusioni e tutte le rivolte, né più né meno; è il comune denominatore verso cui riparano gli asserviti e i disperati» [141]. Per tornare ad essere il faro e la speranza dei diseredati, il mondo occidentale, America in testa, deve compiere una «rivoluzione pacifica», ponendo fine al colonialismo, alla segregazione razzista, e compiendo radicali riforme economiche e sociali [141-142]. Il saggista ritiene che a favorire la convergenza dei due mondi apparentemente irriconciliabili saranno proprio gli sforzi compiuti dagli occidentali che devono in qualche modo dare l’esempio. Borgese auspica un superamento dialettico delle contraddizioni rispettive del capitalismo occidentale e del comunismo orientale considerati sistemi ed ideologie ottocentesche («romantiche») ormai al tramonto, nella prospettiva dell’edificazione di una federazione universale che integri nel suo ordinamento il rispetto delle libertà fondamentali con le esigenze della giustizia sociale. Lo scrittore prende atto della realtà della contrapposizione dei due blocchi nel contesto della guerra fredda e non esclude l’ipotesi di una nuova conflagrazione mondiale, ma non rinuncia ad indicare la pace universale come l’unico orizzonte dell’umanità in costruzione [130-131]99.

104Borgese muore pochi mesi prima della destalinizzazione, Brancati circa un anno dopo. Ma quest’ultimo, sebbene abbia avuto una breve infatuazione per la sinistra marxista nell’immediato dopoguerra, si dimostra certamente più lucido del primo quando abborda la questione del totalitarismo sovietico. Nel gennaio del 1947, scrive che Lenin non era stato contrariamente alle apparenze un machiavellico bensì un moralista, «armato sì, ma profondamente moralista» (e sbaglia, lo sappiamo oggi); aggiunge però che se «non è possibile giudicare Stalin da lontano e così presto» gli sembra che, a differenza di quello di Lenin, il suo sia «un successo di genere napoleonico, imperiale, machiavellico, ecc.» (ed è un’intuizione notevole, almeno per un simpatizzante di sinistra qual è a quest’altezza cronologica Brancati) [Brancati 1992, 325]. Nei mesi e negli anni successivi, il suo giudizio sul comunismo si farà sempre più negativo ed acuto. Come scrive Sciascia nella prefazione alla riedizione del Diario romano nel 1984: «Brancati ha avuto il coraggio di dire quel che allora non era “conveniente” dire, ci ha dato una lezione di onestà e di chiarezza intellettuale che soltanto oggi può essere pienamente apprezzata» [Sciascia 2016, 170]. Ma il paradosso è che, proprio negli stessi anni (e almeno fino al 1952), Sciascia aveva sostanzialmente difeso la stessa posizione liberale dalla quale si era poi allontanato al punto di rimuoverla, salvo reinventarla nell’ultimo periodo della sua vita.

105Nei primi del 1945, Sciascia pubblica su «Vita Siciliana» (22-24 febbraio) un editoriale intitolato Questa Russia che Scarpa interpreta come «una sorta di addio alla militanza comunista» degli anni di guerra [Scarpa 2014, 182]. Sciascia vi esprime la convinzione che se il senso della Storia porta indubitabilmente l’Europa verso il comunismo, essa si sarebbe orientata in questa direzione anche senza l’esempio della rivoluzione russa. Non solo l’Europa è chiamata a seguire una via propria al collettivismo ma i paesi dell’area mediterranea devono inventare il proprio modello, indipendente dall’influenza dell’Unione Sovietica di cui Sciascia denuncia le mire imperialiste [Scarpa 2014, 182-183]. Il percorso seguito da Sciascia negli anni successivi lo allontana da questa posizione singolare e lo porta tra il 1948 e il 1951 ad agire «come attivista democristiano» [2014, 194], senza mai perdere di vista la questione sociale, in perfetta sintonia con lo sturziano Giuseppe Alessi, grande figura isolana dell’antifascismo cattolico conosciuto dai tempi della dittatura. In un’ottica che è quella di tutti i moderati, condanna i totalitarismi di destra e di sinistra, dando forma letteraria a questa visione politica nelle Favole della dittatura. Nei primi del 1950, in occasione della scomparsa di George Orwell, esprime la sua ammirazione per lo scrittore che oltre ad avere svelato il carattere dispotico dello stalinismo ha saputo denunciare nella sua opera ogni forma di dittatura sia di destra che di sinistra [187-188].

  • 100 Sciascia, in un’intervista del 1974, prenderà a posteriori nettamente le distanze nei confronti del (...)
  • 101 Macaluso nel suo saggio, senza eludere totalmente la questione, la tratta in modo sbrigativo e reti (...)
  • 102 Macaluso dissentendo radicalmente da Sciascia giudica invece in modo positivo il governo Milazzo (i (...)

106A partire dal 1952, Sciascia si accosta o riaccosta alla sinistra marxista. Considerati i suoi recenti trascorsi democristiani, egli è senz’altro meglio preparato di tanti altri simpatizzanti comunisti a reggere lo shock della destalinizzazione, di cui dà una traduzione narrativa nel famoso racconto La morte di Stalin100. Ma rimane silenzioso sulla sanguinosa repressione della rivoluzione praghese. Ci si sarebbe potuto aspettare che l’autore delle Favole della dittatura si schierasse sulla linea del PSI che aveva condannato senza ambiguità l’intervento sovietico ma non sembra che sia stato il caso101. Esprimerà le prime critiche nei confronti delle sinistre dopo la formazione della giunta regionale presieduta da Milazzo (1958-1960) [Sciascia 2012, 1818]. Quella del milazzismo è per Sciascia un’esperienza cruciale che diventa successivamente nel suo pensiero la chiave di lettura della degenerazione politica del dopoguerra iniziata, secondo lui, a livello nazionale con i governi di centrosinistra102. Nel Colloquio di Francoforte del marzo 1983, lo indica addirittura quale precorrimento del compromesso storico. Ma questo, a sua volta, sarebbe addirittura iniziato con la svolta di Salerno! [citato in 2012, 1834-1835].

  • 103 Sciascia è reduce da un decennio di polemiche suscitate dalla pubblicazione del Contesto (1971) (st (...)

107Alla fine degli anni Settanta, Sciascia gira definitivamente le spalle al PCI103. Sebbene, nel 1977, nella sua recensione al clamoroso saggio di Bernard-Henri Lévy, La barbarie dal volto umano, premetta che i sedicenti o presunti «nouveaux philosophes» parigini non possono piacere a chi è o è stato comunista o simpatizzante comunista (e quindi non possono piacere nemmeno a lui) [2016, 85] ed affermi che non sono né nuovi né filosofi [86] (e non gli si può dare torto, vista la pochezza del loro pensiero), gli pare che in loro «ci sia almeno questo “argomento vero”: l’aver messo la mano sul segno della catena» [87]. Due anni dopo, nell’intervista della Padovani, attribuisce ai panflettisti francesi il merito di aver liquidato il marxismo [1984, 6-7] (ma c’era bisogno di loro?). Superfluo ricordare che esce proprio nel 1979 La Condition postmoderne in cui Jean-François Lyotard annuncia la fine delle grandi narrazioni escatologiche. In questo nuovo clima ideologico, Sciascia può finalmente pienamente recuperare gli autori di cultura liberale da lui sempre amati, il cui conservatorismo non è più considerato un limite bensì un merito, il segno di una loro superiore lucidità.

Gramsci

108Gramsci, scrive Sciascia, parla di Borgese «con una sufficienza addirittura derisoria» [2019, 695]. Ricordiamo che Gramsci muore, dopo dieci anni di detenzione nelle carceri fasciste, nel 1937, l’anno stesso in cui esce negli Stati Uniti Goliath, un libro in cui non è nemmeno nominato una volta. Gramsci è senz’altro uno dei grandi assenti della ricostruzione storica proposta da Borgese nel suo libro. Ma vediamo i documenti incriminati. Sarebbe stato interessante un giudizio di Gramsci su Rubè, ma non sembra che abbia letto il libro e comunque non vi è traccia di un suo apprezzamento del romanzo. Nei Quaderni, iniziati nel 1929, Gramsci scrive solo delle ultime pubblicazioni di Borgese. Esprime in effetti un giudizio sarcastico su Il senso della letteratura italiana, saggio in cui, nel momento stesso della riconciliazione dello Stato e della Chiesa suggellata dal Concordato, Borgese esalta il carattere «teologico-assoluto-metafisico-antiromantico» della letteratura italiana. Gramsci ironizza sulla magniloquenza del tono e conclude che «il suo linguaggio da ierofante si potrebbe appunto tradurre nel giudizio in parole povere che la letteratura italiana è staccata dallo sviluppo reale del popolo italiano, è di casta, non sente il dramma della storia, non è cioè popolare-nazionale» [Gramsci 1975, §(44), 719-720]. Gramsci precisa che «il saggio conchiude, meno male, che il carattere della letteratura italiana può cambiare, anzi deve cambiare ecc. ma [ciò] è stonato con il complesso del saggio stesso» [721]. Non vi è in realtà alcuna contraddizione nel discorso di Borgese che delinea in conclusione tanto la benefica influenza che le altre letterature europee possono esercitare sulla letteratura italiana, quanto «il compito» al quale l’Italia sarebbe in virtù della sua lunga tradizione chiamata, secondo lui, ad assolvere in quella che chiama la «fraternità creatrice» tra le nazioni:

Dagli altri essa può apprendere, in quanto le occorra, il gusto della realtà, dell’analisi, della prosa. Essa ricambierà il dono suggerendo agli altri, tramandando al futuro, quella che fu sempre la sua qualità maestra, la sua propria missione nella fraternità creatrice: l’ispirazione alla suprema armonia, all’ordine eccelso, all’arte come trasfigurazione dell’uomo e figurazione di Dio [Borgese 1931, 106-107].

  • 104 Anche Croce stronca su «La Critica» il saggio borgesiano (senza nominare l’autore) di cui denuncia (...)

109L’orizzonte indicato da Borgese nel saggio è quello di un classicismo rigenerato attraverso la costituzione di una letteratura nazionale capace di operare la sintesi dell’aspirazione al sublime che contrassegnerebbe il genio italico col senso (supposto esogeno) della concretezza storica. Che siffatta prospettiva estetica non coincida con quella delineata dal teorico della letteratura nazional-popolare è indubbio. Tuttavia, ad accomunare i due discorsi vi è almeno l’esigenza di un aggiornamento culturale e l’insistente richiamo a De Sanctis104.

  • 105 Il saggio, pubblicato nel 1931 dalla casa editrice Ceschina (Milano), rielabora le corrispondenze s (...)
  • 106 Cfr. Ivan Pupo (a cura di) in G. A. Borgese, Una Sicilia senza aranci, p. 302, nota 7.
  • 107 L’articolo in questione è Strano interludio, uscito sul «Corriere della Sera» il 15 marzo 1932, rip (...)

110L’altro importante passo dei Quaderni dedicato a Borgese riguarda Escursione in terre nuove105. In questo libro, recensito all’epoca dal giovane Brancati che lo considera addirittura epocale106, Borgese sviluppa tesi ardite basate sulla sua interpretazione delle ultime scoperte nel campo della fisica che sferrerebbero, secondo lui, un colpo fatale alla concezione materialistica dell’universo e dimostrerebbero invece in modo incontrovertibile la fondatezza di quella idealistica e spiritualistica. Gramsci si adopera a smontare metodicamente le tesi borgesiane ritenute da lui avventurose e strampalate. Sarebbe banale sottolineare che, se Gramsci considera illusorie le speculazioni spiritualiste di Borgese, non sospetta il sostrato metafisico del proprio materialismo storico.
In un’altra pagina dei quaderni, Gramsci giudica invece pertinente il paragone fatto da Borgese tra la posizione egemonica assunta dall’intellighenzia americana e quella occupata dagli enciclopedisti francesi nel Settecento e ritiene che questa analogia andrebbe approfondita [Gramsci 1975, §(89)]107. Se Gramsci non risparmia Borgese, non è certo più tenero nei confronti degli altri intellettuali idealisti di cui intende confutare le tesi (basta pensare a quanto scrive più distesamente su Croce o Gentile in altre pagine dei Quaderni).

Critica

111A proposito del già ricordato omaggio funebre di Cecchi a Borgese, Sciascia scrive:

Ed è pure da dire che alla morte di Borgese, Cecchi pubblicò un articolo in cui riconosceva che «se si dovesse ricercare quante idee critiche, su autori nostrani e stranieri, sono in circolazione, che Borgese enunciò per la prima volta, ce ne sarebbe del lavoro da fare e proficuo». Riconoscimento che mai Borgese ottenne da vivo [2016, 141-142].

112Sciascia dimentica che a Borgese venne assegnato il premio Marzotto per la critica nel 1952, l’anno stesso della sua scomparsa. Ottenne quindi il riconoscimento da vivo per la sua opera critica, anche se indubbiamente tardivo. È se mai come autore che Borgese stenta ancora oggi ad essere pienamente riconosciuto.

113Nella nota introduttiva alla raccolta antologica del 1981 dei racconti di Maria Messina, Sciascia deplora che non si trovi traccia nelle storie letterarie del Novecento della scrittrice, inspiegabilmente trascurata perfino dalla critica femminista, ed osserva:

Basta [...] sfogliare il terzo volume de La vita e il libro di Giuseppe Antonio Borgese o, dello stesso, il Tempo di edificare, per trovare notizia e giudizio su tre dei suoi libri: solo che l’oblio, nonché Maria Messina, incredibilmente copre anche l’opera di Borgese, e specialmente l’opera critica che si suol dire militante corsa nel nostro paese per circa un trentennio; e prestigiosamente esercitata, in prevalenza, sul «Corriere della sera» [Sciascia 2000, 87].

114Se sono gli scritti di Borgese ad offrirgli lo spunto, Sciascia prende tuttavia le distanze dal critico, ritenendo riduttiva la definizione da lui proposta della scrittrice quale «scolara di Verga» [87], una definizione, precisa Sciascia, che si addice solo ai suoi racconti «rusticani» e non a quelli (pubblicati per lo più dopo le recensioni borgesiane) in cui la Messina trova la sua voce più autentica nel restituire il grigiore asfittico del mondo piccolo-borghese al quale appartiene. E perché la sua prosa è attraversata da una vena di melanconia che Borgese malgrado le sue riserve seppe intuire ed apprezzare, che la rende secondo Sciascia più simile a Cechov o Mansfield che a Verga, egli definisce Maria Messina «(alla Borgese ma senza perentorietà) una Mansfield siciliana» [88]. Affermando che Maria Messina non va annoverata tra gli epigoni di Verga, Sciascia dimostra di essere capace non solo di recuperare ma anche di prolungare ed approfondire il lavoro critico di Borgese, inserendosi nella tradizione del maestro che emula senza ripeterne pedissequamente la lezione.

115Nell’incipit del saggio del 1986 dedicato a Serafino Amabile Guastella, Sciascia spiega che Borgese, recensendo nel 1910 due romanzi di Grazia Deledda, aveva coniato, per definire l’arte narrativa degli autori che come lei facevano capo a Verga, la felice espressione: «l’epopea del vicinato», «definizione, semplice ed ardua al tempo stesso», precisa Sciascia, «come solo Borgese sapeva trovarle e spenderle con l’elegante prodigalità e nonchalance del gran signore». Si trattava, scriveva Borgese, di un tipo di «romanzo popolaresco» che, nei primi anni dieci, «la moda aveva seppellito» ma di cui non dubitava che sarebbe un giorno o l’alto risorto. E Sciascia commenta:

Profezia che abbiamo visto realizzarsi per Verga; e se ora – a cinquant’anni dalla morte – non vi si accompagna la sorte della Deledda, è perché manca una critica attenta, intelligente e generosa come quella che Borgese esercitò con meritata autorità; una critica che invece oggi si direbbe afflitta da una sorta d’invidia, e persino incoerente nei riguardi delle mode che rappresenta. Una critica che più ama i sepolcri che le resurrezioni, e che anzi ha fretta di seppellire [2019, 1036-1037].

116Sciascia avrebbe potuto ricordare che Risurrezioni è il titolo che Borgese diede ad una sua raccolta di saggi giovanili pubblicata nel 1922. Lo scrittore di Racalmuto opera in queste poche righe una duplice risurrezione: riesce tanto ad onorare la memoria di Grazia Deledda, vincitrice del premio Nobel nel 1926 ma caduta ormai in un semi-oblio, snobbata dalla critica accademica e scarsamente celebrata in occasione del cinquantenario della sua scomparsa, quanto l’acume critico di Borgese che seppe, a suo tempo e prescindendo dalle mode, apprezzare e genialmente caratterizzare il filone narrativo da lei rinnovato. E secondo Sciascia, «l’invenzione critica di Borgese, che coglie in germe e in essenza l’opera di scrittori come Verga, Grazia Deledda, Maria Messina [...] indubbiamente viene [...] dalla memoria [...] dell’infanzia e dell’adolescenza trascorse da Borgese a Polizzi» [1038] (ed ovviamente Sciascia, quando scrive di Borgese, ha in mente la propria infanzia trascorsa a Racalmuto). Ma nella parte successiva del saggio, Sciascia si pone implicitamente come l’erede di Borgese, dimostrando di essere capace di esercitare una critica altrettanto «attenta, intelligente e generosa» della sua nei confronti di uno scrittore trascurato da Borgese, Guastelli, che per il suo particolare stile narrativo si situa «tra il Pitrè e il Verga» e che viene definito borgesianamente da Sciascia «il barone dei villani».

  • 108 Cfr. a questo proposito le acute considerazioni di Ivan Pupo (a cura di) in G. A. Borgese, Una Sici (...)

117Colpisce che Borgese che dedicò tanta generosa attenzione ai prosecutori di Verga non si sia mai interessato al suo più diretto erede e discepolo: Federico De Roberto. Sciascia ritiene che I Viceré sia, «dopo I Promessi Sposi, il più grande romanzo che conti la letteratura italiana» [2000, 35] e sottolinea che sul capolavoro di De Roberto è pesato e continua a pesare il giudizio negativo di Croce e dei crociani [32]. Avrebbe anche potuto rilevare a questo proposito l’inspiegabile silenzio di Borgese mai intervenuto a difesa dello sfortunato conterraneo. Il critico che, in Tempo di edificare, saluta in Verga e Tozzi i rappresentanti di due stagioni della storia del romanzo trascura completamente De Roberto, il maggiore edificatore della sua generazione. Non risulta che Borgese abbia mai dedicato un articolo allo scrittore da lui totalmente ignorato. Lo rileva dispiaciuto il giovane Brancati nell’introduzione della sua tesi di Laurea108.

  • 109 Sul «sistema degli autori» sciasciano, costruito per «coppie oppositive», cfr. Antonio Di Grado, L’ (...)
  • 110 Sull’influenza di Stendhal sulla poetica di Proust cfr. Pascal Ifri, Une reconsidération de l’influ (...)

118È stato spesso rimproverato a Borgese di non aver capito uno dei maggiori scrittori del primo Novecento, Marcel Proust. Ora, Sciascia considera l’articolo del 1933 su Proust non solo «una delle più esatte e splendide pagine critiche di Borgese» ma anche «una chiave per intendere Borgese nella estensione e varietà della sua opera» in quanto «egli vedeva nella letteratura una sintassi parola che gli era cara della vita, del mondo dell’uomo». E aggiunge: «Pure incantevole, l’angusto e particolare spazio di Proust lo respingeva». Sarebbe facile ironizzare sulla caratterizzazione del mondo proustiano che potrebbe fare pensare che Sciascia non abbia in mente Alla ricerca del tempo perduto ma I piaceri e i giorni. Egli ritiene che «specialmente da parte di uno scrittore [...] non si può avere una nozione della letteratura tanto vasta da comprendere Stendhal e Proust» [2019, 696-697]109, affermazione tanto perentoria questa, quanto facilmente confutabile. Un esempio tra tanti: Roland Barthes, che dedicò proprio a Proust e Stendhal le sue ultime fatiche. Superfluo inoltre ricordare che lo stesso Proust apprezzava Stendhal e fece giustizia nel suo Contre Sainte-Beuve ed in altri saggi del giudizio negativo del noto critico110. Sciascia dimentica di precisare che i primi critici ad interessarsi in Italia a Proust erano i “nemici” di Borgese: Cecchi e Debenedetti. Ambedue i critici, prevenuti contro Borgese (di cui invidiavano certamente il successo), vedevano nell’autore di Rubè un verista attardato e non seppero cogliere l’originalità del romanzo né le analogie, molto più numerose di quanto sospettassero (ed immaginano Borgese e Sciascia, il primo per aver letto solo i primi volumi de La ricerca, il secondo probabilmente nemmeno questi) tra la poetica proustiana e quella borgesiana [Su Borgese e Proust cfr. Bonnet 2004 e 2020]. Comunque (e questo lo attesta senza remore l’autore di queste pagine) si può senz’altro avere una nozione della letteratura tanto vasta da comprendere Proust e Borgese (e naturalmente Sciascia).

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Notes

1 Cfr. Massimo Onofri, Storia di Sciascia, p. 322, nota 1; Matteo Collura, Il Maestro di Regalpetra. Vita di Leonardo Sciascia, p. 374. Gli interventi di Sciascia su Borgese sono stati elencati da Ivan Pupo (a cura di) in Giuseppe Antonio Borgese, Una Sicilia senza aranci, pp. 47-48, nota 90. Il volume curato da Pupo è ricchissimo di informazioni e di considerazioni illuminanti.

2 Può sorprendere che Sciascia scelga un titolo che richiama quello del famoso romanzo di Joyce, un autore non solo da lui poco apprezzato, come attesta la recensione che scrisse nel 1960 alla prima edizione italiana dell’Ulisse [Leonardo Sciascia, Fine del carabiniere a cavallo. Saggi letterari (1955-1989), pp. 42-45], ma totalmente ignorato da Borgese.

3 Sia Borgese che Sciascia si sono cimentati nella scrittura teatrale con un successo mitigato. In Tempo di edificare (1923), Borgese indica tanto nel dramma quanto nel romanzo i generi da contrapporre all’imperante poetica del frammento lirico. Sul teatro di Borgese cfr. Guido Nicastro, Borgese drammaturgo, in Giorgio Santangelo (a cura di), G. A. Borgese. La figura e l’opera, pp. 369-381. Sul teatro di Sciascia cfr. Erika Monforte, I teatri di Leonardo Sciascia, 2001.

4 Sono stati ambedue poeti poco fortunati. Sciascia mette significativamente l’accento sull’importanza che Borgese attribuiva alla sua raccolta poetica del 1922 (Leonardo Sciascia, Opere, volume II: Inquisizioni – Memorie – Saggi, tomo II: Saggi letterari, storici e civili, p. 692). Sull’esperienza poetica di Sciascia cfr. Paolo Squillacioti in Idem, Opere, volume I: Narrativa – Teatro – Poesia, pp. 1994-2004.

5 L’originalità della collana «Biblioteca Romantica» creata e diretta da Borgese presso Mondadori consisteva nel fatto che le traduzioni dei singoli volumi dedicati ai classici stranieri venivano affidate esclusivamente a scrittori confermati. Lo stesso Borgese tradusse I dolori del giovane Werther (1930). Sull’attività di traduttore di Sciascia vedi Leonardo Sciascia, Opere, volume I, cit., pp. XIX-XXI e 2005-2016.

6 La direzione della collana «Biblioteca Romantica» fa parte secondo Sciascia a tutti gli effetti dell’opera borgesiana (Leonardo Sciascia, Opere, volume II, tomo II, cit., p. 694; cfr. Matteo Collura, Op. cit., p. 133). Sulla collana diretta da Borgese dal 1930 al 1938 cfr. Ilaria de Seta, “La biblioteca romantica” 1930-1938. Il contributo di Giuseppe Antonio Borgese alla formazione di un canone della letteratura straniera in Italia, 2018, e Daria Biagi, Una lingua per il romanzo moderno. Borgese editore e traduttore, 2018. Per quanto riguarda l’intensa e felice attività editoriale di Sciascia presso Sellerio, vedi Salvatore Silvano Nigro (a cura di), Leonardo Sciascia scrittore editore ovvero La felicità di far libri, 2019.

7 Nella sua apologia di Borgese, Sciascia fa giustizia dell’accusa «accademica e crociana» che gli si rivolge «di essere un critico giornalista: come se un articolo di giornale non potesse contenere più idee, più illuminanti di un lungo scritto pubblicato in una rivista accademica o in un libro» (Leonardo Sciascia, Fine del carabiniere a cavallo, cit., pp. 144-145). Superfluo ricordare che molti dei libri di Sciascia sono raccolte di articoli giornalistici alla stregua di quelli di Borgese. A proposito della collaborazione di Sciascia al «Corriere della Sera», Collura scrive: «Lui è orgoglioso di vedere la sua firma sul giornale che aveva ospitato quelle di Borgese, di Brancati, di Pirandello» (Matteo Collura, Op. cit., p. 216). Sulla collaborazione di Sciascia al «Corriere» cfr. Ricciarda Ricorda, Pagine vissute. Studi di letteratura italiana del Novecento, pp. 193-208. Nelle ultime righe dedicate a Borgese, che sono anche l’ultimo testo di Sciascia, «dettato qualche giorno prima della sua morte» a sua figlia (Paolo Squillacioti in L. Sciascia, Fine del carabiniere a cavallo, cit., pp. 235-236; cfr. Matteo Collura, Op. cit., p. 374), lo scrittore afferma che «tutta la sua opera si può considerare di grande giornalismo: di giornalismo politico e di giornalismo letterario» (L. Sciascia, Fine del carabiniere a cavallo, cit., p. 145). Cfr. Ivan Pupo in Giuseppe Antonio Borgese, Una Sicilia senza aranci, pp. 46-47.

8 Sull’indole polemica di Sciascia, cfr. Claude Ambroise, Polemos in Leonardo Sciascia, Opere 1971-1983, a cura di C. Ambroise, pp. VII-XXVII.

9 Sulla dimensione spirituale della narrativa di Borgese cfr. Giuseppe Langella, Borgese e Manzoni, 1986; Luciano Parisi, Borgese e Manzoni, 1997; e Gian Paolo Giudicetti, La narrativa di Giuseppe Antonio Borgese. Una risposta alla crisi letteraria e di valori del primo ’900, 2005. Sulla religiosità di Sciascia cfr. Ottorino Gurgo, La religione di Sciascia, 1994, e Francesco Diego Tosto, Sciascia e la Bibbia, 2018.

10 Scrive Massimo Onofri a proposito della genealogia ideale di Sciascia che se «Pirandello aveva incarnato il padre naturale, subito rifiutato», Brancati era stato invece «il padre adottato in sostituzione» (M. Onofri, Storia di Sciascia, p. 31). L’identificazione dell’esordiente scrittore con Brancati, precisa Onofri, è «totale e incondizionata, al punto che in ogni sua pagina sembra misurarsi con il suo modello» (ivi, p. 33).

11 Fa eccezione Salvatore Battaglia (che fu l’allievo di Momigliano a Catania), autore del fondamentale Mitografia del personaggio (Rizzoli 1968/Liguori 1991) in cui, tra i primissimi, rende giustizia a Borgese. Le pagine dedicate ai due primi romanzi di Borgese intendono «riparare a quella congiura del silenzio con cui per circa quarant’anni la critica ufficiale ha voluto tenerli nel più assoluto discredito, col tacito disegno di eliminarli totalmente dalla nostra storiografia» (ivi, p. 585). Quello di Sciascia su Borgese è un discorso che, prendendo le mosse dalle pagine pionieristiche di Battaglia che sembra inizialmente quasi ricalcare, giunge però col tempo a conclusioni diverse.

12 Si tratta del contributo sciasciano al convegno del 1982 organizzato a Polizzi Generosa per la celebrazione del centenario della nascita di Borgese. Il saggio è stato ripreso, tra l’altro, come nota introduttiva alla riedizione de Le belle presso Sellerio nel 1983 e incluso in Cruciverba edito da Einaudi nello stesso anno.

13 Sui rapporti tra Borgese e Mondadori nel periodo americano, molto meno cordiali di quanto crede Sciascia, cfr. Sandro Gerbi, Giuseppe Antonio Borgese politico, pp. 67-68.

14 Renzo De Felice, Giuseppe Antonio Borgese irregolare della cultura, in «Giornale nuovo», 24 agosto 1977 (citato da Giovanna Grifoni, Borgese antifascista: ancora nuovi inediti, p. 284).

15 Sulla sicilianofobia di cui Borgese è stato vittima occorre ricordare l’articolo pubblicato sul «Corriere della Sera» il 2 settembre 1984. Sciascia cita qualche rigo tratto da una lettera del 23 ottobre del 1952 del critico Pietro Paolo Trompeo ad Arrigo Cajumi in cui, evocando il ricevimento organizzato da Mondadori in onore di Borgese da poco tornato dal suo esilio americano, il critico esprime «un giudizio duro e ottuso» sullo scrittore e indirettamente su tutti i siciliani (Leonardo Sciascia, Opere, volume II, tomo II, cit., p. 1255). I giudizi razzistici espressi su Borgese da parte di raffinati letterati come Cecchi e Trompeo, che sono stati per lui veri e propri maestri, addolorano gravemente Sciascia. Osserva giustamente che, se sono presenti simili pregiudizi negativi sui siciliani nei ceti colti che dovrebbero in linea di principio esserne totalmente esenti, non c’è poi da stupirsi che questi stessi pregiudizi si riscontrino negli ambienti popolari assumendo forme necessariamente più rozze e brutali (ivi, p. 1257). Anche questo importante articolo va ovviamente ricontestualizzato. Quelli sono gli anni della cosiddetta seconda guerra di mafia e, dopo l’omicidio del generale Dalla Chiesa nel 1982, della travagliata gestazione del pool antimafia e della preparazione dello storico maxiprocesso. Il 1984 è anche l’anno della fondazione della Lega Autonomista Lombarda di Umberto Bossi che, insieme ad altre Leghe settentrionali, riscuote i primi successi alle elezioni nazionali ed europee. Alla xenofobia leghista vi sono chiari accenni nell’articolo.

16 Il primo (del 28 aprile 1944), in cui Cecchi «ha l’incubo di dovere fare una conferenza su un argomento che non padroneggia, e a un certo punto gli appare Borgese», e l’altro (dell’ottobre 1955), in cui continua in sogno con lo stesso interlocutore lo scambio che aveva avuto la sera avanti sullo scrittore scomparso tre anni prima (Leonardo Sciascia, Fine del carabiniere a cavallo, cit., p. 141).

17 Vedi di Attilio Momigliano I vivi e i morti (1923), L’arte di G. A. Borgese (1927) e I nuovi racconti di Borgese (1929), ora in Ultimi studi (1954).

18 Senza voler mettere in dubbio la parola di Sciascia, questa sua testimonianza del 1965 non quadra col fatto che proprio in quel periodo (1940-41) collaborava colla rivista «di guardia!», organo dei Fasci di Combattimento di Caltanissetta pubblicando articoli patriottici di sostegno allo sforzo bellico (vedi Joseph Francese, Leonardo Sciascia in the pages of “di guardia! Quindicinale della Federazione dei Fasci di Combattimento di Caltanissetta”, 2019). Stando alla ricostruzione autobiografica proposta da Sciascia ne Le parrocchie di Regalpetra, dopo l’entusiasmo che confessa di aver avuto, quindicenne, per la conquista dell’Etiopia (Leonardo Sciascia, Opere, volume II, tomo II, cit., p. 46; cfr. Matteo Collura, Op. cit., p. 79), avrebbe invece maturato con lo scoppio della guerra civile spagnola, anche grazie alla frequentazione di Gino Cortese, il proprio deciso e definitivo antifascismo (L. Sciascia, ivi, pp. 47-48; cfr. M. Collura, ivi, pp. 98-99). Sciascia e Cortese erano ambedue iscritti al GUF e avrebbero partecipato «fino alla fine» alle conferenze e ai convegni dell’organizzazione ma questo solo per beffarsi del regime (L. Sciascia, ivi, p. 49). Di queste presunte burle non è rimasta traccia. È stata invece purtroppo rinvenuta la dozzina di articoli pubblicati da Sciascia su «di guardia!» tra il 1940 e 1941. Non è possibile supporre, anche con la migliore volontà del mondo, che essi postulassero un lettore capace di interpretarli al secondo grado. Questo sdoppiamento morale e politico del giovane Sciascia sembra rientrare in quel «pirandellismo di natura» che avrebbe successivamente teorizzato lo scrittore.

19 Cfr. Massimo Onofri, Storia di Sciascia, pp. 182-183.

20 L’interpretazione secondo cui il romanzo conterrebbe una precoce diagnosi della pericolosità del fascismo giustifica l’inserimento da parte di Sciascia di due capitoli di Rubè nella sua antologia La noia e l’offesa. Il fascismo e gli scrittori siciliani, pp. 28-41.

21 Lo scrittore americano in un articolo del 27 gennaio 1923 aveva azzardato la previsione che lo scaltro ma insincero Mussolini avrebbe inevitabilmente deluso le aspettative dei suoi sostenitori e che sarebbe stato d’Annunzio, il poeta indubbiamente strambo ma «audace» e «divinamente coraggioso», a condurre in Italia la nuova opposizione patriottica (Giorgio Mariani, Hemingway, Moravia e il fascismo. La “fortuna” dello scrittore americano in Italia tra gli anni ’20 e gli anni ’60, p. 15).

22 Come scrive Schiano: «Sembra prevalere in Borgese il timore che l’Italia si avventurasse in una politica estera aggressiva di rivendicazioni territoriali ai danni della Jugoslavia, paura perfino più grave dell’altra, di una guerra civile in atto» (Claudio Schiano, Borgese, Ferrero e la marcia su Roma, p. 119). Nel dopoguerra, Borgese si vanterà nella prefazione alla riedizione del 1951 del suo saggio su d’Annunzio di essere sempre stato avverso «al politico, al condottiero, al comandante e alle sue avventure» da lui subito riconosciute «quali sventure dell’Italia e del mondo» (Giuseppe Antonio Borgese, D’Annunzio, p. 12; cfr. Nicolas Bonnet, Borgese au front, p. 45). Qualunque valutazione se ne voglia proporre, resta che il Comandante, rifiutando nell’agosto del 1921 di prendere la testa del movimento fascista che i capi ribelli ostili alla linea di pacificazione nei confronti delle sinistre (linea largamente sconfessata dai delegati provinciali nell’adunata di Bologna) gli volevano affidare dopo le dimissioni di Mussolini, aveva lasciato sfumare l’ultima occasione di assumere un ruolo da protagonista sulla scena della Storia (Emilio Gentile, Storia del partito fascista. Movimento e milizia. 1919-1921, p. 302). Inutile precisare che questo epilogo della carriera politica di d’Annunzio, che ci sembra oggi scontato perché conosciamo il seguito della storia, non appariva all’epoca per niente evidente.

23 Brancati interviene nel contesto della polemica intorno alla candidatura all’Accademia d’Italia di Borgese per difendere questo contro gli attacchi di Interlandi. Nel suo articolo del 24 settembre 1932, Risposta di un esortato, pubblicato su «Il lavoro fascista», afferma: «Borgese è stato il primo a scrivere un romanzo fascista, Rubè, narrando la fine di un vecchio mondo e […] l’inizio di una nuova epoca, e descrivendo, verso la fine del romanzo un gruppo di fascisti come la cosa solida di quel paesaggio in sfacelo, e pronunciando, nel 1922, allorché sembrava scandaloso in arte una simile contingenza, per esteso la parola: fascismo» (Paolo Mario Sipala, Borgese, Rosso di San Secondo, Savarese. Atti del convegno di studio Catania-Ragusa-Caltanissetta, p. 175). Va rilevato il curioso errore di datazione commesso da Brancati che fa risalire al 1922 la pubblicazione del libro uscito nel marzo del 1921.

24 In una pagina dei suoi diari americani (20 luglio 1934), Borgese riproduce un brano della lettera mandata a D’Orazio in cui dice di rallegrarsi della prossima pubblicazione della monografia del giornalista a lui dedicata. Gli preme tuttavia dissipare un equivoco riguardo all’interpretazione fascista che D’Orazio propone dell’intera sua opera letteraria. Scrive Borgese: «Io credo certamente nell’ordine e nella costruzione; da ciò l’equivoco di aver interpretato la mia opera fascisticamente» (Gandolfo Librizzi, «No, io non giuro». Il rifiuto di G. A. Borgese, una storia antifascista, p. 246). Borgese espone nella lettera la sua fede europeista e il suo cosmopolitismo antitetici rispetto al nazionalismo fascista. D’Orazio si sarebbe da parte sua impegnato a stendere su richiesta di Borgese «un breve capitolo di spiegazione» che avrebbe permesso di «tranquillizzare» ambedue (ibid.). Nel breve preambolo («Proposito») del libro pubblicato nel 1935, D’Orazio premette che il suo studio riguarda l’itinerario del Borgese «scrittore» e non quello, anteriore, del Borgese «politico» [«Questa limitazione dello scrittore che, prima di romanziere, novellatore, drammaturgo, è stato “politico”vuole garantire la chiarezza delle conclusioni alle quali lo studio perviene» (Donatello D’Orazio, G. A. Borgese e il dramma dello spirito contemporaneo, p. 5)]. In questo modo D’Orazio prende chiaramente le distanze dal “rinunciatario”. E nell’ultimo paragrafo precisa: «lo studio esplora sì l’opera di G. A. Borgese, ma altresì interessa il destino dell’autore e di tutti coloro, i quali sono simili a lui nella persuasione che il Fascismo soggioga quel “male più grave” ravvisato da Auguste Comte nella profonda divergenza fra tutti i principî fondamentali, la cui stabilità è la condizione prima di un vero ordine sociale, e senza di che lo stato delle nazioni resta necessariamente ed essenzialmente rivoluzionario» (ivi, p. 6). Sembra ad una prima lettura che non solo non ci sia traccia del chiarimento richiesto da Borgese ma che D’Orazio enfatizzi contro la sua esplicita volontà la supposta adesione dello scrittore al fascismo come logico approdo dell’intero suo percorso intellettuale ed artistico. In realtà, c’è un’ambiguità, senz’altro volontaria, nella formulazione di D’Orazio, in quanto il termine «autore» può riferirsi sia all’autore dell’opera (Borgese) che all’autore dello studio sull’opera (lo stesso D’Orazio). In ogni modo, è altamente improbabile che siffatta premessa abbia potuto tranquillizzare Borgese. Sul saggio di D’Orazio cfr. Nicolas Bonnet, Giuseppe Antonio Borgese et le sens de la littérature italienne, 2010b.

25 Nella sua antologia degli scrittori antifascisti del 1976, Sciascia ribadisce questa filiazione: «Morendo sotto una carica di cavalleria, indifferente tra il rosso e il nero e ambiguamente assunto a vittima dall’una e dall’altra parte, Rubè ne anticipa [del fascismo] le delusioni. Della sua indifferenza della sua noia, saranno eredi i personaggi di Moravia e di Brancati» [Leonardo Sciascia (a cura di), La noia e l’offesa, cit., p. 19]. Scrive Battaglia che «i tropi psicologici introdotti dallo scrittore hanno un’ambiguità ch’era destinata a caratterizzare lo svolgimento della letteratura per tutto il Novecento» (Salvatore Battaglia, Op. cit., p. 578).

26 «Borgese è stato il primo a scrivere un romanzo fascista, Rubè, narrando la fine di un vecchio mondo e non chiudendosi in questa zona di morte come accade ad esempio ne Gli indifferenti, ma ponendo nel mito del cavaliere giovane e dagli occhi azzurri, che calpesta Rubè, l’inizio di una nuova epoca» (Paolo Mario Sipala, Borgese, Rosso di San Secondo, Savarese, cit., p. 175).

27 Per il giovane Brancati, l’antieroe Rubè non aderisce ai fasci di combattimento perché è un velleitario, un intellettuale sconclusionato, sostanzialmente indifferente ed incapace di vero slancio e sincera dedizione. Va ricordato che, nel 1932, Brancati pubblica il suo primo romanzo, L’amico del vincitore, che si ispira a Rubè. Brancati aveva sottoposto il manoscritto del romanzo a Borgese e tenuto conto dei suggerimenti del maestro. Questo primo romanzo, successivamente ripudiato da Brancati, intendeva inserirsi in quella nuova stagione del romanzo auspicata da Borgese in Tempo di edificare.

28 Cfr. Silvia D’Agati, Nuclei autobiografici nel Rubè di Borgese, pp. 125-138.

29 Guido Piovene in una recensione di poco posteriore a quella del maestro giudica in modo ancora più severo il romanzo moraviano sotto il profilo morale proprio per l’indifferentismo dei personaggi (Ricciarda Ricorda, Pagine vissute, cit., pp. 142-143).

30 In Francia, i saggi di Gérard Genot, La première guerre mondiale et le roman : l’Italie, Rubè de Borgese (1968), e Pierre Laroche, Situation et signification de Rubè dans la crise du premier après-guerre en Italie (1978), illustrano questo filone.

31 «Ciò che [...] conta mettere in luce è proprio l’inedito dilemma che s’impone all’intellettuale del dopoguerra, l’alternativa cioè tra risultare integrato all’élite oppure solidale alla forza lavoro, detto in altri termini, organico al gruppo dominante oppure alla massa strumentale. La riflessione di Gramsci di poco successiva muove appunto dalla necessità di una nuova prospettiva da cui inquadrare la questione dell’intellettuale. Non più come categoria a sé, quale la intendeva Mosca, e la intenderà Benda, bensì nel rapporto che stringe con un gruppo sociale anziché con l’altro. Le funzioni dell’intellettuale del dopoguerra, infatti, “sono precisamente organizzative e connettive” e bisogna stabilire dunque in favore di chi si svolge» (Giovanni de Leva, Dalla trama al personaggio. Rubè di G. A. Borgese e il romanzo modernista, p. 79). De Leva ha ovviamente in mente il gramsciano concetto dell’“intellettuale organico” di cui il pubblico verrà a conoscenza solo nel secondo dopoguerra leggendo Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura, il primo dei sei volumi degli appunti dei Quaderni del carcere organizzati per tema, uscito presso Einaudi nel 1949. Proprio a questo volume si riferisce Battaglia nel suo Mitografia del personaggio (p. 601, nota 40).

32 Tra le mansioni che dovrebbe svolgere Rubè c’è quella di fare la spia fra gli impiegati e le maestranze. Assumere questo compito significherebbe accettare di diventare «guardiano dell’ordine sociale nel dopoguerra industriale» [Giuseppe Antonio Borgese, Rubè (1994), p. 191]. C’è anche quella più valorizzante e conforme alle sue attitudini di fare per il padrone una quotidiana rassegna stampa per tenerlo aggiornato sugli sviluppi della politica nazionale (va ricordato che lo stesso Borgese aveva curato durante la Guerra l’analisi della stampa internazionale per conto dell’Ufficio Propaganda). È significativo che questo lavoro non sia però adeguatamente riconosciuto da De Sonnaz: «La velocità prospettica con cui Filippo raggruppava i fatti e le opinioni del giorno era evidentemente apprezzata, sebbene non gliene venisse nessuna parola di elogio, tranne una che gli parve di cattivo augurio: “Lei sarebbe un buon giornalista”» (ivi, p. 193). Il capitano d’industria manifesta un disprezzo appena velato per il giornalismo. Per Gramsci, il giornalista rappresenta in modo esemplare la figura dell’intellettuale “tradizionale” (Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, vol. III, pp. 1550-1551). Superfluo ricordare l’importanza dell’attività di pubblicista svolta da Borgese attraverso la quale aveva cercato di incidere sulla vita nazionale.

33 Per aver osato esaltare il corteo socialista e la figura del capopopolo Tunta durante il ricevimento in casa De Sonnaz [G. A. Borgese, Rubè (1994), pp. 213-215] la fama di Rubè cresce tra gli impiegati della ditta che lo sollecitano a partecipare all’assemblea del personale. Restio, delude tuttavia le aspettative con un brevissimo intervento in cui si limita ad auspicare una generica cooperazione tra industria e lavoro intellettuale (ivi, p. 216). Alla fine, non solo manca l’occasione di farsi interprete delle rivendicazioni salariali dei dipendenti ma viene licenziato dai De Sonnaz per aver avventatamente tenuto discorsi sovversivi. Va osservato che Rubè si sottrae al compito di portare avanti le rivendicazioni salariali degli impiegati (che appartengono, cioè, al suo stesso ceto sociale) non della manovalanza.

34 Per Gramsci, il nuovo tipo di intellettuale capace di operare efficacemente nella moderna società industriale deve aver non solo acquisito quella preparazione tecnica che difetta totalmente all’intellettuale tradizionale ma anche aver integrato siffatto bagaglio tecnico-scientifico con la visione umanistica propria di quest’ultimo: «Il modo di essere del nuovo intellettuale non può più consistere nell’eloquenza [...] ma nel mescolarsi alla vita pratica [...] come costruttore, organizzatore, “persuasore permanente” perché non puro oratore – e tuttavia superiore allo spirito astratto matematico; dalla tecnica-lavoro giunge alla tecnica-scienza e alla concezione umanistica storica, senza la quale si rimane “specialista” e non si diventa “dirigente” (specialista + politico)» (Antonio Gramsci, Op. cit., pp. 1550-1551).

35 Borgese si riferisce probabilmente alla dimostrazione milanese del 16 febbraio 1919 che rappresenta la prima manifestazione di massa del dopoguerra e corrisponde ad una svolta nel biennio rosso in quanto suscitò la reazione virulenta delle forze nazionaliste e combattentiste (cfr. Roberto Vivarelli, Storia delle origini del fascismo, vol. 1, p. 360).

36 Lo stile vestimentario è il primo segno di appartenenza ad una classe sociale nel romanzo. Se nel salotto di Alfonso De Sonnaz i padroni snobbano «quel povero in smoking» che non appartiene al loro mondo, quando si ritrova nel corteo socialista, Rubè «tira su il bavero della giacchetta [...] per non far riconoscere che è borghese» [G. A. Borgese, Rubè (1994), pp. 213 e 384].

37 Non è solo perché non è riuscito a “farsi un nome” che Rubè aspira all’annientamento. Come spiega Baldi, quello del nome è un motivo che assume svariate valenze nello svolgimento del racconto (Guido Baldi, Rubè: l’intellettuale declassato fra società industriale e conflitti del dopoguerra, pp. 142-146). Ed è anche perché il suo nome è «macchiato per la morte dell’amante e per le vicende giudiziarie che ne sono derivate» che Rubè aspira a scomparire nella folla [G. A. Borgese, Rubè (1994), p. 144].

38 Pappalardo ha evidenziato la strutturazione del sistema dei personaggi per coppie oppositive (Ferdinando Pappalardo, Rubè fra tradizione e crisi, pp. 75-76).

39 Non potendo capacitarsi che vi sia posto nel movimento «per “quell’assassino di Garlandi” e pei “cherubini armati della razza di Ranieri», Rubè si dice «per darsi una spiegazione che hanno ammazzato tutti e due. Sono tutti e due briachi di sangue». Anche se non può nascondersi alla fine che «dal groviglio della discussione sorgeva una vampa di gioventù che consumava le scorie» [G. A. Borgese, Rubè (1994), p. 229]. In questo passaggio in cui il narratore utilizza il discorso indiretto libero, viene naturalmente rappresentata la prospettiva di Rubè e ha ragione Sciascia a sottolineare che «indifferenza e ambiguità» non vanno attribuiti all’autore bensì solo al personaggio [Gandolfo Librizzi (a cura di), Rubè e la crisi dell’intellettuale del Novecento, p. 242].

40 Alfonso De Sonnaz dichiara cinicamente a Rubè durante il loro primo incontro: «sia ben sicuro che sono al sicuro, e posso spatriare quando voglio e continuare a far milioni dove voglio» [G. A. Borgese, Rubè (1994), p. 190].

41 In un articolo intitolato Piccoli borghesi al bivio uscito il 7 dicembre 1919 sul «Tempo» e poi ripreso nel volume La crisi mondiale e saggi critici di marxismo e socialismo (1921) (cfr. Renzo De Felice, Le interpretazioni del fascismo, pp. 151-152). La piccola borghesia che era stata ardentemente interventista, spiegava Tilgher, aveva visto le sue aspettative deluse da un governo debole incapace secondo lei di difendere gli interessi del Paese a Versailles e, particolarmente colpita dalla crisi economica, nutriva rancore tanto nei confronti dell’alta borghesia, la quale, sebbene in larga parte non avesse voluto la guerra, ne aveva ricavato i maggiori benefici materiali, quanto nei confronti del proletariato pacifista che sembrava uscire politicamente rinforzato e trionfante dal conflitto (ibid.). Va ricordato che Tilgher, nella sua recensione di Rubè uscita il 15 giugno 1921 su «La Stampa», definisce malgrado tutte le sue riserve il romanzo borgesiano «un’opera d’arte significativa e pienamente attuale» [Gandolfo Librizzi (a cura di), Rubè e la crisi dell’intellettuale del Novecento, p. 144].

42 Tilgher non fa alcun accenno alla dimensione socialisteggiante dei primi fasci e al loro tentativo fallimentare di reclutare tra gli operai. Va sottolineato che l’articolo tilgheriano è di poco posteriore alle elezioni politiche del 16 novembre 1919 in cui, malgrado il sistema proporzionale favorevole in linea di principio alle piccole liste, i fasci subirono, come si è precedentemente ricordato, una terribile disfatta mentre i socialisti trionfarono; ed è solo dopo e a causa di questo insuccesso elettorale che il movimento abbandonò gradualmente il programma rivoluzionario del 1919 (cfr. Emilio Gentile, Fascismo. Storia e interpretazione, p. 10).

43 Come notava Luigi Salvatorelli già nel 1923, la visione marxista peccava nel veder nel fascismo una semplice milizia al servizio del capitalismo senza capire che si trattava di «un movimento autonomo, con vita propria e proprie finalità» (citato da Renzo De Felice, Le interpretazioni del fascismo, p. 150).

44 Sebbene Lapiana e Salvemini avessero cercato di convincere Borgese ad eliminare i passaggi in cui parlava di sé (e quindi del proprio romanzo) (cfr. Matteo Billeri, Storia di un libro antifascista. “Goliath, The March of Fascism”, pp. 89-90), lo scrittore non seguì il loro consiglio, spesso propenso a darsi nella ricostruzione degli eventi un ruolo da protagonista più che da comprimario.

45 È strano che Borgese, rivedendo la traduzione, si sia lasciato sfuggire il controsenso nella resa del complemento circostanziale di tempo: il romanzo non viene ovviamente scritto «poco dopo il trionfo del fascismo» ma «poco prima» [«shortly before», nell’originale (G. A. Borgese, Goliath, The March of Fascism, p. 294)].

46 La traduttrice omette stranamente la fine del periodo: «and not for Italy alone, in the years to come» (ibid.), che allarga la supposta profezia a tutta l’Europa.

47 Sul concetto weberiano della violenza legittima cfr. Camilla Emmenegger, Tra pragma della violenza e redenzione del mondo. Forme di violenza rivoluzionaria in Max Weber, 2020.

48 Le due bandiere impugnate da Rubè («Lui teneva nella mano sinistra la bandiera rossa e nella destra la nera» [G. A. Borgese, Rubè (1994), p. 385]) sono state generalmente interpretate come quelle dei due opposti schieramenti. Ora, come spiega Guido Baldi, «[è] del tutto improbabile che in un corteo di sinistra nel 1919 qualcuno possa offrire al protagonista una bandiera fascista [...] Di conseguenza una bandiera nera in un corteo del genere non può che essere quella anarchica» (Guido Baldi, Op. cit., p. 135, nota 5). È da questo punto di vista significativo che Cecchi riassumendo la storia nella sua recensione scriva che Rubè si trova «in un subbuglio politico, è preso, senza saper come, in mezzo a una folla anarchica [il corsivo è nostro], buttato a terra e travolto da una carica di cavalleria» (Emilio Cecchi, Borgese romanziere, in Letteratura italiana del Novecento, p. 461). Si tratta tuttavia solo di un dettaglio nella misura in cui conta soprattutto il fatto che le due fazioni, bolscevica e fascista, tentano dopo l’accaduto di annoverare Rubè tra i loro rispettivi martiri [G. A. Borgese, Rubè (1994), p. 389].

49 Sebbene nel 1958 la cosiddetta «operazione Milazzo» avesse portato in Sicilia comunisti, socialisti, democristiani dissidenti e missini a sedere nella stessa giunta regionale, a livello nazionale le tensioni erano alte tra destra e sinistra. Dopo i violenti scontri del 30 giugno 1960 a Genova tra comunisti e neofascisti e i disordini in tutto il paese che determinarono la fine del governo Tambroni (sostenuto dai missini in Parlamento) il 19 luglio, si era chiuso il capitolo dell’apertura a destra ed era iniziato il travagliato dialogo della DC con il PSI. Nella primavera del 1964, pochi mesi dopo la formazione del primo governo di centro sinistra organico, le gravi tensioni politiche all’interno della maggioranza e il rischio di una svolta autoritaria costrinsero i socialisti a rinunciare al loro programma di riforme. Da quel momento, il centrosinistra avrebbe proseguito sotto il segno della lottizzazione e della corruzione. Un anno dopo la pubblicazione del romanzo di Sciascia, nel 1967, sarebbe stata svelata dalla stampa l’esistenza del piano golpista del generale Giovanni de Lorenzo. La «fine del carabiniere a cavallo» salutata da Sciascia nel 1955 era stata solo un’illusione.

50 Il libro, mai più ripubblicato dal 1949, sarebbe stato rieditato solo nel 1983. Rimandiamo per le citazioni del Golia all’edizione riveduta dall’autore del 1949 perché la riedizione del 1983 riproduce incomprensibilmente il testo (non rivisto) del 1946 (cfr. Matteo Billeri, Storia di un libro antifascista. “Goliath, The March of Fascism”, p. 100).

51 Borgese appartiene, secondo la terminologia di Renzo De Felice, alla categoria degli antifascisti «eterodossi» come Giuseppe Donati, Mario Bergamo e Francesco Luigi Ferrari, che vedono nel fascismo l’espressione di un male antico, una tesi che sottende il Golia, un libro «nel quale la malattia italiana veniva proiettata su uno sfondo storico che affondava le radici nelle più remote età della nostra storia» (R. De Felice, Le interpretazioni del fascismo, p. 175). Secondo Salvadori i due autori più affini a Borgese sarebbero proprio Giuseppe Donati e Fabio Cusin [Massimo Luigi Salvadori, Introduzione, in G. A. Borgese, Golia: marcia del fascismo (1983), p. 10].

52 La recensione uscita sul «Corriere del Ticino» (9 novembre 1974) è stata ripresa in appendice a Renato Martinoni (a cura di), Troppo poco pazzi. Leonardo Sciascia nella libera e laica Svizzera, pp. 120-121.

53 Rimandiamo alla nota distinzione introdotta da Eric Donald Hirsch Jr. tra meaning (“significato”) e significance (“significanza”) in Validity in Interpretation (1967) [traduzione italiana: Teoria dell’interpretazione e critica (1973)].

54 Identica all’interpretazione del finale del romanzo proposta da Sciascia è quella che Luciano De Maria dà nell’introduzione di questa storica riedizione di Rubè quando afferma che lo sbandamento ideologico del protagonista assurge ad «allegoria suprema [...] di un’ambivalenza, di una disponibilità psicologica e di comportamento verso gli opposti estremismi, congenita in un certo tipo di intellettuali piccoli-borghesi» [G. A. Borgese, Rubè (1974), p. XVIII]. La stessa lettura è proposta da Romano Luperini nel 1976 [cfr. Ivan Pupo (a cura di) in G. A. Borgese, Una Sicilia senza aranci, p. 61, nota 115]. In Per un ritratto dello scrittore da giovane (scritto dieci anni dopo), dopo aver evocato lo sforzo che dovettero compiere tre generazioni di italiani per liberarsi dall’influenza di d’Annunzio, la generazione di Borgese, quella di Brancati e la propria, Sciascia aggiunge: «E s’intende che parliamo di tre generazioni di italiani “colti”: che più durevole, più effettuale, più complesso è stato l’influsso di D’Annunzio su tre generazioni di italiani “incolti” (e forse non è ancora spento se qualche traccia è possibile scorgerla sull’eversione di appena ieri)» (Leonardo Sciascia, Opere, volume II, tomo II, cit., p. 825).

55 In una cronaca del 28 marzo 1974 ripresa in Nero su nero Sciascia scrive: «Le radici del fascismo sono tante e affondano in tante direzioni, in tanti strati; ma le più forti e riconoscibili sono indubbiamente quelle che si diramano e si nutrono nell’intolleranza» (Leonardo Sciascia, Opere, volume II: Inquisizioni – Memorie – Saggi, tomo I: Inquisizioni e Memorie, p. 1043).

56 Onofri scrive che le valutazioni di Vittorini negli scritti di Sciascia sono «in caduta libera» dai primi anni ’60 «fino al crollo del 1981» in cui lo scrittore di Racalmuto afferma a proposito di Conversazione in Sicilia che «non resiste, purtroppo» [Massimo Onofri, Storia di Sciascia (2021), p. 192]. Il giudizio è espresso in Davide Lajolo, Leonardo Sciascia, Conversazione in una stanza chiusa, p. 38.

57 L’impostazione critica di Sciascia nel 1965 sembra calcare quella di Battaglia il quale scrive in Mitografia del personaggio che nel romanzo borgesiano «non agiscono veri e propri personaggi [...] bensì opera il congegno di un’idea, un’ipotesi di tipo concettuale» e conclude che «il problema non è tanto di riconoscere al Borgese un titolo di “modello”, quanto di restituirgli la funzione di battistrada o se si vuole di mossiere» (Salvatore Battaglia, Op. cit., p. 585).

58 Renzo De Felice definisce Carlo Rosselli «l’eterodosso per antonomasia» (R. De Felice, Le interpretazioni del fascismo, p. 175).

59 Sembra quasi che Sciascia, avvalorando la versione di Borgese, si aspetti che si dia senza riserve credito al racconto da lui dato del proprio percorso politico in cui la giovanile adesione al fascismo viene scotomizzata. Sugli anni di esordio di Sciascia non si è ancora potuto fare la chiarezza necessaria. Lo scrittore fa risalire la maturazione del proprio deciso antifascismo allo scoppio della guerra civile spagnola e ha sempre sostenuto di essere stato negli ultimi tempi del fascismo vicino al partito comunista clandestino da cui si sarebbe poi allontanato per un breve periodo nel dopoguerra. Il suo percorso appare ad un attento esame tutt’altro che rettilineo e molto diverso in ogni modo da quello da lui ricostruito. Sono documentate la collaborazione di Sciascia alla stampa fascista locale tra il 1940 e il 1941 (Joseph Francese, Op. cit.) e quella alla stampa democristiana dal 1948 al 1951 (Domenico Scarpa, La prova democristiana di Leonardo Sciascia. Una ricerca in corso, 2014). Nel 1952, che costituisce in qualche modo l’anno della svolta a sinistra, Sciascia assume la direzione della rivista «Galleria» ed inizia il sodalizio con Vittorini e Calvino. Per una sintesi di questo percorso vedi Giorgio Amico, Leonardo Sciascia da giovane. Fra fascismo, Democrazia cristiana e Partito comunista, 2021. Ci si dovrebbe chiedere perché ad indagare sulla giovanile adesione di Sciascia al fascismo sempre elusa dalla critica sia stato uno spregiudicato studioso italoamericano. Ci sembra che si debba essere amici di Sciascia ma più ancora della verità. Per spiegare l’adesione al fascismo del giovane Sciascia si possono legittimamente addurre le stesse attenuanti che questi invoca per Brancati: «Tutto era allora fascismo [...] intorno a un uomo di vent’anni» (Vitaliano Brancati, Opere 1932-1946, p. XIV).

60 Gandolfo Librizzi riesamina nel suo saggio le principali colpe attribuite a Borgese oltre al fatto di non aver mai preso, prima dell’esilio americano, una chiara posizione pubblica nei confronti del fascismo: la sua persistente collaborazione al «Corriere della Sera» fascistizzato dopo il 1925 (che gli rimprovera, ad esempio, Salvemini), la mancata adesione all’Antimanifesto crociano, la candidatura all’Accademia d’Italia (sulla quale torna spietatamente Croce nella sua polemica con Borgese nel dopoguerra) e, infine, la richiesta fatta dallo scrittore nella primavera del 1932 di tenere una conferenza su Goethe nella sede dell’ambasciata italiana a Washington (G. Librizzi, «No, io non giuro». Il rifiuto di G. A. Borgese, una storia antifascista, pp. 196-202). Come giustamente scrive Librizzi, «Borgese non è stato esente da errori, dubbi, perplessità, da obiezioni che non irragionevolmente si possono avanzare, e va valutato anche in base ad essi. Ma, un giudizio storico obiettivo e sereno [...] non può che valutare positivamente la sua posizione che, infine, con lenti ma progressivi passi, si è delineata senza tentennamenti e in maniera netta e autorevole» (ivi, p. 271). Giudizio equilibrato e pienamente condivisibile.

61 Sui rapporti tra Borgese e il fascismo, rimandiamo alla magistrale sintesi di Luca La Rovere, Un intellettuale liberale di fronte al totalitarismo fascista, pp. 51-72.

62 L’accordo tra l’Italia e la Jugoslavia sarà sancito dal Trattato di Roma (27 gennaio 1924). Borgese si rallegra dell’annessione di Fiume all’Italia (avendo per conto suo sempre difeso l’italianità della città anche se condannato l’impresa dannunziana che violava la legalità internazionale (cfr. Sandro Gerbi, Giuseppe Antonio Borgese politico, p. 48).

63 A differenza di altri titoli della stampa liberale, il «Corriere della Sera» gioca pienamente in questa fase la sua parte di quarto potere.

64 Si tratta di un articolo del 2 settembre 1984 pubblicato sul «Corriere della Sera» e ripreso in A futura memoria, pubblicato nel 1989 presso Bompiani.

65 Principale collaboratore di Croce, Gentile ebbe con lui i primi disaccordi teorici nel 1913. I due filosofi si trovarono anche su posizioni antitetiche riguardo all’opportunità dell’intervento dell’Italia nella guerra l’anno successivo. Ma la rottura definitiva fu provocata dall’adesione di Gentile al fascismo nel 1925.

66 Nel 1915, Gentile aveva proposto la propria collaborazione a Luigi Albertini il quale aveva declinato perché essa «avrebbe interferito con lo spazio già occupato da Ettore Janni e da Giuseppe Antonio Borgese» (Gabriele Turi, Giovanni Gentile, p. 247). Gentile collaborerà invece dal 1917 col «Resto del Carlino», quotidiano che, a differenza del «Corriere», si schierò «contro l’autodeterminazione dei popoli oppressi dall’Austria proclamata nel Patto di Roma dell’aprile 1918» (ivi, p. 272).

67 Scrive: «Un manifesto, apparentemente filosofico ma sostanzialmente politico, sottoscritto da poche decine di firme, si fece strada nella caligine del fascismo sorgente. Ma non scosse il regime, e i firmatari, guardati di mal occhio e contrassegnati, per così dire, da una lettera rossa, non ebbero più pace» [G. A. Borgese, Golia (1949), p. 317]. Borgese evoca anche la persecuzione che colpì i firmatari della dichiarazione in difesa di Salvemini del giugno del 1925 e precisa: «Molti dei firmatari di questo ultimo manifesto non intendevano fare una protesta politica; essi stimavano l’uomo e lo storico e ingenuamente credevano che fosse permesso a dei cittadini di testimoniare a favore dell’accusato, e che uno stato cattolico non avrebbe mai rinnegato una delle opere di carità, quella cioè di visitare i prigionieri» (ibid.). Borgese, con una certa abilità retorica, non precisa né che non era personalmente tra i firmatari del manifesto crociano né che aveva invece sottoscritto quello in difesa di Salvemini. Non si poteva vantare di aver firmato il secondo senza dovere anche giustificare il suo rifiuto di sottoscrivere il primo. È comunque molto significativo che ammetta implicitamente di non aver voluto schierarsi nel 1925 tra gli oppositori del fascismo.

68 Borgese pubblica il 21 febbraio 1931 una recensione entusiasta de La filosofia dell’arte su «Il Corriere della Sera» ponendo l’accento, come rileva Ivan Pupo, sui tanti punti di divergenza tra l’estetica gentiliana e quella crociana (G. A. Borgese, Una Sicilia senza aranci, p. 301, nota 6). Il libro in cui Gentile accusa Croce di avere separato l’estetica dalla morale e di aver ridotto l’arte a puro dilettantismo suscita l’ira del filosofo napoletano che recensendo l’opera sulla «Critica» non si capacita che l’autore di tali «enormità» gli sia stato «un tempo compagno di lavoro» (citato da Gabriele Turi, Op. cit., pp. 442-443). Brancati, recensendo il saggio gentiliano sul «Popolo di Sicilia» del 6 aprile 1931, accusa Croce di non saper perdonare «a uno, che per un equivoco gli era sembrato suo discepolo, a G. A. Borgese, il fatto ch’egli da trent’anni continui a dimostrargli che la più vera e profonda critica si fa senza tener conto dell’estetica crociana, anzi suggerendo continuamente una critica completamente diversa» (Paolo Mario Sipala, Op. cit., pp. 442-443). Gentile attribuisce un ruolo centrale al sentimento nella sua filosofia mentre questo ha solo un posto subalterno in quella crociana (nell’Estetica, il sentimento è preso in considerazione solo in quanto trasformato, ovvero oggettivato e «contemplato», nella Filosofia della pratica, in quanto accompagna ogni azione). Forse anche sotto questo profilo, Borgese è più vicino a Gentile che a Croce.

69 Cfr. Mario Sansone, Croce e Borgese, in Giorgio Santangelo (a cura di), Op. cit., pp. 113-134. Solo nella parte conclusiva dell’articolo, Sansone accenna alla dimensione politica del disaccordo tra i due uomini.

70 Scrive in effetti Borgese: «Gentile, come filosofo, fu più coerente di Croce e la sua accettazione del fascismo non fa una grinza» [G. A. Borgese, Golia (1949), p. 324].

71 Croce aveva in effetti salutato in Machiavelli il primo teorico dell’autonomia della politica rispetto alla morale, una separazione fondamentale che corrisponde nella sua Filosofia della pratica (1909) alla distinzione tra la sfera «economica dell’utile» e quella dell’etica Sull’interpretazione crociana di Machiavelli cfr. Antonio Bechelloni, Un Machiavelli antifascista?, pp. 256-264. Contrariamente a quanto suggerisce Bechelloni, ci sembra che prevalgano la coerenza e la continuità nello sviluppo della teoria politica di Croce e della sua interpretazione di Machiavelli, che non subiscono una radicale trasformazione dopo l’avvento del fascismo. È piuttosto la sua interpretazione del fascismo che conosce dopo il 1925 una radicale trasformazione all’interno di questo quadro teorico che rimane invece sostanzialmente immutato.

72 Note sul Machiavelli, sulla politica e sullo Stato moderno (quarto dei sei volumi degli appunti dei Quaderni del carcere ordinati tematicamente da Togliatti e Platone) fu pubblicato nel 1949.

73 In una cronaca del 19 novembre 1971 pubblicata sul «Corriere della Sera» e ripresa in Nero su nero, Sciascia riferisce una dichiarazione di Jorge Luis Borges il quale afferma di essersi poco occupato di politica e precisa: «Me ne sono occupato durante la dittatura, ma quella non era politica, era etica». E Sciascia commenta: «uno scrittore dovrebbe sempre poter dire che la politica di cui si occupa è etica. Sarebbe bello che potessero dirlo tutti. Ma che almeno lo dicano gli scrittori» (Leonardo Sciascia, Opere, volume II, tomo II, cit., p. 957-958). Borges, ostile al peronismo per tradizione familiare si definiva un liberale. Pochi anni dopo questa dichiarazione, lo scrittore saluterà il golpe di Pinochet in Cile e appoggerà nel proprio paese l’instaurarsi della dittatura della giunta militare. Di questo atteggiamento per lo meno increscioso farà tuttavia ammenda successivamente. Cfr. Miguel Rojas-Mix, El dictador si tiene quien le escriba, pp. 123-126.

74 Si veda ad esempio il saggio del 1926 intitolato Punti di orientamento della filosofia in cui Croce definisce «antiquata» la concezione della filosofia come sistema chiuso «che pretenda rinserrare una volta per sempre nei suoi quadri la realtà o la suprema realtà» (Benedetto Croce, Ultimi saggi, p. 204).

75 Se «i profeti inermi» come Savonarola crollano, «crollano anche i banditi armati» come Cesare Borgia, osserva Borgese [Golia (1949), p. 320]. Ed è chiaro nel discorso di Borgese che i primi non solo vanno sempre preferiti ai secondi ma sono prima o poi chiamati a trionfare. Borgese accosta la figura di Savonarola a quelle di Dante, Mazzini e Wilson, altri «profeti disarmati» rimasti inascoltati (ivi, p. 322). L’interpretazione positiva che Borgese propone di Savonarola (che saremmo oggi propensi a considerare un fanatico dalle mire teocratiche) deriva dalla storiografia ottocentesca che vede nel frate domenicano un precursore della Riforma (cfr. Gianfranco Contini, Letteratura italiana del Quattrocento, p. 568).

76 Il saggio fa parte del volume Filosofia e storiografia (1949) ed è presente nell’edizione del 2005 alle pagine 142-144.

77 Chiarimenti filosofici, cap. VIII La questione del Machiavelli, in Benedetto Croce, Indagini su Hegel e schiarimenti filosofici (1952), pp. 175-186.

78 Vedi Frammenti di etica, XLI Lo stato etico e Elementi di politica, II Lo stato e l’etica, in Etica e politica (1931) (nell’edizione del 2015, rispettivamente pp. 175-178 e 217-222).

79 Interessante a questo proposito l’articolo pubblicato su «Sicilia del Popolo» il 25 agosto 1951 in cui Sciascia ironizza sul resoconto entusiasta fatto da Luigi Russo (ex discepolo di Croce ma anche di Gentile, ed acerrimo nemico di Borgese) del suo viaggio nell’Unione Sovietica. Citato da Domenico Scarpa, Op. cit., p. 199.

80 Se per pensatori liberaldemocratici come Gobetti o Carlo Rosselli l’avvento del fascismo deriva proprio dal ritardo culturale dell’Italia, non ritengono come Borgese che l’esperienza fascista rappresenti un momento del processo di maturazione nazionale e possa contribuire fosse solo «involontariamente» alla modernizzazione del paese. Queste ambigue considerazioni sulle ipotetiche virtù del fascismo erano dispiaciute a Salvemini [cfr. Matteo Billeri, Macbeth in camicia nera: Mussolini secondo Borgese, in Ilaria de Seta e Sandro Gentili (a cura di), Giuseppe Antonio Borgese e la diaspora intellettuale europea negli Stati Uniti durante il nazi-fascismo, p. 16, nota 6].

81 Anche l’impegno di Borgese a favore della Repubblica va ricollocato nel contesto dei suoi rapporti conflittuali con Croce in quanto diametralmente e puntualmente contrapposto a quello di quest’ultimo in difesa della monarchia (cfr. Nicolas Bonnet, Le ultime cause perse di Giuseppe Antonio Borgese, 2012).

82 Il corsivo è nostro.

83 In un appunto del suo diario americano del 25 luglio 1936 (cioè, contemporaneo della stesura del Golia), Borgese nota che il «passaggio a opinioni politiche risolute e l’abbandono di ogni residuo, anche sentimentale, di cattolicismo» rappresentano una svolta decisiva nella sua maturazione interiore (citato da Giovanna Grifoni, Op. cit., pp. 297-298). A quest’altezza cronologica, quindi, Borgese ha rotto con la Religione Cattolica Romana, ritenendo che essa abbia irrimediabilmente legato la sua sorte a quella del regime fascista e non possa più pretendere al riconoscimento del suo carattere universale. Anche negli articoli degli anni Quaranta, Borgese scommetterà che sia la monarchia, sia il Vaticano saranno travolti dalla caduta del fascismo. I fatti confermeranno solo il primo pronostico (cfr. Nicolas Bonnet, Le ultime cause perse di Giuseppe Antonio Borgese, 2012).

84 Viene pubblicata postuma in una miscellanea in onore di Don Sturzo la traduzione italiana del saggio del 1939-1940, Credi politici ed eresia machiavellica (in Scritti di sociologia e politica in onore di Luigi Sturzo, vol. I, Bologna, Zanichelli, 1953, pp. 2011-2032). Il saggio si trova adesso in Giuseppe Antonio Borgese, Da Dante a Thomas Mann, pp. 191-214.

85 Nella prefazione del 1945 al Golia, Borgese scrive tuttavia: «Golia, il fascismo o nazismo, è a terra. Ma se sia morto o solamente prostrato, diranno i giorni e gli anni. Dipende in gran parte da noi. / Diceva esso che la forza è diritto. I vincitori gli hanno dimostrato chiaramente che non aveva la forza. Ma se esso avesse tanto fiato da domandare ai vincitori se abbiano, vincendo, attuato e attuino il diritto, la risposta non sarebbe così chiara. La storia delle democrazie, dalla Carta Atlantica agli armistizi ed oltre, è fosca. Da essa, se non muta, sorgerà un altro fascismo, con altro nome, ad altre imprese [sic]» [G. A. Borgese, Golia (1949), p. 17]. Borgese ha evidentemente in mente le disastrose conseguenze dell’ingiusta Pace di Versailles e non esclude che si ripeta nel secondo dopoguerra quello che si era verificato nel primo.

86 Sciascia, ne Le Parrocchie di Regalpetra, scrive che tra i titoli disponibili nella sala di lettura del circolo della concordia vi era anche «Il Ponte»: «quest’ultima rivista pochissimo letta e disdegnosamente tollerata vi si trovava in grazia della concordia da cui il circolo prende nome per volontà di una decina di giovani» (L. Sciascia, Opere, volume II, tomo I, cit., p. 56; cfr. Matteo Collura, Op. cit., p. 119). Su «Il Ponte» vengono pubblicati nel 1948 il Disegno preliminare di Costituzione mondiale e nel 1950 le lettere a Mussolini.

87 In seguito alle elezioni regionali in Sicilia del 3 giugno 1951, Sciascia aveva pubblicato un articolo uscito sul numero di luglio intitolato: Il fascismo risorge in Sicilia, in cui esprimeva la propria preoccupazione per il calo della DC (sebbene gli esponenti locali della DC non avessero demeritato secondo lui nella difesa dell’autonomia e degli interessi dell’isola) e la simmetrica crescita delle sinistre (un voto secondo lui dettato da ingenue aspettative utopistiche che non portava da nessuna parte) e soprattutto delle destre che rappresentavano invece un vero pericolo per la democrazia (citato da Domenico Scarpa, Op. cit., pp. 201-202). L’anno successivo, Sciascia si sarebbe definitivamente allontanato da un partito di cui avrebbe iniziato a denunciare la collusione con il neofascismo e la mafia. Va ricordato che, nello stesso 1952, Vitaliano Brancati pubblicò il suo pamphlet: Ritorno alla censura, che influì sicuramente sulle scelte politiche di Sciascia, spingendolo a girare definitivamente le spalle alla DC.

88 «Tra formazioni Garibaldine e di “Giustizia e Libertà” e formazioni cosiddette Badogliane c’era persino questa differenza: che le prime combattevano per un mondo nuovo e le seconde per una forma di lealismo e di obbedienza al re. In un certo senso sono stati più vicini allo spirito della Resistenza molti giovani dell’esercito di Salò (nell’illusione di una rivoluzione sociale per vent’anni ritardata dalla collusione di gerarchi fascisti “traditori” con le forze del capitalismo, della monarchia e del Vaticano) che certi combattenti delle formazioni partigiane» [Leonardo Sciascia (a cura di), La noia e l’offesa, cit., p. 205]. È da notare che Sciascia non distingue nemmeno tra partigiani bianchi (cattolici) e azzurri (liberali) accomunati qui dalla stessa ideologia conservatrice.

89 Lo scambio epistolare tra i due scrittori si interruppe nel 1937 in seguito alla pubblicazione su «Omnibus» di una delle brancatiane lettere al direttore intitolata Dopoguerra (6 novembre 1937) [cfr. Ivan Pupo (a cura di) in G. A. Borgese, Una Sicilia senza aranci, p. 69, nota 133]. Nella sua lettera Brancati evoca la canzone da ballo Valencia, primo grande successo del dopoguerra, liricamente esaltata ai suoi tempi in due articoli del «Corriere della Sera» da «uno scrittore» (Borgese), ma che il cronista giudica personalmente sconcia e tipica espressione della decadenza dei tempi moderni (Vitaliano Brancati, Opere 1932-1946, pp. 119-121). In questo articolo amaro e sarcastico, Brancati critica implicitamente tanto l’interventismo impenitente di Borgese quanto il suo ottimismo nel dopoguerra (il famoso «tempo di edificare») descrivendo le conseguenze disastrose della Grande Guerra e dell’armistizio: «Nel ’18, la guerra non era terminata. Versailles non era stata una pace, ma un armistizio [...]. Il mondo ha vissuto una vita fuori sesto, entro una partita rimasta aperta. Per ciò, molti desiderano che la partita comunque si chiuda, e annunciano ogni giorno, con una misera esaltazione, che l’armistizio di Versailles sta per scadere» (ivi, pp. 121-122). L’articolo contiene anche nella sua chiusura un accenno alla guerra civile spagnola che viene allusivamente indicata come possibile preambolo di un futuro nuovo conflitto mondiale. Brancati vede ormai nella Grande Guerra lo spartiacque tra un Ottocento idealizzato e un Novecento dominato dalla barbarie.

90 Si veda a questo riguardo il primo capitolo di Paolo il caldo (Vitaliano Brancati, Opere 1947-1954, pp. 641-642). Sulla posizione “liberale” ma non “liberista” di Croce vedi Elementi di politica (1931), in Benedetto Croce, Etica e politica, pp. 298-302.

91 Mussolini aveva riconosciuto il regime sovietico il 2 febbraio 1924, subito dopo il governo inglese. I due regimi avevano attuato un programma di intensa collaborazione economica e scientifica dopo la crisi del 1929 e firmato un patto di amicizia e non aggressione il 2 settembre 1933. Dopo il voto delle sanzioni della SDN in seguito all’aggressione dell’Etiopia, lo stato fascista aveva sviluppato gli scambi tanto con la Germania nazista quanto con l’URSS. Sui rapporti ambivalenti tra i due regimi totalitari cfr. Luciano Zani, Fascismo e comunismo: rivoluzioni antagoniste, pp. 191-228.

92 Ad onore del vero, Borgese accenna all’Holodomor in un passo alquanto ambiguo del libro in cui cerca di spiegare la mancata resistenza delle masse al fascismo: «I contadini e i lavoratori italiani e degli altri paesi non potevano capire molto bene perché la fame comunista in Ucraina, con i suoi milioni di vittime, dovesse essere preferibile alle privazioni e alla miseria umiliante, ma non distruttiva dello stato capitalista; perché le sofferenze per il bene delle generazioni future dovessero essere preferibili al pane e all’aria quotidiana del compromesso» [G. A. Borgese, Golia (1949), 309-310]. Il corsivo è nostro.

93 Va tuttavia ricordata la precoce lucidità di alcuni intellettuali come Salvemini e soprattutto Chiaromonte sul conto della dittatura stalinista. Cfr. Simona Colarizzi, La percezione del totalitarismo nell’antifascismo italiano, pp. 40-41.

94 A proposito della partecipazione di Sciascia e Cortese alle attività del GUF Macaluso scrive: «è bene non dimenticare che il Centro interno del PCI aveva dato a tutti i militanti la direttiva di operare nelle strutture politiche e sindacali fasciste. Ne accenno perché oggi c’è chi scrive sulla vicenda politica di Caio e Sempronio, “fascista” fino alla Liberazione e poi comunista: tutti opportunisti e voltagabbana» (Emanuele Macaluso, Leonardo Sciascia e i comunisti, p. 17).

95 La notizia del patto tedesco-sovietico avrebbe fatto perdere il sonno al giovane Sciascia simpatizzante comunista (cfr. Matteo Collura, Op. cit., p. 105).

96 In un articolo pubblicato su di guardia! una settimana dopo la dichiarazione di guerra dell’Italia alla Russia (22 giugno 1941) Sciascia giustifica la rottura del patto Molotov-Ribbentrop da parte della Germania e il coinvolgimento dell’Italia nell’operazione Barbarossa, concludendo che la guerra contro l’URSS va vinta: «Bisogna vincere. / E sempre è luminosa la certezza» (Joseph Francese, Op. cit., p. 643).

97 La traduzione italiana di Preliminary draft of the world Constitution viene pubblicata sulla rivista «Il ponte» di Calamandrei nel 1948 ed esce in volume da Mondadori l’anno successivo con il titolo: Disegno preliminare di Costituzione mondiale. Sulla genesi del Disegno e la sua vicenda editoriale, cfr. la postfazione di Silvia Bertolotti in G. A. Borgese, Una costituzione per il mondo, pp. 87-113.

98 Il libro consiste in un insieme di tre saggi scritti tra il 1946 e il 1947 seguiti da un breve scritto di aggiornamento del dicembre 1949 (nel frattempo è scoppiata la guerra fredda) e di un appunto del 6 maggio 1951(è scoppiata la guerra di Corea e il rischio di una nuova conflagrazione mondiale è altissimo).

99 Per una sintesi sul saggio cfr. Silvia Bertolotti, La rosa dell’esilio. Giuseppe Antonio Borgese dal mito europeo all’utopia americana (1931-1949), pp. 265-270.

100 Sciascia, in un’intervista del 1974, prenderà a posteriori nettamente le distanze nei confronti del PCI: «La morte di Stalin è la crisi di un militante comunista, non adombra la mia. La mia crisi è venuta a metà degli anni sessanta; ed è A ciascuno il suo» (Leonardo Sciascia, Opere, volume I, cit., pp. 1824-1825). Tale delusione legata ai bilanci dei primi governi di centrosinistra sarebbe stata più comprensibile da parte di un militante o simpatizzante socialista. Nel giugno del 1975, lo scrittore si candiderà come indipendente nelle liste del PCI.

101 Macaluso nel suo saggio, senza eludere totalmente la questione, la tratta in modo sbrigativo e reticente in una parentesi: «Nel 1956 avevo lasciato a malincuore la CGIL per guidare, insieme a Li Causi, il PCI siciliano. Pur comprendendo il dissenso di Di Vittorio sull’Ungheria, sostenni le posizioni assunte da Togliatti e da Li Causi. Tuttavia, il racconto di Sciascia mi piacque, anche perché metteva in luce con spietata ironia fatti e figure di un partito che conoscevo bene e che non pensavo affatto di abbandonare» (Emanuele Macaluso, Op. cit., p. 23). Ora, Sciascia non parla nel racconto dei fatti dell’Ungheria e non è nemmeno documentato un suo sostegno alla linea di Di Vittorio.

102 Macaluso dissentendo radicalmente da Sciascia giudica invece in modo positivo il governo Milazzo (ivi, pp. 29-31).

103 Sciascia è reduce da un decennio di polemiche suscitate dalla pubblicazione del Contesto (1971) (stroncato dai critici comunisti), di Todo Modo (1974) (che scandalizza i cattolici) poi di Candido (1977) e de L’affaire Moro (1978). Proprio con Candido, lo scrittore fa i conti con il PCI. Eletto consigliere comunale nelle sue liste, Sciascia si dimette nel 1977. Tuttavia, se Sciascia rompe col partito non è perché gli rimprovera di non essere capace di realizzare un decisivo aggiornamento ideologico (aggiornamento che il partito farà esattamente dieci anni dopo in concomitanza colla caduta del muro di Berlino) ma solo perché lo scrittore è ostile alla politica del compromesso storico. Se condivide la diagnosi fatta da Berlinguer nel settembre del ’73 (visti gli equilibri geopolitici creatisi con gli accordi di Yalta, le sinistre marxiste non potranno mai governare in Italia da sole), considera sbagliato il principio dell’alleanza con la DC in cui vede solo rischi di degenerazioni trasformistiche e ritiene pertanto che solo rimanendo nell’opposizione il PCI possa svolgere un’azione efficace. Rotti i ponti col PCI anche per i suoi gravi screzi con Berlinguer, Sciascia accoglie l’invito del Partito Radicale a candidarsi nelle sue liste alle elezioni europee e politiche del 1979. Su queste vicende cfr. Emanuele Macaluso, Op. cit.

104 Anche Croce stronca su «La Critica» il saggio borgesiano (senza nominare l’autore) di cui denuncia la scarsa originalità e al quale riconosce come unico merito quello di difendere il modello classico dell’opera. Cfr. Emma Giammattei, Papini Borgese Crémieux e l’«année pivot», in Giorgio Santangelo (a cura di), Op. cit., pp. 243-244.

105 Il saggio, pubblicato nel 1931 dalla casa editrice Ceschina (Milano), rielabora le corrispondenze scritte da Borgese per il «Corriere della Sera» relative al settimo congresso di filosofia tenutosi a Oxford tra il 1° e il 5 settembre 1930 al quale lo scrittore partecipa in qualità di uditore. Nella sua introduzione alla riedizione del saggio borgesiano (2011), Ambra Meda ricorda la partecipazione di Croce al convegno (alla quale allude lo stesso Borgese nel libro) con una relazione in cui il filosofo «prende posizione contro il fascismo e le compromissioni della cultura con la politica», ma la studiosa non fa stranamente nessun accenno alla pesante critica di Gramsci al saggio (G. A. Borgese, Escursione in terre nuove. Visioni e notizie, pp. 19-21).

106 Cfr. Ivan Pupo (a cura di) in G. A. Borgese, Una Sicilia senza aranci, p. 302, nota 7.

107 L’articolo in questione è Strano interludio, uscito sul «Corriere della Sera» il 15 marzo 1932, ripreso in Atlante americano (1946) poi in G. A. Borgese, La città assoluta (1962), pp. 308-314, e contenuto adesso in Idem, Atlante americano (2007), pp. 143-147.

108 Cfr. a questo proposito le acute considerazioni di Ivan Pupo (a cura di) in G. A. Borgese, Una Sicilia senza aranci, p. 53, nota 10. In una lettera del 26 aprile 1928 scovata da Pupo, Arnaldo Mondadori informa Borgese di aver acquistato i diritti de L’Impero e gli propone di redigere la prefazione per la pubblicazione postuma del romanzo incompiuto. Borgese non darà però seguito alla richiesta. Questo fatto avvalora la tesi secondo cui Borgese avrebbe deliberatamente deciso di ignorare de Roberto anche post mortem. Guido Piovene, nel suo articolo del 1929 dedicato a De Roberto, definisce questo ultimo un mediocre epigono di Verga (cfr. Ricciarda Ricorda, Pagine vissute, cit., pp. 140-141]. È probabile che questo giudizio del discepolo rispecchi quello del maestro. Si tratta in ogni modo di un’opinione tanto diffusa quanto infondata che è stata superata solo in tempi relativamente recenti dalla critica anche grazie all’impegno di Sciascia.

109 Sul «sistema degli autori» sciasciano, costruito per «coppie oppositive», cfr. Antonio Di Grado, L’albero genealogico e l’olivo saraceno, in Rosario Castelli (a cura di), Leonardo Sciascia e la tradizione dei siciliani, pp. 7-8. Nella prima parte dell’articolo Pirandello mio padre (1989), Sciascia ribadisce questo giudizio radicalmente negativo su Proust negandogli un posto accanto ai tre grandi del Novecento: Pirandello, Kafka e Borges (Leonardo Sciascia, Pirandello mio padre, pp. 31-32).

110 Sull’influenza di Stendhal sulla poetica di Proust cfr. Pascal Ifri, Une reconsidération de l’influence de Stendhal sur Proust, 1985.

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Pour citer cet article

Référence papier

Nicolas Bonnet, « Sciascia e Borgese in quella terra quasi di nessuno »Babel, 48 | 2023, 222-309.

Référence électronique

Nicolas Bonnet, « Sciascia e Borgese in quella terra quasi di nessuno »Babel [En ligne], 48 | 2023, mis en ligne le 31 décembre 2023, consulté le 16 juin 2024. URL : http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/babel/15257 ; DOI : https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/babel.15257

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Auteur

Nicolas Bonnet

Université de Bourgogne
Centre Interlangues : Texte, image, Langage (EA 4182)

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