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Revisitations, adaptations et confrontations d’ouvrages

Una rivisitazione dei Promessi Sposi? Per una lettura del Consiglio d’Egitto di Leonardo Sciascia

Patrizia Landi
p. 109-127

Résumés

Il ne fait aucun doute que Storia della colonna infame constitue le point de départ pour écrire Morte dell’inquisitore et La strega e il capitano. Au cœur de ces deux textes prenant appui sur une transcription essentiellement fidèle du matériel de l’époque, Sciascia place deux thèmes chers à Manzoni lui-même : à savoir, la quête de la vérité et la justice de l’homme. Incapable d’être juste, la justice humaine finit par être mal gérée par les gens de justice qui sont prêts à tout, même à infliger la torture et à condamner à mort sommairement pour qu’un coupable soit trouvé.
Et pourtant, c’est Il Consiglio d’Egitto de Sciascia qui pourrait être considéré comme une sorte de relecture de I Promessi Sposi. Voilà la thèse qu’il faut démontrer.
Il s’agit, certes, d’une manière poussée à l’extrême de « repenser l’œuvre » à l’égard des formes et des techniques narratives – pensons au narrateur omniscient qui se fait de plus en plus envahissant ou aux personnages susceptibles d’être tous – ou presque – documentés d’un point de vue historique et auxquels Sciascia ne prête qu’une voix. Il est possible d’y retrouver la relation ambiguë entre opprimés et oppresseurs que Manzoni déploie dès les toutes premières pages de son roman.
Il serait également possible de montrer que le roman de Manzoni n’arrive à sa véritable conclusion – mutatis mutandis – que grâce à un “autre” prêtre, l’abbé Giuseppe Vella : une espèce de Don Abbondio repenti qui sera à même, au fil du temps, de prendre conscience des « impostures » de l’Histoire – il a lui-même essayé d’en monter une. Il s’agit d’un personnage qui est aussi capable, face aux tortures infligées à Paolo Di Blasi, d’appréhender le sens profond des mots justice et vérité, si chers à Manzoni. Il est certain que, dans le roman de Sciascia, l’aspect religieux semble s’éclipser, ou bien que la religion devient entièrement « laïque », « civile » et « illuministe » : le même Illuminisme que Manzoni et son grand-père, Cesare Beccaria. Ce dernier, après tout, est évoqué à plusieurs reprises même par l’abbé Vella dans Le Conseil d'Égypte. Il s’agit d’une religion laïque, civile et illuministe dont Paolo Di Blasi est le « prêcheur » le plus authentique et exemplaire.

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Texte intégral

1È certamente vero che Storia della colonna infame rappresenta il punto di partenza della scrittura sia di Morte dell’inquisitore sia di La strega e il capitano, il primo un «breve saggio o racconto, su un avvenimento e un personaggio quasi dimenticati della storia siciliana» forse, stando alle parole dello stesso Sciascia, «la cosa» a lui «più cara» e «l’unica» da continuare a rileggere e su cui continuare ad arrovellarsi; il secondo un romanzo-documento composto come «sommesso» omaggio a Manzoni nel secondo centenario della sua nascita [Sciascia 2016, 14]. Al centro di entrambi i testi di Sciascia temi cari allo stesso Manzoni: la ricerca/raffigurazione della verità, la libertà individuale e collettiva e la giustizia umana che, incapace di essere giusta, il più delle volte risulta mal gestita dai suoi rappresentanti, pronti a ogni genere di «soverchieria», comprese le torture e le sommarie condanne a morte, pur di trovare un colpevole, vero o falso che sia.

2Eppure, ed è questa la tesi che vorrei cercare di dimostrare, Il Consiglio d’Egitto (1963) è il romanzo di Sciascia che più di altri potrebbe essere letto come una sorta di rivisitazione dei Promessi Sposi, e non tanto di Storia della colonna infame.

  • 1 «Il poetico è l’inventato, il positivo è l’esistenza –. Questa idea falsa ha falsato la sua poetica (...)

3Tuttavia, prima di cercare di spiegare i motivi di questa mia asserzione, è necessario ripercorrere, se pur concisamente, le tappe dei due differenti modelli manzoniani: I Promessi Sposi, vero e proprio romanzo misto di storia e di invenzione, e appunto Storia della colonna infame, trascrizione sostanzialmente fedele degli atti relativi al processo contro due supposti untori, Giangiacomo Mora e Guglielmo Piazza. Due modelli, se non altro per il loro autore, non del tutto idonei, sebbene per motivi diametralmente opposti, a illustrare e descrivere la Verità: il primo perché la tecnica della verosimiglianza impediva la necessaria distinzione tra i dati di fatto e le loro indispensabili integrazioni creative; il secondo perché si allontanava dalla pura trascrizione documentaria nel momento in cui si faceva racconto e non semplice resoconto storico. Era l’ardua questione del rapporto tra il bello, oggetto dell’arte, e la rappresentazione del reale, oggetto della letteratura, questione affrontata in maniera definitiva nel discorso Del romanzo storico e, in genere, de’ componimenti misti di storia e d’invenzione (1850): è possibile «conoscere» un dato momento storico confondendo materiali veri e materiali inventati, cioè creando una forma narrativa al suo interno incongrua? Se «conoscere è credere» per «poter creder» è necessario, asseriva Manzoni, che si «possa distinguere» nella vicenda raccontata ciò che è assolutamente reale da ciò che non lo è. E per quanto un lettore sia più che consapevole di trovare in un romanzo storico «cose avvenute e cose inventate, cioè due oggetti diversi dei due diversi, anzi opposti assentimenti», è comunque indispensabile per ogni autore, soprattutto quello del romanzo storico, cercare il «vero». Tuttavia, per poter rappresentare il «vero», il romanzo storico in quella sua mescolanza di dato reale e di dato non reale risultava inferiore alla storia medesima che, pur «congetturando», mira sempre alla «realtà»: romanzo e storia, insomma, «hanno due intenti, in parte simili bensì, ma in parte affatto diversi». D’altra parte, è «impossibile» chiedere al romanzo storico di distinguere il vero dall’invenzione perché gli interventi dell’autore romperebbero di continuo lo svolgimento dell’azione per dire «questo è storico, questo è inventato». Se a ciò poi si aggiunge che il romanzo storico è inferiore alla tragedia, capace di «rappresentare un grande e illustre avvenimento, inventandone in gran parte le cagioni, i mezzi, gli ostacoli, i modi, le circostanze» per «produrre così un diletto d’una specie più viva e un’ammirazione d’un grado più elevato di quello che possa mai fare la semplice e sincera narrazione storica dell’avvenimento medesimo», dal momento che «nella tragedia è sempre la poesia che parla: la storia se ne sta materialmente di fuori» [Manzoni 2015, 39, 46, 53, 63 e 95], non è così difficile comprendere il motivo per cui Manzoni dopo il 1845 non avrebbe più composto romanzi e opere di finzione: in poche parole, l’interprete avrebbe imposto il silenzio all’autore, per fare mie le osservazioni di De Sanctis1.

4Eppure Manzoni aveva torto: l’intento di rappresentare – sono parole dirette all’amico Fauriel – «un certo stato della società per mezzo di fatti e caratteri così simili al vero che si possa crederli una storia vera appena scoperta» era stato raggiunto in entrambi i suoi romanzi, con la differenza, però, che nel secondo il lettore, per quanto inorridito dalle tecniche di tortura inflitte ai due malcapitati pseudo-untori, non riusciva ad entrare in empatia con la vicenda narrata: proprio la natura di relazione storica e di analisi quasi scientifica di «passioni perverse» rende Storia della colonna infame l’opera manzoniana più cupa, priva com’è di quella «fiducia di riscatto» e di quella «fede del credente» che animano e illuminano le pagine dei Promessi Sposi [Tellini 2007, 263]. Questi, al contrario, tutti costruiti sulla costante e armonica compenetrazione tra elementi storici ed elementi inventati – «l’omogeneità dell’impressione, l’unità dell’assentimento» [Manzoni 2015, 45] – risultano un romanzo non soltanto più realistico e mimetico, ma anche più alto perché capace, sollecitandone l’attenzione, di far passare alternativamente i suoi lettori «dalla commozione alla meraviglia, e dalla meraviglia alla commozione» (sono parole di Goethe) [Eckermann 1947, 217].

  • 2 Ermes Visconti al filosofo Victor Cousin (30 aprile 1821), in Alessandro Manzoni, Lettere, p. 825.

5Unici elementi unificanti delle due prove, la presenza di un narratore onnisciente sempre più critico e invasivo, e il potente tema della giustizia umana, ordinariamente ingiusta, in rapporto alla giustizia divina, infallibile benché spesso impenetrabile persino ai più credenti. Insomma, I Promessi Sposi dimostravano la superiorità della giustizia divina proprio grazie alla eccezionalità del biennio messo in scena, un biennio segnato da «passioni» «anarchia» «disordini» «follie» «ridicolo»2, e magistralmente riassunto in quella frase collocata quasi al centro della descrizione d’apertura («Quel ramo del lago di Como…»), capace di dipingere, sarcasticamente, il carattere spesso immorale del periodo storico prescelto, per colpa dei soprusi dei potenti a danno dei più deboli, donne in particolare:

Ai tempi in cui accaddero i fatti che prendiamo a raccontare, quel borgo, già considerabile, era anche un castello, e aveva perciò l’onore d’alloggiare un comandante, e il vantaggio di possedere una stabile guarnigione di soldati spagnoli, che insegnava la modestia alle fanciulle e alle donne del paese, accarezzavan di tempo in tempo le spalle a qualche marito, a qualche padre; e, sul finir dell’estate non mancavan mai di spandersi nelle vigne, per diradar l’uve, e alleggerire a’ contadini le fatiche della vendemmia [Manzoni 2012, 34].

6Da qui è possibile tornare a Sciascia e al suo profondo rapporto con il romanzo manzoniano, con un occhio privilegiato a Il Consiglio d’Egitto, ricordando subito che nell’opera di Manzoni Sciascia leggeva e ritrovava, oltre al tema del male e della morale a esso legato, lo studio, acuto e sofferto, delle responsabilità individuali imputabili a uomini che esercitano il potere e che, proprio nell’esercizio del potere, hanno la facoltà di giudicare altri uomini, spesso in maniera iniqua, spinti da interessi personali e/o di classe. Sciascia, in effetti, «con l’arma d’una ragione che non si fa illusioni e non confida in organiche certezze storicistiche, ma predispone strumenti aguzzi di analisi disincantata» [Tellini 2017, 15356], pone al centro di gran parte dei suoi romanzi, non solo di quelli storici, il tema della verità e della giustizia o, per meglio dire, il tema dell’assenza nell’amministrazione pubblica, e non importa di quale epoca, sia della verità sia della giustizia, e soprattutto il tema dell’«impostura della vita» della quale, più o meno consapevolmente e più o meno allegramente, nel Consiglio d’Egitto si fa carico uno dei protagonisti assoluti, l’abate Giuseppe Vella, e di cui discute l’avvocato Paolo Di Blasi, l’altro indiscusso personaggio centrale della vicenda:

“In effetti” disse l’avvocato Di Blasi “ogni società genera il tipo d’impostura che, per così dire, le si addice. E la nostra società, che è di per sé impostura, impostura giuridica, letteraria, umana… Umana, sì: addirittura dell’esistenza, direi… La nostra società non ha fatto che produrre, naturalmente, ovviamente, l’impostura contraria…”.

“Voi spremete filosofia da un volgarissimo crimine” disse don Saverio Zarbo. “Eh no, questo non è un volgarissimo crimine. Questo è uno di quei fatti che servono a definire una società, un momento storico. In realtà, se in Sicilia la cultura non fosse, più o meno coscientemente, impostura; se non fosse strumento in mano del potere baronale, e quindi finzione, continua finzione e falsificazione della realtà, della storia… Ebbene, io vi dico che l’avventura dell’abate Vella sarebbe stata impossibile… Dico di più: l’abate Vella non ha commesso un crimine, ha soltanto messo su la parodia di un crimine, rovesciandone i termini… Di un crimine che in Sicilia si consuma da secoli…” [Sciascia 2010, 120].

7Già in queste parole si potrebbe leggere Il Consiglio d’Egitto come la naturale continuazione dei Promessi Sposi, e ancor di più se si considera che l’illuminismo francese di Voltaire, Diderot e D’Alembert e quello italiano delle Osservazioni sulla tortura di Pietro Verri e Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria sono al centro tanto dell’educazione letteraria e ideologica di Manzoni il quale, grazie anche all’incontro con gli Idéologues parigini, riusciva a trovare una sorta di legame tra la sua formazione laica, illuminista appunto, e il suo credo cristiano ritrovato, quanto del Consiglio d’Egitto come magistralmente evidenziato da una affermazione di Di Blasi, arrestato per aver tentato di organizzare non un semplice tumulto ma una «rivoluzione mossa da una grande idea», ossia «la partecipazione dei contadini» convinti a ribellarsi «in nome della fame e delle angherie» e della conquista di un loro diritto primario:

Il diritto del contadino ad essere uomo… Non si può pretendere da un contadino la razionale fatica di un uomo senza contemporaneamente dargli il diritto ad essere uomo… Una campagna ben coltivata è immagine della ragione: presuppone in colui che la lavora l’effettiva partecipazione alla ragione universale, al diritto… E vi pare che partecipi del diritto, il contadino dei vostri feudi, se basta un vostro biglietto al capitano di quella terra per gettarlo nel fondo di un carcere? [Sciascia 2010, 121].

8E come bene evidenziato pure dall’abate Vella che, una volta a conoscenza dell’arresto e delle torture inflitte a Di Blasi, ragionando tra sé e sé, sembra cercare un senso all’inaccettabile violenza umana:

La ferocia delle leggi, l’esistenza della tortura, le atroci esecuzioni di giustizia, di cui una volta era stato persino spettatore, non avevano mai turbato i suoi sentimenti: li metteva in conto di eventi naturali o, a pensarci bene, li considerava come opera di correzione della natura non dissimile, e altrettanto necessaria, della potatura delle viti e della rimonda degli ulivi. Sapeva che c’era un libro, di un certo Beccaria, contro la tortura, contro la pena di morte: lo sapeva perché monsignor Lopez, proprio in quei giorni, ne aveva ordinato il sequestro. E conosceva le idee di Di Blasi in proposito. Ma ci sono tante belle idee che corrono per il mondo; solo che il verso delle cose è un altro, violento e disperato. Ora però, a figurarsi una persona che conosceva, un uomo per il quale aveva stima ed affetto, straziato dalla tortura e destinato alla forca, sentiva improvvisamente l’infamia di vivere dentro un mondo in cui la tortura e la forca appartenevano alla legge, alla giustizia: lo sentiva come un malessere fisico, come un urto di vomito. “Mi piacerebbe leggere il libro di Beccaria, monsignor Airoldi ce l’ha di sicuro… Ma ormai stanno per arrestarmi: forse non mi sarà nemmeno concesso di leggere libri non condannati…” [153].

9Questa affinità “illuminista” ­– sulla questione tornerò sul finale – sarebbe di per sé sufficiente per determinare il rapporto di consanguineità tra il romanzo di Manzoni e quello di Sciascia, ma c’è molto di più.

  • 3 Ricordo che proprio nel 1963 Adelaide Baviera Albanese, allora direttrice dell’Archivio di Stato di (...)

10Sciascia, infatti, sembra essere riuscito a fare quello che Manzoni aveva ritenuto impossibile, e che lo aveva spinto a non scrivere più opere di finzione dopo Storia della colonna infame. Se la narrazione storica deve rappresentare la Verità, come aveva sostenuto Manzoni, allora è necessario che tutto, dal contesto alla vicenda raccontata sino ai personaggi che agiscono in quella stessa vicenda, sia sostanzialmente autentico e reale, e non semplicemente realistico e/o verosimile. Se nei Promessi Sposi vero e verosimile venivano mescolati ad arte sin dal loro avvio, nel Consiglio d’Egitto la narrazione è costituita nella sua integrità dalla Storia, quella con la S maiuscola: «volevo fare la cronaca del massacro dei presunti giacobini», ricorda lo stesso Sciascia, «avvenuto a Caltagirone alla fine del XVIII secolo, e avevo cominciato a documentarmi sull’argomento. Scorrendo la Storia letteraria della Sicilia di Domenico Scinà, raccogliendo il materiale rimasto negli archivi, e poi leggendo le cronache del marchese di Villabianca, mi si è imposta la figura dell’abate Vella»3 [Sciascia 1990, 69]. Soltanto l’organizzazione della materia storica e i discorsi dei vari personaggi sono frutto della maestria dell’autore, un autore molto invasivo come il Manzoni dei Promessi Sposi e ancor più della Storia della Colonna infame, un autore capace di creare non un semplice documento storico, non la semplice trascrizione di un fatto realmente accaduto in una determinata epoca, ma una storia vera interpretata e riletta alla luce delle numerose esperienze intercorse tra quel fatto raccontato e il presente dell’autore mentre scrive. Quasi alla fine del romanzo, in una delle pagine più intense lasciate in mano ai pensieri di Di Blasi, abbattuto nella carne ma non nello spirito ancora sensibilmente lucido, Sciascia entra in maniera prepotente sulla scena per far sentire il suo più completo disappunto contro un mondo che non hai mai smesso di esercitare la violenza sui propri simili:

(E la disperazione avrebbe accompagnato le sue ultime ore di vita se soltanto avesse avuto il presentimento che in quell’avvenire che vedeva luminoso popoli interi si sarebbero votati a torturarne altri; che uomini pieni di cultura e di musica, esemplari nell’amore familiare e rispettosi degli animali, avrebbero distrutto milioni di altri esseri umani: con implacabile metodo, con efferata scienza della tortura; e che persino i più diretti eredi della ragione avrebbero riportato la questione nel mondo: e non più come elemento del diritto, quale almeno era nel momento in cui lui la subiva, ma addirittura come elemento dell’esistenza) [Sciascia 2010, 165-166].

  • 4 «Il Meli e il Caracciolo sono i due personaggi del racconto cui ho dedicato particolare cura: e più (...)
  • 5 Gianni Puglisi, Prefazione, in Ennio Amodio, Elena Maria Catalano, La sconfitta della ragione. Leon (...)

11Nel Consiglio d’Egitto storia e verità quindi si fondono in un unico discorso, dimostrando la piena fattibilità di quanto Manzoni pensava fosse di difficile attuazione, cioè l’inscindibile legame tra vero e verosimiglianza che deve essere alla base dell’opera di uno scrittore e non, ovviamente, dell’opera di uno storico. Se nei Promessi Sposi si alternano personaggi realmente esistiti a personaggi inventati spesso interagendo tra loro, nel Consiglio d’Egitto tutti i personaggi appartengono al periodo che fa da sfondo alla fantasiosa impostura di Vella, il Settecento siciliano riformista e illuminista, o pseudo tale, a cavallo della Rivoluzione francese e dei moti giacobini: nobili e nobilastri, poeti e poetastri, avvocati, personaggi dell’amministrazione, viceré e religiosi di varia schiatta e persino figuranti e comparse vengono tutti dalla storia isolana, ma nulla hanno a che fare con i personaggi rappresentati dentro un manuale perché ognuno di loro, ed è qui che risiede l’arte del grande scrittore, prende vita dalla Storia ma prende forma dalla rappresentazione verbale e psicologica impressa dalla scrittura di Sciascia4. Se da un manuale di storia o dagli atti di un processo o dalle cronache del tempo è possibile ricavare la Verità, questa stessa Verità può imprimersi nella mente di un lettore soltanto grazie all’arte: era questo che Manzoni non era riuscito ad accettare e che invece Sciascia mette perfettamente in pratica nel Consiglio d’Egitto, portando così a compimento l’intuizione iniziale di Manzoni stesso. Il Consiglio d’Egitto, infatti, grazie alla «vitalità di una scrittura» capace di trasformare con «leggerezza» la «realtà in finzione e la finzione in realtà»5, è un

  • 6 Del resto, persino l’inserimento della II Parte (tutta in corsivo come avrebbe fatto Calvino nelle (...)

romanzo storico nel quale i rapporti di forza tra “storia” e “invenzione” sono invertiti. Il lungo lavoro di documentazione, […] lo stesso procedimento ideativo (che muove dalla Sicilia – anzi, da Racalmuto – per giungere a mettere in scena una questione sovranazionale) […] e anche lo svolgimento politico della matassa narrativa; ecco, tutto ciò a un tempo richiede e implica che nel racconto non ci sia “invenzione” propriamente detta; o, meglio, che l’invenzione sia riservata al campo dell’introspezione6 [Benvenuti 2014, 7].

12Anticipo subito una possibile obiezione, ossia che la stessa operazione avviene pure con La strega e il capitano, ma non è così: i personaggi di Vella e di Di Blasi si stagliano sulla pagina scritta per la loro complessità caratteriale, intellettiva e psicologica, una complessità non altrettanto rintracciabile nella Strega e il capitano in cui Caterina Medici, autodenunciatasi di stregoneria nella speranza di avere salva la vita e invece «strangolata e poi data al fuoco» per fare «giustizia», più che un personaggio a tutto tondo finisce per essere meramente l’emblema del modo in cui la legge e la giurisprudenza mal interpretate e mal usate possono schiacciare e azzannare una «povera infelice sventurata» la quale, quasi da sola, determina la propria disgrazia [Sciascia 2014, 78, 709].

  • 7 Anche don Abbondio desidera le medesime cose, cercando di godere degli stessi privilegi delle class (...)

13Tuttavia, c’è ancora di più che mi spinge a leggere Il Consiglio d’Egitto come la naturale prosecuzione dei Promessi Sposi. Penso al personaggio dell’abate Vella, redivivo don Abbondio o, meglio, un don Abbondio che, pur conservando parte delle personali debolezze e meschinerie (in fondo elabora l’«impostura» anche per un tornaconto personale), è cresciuto e ha imparato, in qualche modo, a difendersi. Vella, infatti, sembra non rendersi perfettamente conto se non alla fine della carica rivoluzionaria che avrebbe potuto portare con sé l’imbroglio che sta mettendo in piedi (produrre le prove della illegittima esistenza della baronia): è un uomo, proprio come il don Abbondio manzoniano, che si è fatto prete più per tranquillità che per vocazione («In quanto alla messa che ogni mattina aveva il dovere di dire, avendo ottenuto, per il grande lavoro cui attendeva, autorizzazione a dirla sull’altarino che si era fatto in casa, spesso gli avveniva di dimenticarsene» [Sciascia 2010, 33]); un uomo che agisce più per un tornaconto personale, la sua «innata avarizia», che per un reale interesse verso gli altri; che desidera soltanto una vita agiata e indipendente, lontano dai guai, tra una «soddisfatta presa di tabacco e i quattro passi nell’orto» insieme alla «cioccolata calda» e al «soffice pan di spagna» che le monache non gli fanno mai mancare7 [32-33]. Certo, a differenza di don Abbondio, ama il rischio e il buon cibo, motivi sufficienti per fargli mettere in piedi la falsificazione creando «dal nulla o quasi» l’«intera storia dei musulmani di Sicilia» [31]:

Altri non avrebbe resistito, gli si sarebbero sfasciati i nervi a quella continua ansietà, a quella tesa attenzione su una materia infida e sfuggente; senza dire del meccanico lavoro di incisore, di fonditore, di (a suo modo, nel senso dell’impostura) restauratore: don Giuseppe ci stava invece libero come uccello nell’aria. Ingrassava, persino […]. L’emozione del rischio era il suo elemento; ma era il suo elemento anche il buon mangiare, il denaro in saccoccia, la giusta misura di gioia, come possibilità se non come atto, cui finalmente la sua vita era pervenuta [32].

14Molto, insomma, farebbe pensare a un novello don Abbondio, e a tale proposito si potrebbe pure ricordare la famosa «nottataccia» [86] durante la quale Vella, pressato dalle indagini di Hager chiamato a Palermo dai suoi nemici, finge un furto e di gran corsa cerca di liberarsi di ogni possibile prova della sua “truffa”: una «nottataccia» che non può non richiamare alla memoria la notte di don Abbondio, dopo il malaugurato incontro con i bravi di don Rodrigo, «spesa» in gran parte «in consulte angosciose» nel tentativo, poi trovato, di rimandare le nozze – peraltro entrambi non trovano una vera soluzione: semplicemente scelgono la strada che sembra all’apparenza «il meglio o il men male» [Manzoni 2012, 53].

15Eppure, in quel suo innato desiderio di essere “rispettato”, “onorato” e “vezzeggiato” e in quel suo nascosto desiderio di «incutere timore, suscitare intorno a loro, negli altri, in qualche modo paura» [Sciascia 2010, 44], emerge sin da subito la prima sostanziale differenza con il don Abbondio manzoniano come se il nostro abate Vella avesse finalmente imparato, proprio grazie alle esperienze vissute dal suo progenitore, a tirar fuori gli «artigli» e le «zanne» per evitare «d’esser divorato» – per usare parole manzoniane [Manzoni 2012, 42] – dai propri consimili, considerati quasi sempre degni di scarso rispetto:

uniche eccezioni al suo disprezzo erano due persone: il giovane Di Blasi, che aveva in simpatia per la giovinezza appunto e per quel che di diverso, di altro da sé, di ardore, di onestà, di chiarezza, riconosceva in lui: quasi una possibilità, remota e irrealizzata, della propria vita; e il canonico Rosario Gregorio, che col disprezzo non riusciva a raggiungere e perciò profondamente odiava [Sciascia 2010, 46-47].

16Anzi, sarà proprio la simpatia, oserei dire l’affetto, per Di Blasi che pian piano spingeranno l’abate Vella verso il ravvedimento finale. Don Abbondio sino alla conclusione della storia non smette mai i panni del timoroso e del codardo, come bene mette in luce uno degli ultimi dialoghi con Renzo:

Renzo disse finalmente che andava da don Abbondio, a prendere i concerti per lo sposalizio. Ci andò, e, con un certo fare tra burlevole e rispettoso, – signor curato, – gli disse: – le è poi passato quel dolor di capo, per cui mi diceva di non poterci maritare? Ora siamo a tempo; la sposa c’è: e son qui per sentire quando le sia di comodo: ma questa volta, sarei a pregarla di far presto –. Don Abbondio non disse di no; ma cominciò a tentennare, a trovar cert’altre scuse, a far cert’altre insinuazioni: e perché mettersi in piazza, e far gridare il suo nome, con quella cattura addosso? e che la cosa potrebbe farsi ugualmente altrove; e questo e quest’altro [Manzoni 2012, 706-707].

17Al contrario l’abate Vella, di fronte alle torture inflitte all’amico, non solo ha un rigurgito di coscienza e di dignità, ma trova il coraggio che il suo antenato non aveva mai avuto proprio nel dichiararsi colpevole di un’impostura che, peraltro, avrebbe potuto scombinare il destino della Sicilia e dei suoi abitanti portando all’abolizione dei privilegi feudali baronali a vantaggio delle classi popolari:

Il carcere davvero non gli faceva paura, era caduto in uno stato di assoluta indifferenza riguardo alle comodità e ai piaceri dell’esistenza: più forte era il gusto di offrire al mondo la rivelazione dell’impostura, della fantasia di cui nel Consiglio di Sicilia e nel Consiglio d’Egitto aveva dato luminosa prova. In lui, insomma, il letterato si era impennato, aveva preso la mano all’impostore [Sciascia 2010, 154].

18Inoltre, come don Abbondio si era presentato al mondo dei lettori dei Promessi Sposi con «l’indice della mano destra» tenuto dentro «per segno» nel breviario [Manzoni 2012, 35], così Vella, quasi alla fine della vicenda, imprigionato nello stesso carcere di Di Blasi, apre il breviario fingendo di leggerlo per poter dare un ultimo saluto a un uomo ormai destinato a morte certa:

E si diceva che quel che stava facendo era stupido, persino ridicolo: come tutte le cose dettate dal sentimento, che solo nella sfera del sentimento hanno significato e sono invece grottesche nella realtà. Ma era in effetti ansioso e commosso, tutto il suo essere vibrante di attesa [Sciascia 2010, 161].

19È tutto in questo gesto affettivo il senso più alto e sentito del romanzo. Se è vero che il duplice fallimento di Vella e di Di Blasi, l’uno incapace di portare sino in fondo la propria macchinazione, l’altro scoperto prima di poter dar fuoco alle micce e quindi torturato e condannato a morte senza reali prove, rappresenta senza dubbio agli occhi di Sciascia il fallimento della giustizia e della intelligenza umane, calpestate dall’ingiustizia e dall’ottusità di quanti, allora come oggi, detengono il potere e scrivono la storia, è altrettanto vero che è nel segno dell’amore che si chiude il Consiglio d’Egitto. A tale proposito mi vengono in mente le parole del parroco di Sant’Anna di A ciascuno il suo, un altro dei personaggi indimenticabili usciti dalla penna di Sciascia, mentre sostiene che I Promessi Sposi meriterebbero una nuova interpretazione:

sono secoli che non diciamo niente di indispensabile… E su Manzoni, poi, figuriamoci quello che può dire un cattolico su Manzoni; uno scrittore che oggi ci vuole un libertino, un libertino vero, e nel senso originale e nel senso corrente della parola, per intenderlo, per amarlo. […] E sa quando ci si avvicina al centro, al magma? Quando si tocca il tema del silenzio dell’amore… [Sciascia 2015, 35].

20Allora, si potrebbe affermare che la vera conclusione del romanzo manzoniano arriva proprio grazie alla figura di un “altro” prete, capace, con il trascorrere del tempo, di prendere coscienza degli imbrogli perpetrati dalla Storia (lui stesso ha cercato di imbastirne uno), e altrettanto capace di comprendere il vero significato dell’esistenza umana e delle parole giustizia, verità e libertà, tanto care a Manzoni: anche Di Blasi, in effetti, sembra provare una particolare simpatia nei confronti di Vella e della sua impostura, una tra le tante della vita che ha «almeno il merito di essere allegra e anche, in un certo senso,… utile» [Sciascia 2010, 162]. E soprattutto capace, nella sua improvvisa ma veritiera presa di coscienza, di provare “amore” e di dichiararlo: l’amore per la sua Malta tornata prepotentemente alla memoria nel chiuso della cella con i suoi colori e profumi; l’amore amicale per il Di Blasi che ai suoi occhi rappresenta il coraggio della coerenza; e l’amore per la rivoluzione trovato dentro di sé quasi per caso:

Per me repubblica e regno sono lo stesso brodo, la stessa soperchieria. Che ci siano re, consoli, dittatori o come diavolo si chiamino, me ne importa quanto del corso degli astri, e forse meno… Per la rivoluzione, ve lo confesso, ho invece un sentimento diverso: quel levati tu che mi ci metto io, che ci posso fare?, mi piace… I potenti che vanno ad intanarsi e i miseri che fanno trionfo… [144].

21Certo nel romanzo di Sciascia sembra perdersi la presenza del credo cristiano e, in particolare, l’aspetto morale di critica al male presente sulla terra. Eppure, dal mio punto di vista, non è del tutto così. «Ha scritto una volta Hugo von Hofmannsthal» – osservava Ezio Raimondi a introduzione del suo commento al romanzo manzoniano – «in pagine terse e ancora intense, che per quanto “impregnato di religiosità, di cristianità cattolica, postridentina, come nessun altro libro nella letteratura mondiale”, i Promessi Sposi sono per intima costituzione “un libro laico come il Tom Jones e il Wilhelm Meister”» [Raimondi 1987, V].

22Bene, è proprio questo tipo di “laicità” che ho sempre avvertito nel romanzo manzoniano e che ritrovo nel Consiglio d’Egitto (del resto, Sciascia ha più volte sottolineato, pur dichiarando di credere in Dio e nei riti cristiani un po’ come tutti gli italiani, la sua formazione “laica” dovuta in gran parte a sua madre e alle zie). La moralità e la religione non mancano, semplicemente sono diventate “aconfessionali”, “civili” e “illuministe”, dello stesso illuminismo da cui proveniva Manzoni come ho indicato quasi a inizio di questo mio saggio, e dello stesso illuminismo di cui parlava pure Sciascia quando ricordava il suo intimo legame con il modello manzoniano:

Se mi si chiedesse a quale corrente di scrittori appartengo, e dovessi limitarmi a un solo nome, farei senza dubbio quello di Manzoni. D’altronde Manzoni oltre a essere il più grande scrittore italiano è anche il più francese degli scrittori italiani: e a tal punto che i francesi non se ne accorgono. E poi: è stato detto che ha convertito, convertendosi, l’illuminismo al cattolicesimo; ma io penso che in lui è forse accaduto il contrario: il cattolicesimo si è convertito all’illuminismo [Sciascia 1990, 77].

23Una morale e una religione aconfessionali, civili e illuministe che trovano in Di Blasi il loro più autentico ed esemplare “sacerdote” in quella sua fede assoluta e profonda che ripone nell’idea, per quanto paradossale per i tempi e il luogo, di far migliorare le condizioni di vita delle classi più umili e diseredate; in quella saldezza che gli impedisce, nonostante le terribili torture e gli indicibili dolori, di smascherare gli altri partecipanti alla rivoluzione progettata ma mai attuata; in quell’affetto senza limite per la madre; in quell’amore per la cultura e la lettura dei buoni libri che ora, durante la perquisizione in casa sua, dimostrano la loro totale inutilità di fronte alla stupidità del potere costituito:

“I libri, i tuoi libri” si disse Di Blasi: ad irridere se stesso, a ferirsi “Vecchia carta, vecchia pergamena: e tu ne facevi una passione, una mania… Per questa gente hanno meno valore che per i sorci, i sorci almeno li mangiano: e anche per te, ora; non ti servono più, ammesso che ti siano mai serviti; che ti siano mai serviti se non per ridurti a questa condizione. […] Guardateli bene, per l’ultima volta… Ecco gli Opuscoli in cui hai scritto dell’uguaglianza degli uomini; ecco il De Solis che ti ha fatto sognare l’America; ecco l’Enciclopedia: uno due tre...” contò i volumi man mano che gli sbirri venivano ad ammucchiarli “ecco l’Ariosto […] Ed ecco Diderot, cinque volumi, Londra 1773”. Allungò il piede verso la pila più vicina, a farla crollare. Il Damiani, che non lo perdeva di vista pur continuando a leggere le lettere che tirava fuori dai cassetti, si allarmò, insorse di diffidenza; e ordinò agli sbirri di sfogliare pagina per pagina i libri che Di Blasi aveva fatto cadere. “Imbecille” pensò Di Blasi “e non capisci che sto cominciando a morire?” [Sciascia 2010, 130-131].

24Un “sacerdote” l’ho definito; e forse lo potrei definire il legittimo erede “laico” di padre Cristoforo, perché animato, proprio come il personaggio manzoniano, da una forza e da una carica interiori fuori dal comune, una umanità che si manifesta – e si manifestava pure nei Promessi Sposi – nei momenti di maggiore tensione e difficoltà personali:

“Hai scritto che la tortura è contro il diritto, contro la ragione, contro l’uomo: ma su quello che hai scritto resterebbe l’ombra della vergogna se tu ora non resistessi… Alla domanda quid est quaestio? hai risposto in nome della ragione, della dignità: ora devi rispondere col tuo corpo, soffrirla nella carne, nelle ossa, nei nervi; e tacere… Quel che avevi da dire sulla questione lo hai detto… La questione! Servos in quaestionem dare, ferre…: il loro latino” vedeva le teste dei giudici galleggiare nella sua nebbia di dolore “il tuo latino… Tutto ciò, in qualche modo, ha da fare col latino: dove c’è il dolore c’è il latino; dove c’è la coscienza del dolore, vuoi dire” [137-138].

  • 8 Una breve parentesi, ma che crea un nesso tra Manzoni, Sciascia e un altro importante autore sicili (...)

25Un pensiero, questo di Di Blasi, per quanto sopraffatto dalla sofferenza, davvero potente e indizio di un vigore mentale ancora integro malgrado il corpo ridotto a «un contorto tralcio di vite» [137]. Un pensiero che crea un ulteriore e strepitoso legame di parentela tra I Promessi Sposi e Il Consiglio d’Egitto: la riflessione sulla lingua, ossia sulla necessità che tutti, non solo le persone ricche e influenti, siano messe nella condizione di comprendere quanto scritto e declamato di modo che la lingua medesima non diventi l’ennesimo strumento di “impostura” e di “soverchieria” nei confronti dei socialmente più deboli8.

26Il tutto, però, con una minuta ma sostanziale differenza – uno straordinario capovolgimento di prospettiva – che rende, a mio avviso, Il Consiglio d’Egitto un piccolo ma lucente gioiello. Se da un lato era stato l’umile Renzo perché analfabeta a incappare in un sacco di guai, motivo per cui, dopo aver imparato a sue spese che «quelli che regolano il mondo, voglian fare entrar per tutto carta, penna e calamaio!» e dopo essere diventato padre, decideva che i figli imparassero «a leggere e scrivere, dicendo che, giacché la c’era questa birberia, dovevano almeno profittarne anche loro» [Manzoni 2012, 286, 722]; dall’altro sono i veri potenti o quelli che aspirano a diventare tali – i giudici con il loro latino, arma peraltro usata anche da don Abbondio e l’Azzeccagarbugli contro il povero Renzo, e l’abate Vella con la sua contraffazione ­– a cercare di “imbrogliare” i potenti stessi.

  • 9 La definizione, davvero molto convincente, non è mia, ma di Ennio Amodio ed Elena Maria Catalano ed (...)

27Una questione, questa della lingua, che dovrebbe far riflettere sull’«illuminismo ben temperato»9 di Sciascia all’altezza del 1963: a me sembra, infatti, che in questo romanzo non venga affatto meno la fede sciasciana nell’illuminismo, ma cominci a prevalere l’idea pessimista, comune anche ad altri romanzieri, Tomasi di Lampedusa in testa, dell’immobilismo della Sicilia, incapace di far vincere la “ragione” persino di fronte all’arrivo di un viceré come Domenico Caracciolo, animatore durante il suo soggiorno a Parigi (1771-1781) dei salotti più rinomati e amico di personaggi quali Necker, Holbach, Helvétius e soprattutto D’Alembert, e nonostante la conoscenza, spesso però superficiale – si pensi all’esilarante episodio legato alla lettura di Les bijoux indiscrets di Diderot ­–, degli scritti dei Lumi da parte degli uomini di cultura siciliani. Nel Consiglio d’Egitto, a ben vedere, il progresso, sia quello imbastito sulla «grande impostura» di Vella sia quello tentato dalla rivoluzione mai iniziata di Di Blasi, finisce per essere totalmente sconfitto perché i «diritti» dei nobili continuano ad essere «sacrosanti» e perché, cosa ancora più grave e senza rimedio, la Storia, con tutto il suo carico di ideologie e di situazioni più o meno ricorsive, sembra non riuscire a insegnare nulla o mai nulla di nuovo, segno inequivocabile della incapacità da parte dell’uomo di avanzare davvero e di fare tesoro delle esperienze altrui. Non che il pensiero illuminista abbia fallito o abbia perso importanza nella visione complessiva delle cose, ma è evidente che in questo romanzo non è in grado di modificare, benché portatore di istanze socialmente e politicamente nuove, la situazione in essere, tanto più quella della Sicilia di allora – ma non solo – ancorata ad antichi e inalienabili privilegi di classe: ne è la prova proprio il fallimento della Storia perché essa – e sono parole di Sciascia – «mente e le sue menzogne avvolgono di una stessa polvere tutte le teorie» che da lei possono nascere [Sciascia 1990, 82]. E perché, come osserva Vella con impeto quasi da «predicatore», la storia è «tutto un imbroglio», «tutta un’impostura», dal momento che non sarà mai in grado di ricordare/raccontare se non le imprese dei cosiddetti grandi a tutto svantaggio della gente comune o dei poveri della terra:

La storia non esiste. Forse che esistono le generazioni di foglie che sono andate via da quell’albero, un autunno appresso all’altro? Esiste l’albero, esistono le sue foglie nuove: poi anche queste foglie se ne andranno; e a un certo punto se ne andrà anche l’albero: in fumo, in cenere. La storia delle foglie, la storia dell’albero. Fesserie! Se ogni foglia scrivesse la sua storia, se quest’albero scrivesse la sua, allora diremmo: eh sì, la storia… Vostro nonno ha scritto la sua storia? E vostro padre? E il mio? E i nostri avoli e trisavoli?… Sono discesi a marcire nella terra né più e né meno che come foglie, senza lasciare storia… C’è ancora l’albero, sì, ci siamo noi come foglie nuove… E ce ne andremo anche noi… L’albero che resterà, se resterà, può anch’essere segato ramo a ramo: i re, i viceré, i papi, i capitani; i grandi, insomma… Facciamone un po’ di fuoco, un po’ di fumo: ad illudere i popoli, le nazioni, l’umanità vivente… La storia! E mio padre? E vostro padre? E il gorgoglio delle loro viscere vuote? E la voce della loro fame? Credete che si sentirà, nella storia? Che ci sarà uno storico che avrà orecchio talmente fino da sentirlo? [Sciascia 2010, 59-60].

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Bibliographie

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Notes

1 «Il poetico è l’inventato, il positivo è l’esistenza –. Questa idea falsa ha falsato la sua poetica obbligandolo a sforzi colossali, senza che sia riuscito nell’intento. / Artisticamente il “reale” è superiore all’“ideale” e al “positivo”. Una cosa può essere avvenuta e non esser “reale” in senso artistico, come il volgare, il difforme, l’insignificante: tutto ciò ha realtà, ma è senza significato rispetto all’arte. Invece, una cosa può non essere avvenuta, eppure essere potentemente reale se lo spirito ha avuto la forza di farne un individuo: spesso l’individuo prodotto dall’immaginazione è più possente dell’individuo che ci vien dato dalla realtà storica. / Manzoni con quella sua concezione s’ha creato una difficoltà che non esiste, e non trova ancora il mezzo di compenetrare il mondo dell’immaginazione e quello della storia» (Francesco De Sanctis, La letteratura italiana del XIX secolo. I. Alessandro Manzoni, pp. 255-256).

2 Ermes Visconti al filosofo Victor Cousin (30 aprile 1821), in Alessandro Manzoni, Lettere, p. 825.

3 Ricordo che proprio nel 1963 Adelaide Baviera Albanese, allora direttrice dell’Archivio di Stato di Palermo, aveva pubblicato le fonti storiche: Il problema dell’arabica impostura dell’abate Vella, in «Nuovi quaderni del Meridione», I, 4, pp. 395-428 (ora in Domenico Scinà, Adelaide Baviera Albanese, L’arabica impostura, 1978).

4 «Il Meli e il Caracciolo sono i due personaggi del racconto cui ho dedicato particolare cura: e più, paradossalmente, per farli appena intravedere, per mantenerli sullo sfondo, ma dando al tempo stesso alla loro balenante presenza un significato e un valore predominante, essenziale. Entrambi sono, nella realtà storica, personaggi enormi: e personaggi simili pongono, in un racconto misto di storia e d’invenzione, ardui problemi. Grosso modo: se mi fossi lasciato prendere la mano dal Caracciolo, il personaggio Di Blasi ne sarebbe stato annientato; e così il personaggio Vella, se avessi dato più luogo a Meli» (Leonardo Sciascia, Il Consiglio d’Egitto, in «Sicilia», 38, giugno 1963, p. 67).

5 Gianni Puglisi, Prefazione, in Ennio Amodio, Elena Maria Catalano, La sconfitta della ragione. Leonardo Sciascia e la giustizia penale, p. 13.

6 Del resto, persino l’inserimento della II Parte (tutta in corsivo come avrebbe fatto Calvino nelle Città invisibili per i discorsi tra Marco e Kublai Khan), a mio avviso, è in linea con il modello manzoniano: come nei Promessi Sposi spesso la narrazione era intenzionalmente interrotta per fare posto a documenti storici – si pensi ai lacerti delle Grida del tempo contro i bravi del Cap. I –, così nel Consiglio d’Egitto Sciascia introduce, sempre intenzionalmente, la lettera di Vella alla «Sacra Real Maestà» non solo per creare una pausa diegetica, ma anche per conferire una maggiore aura di veridicità alla storia raccontata.

7 Anche don Abbondio desidera le medesime cose, cercando di godere degli stessi privilegi delle classi alte: come ha acutamente osservato Ezio Raimondi, «Padre Cristoforo è morto, mentre don Abbondio continua a vivere, pronto a sedere alla tavola dell’erede di don Rodrigo e a condividere i suoi pregiudizi di classe, anche per un giorno di festa popolare, nei confronti di due sposi contadini. In fondo, la peste non ha cambiato nulla: gli uomini dimenticano presto e si adattano alle regole del mondo» (Ezio Raimondi, “I Promessi sposi” e la ricerca della giustizia, in «Modern Language Notes», 83, 1, 1968, p. 14).

8 Una breve parentesi, ma che crea un nesso tra Manzoni, Sciascia e un altro importante autore siciliano, per giunta amico dello stesso Sciascia, Vincenzo Consolo. Nel Sorriso dell’ignoto marinaio (1976) Consolo sottolineava che la Storia, con parole che potrebbero essere tanto di Manzoni quanto di Sciascia, tende a raccontare la storia dei «privilegiati», per di più attraverso una «lingua» così piena di «fregi, svolazzi, aeree spirali, labirinti» da risultare difficile se non addirittura incomprensibile ai meno abbienti che finiscono, anche a causa della loro scarsa educazione linguistica, ad essere sopraffatti dalle «ragioni» dei potenti (ivi, p. 102).

9 La definizione, davvero molto convincente, non è mia, ma di Ennio Amodio ed Elena Maria Catalano ed è usata a proposito delle riflessioni su uno Sciascia «illuminista-giusrealista» che «ha fede nella ragione ma sfiducia nella legge e negli uomini che la applicano» (Idem, La sconfitta della ragione. Leonardo Sciascia e la giustizia penale, p. 44).

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Pour citer cet article

Référence papier

Patrizia Landi, « Una rivisitazione dei Promessi Sposi? Per una lettura del Consiglio d’Egitto di Leonardo Sciascia »Babel, 48 | 2023, 109-127.

Référence électronique

Patrizia Landi, « Una rivisitazione dei Promessi Sposi? Per una lettura del Consiglio d’Egitto di Leonardo Sciascia »Babel [En ligne], 48 | 2023, mis en ligne le 31 décembre 2023, consulté le 15 juin 2024. URL : http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/babel/14929 ; DOI : https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/babel.14929

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Auteur

Patrizia Landi

Università IULM – Milano
Dipartimento di Studi Umanistici

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