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Visions d’ensemble de l’œuvre de Sciascia

L’evoluzione delle forme e delle rappresentazioni del potere nelle opere di Leonardo Sciascia

Nadia Matranga
p. 77-89

Résumés

Dans l’œuvre de Leonardo Sciascia on peut distinguer une évolution des formes et des représentations du pouvoir au fil du temps, mais son discours reste le même : le pouvoir est marqué par une négativité qui lui est propre. Cette négativité, on la retrouve dans le discours des personnages qui exercent le pouvoir, ce qui nous permet d’esquisser un paradigme des caractéristiques du pouvoir et du personnage type qui l’incarne.

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Entrées d’index

Mots-clés :

pouvoir, politique, société

Parole chiave:

potere, politica, società

Personnes citées :

Leonardo Sciascia
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Texte intégral

1Leonardo Sciascia ha segnato la seconda metà del XX secolo della letteratura italiana grazie alla sua opera impegnata a denunciare la corruzione e gli abusi di potere, vero leitmotif di tutta la sua produzione letteraria. Fin dalla gioventù, vissuta sotto l’ombra del fascismo, ha riflettuto sulla questione del potere nelle sue diverse forme: dittatoriali, clericali e mafiose. Potere che definisce come: «Non già alcunché di diabolico, ma di ottuso e avversario della vera libertà dell’uomo» [Sciascia 1979, 116-117]. Dalla sua prima opera, Favole della dittatura, pubblicata nel 1950 all’ultimo saggio A futura memoria, del 1989, trascorrono ben quaranta anni.

2È noto che il lettore di Leonardo Sciascia scheda nelle caselle della propria memoria la sua opera come un ininterrotto racconto della Sicilia e, per essa, l’Italia. È stato detto, infatti, che vi si può leggere una peculiare biografia della nazione.

3Vedremo qui come le sue opere siano, infatti, un riflesso della vita sociale e politica dell’Italia e come il potere abbia assunto forme diverse nel corso della sua produzione, in particolare come l’analisi del potere possa essere suddivisa in due grandi momenti: un potere pre-mafioso e un potere mafioso.

4Nelle opere che appartengono al primo periodo, ritroviamo delle ragioni quasi psicoanalitiche che giustificano il potere. Nei deboli, il potere e l’abuso del potere sono frutto dell’ignoranza e della superstizione, come viene sottinteso più volte nelle Favole della dittatura. O nelle opere che denunciano il potere clericale e fascista come ne Le parrocchie di Regalpetra (1956), Gli zii di Sicilia (1958) o Il consiglio d’Egitto (1963).

5Dagli scritti della fine degli anni ’60, invece, Sciascia comincia ad analizzare il fenomeno mafioso che cambia proprio in quel periodo e che da «mafia di campagna», che si occupa di edilizia locale o di contrabbando di sigarette, diventa una «mafia di colletti bianchi», che è impersonata dalla classe dirigente che manca di moralità e opera con metodi mafiosi. Si vedrà, quindi, come da Il giorno della civetta (1961) a Il contesto (1971), due opere che parlano di mafia, il discorso sul potere mafioso non sia esattamente lo stesso, ma si evolva diventando quasi un’analisi sociologica.

6Ciononostante troviamo in tutte le forme di potere una ritualizzazione delle sue pratiche e una sorta di divinizzazione di chi lo incarna, quasi vi fosse un linguaggio specifico del potere con codici propri.

7Vedremo quindi in che misura è possibile parlare di un’evoluzione delle forme e delle rappresentazioni del potere nell’opera di Sciascia, consacrando una prima parte ad un breve excursus cronologico in cui saranno analizzati alcuni momenti della produzione sciasciana per poi soffermarci in una seconda parte sul linguaggio e i personaggi rappresentativi del potere.

8Iniziamo con la prima opera, Le favole della dittatura, pubblicata nel 1950. Massimo Onofri [1994, 24] identifica nelle due citazioni tratte da Orwell (La fattoria degli animali) e Longanesi (Parliamo dell’elefante), cioè nelle due epigrafi che aprono la raccolta, una delimitazione dell’orizzonte del testo: una serie di favole dove animali antropomorfizzati, come quelli della fattoria orwelliana, raccontano una vicenda che allude alla dittatura fascista. Ma, a ben guardare, queste citazioni indicano anche il duplice registro che struttura l’intero libretto, un registro storico-satirico e un registro allegorico-metafisico, in virtù del quale le allusioni al regime fascista si risolvono in una profonda meditazione sul potere e sulla sua eterna logica. In questa prospettiva, la prima favola, come osserva Gianni Scalia, è il presupposto di tutte le altre e conferisce loro il ritmo. Essa contrae in sé virtualmente l’intera sequenza del libro:

Superior stabat lupus: e l’agnello lo vide nello specchio torbo dell’acqua. Lasciò di bere, e stette a fissare tremante quella terribile immagine specchiata. “Questa volta non ho tempo da perdere”, disse il lupo. “Ed ho contro di te un argomento ben più valido dell’antico: so quel che pensi di me, e non provare a negarlo”. E d’un balzo gli fu sopra a lacerarlo [Sciascia 2012, 9].

9Il testo rimanda, con una citazione, all’antecedente latino e ne è insieme un’appendice e una riscrittura. In linea generale, le favole possono essere lette come «un’ontologia del dominio, dove le figure secondarie del cortigiano e del consigliere, del tiranno miope o del rivoluzionario in cattiva fede, ruotano attorno alla centrale dicotomia vittima/carnefice» [Onofri 1994, 26]. Come Fedro, Sciascia presta la voce ai vinti, esprimendo nei modi dell’allegoria il punto di vista delle classi subalterne, ma al contrario di lui, non vi è nelle sue favole nessun riscatto per le vittime e, sebbene Sciascia si renda conto della centralità della lotta di classe, avverte che questa non è il motore di un processo storico di emancipazione culminante nella nascita di una società giusta e razionale.

10Lo stesso concetto viene ribadito ne Le parrocchie di Regalpetra, opera del 1956. Nella prefazione delle Parrocchie lo stesso Sciascia afferma: «ho tentato di raccontare qualcosa della vita di un paese che amo, e spero di aver dato il senso di quanto lontana sia questa vita dalla libertà e dalla giustizia, cioè dalla ragione. La povera gente di questo paese ha una gran fede nella scrittura, dice – basta un colpo di penna – come dicesse – un colpo di spada – e crede che un colpo vibratile ed esatto di penna basti a ristabilire un diritto, a fugare l’ingiustizia e il sopruso» [Sciascia 2014, 14], respingendo ogni interpretazione di questi vinti come personaggi positivi. E tentando invece di abbozzare quel sistema di norme che regolano e governano da sempre la vita dei galantuomini e zolfatari.

11In quest’opera, rispetto alla precedente, il rapporto con il potere è più visivo e legato ai luoghi. Infatti, attraverso la descrizione degli ambienti di vita dei suoi personaggi: «il circolo della concordia» per i galantuomini e le «cave» per i salinari, ambienti ai quali corrispondono due linguaggi che simboleggiano due concezioni del mondo, due orizzonti ideologici, Sciascia mette in scena un divario simbolico tra il potere secolare dei nobili e la servitù dei salinari. «Il circolo della concordia» è, infatti, il luogo in cui i galantuomini evocano la loro solidarietà di classe e celebrano con i ricordi i fasti passati. L’autore ci descrive anzitutto il circolo dall’esterno, come sottolinea Onofrio Lo Dico, cogliendone la posizione: «situato sul corso, nel punto più centrale, che suggerisce una prospettiva aperta e di dominio, poi ci porta nel suo interno, entro ampi e comodi spazi, dove il superfluo, ma anche l’inerzia, l’ozio, sono dati da quella prolungata elencazioni di titoli di giornali, sparsi sui tavoli, che nessuno legge» [Lo Dico 1990, 11].

12Facendo cenno ad un altro circolo, «Il circolo della Federterra», lo scrittore getta ancora uno sguardo all’interno del circolo della concordia, rifinendone i tratti:

Il circolo della Federterra è una grande stanza a piano terra umida e scura. La radio vi sta sempre accesa, delle musiche dal mattino all’ultimo giornale, a tutto volume. Quando la radio tace, attaccano il fonografo; musica da ballo, e spesso i contadini si mettono a ballare, la musica annega in un pesante calpestio, come di una mandria furente. [...] A lato c’è il circolo dei galantuomini, sale luminose, poltrone comode: i galantuomini che fanno conversazione trovano sconveniente lo strepito che si fa alla Federterra [Sciascia 2014, 168-169].

13In questo passo il «circolo della Federterra» è contrassegnato dalla sua posizione “bassa”, che esprime un livello inferiore rispetto alla posizione del «circolo della concordia» «situato sul corso» in modo tale che i due circoli tendono a disporsi lungo una verticale per cui “sopra”, «sul corso», stanno i galantuomini, “sotto”, a «piano terra», i contadini. La «stanza umida e scura» del «circolo della Federterra», che richiama, per contrasto, le «sale luminose» del circolo dei galantuomini, rafforza questa visione dei circoli su due piani diversi, come sottolinea Lo Dico [1990, 11].

14Nel 1958 viene pubblicato Gli zii di Sicilia. Nei quattro racconti della raccolta, i padri rappresentano la condizione di pena antica, ingiusta, in cui gli uomini hanno vissuto la catena di oppressione non spezzata, ma anche la coscienza muta del mondo, il silenzio offeso, che nei figli, invece, si fa voce chiara di riscatto, sete di giustizia e uguaglianza. La vicenda narrativa è sempre scandita su due tempi: il ritmo temporale degli avvenimenti che si chiude in se stesso e il ritmo temporale del sogno di un regno della giustizia e dell’uguaglianza, fatto di attese, che resta sospeso.

15La visione degli eventi è prospettata ancora una volta dal “basso” da parte dei vinti nelle Favole, dei salinari nelle Parrocchie, e negli Zii di Sicilia non poteva essere altrimenti. Gli eventi sono raccontati attraverso personaggi la cui connotazione linguistica fortemente dialettale li mantiene all’interno della comunità anonima di oppressi di cui fanno parte e da cui deriva la misura di una speranza che guarda sempre all’universalità degli uomini piuttosto che ai destini individuali. Ne La zia d’America, la grossolana protagonista femminile, facendo pesare sui parenti la sua “arrogante filantropia” dando pure da lontano indicazioni sul voto nella politica italiana e imponendo a tutti la sua volontà calcolatrice, diventa il simbolo di un’America sempre più invadente negli affari politici italiani:

Io spero, cara sorella, che la votazione non porti al governo i comunisti, né quelli che come i comunisti sono nemici della religione e dell’ordine. I governanti nostri hanno fiducia in De Gasperi e nel partito della democrazia cristiana, senza De Gasperi l’Italia perderebbe tutto l’aiuto dell’America, perché noi paghiamo tasse forti e sappiamo che il nostro denaro viene impiegato bene [Sciascia 2012, 74].

16Da questo primo squarcio sull’Italia dell’immediato dopoguerra Sciascia passerà ben presto a confrontarsi con i problematici anni Sessanta, gli anni del boom economico in cui la società italiana va ottimisticamente verso il benessere, ma anche verso comportamenti moralmente spregiudicati. Inizia allora una seconda fase nella denuncia del potere, la scrittura di Sciascia diventa meno “visiva” di come lo era stata in precedenza, più raramente la storia ha la duplice prospettiva “alto vs basso” su cui ci siamo soffermati prima e si concentra, invece, sugli intrecci del potere mafioso con il potere politico o sulla corruzione in generale. Come si vede ne Il giorno della civetta, del 1961, e A Ciascuno il suo, del 1966. In queste due opere s’intrecciano e mescolano fatti ed episodi di molto anteriori, come la lotta antimafia del prefetto fascista Mori negli anni Venti. A Sciascia serve per raccontare l’evoluzione di Cosa Nostra, che riesce a cambiare modellandosi alle nuove situazioni, restando tuttavia fedele a certi suoi immutabili canoni. Lo scrittore mette a fuoco le due realtà mafiose: quella locale, agraria, contadina, “antica”; e quella ormai nazionale, con legami e intrecci nel e con il “Palazzo”, la politica e i conseguenti giochi e alleanze e complicità.

17Il professor Laurana, protagonista di A Ciascuno il suo, che non è fatto della stessa pasta del capitano Bellodi, paga con la vita la sua ostinazione a cercare la verità. Ne Il giorno della civetta il delitto della mafia degli appalti rimane impunito perché Bellodi va a cozzare contro il muro dell’omertà e delle complicità locali e nazionali. In A ciascuno il suo il professor Laurana, attratto dall’oscurità dei motivi che hanno portato all’iniziale duplice delitto, cerca di scoprire da solo la verità, ma, nel momento in cui la conosce, viene ucciso. Bellodi e Laurana sono, nei fatti, due sconfitti. Tuttavia Sciascia ne fa due personaggi irriducibili, che alla sconfitta non sanno e non vogliono rassegnarsi. Di Bellodi tutti ricorderanno la frase che chiude il romanzo. Il capitano sapeva che sarebbe tornato in Sicilia: «Mi ci romperò la testa» [Sciascia 2012, 342]. Quanto a Laurana, per venirne a capo, lo devono eliminare fisicamente. «Era un cretino» [613], che credeva di scoprire quello che tutti già sanno.

18È proprio in quegli anni che, a fronte delle delusioni sulla nascente Repubblica, Sciascia comincia a maturare una nuova vis polemica che lo vedrà poi, negli anni Settanta, intervenire sempre più antagonisticamente sull’attualità politica e le trame del potere. È dunque in questo importante snodo che si deve collocare L’onorevole, il dramma in tre atti scritto in pochi giorni nell’agosto 1964. Uno “sketch” in tre tempi con due o tre caratteri e un solo “larvatico personaggio” come lo definì lo scrittore nella piccola nota introduttiva. Il personaggio cui egli si riferisce è quello di Assunta, la moglie dell’irreprensibile professor Frangipane trasformatosi in spregiudicato uomo politico dopo aver accolto l’invito ad entrare in politica fattogli dal partito di governo in difficoltà. Nella lussuosa villa in cui si è ritrovata ad abitare, la moglie dell’onorevole è costretta a misurare ogni giorno la corruzione e il «disfacimento delle idee» che si è verificato nella sua famiglia e vi percepisce il «simbolo di una corruzione più vasta», come sottolinea Domenica Perrone [2013, 115].

19La corruzione della società per Sciascia è sempre più difficile da riconoscere e nel maggio del 1979, su «L’Ora», quotidiano palermitano, annota che, a suo giudizio, «la mafia da fenomeno rurale è diventato fenomeno cittadino e parapolitico; si è trattato di una specie di integrazione del potere. La mafia non è più apparentemente riconoscibile come un tempo».

20È proprio ne Il contesto, opera del 1971, che egli sviluppa da un punto di vista letterario questa sua idea. La storia parte dalla morte di un magistrato, il procuratore Varga. Un poliziotto, l’ispettore Rogas, incaricato delle indagini, segue una pista che sembra fondata ma la sua inchiesta è però intralciata dall’alto e presto il poliziotto capisce di essere finito in un labirinto. Alla fine il poliziotto Rogas, l’unico eroe positivo, sarà ammazzato come il capo del partito di opposizione, in una specie di omicidio di Stato affinché il contesto, ovvero, «la collusione dei poteri del potere» [Camon 1978, 103], secondo Ferdinando Camon, non abbia a subire uno scossone troppo forte.

21Sciascia decide ad un certo punto della sua vita di diventare parte attiva del cambiamento che sperava nella società, entrando in politica. La data d’inizio di un rapporto più stretto col partito l’ha fornita egli stesso: «nel 1974-1975, mi sono avvicinato o, più esattamente, il PCI si è avvicinato a me; e quest’accostamento mi ha indotto a credere che fosse diverso» [Sciascia 1979, 107]. Tanto che in un’intervista, dal titolo «Un sogno fatto in Sicilia. Una giornata con Leonardo Sciascia», pubblicata su Lotta Continua del 27 ottobre 1978, afferma che: «il potere è violenza, sotto qualsiasi forma è violenza. È necessario che sia esercitato così come sono necessari i becchini, ma bisogna starne lontani». Una formula un po’ ambigua per qualcuno che si era appena impegnato in politica.

22Nel momento in cui Sciascia accetta la candidatura al consiglio comunale, il PCI palermitano si sta preparando alla collaborazione politica con la DC, capovolgendo la sua linea storica iniziata nel dopoguerra. L’esperienza di consigliere comunale diventa quindi presto frustrante. L’attività del PCI all’interno del consiglio comunale palermitano va infatti avanti senza posizioni politiche chiare, mediante piccole manovre tattiche e tanta ambiguità: collaborazione sotterranea col partito che l’esperienza politica fino a quel momento ha qualificato inequivocabilmente come un nemico, contraddizioni, compromessi quotidiani di basso livello. È così che l’esperienza di consigliere comunale a Palermo quasi subito turba l’intimo della coscienza dello scrittore. In poco meno di quattro anni, nel 1977, termina la sua esperienza al consiglio comunale di Palermo. Nel 1979 inizia la sua esperienza da deputato con il partito radicale, ma ben presto costata che le decisioni più importanti, per il Paese e per i suoi cittadini, vengono solo formalmente prese alla Camera dei Deputati o al Senato della Repubblica. Altrove, lontano da quelli che sono considerati i luoghi in cui si amministra il potere, forze occulte, nocive, impalpabili, hanno segnato il destino dell’Italia.

23Durante il rapimento di Aldo Moro non risparmierà altre critiche pungenti alle istituzioni. Nel saggio L’affaire Moro, pubblicato da Sellerio nel 1978, indignato, scrive: «Vale la pena difendere questo nostro Stato?» [2014, 465]. Sciascia, addolorato dal rapimento dello statista democristiano, arriverà alla conclusione che questo Stato è affetto da gravissime difficoltà istituzionali e chiude, nel lontano 1983, la propria esperienza parlamentare convinto che il “potere è altrove”.

24Un altro capitolo esemplare della sua vis polemica è il famoso articolo pubblicato sul Corriere della Sera, del 10 gennaio 1987, sui professionisti dell’antimafia. Lo scrittore se la prenderà con chi nella magistratura usa la lotta alla mafia come strumento di potere. Sciascia non sarà per niente tenero con il Coordinamento antimafia, che definisce «una frangia fanatica e stupida». La lotta alla mafia per lui non può essere concepita come uno strumento di una fazione per il conseguimento di un potere incontrastato e incontrastabile. Più in generale, l’esaltazione della magistratura e della repressione penale nella Palermo degli anni Ottanta gli ricorda quegli anni Venti in cui si era attuata l’operazione antimafia del super-prefetto Cesare Mori, la quale, «essendo riconducibile a un regime tirannico come quello fascista, non aveva mai avuto buona stampa né presso di lui né presso la sua generazione», come sottolinea Salvatore Lupo [2007, 6-7]. Come sappiamo, non amava né i metodi né gli uomini venuti alla ribalta neppure dalla lotta contro il terrorismo e in generale non amò mai chi ricopriva un ruolo pubblico in modo troppo autoritario.

25Le diverse forme di potere, alla base delle opere di Sciascia, che abbiamo messo in risalto in questo breve excursus cronologico, ci permettono di rintracciare una vera e propria biografia dei momenti cardine della società a lui contemporanea. Lo spostare l’attenzione dal fascismo verso una diversa forma di tirannia quale può essere la mafia è per lui un modo di suonare un campanello di allarme, un modo di svegliare il suo lettore e di vegliare a che la Storia non si ripeta. Se guardiamo, invece, in modo trasversale tutte le forme di potere descritte da Sciascia nel corso dei suoi quaranta anni di scrittura, notiamo che il filo rosso che unisce il potere dittatoriale, clericale e mafioso è la negatività del potere stesso. Esso è visto come menzogna, vanità e corruzione. Sin dalle Favole della dittatura, il progresso non è un vero progresso. È il mondo di ieri, di oggi e di domani che non lascia speranza all’utopia, in cui neanche l’ordine nuovo può sottrarsi all’eterna legge del potere:

Le scimmie predicarono l’ordine nuovo, il regno della pace. E tra i primi entusiasti furono la tigre, il gatto e il nibbio. Poco a poco, tutti gli altri animali si convinsero. E fu un tripudio dolcissimo, una fraterna agape vegetariana. Ma un giorno il topo, urbanamente scherzando col gatto, si trovò rovesciato sotto le unghie del recente amico. Capì che la cosa si metteva come per l’antico. Con tremula speranza ricordò al gatto i principi del nuovo regno. “Sì”, rispose il gatto, “ma io sono un fondatore del nuovo regno”. E gli affondò i denti nel dorso [Sciascia 2012, 10].

26È interessante notare che la stessa metafora animale viene riutilizzata in un’opera più tarda, dal personaggio di Filippo, la voce narrante de La zia d’America, racconto degli Zii di Sicilia: «Quando mio zio nominava Hitler io dicevo “testa di legno” e se si arrabbiava non la finivo più di dire “se lo mangia l’America, un boccone solo ne fa di testa di legno, come il topo col gatto”» [2012, 64]. Questa volta il gatto e il topo stanno ad indicare l’ordine nuovo che presto si imporrà nell’Italia del dopoguerra, in cui l’America avrà un ruolo strategico. La sornioneria del gatto, che promuove un’agape vegetariana e finisce per mangiare il topo, la ritroviamo in tutti i personaggi di potere sciasciani.

27Notiamo che in entrambi i passi le frasi che si riferiscono ad un ordine nuovo, “del cambiare tutto affinché nulla cambi”, sono al presente dell’indicativo. Proprio ad indicare che l’impossibilità di un’evoluzione positiva nel potere sia un dato di fatto. Evoluzione impossibile perché fondata sulla menzogna. Si prenda ad esempio un estratto de L’antimonio:

Qui Mussolini si è messo contro il feudo, dice che dividerà i feudi ai contadini, in piazza hanno attaccato i manifesti, grosso così c’è scritto “assalto al latifondo”.
“Invece in Spagna noi combattiamo contro quelli che vogliono spartire i feudi ai contadini”.
“Combattiamo per i ricchi in Spagna?”
“Per i ricchi, per i preti e per la sbirraglia”, dicevo.
“E come può essere? Per i preti e la sbirraglia si capisce: ma i ricchi Mussolini come porci li tratta”.
“Per parlare, può dire quello che vuole”, spiegavo, “ma né io né voi vedremo mai togliere qualcosa ai ricchi, mentre Mussolini campa” [2012, 245].

28Ne L’antimonio il personaggio principale, con il suo linguaggio dialettale e povero, si fa carico di spiegare agli altri la verità. Proprio a dimostrare che questa non ha bisogno di retorica, che la verità si veste di semplicità. Si noti che a chiarire la situazione, o a svelare la verità sia sempre un personaggio diverso nelle opere di Sciascia. Abbiamo visto precedentemente la triade degli “eroi sconfitti”: Laurana, Bellodi e Rogas. Ma non sempre “l’illuminato” è un eroe, si prenda Il giorno della civetta:

“Nel ’27” disse il giovane “c’era il fascismo, la cosa era diversa: Mussolini faceva i deputati e i capi di paese, tutto quello che gli veniva in testa faceva. Ora i deputati e i sindaci li fa il popolo…”
“Il popolo”, sogghignò il vecchio, “il popolo… il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se l’appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna…” [2012, 287].

29Qui è un vecchio, simbolo della memoria di un popolo, che spiega l’impossibilità di vedere un progresso positivo nel potere. La verità si mischia sempre con la menzogna, fino a far perdere di vista il confine labile fra i due concetti. Addirittura in quest’ultimo passo si allude ad un masochismo del popolo che sapendo di essere comunque oppresso si accontenta di scegliere da chi vuole essere dominato. Cercando di scegliere il male minore. Mentre notiamo che dall’altra parte chi esercita il potere crede di avere una missione divina, che non può essere messa in discussione, come ne Il contesto:

Prendiamo, ecco, la messa: il mistero della transustanziazione, il pane e il vino che diventano corpo, sangue e anima di Cristo. Il sacerdote può anche essere indegno nella sua vita, nei suoi pensieri: ma il fatto che è stato investito dell’ordine, fa sì che a ogni celebrazione il mistero si compia. Mai, dico mai, può accadere che la transustanziazione non avvenga. E così è un giudice quando celebra la legge: la giustizia non può non rivelarsi, transustanziarsi, non compiersi [2012, 681].

30Tanti altri esempi potrebbero essere presi in considerazione, ma il bilancio sarebbe lo stesso. Per Sciascia non esiste un’evoluzione positiva del e nel potere. I personaggi che lo incarnano hanno tutti, inevitabilmente, le stesse caratteristiche. Concentriamoci un po’ più nel dettaglio in un racconto dal colore autobiografico, dal titolo Ritratto di un capo del 1956, che sembra sintetizzare pienamente gli elementi distintivi dei “potenti”.

31Il personaggio soprannominato “Bandiera”, per l’abbinamento di colori del suo stile vestimentario, rappresenta alla perfezione il profilo del cambia-bandiera che da fascista diventa repubblicano, segretario di partito (un partito che in filigrana sembra essere la DC) e sindaco senza modificare di una virgola il proprio atteggiamento “integralista”.

32I colori in questo racconto hanno un valore fondamentale nella sintassi sciasciana: «Per tutto l’anno venne a scuola con un pantalone di velluto verde a coste (allora non era di moda né il verde né il velluto), la giacca turchina, un maglione rosso a greche nere» [2012, 1251]. I quattro colori, il verde, il turchino, il rosso e il nero rappresentano in nuce le caratteristiche morali del personaggio: collerico, autoritario e camaleontico.

33Egli, infatti, «chiamava con voce vibrante di collera», collera generalmente simbolizzata dal colore rosso; «sapeva incazzarsi in un modo, alle adunate, che poi a scuola gli dicevo “se vinciamo la guerra, perlomeno federale diventi”» – sappiamo che le divise dei gerarchi fascisti erano nere, come le greche del suo maglione –; infine «tra il colore del vestito e quello della bandiera che sempre riusciva ad agguantare, pareva il campionario del super-iride» [1251], ovvero riesce a mimetizzarsi dietro la bandiera come lo farebbe un camaleonte.

34I colori che saltano agli occhi all’inizio del racconto, con un processo caleidoscopico, vengono tutti coagulati nella cravatta di “Bandiera” incontrato dal narratore quindici anni dopo. Proprio ad indicare che i tratti del carattere non possono essere mai del tutto cancellati. A questa micro-girandola di colori si aggiungono il color oro degli occhiali a simbolizzare la ricchezza materiale conseguita da Bandiera, «ha fatto un buon matrimonio ed è ricco» [1252], e i capelli grigi sulle tempie, che gli valgono la stima dei «grossi del suo partito» [1252].

35Il racconto inizia con un ricordo d’infanzia tra il narratore e il suo ex compagno di scuola, che, incapace di scrivere un tema, gli chiede di aiutarlo almeno dettandogli l’inizio e la fine del tema per avere un buon attacco e una buona fine, e termina con una prospettiva rovesciata in cui quest’ultimo propone al narratore il suo aiuto: «due paroline: vedrai come ti aggiusto tutto» [1255], forte della sua posizione di potere.

36“Bandiera” rappresenta l’uomo di potere sciasciano per eccellenza: rozzo, incapace di scrivere, di convincere se non con le cattive («chi aveva voglia di lavorare doveva portarmi la tessera di comunista e della CGIL» [1253]), vestito in maniera elegante, ma dal linguaggio volgare («la mungerei per un anno intero» [1254] rivolto ad una donna che era appena passata vicino al loro tavolo), integralista («la libertà gliela farei vedere io la libertà, da una finestra a graticola gliela farei vedere» [1254]), opportunista («se avessi voluto sarei già alla Camera, ma per ora non mi conviene» [1254]) e camaleontico («e ne cavai la certezza che nonostante le cose fossero cambiate, il fascismo di allora rovesciato, lui era riuscito a trovare la sua strada» [1253]).

37Il discorso diretto e la scelta di narrare alla prima persona fanno entrare in medias res il lettore nella psicologia del personaggio i cui cambiamenti si oppongono alla fedeltà alle proprie idee del narratore omodiegetico: «sempre lo stesso sei» [1252].

38Come suole fare Sciascia nelle sue opere, in cui vi è un continuo dialogare con i suoi maestri o coloro che in generale hanno influenzato la sua visione della letteratura, ritroviamo anche in questo breve racconto un momento in cui fa un’allusione a Vitaliano Brancati e in particolare a Anni difficili, film del 1948 diretto da Luigi Zampa e tratto da una novella omonima di Brancati, e Anni facili, film del 1953 diretto sempre da Zampa e basato su un soggetto dello stesso Brancati. Il personaggio di Bandiera gli ricorda, infatti, un personaggio brancatiano: «Anni difficili l’ho visto, mi pare: la fronte gli si rugò per lo sforzo di ricordare “l’ho visto sì, quello che racconta la storia di un impiegato del municipio, sfotte i fascisti; sì, uno di quei film… C’è poco da sfottere, dico io, se Mussolini vinceva la guerra avrei voluto vedere tutti questi che sfottono”» [1254]. Ci sarebbe da chiedersi quali sono gli anni difficili o gli anni facili per Sciascia. Quelli in cui era facile riconoscere un fascista da un’iscrizione al partito o quelli in cui dietro una parvenza di democrazia i fascisti hanno solo cambiato colore spesso trasformandosi in mafiosi. O ci sarebbe da chiedersi se la causa di questo pessimismo non sia un marchio di “meridionalismo”, sulla scia di Brancati e Consolo, e forse una risposta ce la dà lo stesso Sciascia ne L’affaire Moro:

“Secoli di scirocco”, era stato detto, “sono nel suo sguardo”. Ma anche secoli di morte. Di contemplazione della morte, di amicizia con la morte. Ronchey aveva scritto: “è l’incarnazione del pessimismo meridionale”. Che cosa è, in che consiste, il pessimismo meridionale? Nel vedere ogni cosa, ogni idea, ogni illusione, – anche le idee e le illusioni che sembrano muovere il mondo – correre verso la morte. Tutto corre verso la morte: tranne il pensiero della morte, l’idea della morte. “Nonché un pensiero, il pensiero della morte è il pensiero stesso”. Penetra ogni cosa come lo scirocco: nei paesi dello scirocco [2014, 455].

39Ancora una volta la Sicilia appare come metafora del mondo. Che sia, quindi, la sua appartenenza geografica ad influenzare il suo pensiero? Le conclusioni non sono mai facili da trarre e forse impossibili per un “eretico” come Sciascia. La nostra unica certezza è questa: che presti la voce ai vinti, alle classi subalterne o a personaggi di potere, che utilizzi un’allegoria o che riscriva un fatto di cronaca, che usi il modello del romanzo poliziesco o quello del romanzo storico; la sua opera fornisce delle chiavi di lettura senza tempo sulle logiche di potere e per questo rimane e rimarrà sempre un modello di comprensione del mondo.

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Bibliographie

Camon, Ferdinando, Letteratura e classi subalterne, Venezia, Marsilio, 1978.

Lo Dico, Onofrio, La fede nella scrittura, Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia Editore, 1990.

Lupo, Salvatore, Che cos’è la mafia, Roma, Donzelli Editore, 2007.

Onofri, Massimo, Storia di Sciascia, Bari, Laterza, 1994.

Perrone, Domenica, I conti di Assunta nell’Onorevole di Leonardo Sciascia, in Agnese Amaduri, Anna Carta (a cura di), La donna, le donne nell’opera (e nella Sicilia) di Leonardo Sciascia, Acireale, Bonanno editore, 2013.

Sciascia, Leonardo, La Sicilia come metafora, intervista con Marcelle Padovani, Milano, Mondadori, 1979.

Sciascia, Leonardo, Opere, volume I: Narrativa – Teatro – Poesia, a cura di Paolo Squillacioti, Milano, Adelphi, 2012.

Sciascia, Leonardo, Opere, volume II: Inquisizioni – Memorie – Saggi, tomo I: Inquisizioni e Memorie, a cura di Paolo Squillacioti, Milano, Adelphi, 2014.

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Pour citer cet article

Référence papier

Nadia Matranga, « L’evoluzione delle forme e delle rappresentazioni del potere nelle opere di Leonardo Sciascia »Babel, 48 | 2023, 77-89.

Référence électronique

Nadia Matranga, « L’evoluzione delle forme e delle rappresentazioni del potere nelle opere di Leonardo Sciascia »Babel [En ligne], 48 | 2023, mis en ligne le 31 décembre 2023, consulté le 20 juin 2024. URL : http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/babel/14854 ; DOI : https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/babel.14854

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Auteur

Nadia Matranga

Sorbonne Université (Paris IV)
ELCI (EA 1496)

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